Willie Smith, uno specialista di sax alto

Il 7 marzo 1967 muore di cancro a Los Angeles, in California, il cinquantaseienne Willie Smith, all’anagrafe William McLeish Smith, considerato, insieme a Johnny Hodges e Benny Carter, uno dei tre grandi specialisti di sax alto degli anni Trenta.
Willie Smith è stato un sassofonista jazz americano, noto soprattutto per il suo stile raffinato e la sua lunga collaborazione con Jimmy Lunceford e Harry James.
Iniziò a suonare il sassofono contralto negli anni ’20 e divenne famoso negli anni ‘30 come membro della Jimmy Lunceford Orchestra, una delle big band più importanti dell’epoca swing.
Il suo stile era elegante, fluido e con un fraseggio sofisticato, caratterizzato da un suono caldo e impeccabile.
Dopo la morte di Lunceford nel 1947, si unì alla Harry James Orchestra, con la quale suonò per diversi anni.
Willie Smith è spesso ricordato come uno dei più grandi sassofonisti swing, un vero maestro dell’altissimo livello tecnico e del lirismo espressivo. Anche se il suo nome non è sempre tra i più citati, ha influenzato molti sassofonisti successivi e ha lasciato un segno nella storia del jazz.

Bruce Springsteen — High Hopes (2014)

Le pubblicazioni discografiche nell’ultimo decennio del Boss (riferite alla data di questa pubblicazione), sono un susseguirsi altalenante di discrete e buone confezioni sonore. Con High Hopes, Springsteen si assesta su posizioni di tutto rispetto, anzi più che buone, ottime direi. Il rock è il suo disperato amore e lo interpreta con grande anima e passionalità e, alla faccia di tutti i suoi detrattori, prosegue imperterrito sulla sua linea ortodossa riuscendo a dare ancora ottime vibrazioni e feeling.

Quando pubblica il disco ha sessantaquattro anni, e ha imparato che “la vita ha i suoi paradossi”, così come il rock’n’roll, che “porta con se una certa gioia, una felicità che è ciò per cui vale la pena vivere”. Ma parla anche sempre di “gelo e della solitudine che abbiamo dentro”. In questo diciottesimo album in studio, riesce a farci stare dentro tutto, la felicità e la solitudine, l’oscurità ai bordi della città ma anche l’energia che trasforma i suoi concerti in quanto di meglio si possa oggi vedere su un palcoscenico rock’n’roll.

Coadiuvato dagli amici di sempre: Roy Bittan (piano, tastiera, fisarmonica), Danny Federici (organo, tastiera), Nils Lofgren (chitarra, cori), Patti Scialfa (cori), Garry Tallent (basso), Steven Van Zandt (chitarra, mandolino, cori), Max Weinberg (batteria), ospita musicisti come: Soozie Tyrell (violino, chitarra, cori) Charles Giordano (organo, fisarmonica, tastiera), Jake Clemons, Ed Manion, Curt Ramm, Barry Danielian, Clark Gayton (sassofoni, trombe, tromboni, tuba), è soprattutto la presenza non indifferente di Tom Morello alla chitarra e voce che fa la differenza.

Il vecchio Boss mette a punto una dozzina di brani, (tre sono delle cover) di grande rilievo che sono più vicini alla tradizione Rock di quanto facesse con le ultime produzioni. Bruce ha distribuito i rinforzi nei vari pezzi ottenendo come risultato una nobilitazione di praticamente tutto il suo ultimo repertorio. Ha voluto ancora una volta dare prova del suo valore e ha confezionato un disco che deve essere additato come esempio di coerenza e professionalità: la sua voce e la sua musica non risentono degli anni, portati tra l’altro benissimo, e sono ancora in primo piano a sottolineare la fierezza del Rock. Springsteen lavora per accumulo (in tutti i sensi: accumulo di significati e di racconti, di suoni, di stili) e si candida così a un ruolo di sintesi della musica americana, il ruolo di custode dell’ortodossia rock’n’roll.

Si potrà obiettare che la musica proposta non è una novità però una cosa è certa che quando le note di questo “High Hopes” riempiranno le vostre orecchie sarà subito divertimento e il vostro piede inizierà subito a muoversi per seguire il pulsare del ritmo quando sentirete “High Hopes”, “Just Like Fire Would” e “Frankie Fell In Love”, sarà soprattutto emozione quando ascolterete “American Skin”, “Heaven’s Wall” e “The Ghost of Tom Joad”, sarà semplicemente rock quando ascolterete “Harry’s Place”, “Down in the Hole” e “This is Your Sword”.

In fondo cari amici come diceva qualcuno… “It’s Only Rock’n Roll, But I Like It”.

Magic Slim: dal Mississippi a Chicago in nome del Blues

Magic Slim, nato Morris Holt il 7 agosto 1937, è stato un leggendario chitarrista e cantante di blues americano, noto per il suo contributo al genere “Chicago blues”. Nato a Torrance, Mississippi, Magic Slim ha sviluppato il suo stile distintivo che fondeva la forza del blues del Delta con la complessità elettrica del blues di Chicago.
Inizialmente, Holt suonava il pianoforte, ma dopo aver perso un dito in un incidente, si dedicò alla chitarra. Trasferitosi a Chicago negli anni ‘50, fu influenzato da artisti come Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Little Walter. Dopo aver suonato per qualche tempo come bassista per Magic Sam (da cui derivò il soprannome “Magic”), iniziò a formare la sua band, i “Teardrops”.
Magic Slim & The Teardrops divennero uno dei gruppi di blues più rispettati, mantenendo sempre viva la tradizione del blues elettrico puro e grezzo. Era noto per il suo suono crudo e potente, fatto di riff pesanti e linee di basso trascinanti, che incarnavano perfettamente lo spirito del Chicago blues.
Magic Slim ha registrato numerosi album e girato in tutto il mondo, guadagnandosi l’ammirazione sia degli appassionati di blues che dei musicisti contemporanei. È stato spesso considerato uno degli ultimi autentici portavoce del blues tradizionale di Chicago, mantenendo lo stile vivo fino alla sua morte avvenuta il 21 febbraio 2013 a Filadelfia, Pennsylvania, USA.

