The Third Mind – Right Now! (2025)

RiB – Recensioni in Breve

The Third Mind con “Right Now!”, sono al loro terzo album. Registrato dal vivo in quattro giorni nei Sound Recording Studio di Los Angeles. “Right Now!” è una combinazione di istinto e improvvisazione da parte di musicisti esperti che si incontrano in tempo reale per trovare le canzoni man mano che procedono. “Tutto in questo disco è intuitivo”, afferma il co-fondatore di The Third Mind Dave Alvin. “Siamo cinque musicisti che camminano su una corda tesa, improvvisando un dialogo tra loro”. 
Come i suoi predecessori, “Right Now!” attinge ampiamente al repertorio degli anni ’60, rielaborando classici come “Shake Sugaree” di Elizabeth Cotten, filtrati attraverso la versione del 1966 di Fred Neil, e la tradizionale murder ballad “Pretty Polly”, che si colloca a metà strada tra i Grateful Dead e Neil Young & Crazy Horse. 
The Third Mind si attiene ad alcune linee guida fondamentali: presentarsi, non pensarci troppo e abbandonarsi al momento; niente prove, niente arrangiamenti scritti, niente discussioni sull’approccio, solo un elenco di canzoni e tastiere pensate per servire da guida nel viaggio della band verso ovunque lo spirito li porti. 

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Tedeschi Trucks Band and Leon Russell Present: Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live at LOCKN’) (2025)

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Mad Dogs & Englishmen Revisited (LIVE AT LOCKN’) della Tedeschi Trucks Band è un commovente e ambizioso tributo all’omonimo e iconico album live originale del 1970 di Joe Cocker e Leon Russell, registrato durante una storica esibizione al LOCKN’ Festival del 2015 in Virginia.
La scaletta di 14 brani è una lettera d’amore ai Mad Dogs & Englishmen originali, con dei classici senza tempo. La voce imponente di Susan Tedeschi è alla base di molti brani ma anche lo straordinario trio di cori formato da Alecia Chakour, Mark Rivers e Mike Mattison fanno grande il disco, dimostrando che la Tedeschi Trucks Band sia considerata una delle migliori band in circolazione.
Mad Dogs & Englishmen Revisited è più di un tributo e di una registrazione d’archivio: è un documento vivente della capacità della musica di unire le generazioni. L’inclusione dei membri originali accanto a pesi massimi contemporanei come Warren Haynes e Anders Osborne sottolinea l’atemporalità della visione di Cocker e Russell. 

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The Telephone Numbers – Scarecrow II (2025)

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Scarecrow II, il seguito dell’album di debutto dei The Telephone Numbers del 2021; The Ballad of Doug, sembra aver bilanciato con successo la bellezza inarrestabile dell’album con un tocco di grinta musicale. In questo contesto, il jangle alla Byrds di “Goodbye Rock n Roll” e “Falling Dream” è avvolto da una cornice indie-folk o demi-roots che ne esalta la grazia distintiva. Nel frattempo, “Be Right Down”, “Pulling Punchlines” e “Telephone Numbers Theme” mantengono il loro marchio di fabbrica melodico incorporando un tocco di college rock dei primi R.E.M. o dei Miracle Legion, dando vita a un sound che aggiunge una nuova dolcezza alla loro estetica. Nonostante questo nuovo slancio, i The Telephone Numbers offriranno sempre un ricco fascino guitar pop come naturale conseguenza del loro DNA musicale. Scarecrow II offre ancora questi momenti in abbondanza, con il delicato e jangle guitar pop che ricorda i Big Star. Nel loro album migliore, i Telephone Numbers intorbidano perfettamente le acque meravigliosamente stridenti con un effetto davvero sorprendente…

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Alphonso Trent, il piano e la direzione

