Cecil Taylor

A portare oltre ogni accettabile convenzione stilistica le possibilità del pianoforte fu Cecil Taylor, vulcanico, travolgente improvvisatore, incurante di ogni regola, che iniziò a essere conosciuto per le sue lunghissime, deliranti esecuzioni dal vivo, a volte lunghe più di un’ora e senza alcuna possibile riconoscibilità di temi e strutture, un magma continuo che trasformava lo strumento in una devastante macchina sonora. Completamente al di fuori dei rapporti consueti tra melodia e armonia, Taylor usava il pianoforte come un caleidoscopio cromatico e percussivo, con una forte intellettualizzazione che rendeva la sua musica difficilmente accettabile se non a una ristretta cerchia di appassionati. La sua è stata forse la musica più difficile del periodo, prossima a quello che poi è diventato uno stereotipo, di gran lunga esagerato, che ha interpretato la rivoluzione free come musica ostile e inascoltabile, priva di reali intenti comunicativi e perfino sospettata di essere un bluff totale.
Lo stereotipo derivava da certi eccessi di radicalità, tipici di una stagione che incoraggiava estremismi di ogni genere.

Peter Tosh

L’11 settembre 1987 a Kingston in Giamaica tre uomini entrano nella casa di Peter Tosh per rubare. Qualcuno ha detto loro che il cantante è all’estero e che l’abitazione è vuota, ma l’informazione è falsa. Tosh è in casa e non è solo. Con lui ci sono il cuoco vegetariano che l’accompagna ovunque e un amico disk jockey. È un problema che si può risolvere. Spianano le pistole e li uccidono.
Peter Tosh, nato Winston Hubert McIntosh il 19 ottobre 1944 a Grange Hill, Giamaica, è stato un cantante e musicista giamaicano fondamentale per la storia del reggae. È stato uno dei membri fondatori del gruppo The Wailers insieme a Bob Marley e Bunny Wailer, con cui iniziò la carriera musicale nei primi anni Sessanta a Trenchtown, Kingston.
Tosh era noto per la sua voce profonda e per le sue capacità di chitarrista, oltre che per il suo carattere militante e il forte impegno politico e sociale. Dopo lo scioglimento dei Wailers nel 1973, intraprese una carriera solista di successo, con album celebri come Legalize It (1976), che promuoveva la legalizzazione della marijuana, e No Nuclear War (1987), con cui vinse un Grammy Award.
Peter Tosh è ricordato anche come un attivista rastafariano e un simbolo della lotta contro l’apartheid e per i diritti civili.

Olafur Arnalds & Talos – A Dawning (2025)

Recensioni 2025

A Dawning, album profondo frutto della collaborazione tra il compositore, produttore e polistrumentista islandese Ólafur Arnalds e il compianto cantautore irlandese Talos (Eoin French). Unendo le voci musicali uniche dei due artisti, l’album si muove tra momenti di pura emozione e luminosa speranza, invitando gli ascoltatori a un potente viaggio sonoro. Con le sue otto tracce evocative, A Dawning si pone sia come celebrazione del sodalizio artistico sia come sentito tributo alla duratura eredità di Talos.
Questa è musica per tenerci a galla in acque oscure, guidandoci verso un barlume di luce all’orizzonte. Fortemente consigliato.

