Frank Wess

Frank Wellington Wess, nato il 4 gennaio del 1922, fu un sassofonista e flautista jazz che giocò un ruolo fondamentale nell’orchestra di Count Basie, entrando a farne parte nel 1953. Fu una figura chiave nella formazione della cosiddetta “New Testament” band di Basie, reclutando musicisti importanti come Thad Jones, Eddie Jones e Eric Dixon. Wess era apprezzato per la sua versatilità, suonando sax tenore, alto e flauto, e contribuì a stabilire il groove swing caratteristico dell’orchestra, uno degli aspetti più valorizzati da Basie.
Durante la sua esperienza nell’orchestra, Wess sviluppò una solida amicizia e collaborazione musicale con il sassofonista Frank Foster, con cui spesso si esibiva in duetti chiamati “tenor battles”, in cui Wess portava uno stile più morbido rispetto alla grinta di Foster. Basie, noto per il suo stile di direzione poco ortodosso, lasciava agli orchestrali molta libertà nelle scelte musicali e nelle improvvisazioni, favorendo così un forte legame tra i membri della band.
Wess suonò principalmente il sax tenore e il flauto, strumenti con cui contribuì a dare un suono caratteristico e moderno all’orchestra durante gli anni ’50 e ‘60. Nel 1957, passò anche al sax contralto per fare spazio al sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis. Lasciò l’orchestra nel 1964 per intraprendere una carriera da freelance e continuò ad essere un punto di riferimento importante nel mondo del jazz fino agli ultimi anni della sua vita.
Frank Wess muore a New York il 30 ottobre del 2013.

Phil Woods

Phil Woods (all’anagrafe: Philip Wells Woods) è nato il 2 novembre del 1931. E’ stato uno dei più grandi sassofonisti jazz statunitensi, conosciuto per il suo stile energico, lirico e radicato nel bebop. Fu anche clarinettista, compositore, bandleader ed educatore. Wood iniziò a suonare il sassofono a 12 anni e successivamente il clarinetto alla prestigiosa Juilliard School di New York. Fu molto influenzato da Charlie Parker, Benny Carter e Johnny Hodges, tanto da essere soprannominato “New Bird” (nuovo Bird, in riferimento a Parker). Tra il 1968 e il 1972 visse in Francia, dove guidò l’ensemble European Rhythm Machine, con uno stile più sperimentale. Tornato negli Stati Uniti, formò un quintetto che rimase attivo per oltre 30 anni, registrando album acclamati come Musique du Bois (1974).
Phil Woods è noto anche per i suoi assoli in brani pop e rock, tra cui: “Just the Way You Are” di Billy Joel (1977), “Doctor Wu” degli Steely Dan (1975) e “Have a Good Time” di Paul Simon (1975) Il suo assolo nel brano di Billy Joel è uno dei più iconici nella storia del pop-jazz. Phil Woods ha incarnato lo spirito del jazz: sempre in evoluzione, sempre autentico.

The Weather Station – Humanhood (2025)

RiB – Recensioni in Breve

L’umanità è radiosa e propulsiva, discorsiva e strana. Le canzoni si dissolvono in ondate di archi, si disgregano completamente. Le tessiture si fondono e si frammentano, si induriscono in canzoni, cedono di nuovo il passo a passaggi strumentali astratti che trasportano l’ascoltatore da una canzone all’altra. È un disco di dettagli intensi, note di pianoforte e di violino, canzoni pop chiare e potenti, alcune delle più soddisfacenti che Lindeman abbia mai scritto. È il disco più strano dei Weather Station finora, e il più viscerale. È anche il più forte, il più cinematografico, il più completo come evocazione di un paesaggio interiore. Ogni canzone rispecchia, sonoramente e musicalmente, lo stato d’animo descritto nel testo, passando dal distante al claustrofobico, dal travolgente al meraviglioso. Obbligato.