Il 14 ottobre 1959 a Fort Smith, in Arkansas muore il pianista e direttore d’orchestra Alphonso Trent.
Alphonso E. “Phonnie” Trent è stato un pianista jazz e bandleader statunitense, noto per aver guidato una delle più raffinate “territory bands” del Sud-Ovest degli Stati Uniti tra gli anni ’20 e ’30. Sebbene oggi sia meno conosciuto, la sua orchestra fu considerata all’avanguardia per l’epoca, influenzando profondamente lo sviluppo del jazz orchestrale.
Nato a Fort Smith, Arkansas, in una famiglia della classe media, Trent iniziò a studiare pianoforte fin da giovane. Durante l’adolescenza suonò in diverse band locali e, nel 1923, si unì al gruppo Synco Six di Eugene Cook, assumendone presto la leadership .
Nel 1925, la Alphonso Trent Orchestra ottenne un ingaggio all’Adolphus Hotel di Dallas, Texas, che si protrasse per 18 mesi—un record per un’orchestra afroamericana dell’epoca. Durante questo periodo, la band fu la prima formazione nera a essere trasmessa regolarmente via radio su WFAA, raggiungendo un vasto pubblico negli Stati Uniti centrali e in Canada .
La band era nota per la sua precisione, l’attenzione alla qualità del suono e l’innovazione negli arrangiamenti. Tra i musicisti che vi militarono figurano nomi illustri come Stuff Smith, Charlie Christian, Snub Mosley, “Sweets” Edison e Peanuts Holland .
Nonostante il successo, Trent preferì rimanere nel Sud-Ovest, evitando le grandi città della East Coast. Dopo lo scioglimento della band nel 1934, tornò alla musica nel 1938 con una nuova formazione, continuando a esibirsi fino agli anni ’50 .

Cecil Taylor

A portare oltre ogni accettabile convenzione stilistica le possibilità del pianoforte fu Cecil Taylor, vulcanico, travolgente improvvisatore, incurante di ogni regola, che iniziò a essere conosciuto per le sue lunghissime, deliranti esecuzioni dal vivo, a volte lunghe più di un’ora e senza alcuna possibile riconoscibilità di temi e strutture, un magma continuo che trasformava lo strumento in una devastante macchina sonora. Completamente al di fuori dei rapporti consueti tra melodia e armonia, Taylor usava il pianoforte come un caleidoscopio cromatico e percussivo, con una forte intellettualizzazione che rendeva la sua musica difficilmente accettabile se non a una ristretta cerchia di appassionati. La sua è stata forse la musica più difficile del periodo, prossima a quello che poi è diventato uno stereotipo, di gran lunga esagerato, che ha interpretato la rivoluzione free come musica ostile e inascoltabile, priva di reali intenti comunicativi e perfino sospettata di essere un bluff totale.
Lo stereotipo derivava da certi eccessi di radicalità, tipici di una stagione che incoraggiava estremismi di ogni genere.

Peter Tosh

L’11 settembre 1987 a Kingston in Giamaica tre uomini entrano nella casa di Peter Tosh per rubare. Qualcuno ha detto loro che il cantante è all’estero e che l’abitazione è vuota, ma l’informazione è falsa. Tosh è in casa e non è solo. Con lui ci sono il cuoco vegetariano che l’accompagna ovunque e un amico disk jockey. È un problema che si può risolvere. Spianano le pistole e li uccidono.
Peter Tosh, nato Winston Hubert McIntosh il 19 ottobre 1944 a Grange Hill, Giamaica, è stato un cantante e musicista giamaicano fondamentale per la storia del reggae. È stato uno dei membri fondatori del gruppo The Wailers insieme a Bob Marley e Bunny Wailer, con cui iniziò la carriera musicale nei primi anni Sessanta a Trenchtown, Kingston.
Tosh era noto per la sua voce profonda e per le sue capacità di chitarrista, oltre che per il suo carattere militante e il forte impegno politico e sociale. Dopo lo scioglimento dei Wailers nel 1973, intraprese una carriera solista di successo, con album celebri come Legalize It (1976), che promuoveva la legalizzazione della marijuana, e No Nuclear War (1987), con cui vinse un Grammy Award.
Peter Tosh è ricordato anche come un attivista rastafariano e un simbolo della lotta contro l’apartheid e per i diritti civili.

Olafur Arnalds & Talos – A Dawning (2025)

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A Dawning, album profondo frutto della collaborazione tra il compositore, produttore e polistrumentista islandese Ólafur Arnalds e il compianto cantautore irlandese Talos (Eoin French). Unendo le voci musicali uniche dei due artisti, l’album si muove tra momenti di pura emozione e luminosa speranza, invitando gli ascoltatori a un potente viaggio sonoro. Con le sue otto tracce evocative, A Dawning si pone sia come celebrazione del sodalizio artistico sia come sentito tributo alla duratura eredità di Talos.
Questa è musica per tenerci a galla in acque oscure, guidandoci verso un barlume di luce all’orizzonte. Fortemente consigliato.