Ascolta il disco

James Son Thomas ed il Blues “rurale” ed arcaico

Il 13 Ottobre del 1926, ad Eden, nel Missouri, U.S.A., nasceva il bluesman James Son Thomas. James Thomas è cresciuto nel delta del Mississippi, una regione ricca di tradizione blues. Ha iniziato a suonare la chitarra in gioventù, imparando da musicisti locali e sviluppando uno stile profondamente radicato nel Delta blues. I suoi primi anni di vita furono segnati dal duro lavoro, compreso il lavoro come mezzadro e becchino, esperienze che avrebbero influenzato sia la sua musica che la sua arte. Lo stile musicale di Thomas era caratterizzato dalla sua voce potente e dal suo abile modo di suonare la chitarra. Si esibiva spesso da solo, con un repertorio che includeva brani tradizionali del Delta blues così come le sue composizioni. La sua musica era cruda ed emotiva, riflettendo le lotte e le storie della sua vita e della sua comunità. Oltre al suo talento musicale, James “Son” Thomas era un abile artista folk, noto per le sue sculture in argilla. Le sue opere d’arte spesso raffiguravano teschi umani, animali e oggetti di uso quotidiano, resi con una qualità grezza ed espressiva. Queste sculture riflettevano il suo profondo legame con la terra e le sue esperienze come becchino. Le sculture di Thomas hanno attirato l’attenzione dei collezionisti e sono state esposte in gallerie e musei. Il suo lavoro è celebrato per la sua autenticità e il suo potente legame con la storia culturale e sociale del delta del Mississippi. James “Son” Thomas ha lasciato un impatto duraturo sia nel mondo del blues che in quello dell’arte popolare. La sua musica e la sua arte offrono una finestra sulla vita e sull’anima del Delta, catturando l’essenza di una regione e uno stile di vita che ha profondamente influenzato la cultura americana. L’eredità di Thomas è preservata attraverso le sue registrazioni, le sue sculture e i ricordi di coloro che lo hanno visto esibirsi. Il suo contributo al blues e all’arte folk continua ad essere celebrato, assicurando che la sua voce e la sua visione rimangano una parte vitale della storia culturale americana.

Tinariwen — Emmaar (2014)

Dopo l’ennesimo ascolto di Emmaar, il parallelo con Tassili, ultimo lavoro uscito nel 2011, è inevitabile. Il gruppo maliano che ha fatto, e continua a far conoscere la cultura tuareg in giro per il mondo, con questo disco, non si discosta di molto dal suo predecessore. Due sono soprattutto gli elementi in comune: deserto e messaggio. Il primo è stato registrato nel deserto algerino, Emmar invece, in quello nord americano del Joshua tree. Il messaggio: la musica come strumento di ribellione.

Il suono invece, pur restando nell'”area” del blues rurale, una delle massime espressioni della musica afro-americana, è leggermente più elettrico, a differenza di Tassili, più acustico. Titolari di un nuovo genere musicale chiamato Tishoumaren, ovvero la musica degli ishumar: ishumar, che significa disoccupato, si riferisce alla generazione di giovani esuli touareg che hanno abbandonato il loro territorio prostrati dalla siccità e dalla repressione delle autorità. I Tinariwen hanno combinato le forme musicali tradizionali touareg e del Mali con una moderna sensibilità ribelle e radicale: strumenti tradizionali come il liuto teherdent ed il flauto utilizzato dai pastori sono stati abbandonati in cambio di chitarra elettrica, basso e batteria, mantenendo però il tradizionale violino ad una corda del Mali.

Chi ha aprezzato Tassili non rimarrà deluso da questo ultimo lavoro, ma, ad onor del vero, non rimarrà neanche particolarmente colpito visto che la “colonna sonora” è rimasta in linea di massima pressoché la stessa, è solo leggermente più “elettrico” ed è stato probabilmente l’ambiente “deserto” a far questa differenza. 

Talking Heads

La chiamano new wave, nuova onda, ma non si sa bene di cosa. Dovrebbe essere rock, ma la gran parte delle formazioni che la praticano con il rock ha poco a che vedere. Si tratta di una nuova musica, sotto ogni punto di vista. C’è un pugno di musicisti, tra l’Inghilterra e l’America, che si mette al lavoro sull’ipotesi di un nuovo ordine del suono. Tra questi c’è un gruppo americano che fonde le esperienze di tutti in un nuovo esaltante progetto musicale, i Talking Heads di David Byrne. Inglese di nascita ma americano di formazione, leader della band, Byrne intuisce per primo il futuro cosmopolita della nuova ondata musicale che sta scuotendo le coscienze di mezzo mondo.

Il loro album d’esordio, 77, è un rock modernista e spigoloso in cui si riscontrano molte analogie con il punk, Byrne ha probabilmente solo una vaga idea della direzione che quella musica prenderà nei quattro anni a seguire. Dal look “normale”, Byrne, ma con facile inclinazione alla lucida follia, canta il brano più famoso dell’epoca, Psycho Killer, che fa da traino al loro primo album, intitolato semplicemente 77. Si tratta di un disco essenziale, diretto, privo di inutili fronzoli ma ricco di fascino, un album nel quale si butta gioiosamente a mare tutta la musica degli anni Settanta, per ricominciare da capo.