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Ben Webster: Maestro del “Mainstream”

Ben Webster, nato il 27 marzo 1909 a Kansas City, Missouri, è stato uno dei più grandi sassofonisti tenore della storia del jazz, noto per il suo suono caldo, lirico e allo stesso tempo potente. Era un maestro nel fondere la tecnica con una profonda espressività, e la sua capacità di passare da frasi dolci e melodiche a un tono aggressivo e graffiante lo ha reso una figura unica nel panorama jazzistico.
Iniziò la sua carriera musicale suonando il pianoforte, ma presto passò al sassofono, influenzato da artisti come Johnny Hodges e Coleman Hawkins, che fu uno dei suoi principali modelli. Il sassofono tenore di Webster si caratterizzava per il suo timbro caldo e il suo vibrato ricco, una combinazione che gli permise di esprimere una vasta gamma di emozioni, dal lirismo più dolce all’energia più vigorosa.
Dopo aver suonato con varie band locali a Kansas City, Webster iniziò a emergere sulla scena jazz negli anni ’30. Lavorò con diverse grandi orchestre, tra cui quelle di Bennie Moten, Andy Kirk e Fletcher Henderson, ma il suo vero successo arrivò quando si unì alla band di Duke Ellington nel 1940.
La sua collaborazione con Duke Ellington, una delle orchestre più celebri del jazz, fu cruciale per la carriera di Webster. Con Ellington, Webster trovò il contesto perfetto per il suo stile espressivo e per la sua abilità di interpretare ballate con un tocco inimitabile. Webster divenne presto uno dei solisti più apprezzati dell’orchestra, insieme ad altri grandi musicisti come Johnny Hodges e Cootie Williams.
Tra le sue performance più celebri durante il periodo con Ellington ci sono brani come “Cotton Tail”, dove il suo assolo bruciante divenne un classico, e le sue interpretazioni struggenti di ballate come “All Too Soon” e “Chelsea Bridge”, che mostrano la sua capacità di esprimere profonda malinconia attraverso il suo sassofono.
Tuttavia, Webster aveva un carattere difficile e litigioso, e la sua collaborazione con Ellington si interruppe nel 1943 a causa di tensioni personali.
Dopo aver lasciato l’orchestra di Ellington, Webster continuò a registrare e a esibirsi con varie formazioni. Negli anni ’50 e ’60, registrò album memorabili sia come leader che come sideman. Il suo stile si adattava particolarmente bene alle ballate, e uno dei suoi album più apprezzati è “Ben Webster Meets Oscar Peterson” (1959), in cui il suo sassofono tenore si fonde perfettamente con il pianoforte virtuoso di Peterson.
Webster era noto per la sua abilità di interpretare ballate romantiche con una profondità emotiva straordinaria, che lo rendeva uno dei migliori interpreti di brani lenti e riflessivi. Tuttavia, quando lo desiderava, poteva suonare con una grinta e una potenza impressionanti, soprattutto nei pezzi più swinganti.
Durante gli anni ‘60, Webster si trasferì in Europa, come fecero molti musicisti jazz americani dell’epoca, attratti dall’accoglienza più calorosa che ricevevano in Europa rispetto agli Stati Uniti. Visse a lungo in Danimarca, dove continuò a esibirsi e a registrare fino alla fine della sua vita.
Il suono di Ben Webster era unico nel suo genere: il suo vibrato ampio e il modo in cui utilizzava lo spazio e le pause nella musica contribuivano a creare un senso di profondità e di emozione nei suoi assoli. A differenza di molti altri sassofonisti, Webster era un maestro del “sussurro” musicale, capace di comunicare tanto con una nota dolce e sostenuta quanto con una frase esplosiva.
Webster è ricordato come uno dei “tre grandi” sassofonisti tenore del suo tempo, insieme a Coleman Hawkins e Lester Young. La sua influenza ha attraversato generazioni di musicisti, e il suo stile espressivo nelle ballate ha ispirato molti altri sassofonisti, tra cui John Coltrane e Sonny Rollins.
Ben Webster morì il 20 settembre 1973 a Copenaghen, Danimarca. La sua eredità musicale è immensa, e i suoi contributi al jazz, soprattutto nel modo di interpretare le ballate e nel suo approccio lirico al sassofono tenore, rimangono influenti ancora oggi. E’ stato uno dei grandi poeti del sassofono, capace di raccontare storie attraverso il suo strumento come pochi altri. La sua capacità di trasmettere emozioni profonde con semplicità e intensità lo ha reso un punto di riferimento nella storia del jazz.