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James Son Thomas ed il Blues “rurale” ed arcaico

Il 13 Ottobre del 1926, ad Eden, nel Missouri, U.S.A., nasceva il bluesman James Son Thomas. James Thomas è cresciuto nel delta del Mississippi, una regione ricca di tradizione blues. Ha iniziato a suonare la chitarra in gioventù, imparando da musicisti locali e sviluppando uno stile profondamente radicato nel Delta blues. I suoi primi anni di vita furono segnati dal duro lavoro, compreso il lavoro come mezzadro e becchino, esperienze che avrebbero influenzato sia la sua musica che la sua arte. Lo stile musicale di Thomas era caratterizzato dalla sua voce potente e dal suo abile modo di suonare la chitarra. Si esibiva spesso da solo, con un repertorio che includeva brani tradizionali del Delta blues così come le sue composizioni. La sua musica era cruda ed emotiva, riflettendo le lotte e le storie della sua vita e della sua comunità. Oltre al suo talento musicale, James “Son” Thomas era un abile artista folk, noto per le sue sculture in argilla. Le sue opere d’arte spesso raffiguravano teschi umani, animali e oggetti di uso quotidiano, resi con una qualità grezza ed espressiva. Queste sculture riflettevano il suo profondo legame con la terra e le sue esperienze come becchino. Le sculture di Thomas hanno attirato l’attenzione dei collezionisti e sono state esposte in gallerie e musei. Il suo lavoro è celebrato per la sua autenticità e il suo potente legame con la storia culturale e sociale del delta del Mississippi. James “Son” Thomas ha lasciato un impatto duraturo sia nel mondo del blues che in quello dell’arte popolare. La sua musica e la sua arte offrono una finestra sulla vita e sull’anima del Delta, catturando l’essenza di una regione e uno stile di vita che ha profondamente influenzato la cultura americana. L’eredità di Thomas è preservata attraverso le sue registrazioni, le sue sculture e i ricordi di coloro che lo hanno visto esibirsi. Il suo contributo al blues e all’arte folk continua ad essere celebrato, assicurando che la sua voce e la sua visione rimangano una parte vitale della storia culturale americana.

Tinariwen — Emmaar (2014)

Dopo l’ennesimo ascolto di Emmaar, il parallelo con Tassili, ultimo lavoro uscito nel 2011, è inevitabile. Il gruppo maliano che ha fatto, e continua a far conoscere la cultura tuareg in giro per il mondo, con questo disco, non si discosta di molto dal suo predecessore. Due sono soprattutto gli elementi in comune: deserto e messaggio. Il primo è stato registrato nel deserto algerino, Emmar invece, in quello nord americano del Joshua tree. Il messaggio: la musica come strumento di ribellione.

Il suono invece, pur restando nell'”area” del blues rurale, una delle massime espressioni della musica afro-americana, è leggermente più elettrico, a differenza di Tassili, più acustico. Titolari di un nuovo genere musicale chiamato Tishoumaren, ovvero la musica degli ishumar: ishumar, che significa disoccupato, si riferisce alla generazione di giovani esuli touareg che hanno abbandonato il loro territorio prostrati dalla siccità e dalla repressione delle autorità. I Tinariwen hanno combinato le forme musicali tradizionali touareg e del Mali con una moderna sensibilità ribelle e radicale: strumenti tradizionali come il liuto teherdent ed il flauto utilizzato dai pastori sono stati abbandonati in cambio di chitarra elettrica, basso e batteria, mantenendo però il tradizionale violino ad una corda del Mali.

Chi ha aprezzato Tassili non rimarrà deluso da questo ultimo lavoro, ma, ad onor del vero, non rimarrà neanche particolarmente colpito visto che la “colonna sonora” è rimasta in linea di massima pressoché la stessa, è solo leggermente più “elettrico” ed è stato probabilmente l’ambiente “deserto” a far questa differenza. 