Dopo il loro primo album, ancora figlio degli anni Settanta, fin dal titolo, il loro secondo disco, complice Brian Eno, all’epoca predicatore, con altri, della morte del rock, le loro canzoni prendono forme differenti, si staccano dagli stili classici per sondare strade nuove. Con More Songs about Buildings and Food, del 1978, i Talking Heads inaugurano la splendida collaborazione con Eno e iniziano la propria ricerca musicale tra modernità e radici nere. Ed è l’Africa la terra della nuova nascita. Non è solo rock, insomma, ma è anche pop, blues, musica di ogni genere e colore, quella che gli Heads sembrano inseguire anche nell’album seguente, il bellissimo Fear of Music, del 1979, dove a fianco delle sonorità elettroniche trova sempre maggior spazio l’influenza di quelle africane. Ma il vero capolavoro è il disco che inaugura, con una sorta di grande affresco multiculturale, gli anni Ottanta: Remain in Light. La collaborazione tra Brian Eno e David Byrne dipinge uno scenario che, come si diceva all’epoca, si muove tra metropoli e deserto. Il funk, l’elettronica, l’Africa, il rock, la new wave, tutto si mescola in un album che è fuori dai generi e dalle categorie abituali, dove avanguardia e godibilità si fondono gioiosamente.

Dopo questo capitolo musicale, Eno abbandona la collaborazione e a margine, con Byrne, realizzano lo straordinario My Life in the Bush of Ghosts, probabilmente l’album che ha maggiormente influenzato lo sviluppo della musica degli anni ottanta.

La tappa seguente è quella di Speaking in Tongues, del 1983, un disco pop perfetto, mescolato di funk e canzone, un disco che riesce a essere al tempo stesso leggero e geniale. Contemporaneamente realizzano Stop Making Sense, un lungometraggio dal vivo, che racchiude bene lo spirito della band, la sua originalità. Il disco successivo, Little Creatures del 1985, non riesce a colpire né entusiasmare frutto di pochissima ispirazione. L’ultimo capitolo discografico dei Talking Heads è del 1988, Naked, un disco che cerca di racchiudere in maniera intelligente tutte le diverse anime musicali del gruppo, mettendo insieme, come nel caso di Remain in Light, musicalità rock, elementi africani, latinoamericani, pop, canzone, in una colorata sarabanda. Dopo, ci sarà solo Sax and Violins, un brano pubblicato nel 1991, per la colonna sonora del film di Wim Wenders, “Fino alla fine del mondo.”

Se c’è stato un gruppo che meglio ha rappresentato l’elitè del rock degli anni Ottanta sono stati proprio i Talking Heads. Creativi, eclettici, guidati dalla personalità affascinante e curiosa di David Byrne, gli Heads hanno provveduto, con un’estetica inizialmente in tutto figlia del punk, ad abbattere e rifondare il concetto stesso di rock. Non sono stati un gruppo rock nel senso pieno del termine, o almeno, non lo sono stati secondo le regole in vigore fino all’evento del punk. Grandi.

Ellie Turner – When The Trouble’s All Done (2023)

Attraverso ogni elemento della creazione del suo album, Ellie Turner si è preoccupata di conservare una presentazione specifica delle sue canzoni. La maggior parte delle tracce contiene solo chitarre acustiche, contrabbasso e voce.
“L’album è stato eseguito e registrato dal vivo ai Sound Emporium Studios di Nashville, nel Tennessee”, afferma. “Questa è stata una decisione molto consapevole presa da me e dal mio produttore, Jack Schneider. Suonavamo la canzone dal vivo finché non ci sentivamo come se la versione più onesta della canzone fosse stata eseguita e catturata. Le imperfezioni e i piccoli momenti inaspettati di ogni performance sono dove vive la magia del disco. Volevo che mi sentissi come se fossi nel soggiorno di qualcuno e mi fosse stata data una chitarra da suonare.”
A parte una cover di Bob Dylan “Oh, Sister”, tutte le canzoni di When The Trouble’s All Done sono originali scritte da Turner o co-scritte con Schneider.

