USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60
Il rock nasce alla metà degli anni ’50 nel sud degli Stati Uniti quando del rhythm’n’blues nero si appropriano i musicisti bianchi, in qualche maniera ‘addomesticandolo’ e rendendolo più ‘accettabile’ (al pubblico di bianchi, ovviamente).
Siccome era inaccettabile che i bianchi ‘facessero musica nera’ come il rhythm’n’blues, semplicemente il dj Alan Free battezzo ‘rock’n’roll’ quello che alla fine non era altro che rhythm’n’blues… suonato da bianchi.
In ogni caso, il rock’n’roll fu la prima musica ‘per i giovani’ (bianchi e neri) e… fece scandalo. Innanzi tutto, per le vecchie generazioni non era concepibile che la stessa musica piacesse a bianchi e a neri, e che essi – bianchi e neri – andassero agli stessi concerti assieme. E poi il rock’n’roll, in quanto giovane (e quindi contrapposto al mondo degli adulti che amavano cantanti tradizionali come Frank Sinatra o Dean Martin che ‘sussurravano’ nel microfono invece di ‘urlare’ e per questo erano detti crooners, sussuratori) era ribelle e sovversivo e i suoi eroi erano considerati (dagli adulti) oltraggiosi e inaccettabili perché completamente diversi da questi cantanti tradizionali, sia negli atteggiamenti che nel repertorio. Elvis Presley (1935 – 1977), ad esempio, agitava il bacino mentre cantava (e per questo era detto Elvis ‘the pelvis’), e rappresentava una figura nodale in quel panorama. Elvis era bello, fascinoso aitante, sensuale e fu con lui che questa nuova musica esplose. Perché lui era ‘un bianco che cantava come un nero’.
Ma nonostante in alcuni stati USA il rock’n’roll venisse vietato e, a volte, i teatri che ne ospitavano i concerti fossero addirittura dati alle fiamme, il fenomeno divenne inarrestabile: la ribellione giovanile avrebbe avuto da quel momento illuso principale modo di espressione in quella musica che sarebbe andata di pari passo con l’evolversi del costume e della società.
L’importanza sociale di questa rivoluzione musicale
Fino a quel momento, infatti, i giovani semplicemente… non esistevano. La gioventù era una scomoda fase da abbreviare il più possibile, schiacciata tra la fanciullezza e l’età adulta. Quando questa musica, che non piaceva ai bambini e che non veniva accettata dagli adulti, ‘individuò’ per la prima volta una fascia di età ben definita (più o meno tra i 15 e i 25 anni, i ‘giovani’, appunto), di questa fascia di età si accorse anche l’industria: si trattava di un nuovo mercato totalmente vergine e da sfruttare.
Musicalmente, è forse una forzatura dire che dal rock’n’roll di Elvis Presley di Jerry Lee Lewis (Great hall of fire), Little Richard (Lucille), Carl Perkins (Blue suede shoes), Gene Vincent (Be pop a Lula), Bill Haley (Rock around the clock) e mille altri derivi tutto il rock che ascoltiamo oggi, ma fu comunque dall’esplosione del rock’n’roll che i giovani iniziarono a rendersi conto che potevano avere musica che appartenesse solo a loro, che li identificasse.
Attorno alla metà degli anni ’60, prese forma un movimento musicale che per anni avrebbe influenzato pesantemente tutto il costume (comportamento e moda) e la cultura (musica, grafica, arte, design e letteratura): la psichedelia.
Fortemente influenzata dall’uso di stupefacenti (e in particolare di acido lisergico, l’LSD, visto come strumento indispensabile per raggiungere un auspicato stato di apertura mentale), la proposta artistica dei musicisti psichedelici prevedeva testi spesso dal forte impegno sociale, anelanti utopisticamente ad un’era di pace e amore (‘Peace & Love’ diventò lo slogan-simbolo di quel periodo), e musiche dilatate, a volte quasi ipnotiche.
Due band storiche come Grateful Dead e Jefferson Airplane furono i capofila di un vero esercito di musicisti ascrivibili a questo genere tra i quali possiamo annoverare le prime esperienze di due giovanissimi chitarristi che avrebbero poi avuto una carriera strepitosa come Carlos Santana (1947) e Frank Zappa (1940 – 1993).
Non vanno dimenticati altri gruppi come i newyorkesi Vanilla Fudge, i losangelini Byrds e soprattutto i concittadini Doors di Jim Morrison.
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Disco: Doors – L.A. Woman (1971)
Questo non è solo l’ultimo album (quello più blues) dei Doors ‘con Jim Morrison’ (che sarebbe morto un mese dopo la sua pubblicazione), ma può essere considerato ‘l’ultimo album degli anni ’60’. Perché dopo questo disco nulla sarebbe rimasto della musica del decennio precedente ormai spazzata via da nuove idee, nuovi suoni e nuove attitudini. Ma qui troviamo ancora il suono assolutamente sixtie dell’organo Hammond e l’anima blues che poi gran parte del rock avrebbe dimenticato. E certo nessun (inconsapevole) epitaffio poteva essere più indicato della monumentale Riders on the storm, un addio dolce, più rassegnato che disperato, che ha il sapore di tutta quella pioggia e disperazione dalla quale Morrison non sarebbe più emerso.
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Va sottolineato che, per alcuni anni, le canzoni rappresentano solamente un momento di svago, di disimpegno. I loro testi parlavano d’amore, di divertimento, di ragazze e di auto.
Fu Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman, 1941), all’alba degli anni ’60, a raccogliere la lezione di folksinger come Woody Guthrie o Pete Seeger e a intuire che la canzone poteva essere il veicolo di istanze sociali più complesse.
Certo, ciò che Dylan cantava poteva magari essere letto nei libri o nei giornali, ma le sue canzoni avevano una diffusione e una immediatezza infinitamente superiore agli altri mezzi di comunicazione e per questo finirono per creare una coscienza sociale in quella nuova entità che erano i giovani.
Tuttavia, quando si dice che Dylan formò una coscienza sociale non si intende assolutamente dire che formò un’opinione politica: nelle sue ballate il cantautore poneva domande più che fornire risposte perché, come cantava nel suo brano più famoso, Blowin’ in the Wind, tante volte la risposta non esiste. Dylan non ha mai detto quale fosse la soluzione dei problemi, ma ha sempre invitato l’ascoltatore a prendere coscienza del fatto che il problema esistesse. E di sicuro, all’epoca, non era poco.
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Disco: Bob Dylan – Blowin’ in the Wind (1963)
Scritta nel 1963, la canzone è diventata un simbolo e un inno che il tempo, le mode e le mutate sensibilità non sono mai riusciti a scalfire. In essa non si prendono posizioni politiche, non si dice no a qualcosa (alla guerra, alla violenza) o si a qualcos’altro (alla pace, alla fratellanza). In essa Dylan non ci fa alcuna predica, non dice cosa sia giusto e cosa sbagliato. Semplicemente, si fa e ci fa della domande. E non dà alcuna risposta perché forse una risposta non c’è. Però ci invita a riflettere, ci invita a porci noi stessi quella domande e quindi ad occuparci di questi problemi. Con questa canzone Dylan ci dice che è tempo di iniziare ad accorgersi di quello che non va e di chiedersi cosa sia possibile fare per migliorarlo.