T Bone Walker, il primo bluesman elettrico

T-Bone Walker, nato come Aaron Thibeaux Walker il 28 maggio 1910 a Linden, Texas, è stato un leggendario chitarrista, cantante e compositore blues statunitense. È noto per essere uno dei pionieri dell’uso della chitarra elettrica nel blues e ha avuto una profonda influenza su molti artisti successivi, tra cui B.B. King, Chuck Berry e Jimi Hendrix.
Walker è considerato uno dei padri fondatori del Texas Blues e ha sviluppato uno stile unico di chitarra che combinava linee melodiche eleganti con un suono potente e pulito. Il suo pezzo più famoso, “Call It Stormy Monday (But Tuesday Is Just as Bad)”, del 1947, è diventato un classico del blues.
Con la sua tecnica innovativa, che includeva l’uso del vibrato e dei bending, e la sua capacità di fondere il blues con elementi di jazz e swing, T-Bone Walker ha aperto la strada a molte delle tecniche chitarristiche moderne. Oltre alla sua maestria strumentale, Walker era anche un frontman carismatico, noto per le sue performance energiche e per il modo in cui riusciva a coinvolgere il pubblico.
Walker è morto il 16 marzo 1975 a Los Angeles, ma la sua eredità musicale continua a vivere, e il suo impatto sul blues e sul rock è ancora fortemente sentito.

Johnny Winter, il chitarrista albino

Johnny Winter è stato un leggendario chitarrista blues e rock statunitense, noto per la sua tecnica virtuosistica sulla chitarra e il suo stile distintivo. Nato il 23 febbraio 1944 a Beaumont, Texas, è diventato famoso alla fine degli anni ’60 e ’70.

Winter era conosciuto per il suo aspetto caratteristico: capelli bianchi lunghi e un look da cowboy, spesso indossava cappelli a tesa larga e occhiali da sole. Era anche un albino, il che contribuiva alla sua immagine unica.

La sua musica spaziava dal blues tradizionale al rock’n’roll, e ha avuto una grande influenza sulla scena musicale di quegli anni. Ha lavorato con molti artisti importanti, tra cui Muddy Waters, di cui ha prodotto diversi album. Tra i suoi brani più noti ci sono “Rock and Roll, Hoochie Koo” e “Highway 61 Revisited”.

Johnny Winter ha continuato a esibirsi e registrare musica fino alla sua morte, avvenuta il 16 luglio 2014, lasciando un’eredità duratura nella storia della musica blues e rock.

A Quick One, While He’s Away – The Who (1966)

Siamo nel 1966, e l’ambizione del rock sta diventando sempre più grande. Gli artisti principali, i Beatles, Dylan, gli Stones, i Kinks tanto per citarne alcuni, cominciano a stare stretti nel formato della canzone pop di tre minuti. A Quick One, While He’s Away racconta la storia di una ragazza che resta sola perché il suo uomo è partito da quasi un anno e si consola, per meglio dire trova rimedio, con un engine driver, un macchinista di passaggio. Quando il fidanzato ritorna, lei gli confessa il tradimento e lui alla fine la perdona. Non è tanto la storia na essere interessante, quanto la struttura del brano, che vede tutti e quattro i componenti della band mettere in scena un’opera con personaggi diversi e con un unico tema. A Quick One, While He’s Away è un brano di svolta, è il primo vero tentativo degli Who di uscire dall’universo mod e puntare dritti al centro, al cuore del rock. È soprattutto un brano che indica una strada, dice al mondo che il rock si può usare per uscire dai cliché, che il rock non ha limiti e confini se non quelli della creatività degli artisti. Per gli Who sarà un cambiamento fondamentale, per il rock uno dei mattoni che porterà dritti al progressive e a cambiare la storia della musica popolare.