Talking Heads

La chiamano new wave, nuova onda, ma non si sa bene di cosa. Dovrebbe essere rock, ma la gran parte delle formazioni che la praticano con il rock ha poco a che vedere. Si tratta di una nuova musica, sotto ogni punto di vista. C’è un pugno di musicisti, tra l’Inghilterra e l’America, che si mette al lavoro sull’ipotesi di un nuovo ordine del suono. Tra questi c’è un gruppo americano che fonde le esperienze di tutti in un nuovo esaltante progetto musicale, i Talking Heads di David Byrne. Inglese di nascita ma americano di formazione, leader della band, Byrne intuisce per primo il futuro cosmopolita della nuova ondata musicale che sta scuotendo le coscienze di mezzo mondo.

Il loro album d’esordio, 77, è un rock modernista e spigoloso in cui si riscontrano molte analogie con il punk, Byrne ha probabilmente solo una vaga idea della direzione che quella musica prenderà nei quattro anni a seguire. Dal look “normale”, Byrne, ma con facile inclinazione alla lucida follia, canta il brano più famoso dell’epoca, Psycho Killer, che fa da traino al loro primo album, intitolato semplicemente 77. Si tratta di un disco essenziale, diretto, privo di inutili fronzoli ma ricco di fascino, un album nel quale si butta gioiosamente a mare tutta la musica degli anni Settanta, per ricominciare da capo.

Dopo il loro primo album, ancora figlio degli anni Settanta, fin dal titolo, il loro secondo disco, complice Brian Eno, all’epoca predicatore, con altri, della morte del rock, le loro canzoni prendono forme differenti, si staccano dagli stili classici per sondare strade nuove. Con More Songs about Buildings and Food, del 1978, i Talking Heads inaugurano la splendida collaborazione con Eno e iniziano la propria ricerca musicale tra modernità e radici nere. Ed è l’Africa la terra della nuova nascita. Non è solo rock, insomma, ma è anche pop, blues, musica di ogni genere e colore, quella che gli Heads sembrano inseguire anche nell’album seguente, il bellissimo Fear of Music, del 1979, dove a fianco delle sonorità elettroniche trova sempre maggior spazio l’influenza di quelle africane. Ma il vero capolavoro è il disco che inaugura, con una sorta di grande affresco multiculturale, gli anni Ottanta: Remain in Light. La collaborazione tra Brian Eno e David Byrne dipinge uno scenario che, come si diceva all’epoca, si muove tra metropoli e deserto. Il funk, l’elettronica, l’Africa, il rock, la new wave, tutto si mescola in un album che è fuori dai generi e dalle categorie abituali, dove avanguardia e godibilità si fondono gioiosamente.

Dopo questo capitolo musicale, Eno abbandona la collaborazione e a margine, con Byrne, realizzano lo straordinario My Life in the Bush of Ghosts, probabilmente l’album che ha maggiormente influenzato lo sviluppo della musica degli anni ottanta.

La tappa seguente è quella di Speaking in Tongues, del 1983, un disco pop perfetto, mescolato di funk e canzone, un disco che riesce a essere al tempo stesso leggero e geniale. Contemporaneamente realizzano Stop Making Sense, un lungometraggio dal vivo, che racchiude bene lo spirito della band, la sua originalità. Il disco successivo, Little Creatures del 1985, non riesce a colpire né entusiasmare frutto di pochissima ispirazione. L’ultimo capitolo discografico dei Talking Heads è del 1988, Naked, un disco che cerca di racchiudere in maniera intelligente tutte le diverse anime musicali del gruppo, mettendo insieme, come nel caso di Remain in Light, musicalità rock, elementi africani, latinoamericani, pop, canzone, in una colorata sarabanda. Dopo, ci sarà solo Sax and Violins, un brano pubblicato nel 1991, per la colonna sonora del film di Wim Wenders, “Fino alla fine del mondo.”

Se c’è stato un gruppo che meglio ha rappresentato l’elitè del rock degli anni Ottanta sono stati proprio i Talking Heads. Creativi, eclettici, guidati dalla personalità affascinante e curiosa di David Byrne, gli Heads hanno provveduto, con un’estetica inizialmente in tutto figlia del punk, ad abbattere e rifondare il concetto stesso di rock. Non sono stati un gruppo rock nel senso pieno del termine, o almeno, non lo sono stati secondo le regole in vigore fino all’evento del punk. Grandi.