Ascolta l’album.

Th Da Freak – Indie Rock (2023)

Il titolo “Indie rock” potrebbe assumere automaticamente il marchio di fabbrica del disco, in realtà non è così. Il nono album dei The Da Freak dal 2014 non segue tale aspirazione stereotipata, perché “Indie rock” si muove attraverso varie sfumature musicali.
Ci sono accenni di suono indie nelle forme di indie rock e indie pop, ma questi non sono gli unici generi in cui ti imbatterai in questo viaggio sonoro accattivante. Al contrario, l’artista rivela una raccolta completa delle migliori proprietà prese in prestito da generi come garage rock, surf rock, psych-rock, psych-pop, power pop, dream pop, noise pop, shoegaze, alternative e lo-fi. Tuttavia, si rimarrà sorpresi dal modo in cui Th Da Freak ha combinato tutti questi elementi durante l’assemblaggio.
Indie Rock porta così tante idee eccezionali distillate in orchestrazioni impressionanti.

Ascolta l’album

The Traveling Wilburys — Omonimo (1988)

Questo improvvisato quintetto nato quasi per gioco, altri non sono che Bob Dylan, Jeff Lynne, Tom Petty, Roy Orbison e George Harrison. Un disco nato per scherzo, un nome creato ad arte, ed i protagonisti che non vogliono apparire nella loro reale identità: infatti, si fanno chiamare Lucky, Nelson, Otis, Lefty e Charlie T. Junior.

Disco divertente e poco prevedibile, mette a confronto il lavoro di grandi talenti che, una volta tanto, caso abbastanza raro, funziona molto bene. L’album è bello e molto godibile, con arrangiamenti ad hoc e grandi voci, tra le più belle del panorama “rock classico”. Forse il suono della band richiamerà alla memoria stagioni passate da molte lune. Gli anni ’50 si mischiano ai rivoluzionari sixties: voci esili e coretti doo-woop insieme ad atmosfere liverpooliane. Rock, calipso, fifties, beat ed altre meraviglie è quello che questo disco propone insieme ad un moderato uso di chitarre elettriche. Vediamo le canzoni.

Handle with care è una ballata in cui i cinque Traveling Wilburys si alternano a turno, cantando ognuno una propria strofa, e già si sente la “stoffa” dei partecipanti. Dirty World è un’ampia ballata degna del miglior Bob Dylan che canta molto bene ed è accompagnato da una abile sezione di fiati. Rattled richiama certe affascinanti ballate in stile anni ’50 con ritmi e tonalità rock and roll. Last Night è piacevolissima, orecchiabile, cattura subito al primo ascolto, canta Tom Petty e Jeff Lyne lo assiste mentre Roy Orbison canta una piccola strofa con la sua voce inconfondibile. Not Alone Any More è decisamente un brano marcato Roy Orbison. Certe melodie in questo album ricordano i Beatles, non a caso vi partecipa George Harrison e poi bisogna ricordare che i Bealtles furono influenzati (e non poco) da Roy Orbison. Congratulations, tra le più belle, è un’altra melodia in stile Bob Dylan, non mancano i cori ben curati ed una steel guitar che accompagna la voce di Bob. Heading for the Light vede invece George Harrison primeggiare sugli altri in una melodia che può ricordare marginalmente i Beatles. Tra le più belle canzoni vi è sicuramente anche Margarita con una chitarra potente e la bella voce solista di Tom Petty. Tweeter and the Monkey Man invece vede nuovamente un Bob Dylan in perfetta forma cantare come soltanto lui sa fare. Anche questo brano risulta sicuramente tra le più belle ballate di questo disco che è un’autentica sorpresa. La decima canzone End of the Line, conclude l’album. E’ la degna chiusura per i Traveling Wilburys che li vede nuovamente cantare con una strofa a turno.

Traffic — John Barleycorn Must Die (1970)

Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”

I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”. Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.

Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica. Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.

Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.

La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.