USA – Il Rock degli anni ’70: crisi e rivoluzioni
Poter cambiare il mondo (come ad esempio cantavano in Chicago Crosby, Stills, Nash & Young, principali esponenti della musica acustica della West Coast) era ovviamente un’illusione, ma un’illusione della quale fu coinvolta tutta una generazione, quella che si riuniva in folle oceaniche ai festival rock (500.000 a Woodstock nell’agosto del 1969) e che diede vita al movimento hippy. Un movimento che cercava disperatamente una via alternativa alle logiche del consumismo sfrenato portato dallo sviluppo economico e dall’industrializzazione.
La realtà degli anni ’70, con le sue profonde crisi economiche e sociali, le continue tensioni politiche, i conflitti in Sudamerica, in medio ed Estremo Oriente, risvegliò bruscamente questi sognatori.
Il più amato e ascoltato tra gli artisti che diedero voce a queste crisi e a tutte quelle che sarebbero seguite fu (ed è) Bruce Springsteen (1949)
«Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen», è la frase storica che scrisse il giornalista della rivista musicale Rolling Stone John Landau, e in effetti aveva visto giusto.
L’avrebbero detto gli anni successivi, ma allora era già possibile intuire che questo musicista era in grado di incarnare non solo il più autentico spirito rock, ma anche il più autentico spirito dell’America e degli americani.
In più con il suo successo, Springsteen ebbe il grande merito di rivitalizzare un panorama musicale, quello del rock statunitense appunto, che attorno alla metà degli anni ’70 stava languendo senza più molto a raccontare di nuovo.
Egli non influì pesantemente sul costume (come Elvis o i Beatles), non fu un rivoluzionario (come lo era stato il Dylan degli anni ’60), non ha lanciato stili, look o mode, ma pochissimi hanno saputo e sanno cantare come lui la vita della gente comune, dando voce ai suoi sogni e alle sue speranze, ma anche alle sue frustrazioni. Per queste ragioni il ‘Boss’ (come fu soprannominato) è subito divenuto per i giovani un personaggio in cui credere, un personaggio ‘vero’ che cantava con grande sincerità storie in cui tutti potevano riconoscersi. L’eroe positivo, autentico, pieno di entusiasmo di cui la gente aveva bisogno. Non uno che raccontava che tutto andava per il meglio, certo, ma che pur guardando in faccio alla realtà, trovava sempre, alla fine, un motivo per andare avanti nonostante le difficoltà. E sempre una possibilità di riscatto.
La carriera di Springsteen, nei decenni, si è dipanata con costante successo, ma sempre assolutamente al di sopra delle mode che non hanno mai cambiato il suo stile. Che si è certo evoluto secondo una normale maturazione ma che non ha mai tradito i propri presupposti artistici.
—————————————–
Disco: Bruce Springsteen – Born to run (1975)
Pietra miliare nella storia del rock, in quest’album c’è tutta l’America. Certo: non era la prima volta che qualcuno cantava l’America, le sue autostrade infinite, le sue giungle d’asfalto, i suoi perdenti, i suoi vagabondi e suoi sogni infranti, ma qui tutto suona stranamente nuovo. Forse perché, sotto queste storie amare e dure, c’è una musica che non è solo il ‘solito rock’n’roll’, non solo il rhythm’n’blues nero che influenzava anche i musicisti bianchi, non il dolente folk dilaniano né le suadenti melodie della West Coast: ma tutto questo insieme. E forse perché anche nelle storie più tristi non manca mai un barlume di speranza, la possibilità, comunque, di ‘farcela’. Magari oggi certe soluzioni musicali o liriche possono suonare ridondanti, ma raramente il rock ha, prima o dopo, toccato i livelli di eticità di Born tuo run, Jungleland o Thunder road che ancora oggi, dopo oltre 40 anni, riescono ad emozionare.
—————————————–
Se esiste un musicista totalmente al di fuori degli schemi e delle mode, questo è Frank Vincent Zappa (1940 – 1993). Impossibile sintetizzare in poche righe la carriera straordinaria di questo chitarrista, compositore, bandleader (sempre contornato da musicisti eccelsi) di importanza straordinaria non solo per il rock, ma per tutta la musica del secolo scorso.
Si tratta infatti di uno dei pochissimi musicisti di estrazione popular ad avere goduto di grande considerazione da parte di molti musicisti e direttori d’orchestra di area ‘colta’ che ne hanno eseguito (e tutt’ora ne seguono) le musiche. Immensa la sua produzione (stiamo parlando di una sessantina di album – moltissimi doppi e tripli – pubblicati dal 1966 al 1993, più innumerevoli live, senza considerare la trentina di dischi postumi ‘ufficiali’ autorizzati dalla Zappa Family Trust), ma ancora più rilevante l’influenza che ha avuto sulle generazioni la sua musica assolutamente libera di muoversi tra rock, jazz e classica contemporaneamente senza mai rinunciare allo sberleffo, alla provocazione, al gusto di demolire convenzioni e schemi precostituiti.