Gillian Welch and David Rawlings -Woodland (2024)

Gillian Welch e David Rawlings hanno pubblicato il loro decimo album in studio, “Woodland”, tramite la loro etichetta Acony Records il 23 agosto 2024. La raccolta di 10 canzoni è un mix di brani di band completa e intricate esibizioni in duetto, il tutto legato al suono e ai testi distintivi di Welch e Rawlings e conferma la posizione della coppia in prima linea nella scena della musica acustica. “Woodland” prende il nome ed è stato registrato nei Woodland Sound Studios di Welch e Rawlings a Nashville. Hanno detto: “Woodland è al centro di tutto ciò che facciamo, e lo è da circa vent’anni. Gli ultimi quattro anni sono stati trascorsi quasi interamente tra le sue mura, riportandolo in vita dopo il tornado del 2020 e realizzando questo disco. La musica è (le canzoni sono) un vortice di contraddizioni, vuoto, pienezza, gioia, dolore, distruzione, permanenza. Ora.” “Woodland” è il loro primo album da “All the Good Times” del 2020, una raccolta di cover e canzoni folk classiche che gli è valsa il Grammy 2021 per il miglior album folk, ed è il loro primo album di nuova musica originale da “Poor David’s Almanack” del 2017.

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Tom Waits: cantautore dalla voce vissuta

Oggi è il 7 dicembre, ed in questo giorno, nel 1949, a Pomona, Los Angeles, California, U.S.A., nasceva Tom Waits.
Tom Waits è un cantautore, compositore e attore statunitense noto per la sua voce unica e inconfondibile, spesso descritta come “vissuta” o “grattata”. La sua voce è il risultato di anni di interpretazioni intense, fumo di sigarette e un approccio al canto che mescola blues, jazz, rock e avanguardia.
La carriera di Waits è iniziata negli anni ‘70, e nel corso dei decenni è diventato una figura di culto nel panorama musicale. La sua musica è caratterizzata da testi poetici, spesso cupi e surreali, che raccontano storie di personaggi marginali e situazioni strane o malinconiche. L’atmosfera delle sue canzoni è spesso evocativa di mondi sotterranei, notti senza fine e paesaggi urbani decadenti.
Waits ha anche esplorato il teatro e il cinema, lavorando con registi come Jim Jarmusch e Francis Ford Coppola. La sua influenza si estende ben oltre la musica, lasciando un’impronta significativa nella cultura popolare e ispirando innumerevoli artisti in diversi campi.
In sintesi, Tom Waits è un artista poliedrico il cui contributo alla musica e all’arte è stato profondamente influenzato dalla sua voce “vissuta”, che è diventata il suo marchio di fabbrica e un simbolo del suo stile unico e inimitabile.

Warpaint — Warpaint (2014)

Ci sono voluti ben tre anni per pubblicare questo secondo lavoro dal titolo omonimo, il loro debutto “The Fool” infatti, risale alla fine del 2010. Le Warpaint sono quattro ragazze che si sono formate a Los Angeles nel 2004.

Fin dai primi ascolti il sound trasmesso, per usare degli aggettivi poco efficaci, è un mix psichedelico e ipnotico. Le voci sono sicuramente il loro punto di forza ma anche la vivace base ritmica e le esplosioni di chitarre non sono da meno. Per certi aspetti il suono che ne deriva è più adatto ad atmosfere notturne che alla luce del sole.

Il non essere facile a paragonare le Warpaint ad altri predecessori sta a significare che il loro stile è abbastanza unico e originale. Le atmosfere a volte serene e volte inebrianti riescono a far breccia ascolto dopo ascolto.

Se i testi si focalizzano su tribolazioni amorose e relazioni complicate, la peculiarità sonora è proprio quella di adattarsi a questi contesti, e quindi il creare delle tensioni emotive tangibili e dense.

Con il loro intreccio a quattro voci, emozionante e coraggioso, le Warpaint convincono e ci offrono un bel disco scintillante da ascoltare tutto d’un fiato senza remore e pregiudizi. Dodici canzoni che formano un collage semplice e diretto.