Stormy Six — Un biglietto del tram (1975)

Anni caldi questi. Siamo a metà degli anni settanta ed esattamente nel ’75 esce questo disco che è il più bell’esempio di “musica politica” mai prodotto in Italia. L’album “Un biglietto del tram” è il primo vero album decisamente originale e con forti contenuti politici degli Stormy Six.
Forse è storia o forse è leggenda che a Milano alcune frange del “movimento” abbiano accusato gli Stormy Six di deviazionismo, la colpa: incidere dischi e, soprattutto, venderli! Questo è stato lo scotto di una notorietà costruita concerto dopo concerto, piazza dopo piazza.
La grandezza di questo “progetto” è stata nella capacità di saper raccontare attraverso le “immagini”, un’Italia in guerra.

Il disco apre con quello che diventerà uno dei loro portabandiera, la bellissima “Stalingrado” (…sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città) canzone di forte spessore che rievoca l’omonimo assedio. “La fabbrica” (…e corre qua e là un ragazzo a dar la voce si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce) ci restituisce l’atmosfera di paura e fervore che precede il grande sciopero del marzo del 1943 nelle fabbriche del nord. “Arrivano gli Americani” (…arrivano gli americani, garibaldini marziani, Vergine Santa, hai sentito le nostre preghiere!) testo ironico e di facile riff che rimane nella mente, imperniato sulla “liberazione americana (?)”. “8 Settembre” (…ammazzati come cani, un cartello appeso al collo: ’PARTIGIANI’) probabilmente il brano più intenso dove i testi e la musica si intrecciano in un tutt’uno canzone carica e profonda ed espressione di una grande tragedia. “Nuvole a Vinca” (…dove sono i giovani, prigionieri in Africa, deportati a Buchenwald o sui monti, liberi…) rende palpabile la paura provocata dalla polvere che si solleva e da quella moto con sidecar che sgomma sulla piazza prima del massacro. La bellissima “Dante di Nanni” (…e cento volte l’hanno ucciso, ma tu lo puoi vedere: gira per la città, Dante di Nanni) affronta naturalmente la resistenza e diviene una figura quasi mitica, il simbolo di una battaglia che, trent’anni dopo, non doveva cessare. “Gianfranco Mattei” (…e se per di più sei un comunista ed un ebreo, dalle mani dei nazisti ti salvi il tuo Dio!) brano a ricordare tutte quelle persone che hanno speso la propria vita in cambio della nostra libertà. In “La sepoltura dei morti” (…la morte non vale nemmeno il giornale che leggi e che poi butti via) c’è l’amara riflessione di quello che è avvenuto in seguito ai fatti cruciali del ‘900 e delle sue conseguenze. “Un biglietto del tram” (…non bastava un biglietto, un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto?) conclude amaramente l’album.

Ora più che mai questo disco risuona attuale, in un momento che i giovani sembrano incapaci di stare a sentire un ragionamento politico per più di cinque minuti, sarebbe l’occasione giusta per ascoltare questo disco. Disco che, sia chiaro pur essendo “politico” nei suoi testi, rimane musicalmente parlando ricco di spunti e di idee. Gli strumenti creano un tappeto sonoro che non fa da supporto ma, è parte integrante alle parole stesse, un disco quindi dove anche la Musica ha un valore non secondario.

Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)

Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi.

Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco. Come successe con il disco precedente, anche Jeff Tweedy, estroverso e geniale chitarrista, non impone il suo suono e, come fece Cooder, accompagna solamente la cantante di colore, ricucendole attorno delle sonorità rock e blues per poi intrecciarle alla profonda e bellissima voce gospel della Mavis.

A differenza di “We’ll Never Turn Back”, dove la Staples recupera brani del periodo della lotta per i diritti civili e i testi parlano di lotta e di emancipazione, in questo suo ultimo lavoro le tredici canzoni si orientano verso un repertorio più classico e sacro.

Un disco importante, bello e profondo.

Sea Dramas – Escape Scenes (2024)

Tornato alla sua prima produzione sonora dopo quasi quattro anni, il progetto discografico solista di Scott Petersen chiamato “Sea Dramas” ritorna con un secondo album “Escape Scenes” che ci ricorda quanto possano essere belle le vorticose trame sonore della sua musica.

Registrato durante il periodo del blocco Covid 2020-2021 nella sua città natale di San Francisco, così pesantemente colpita dalla pandemia (ovvero la prima metropolitana statunitense ad essere posta in uno stato di blocco completo), questa pubblicazione vede Petersen esplorare l’essenza e il significato del “concetto di tempo” che è stato così crudelmente instillato nella nostra coscienza collettiva durante il nostro ‘nuovo’ e mai vissuto prima isolamento casalingo.

Mentre le diverse sfumature del tempo si riflettono nelle immagini dei nomi dei brani, con la luna, le maree, i lunghi addii e il tramonto tutti affrontati, sono le sfumature musicali con cui sceglie di esprimere i suoi sentimenti che muovono l’album. I brani adottano un suono folk stridente con un suono pop orchestrale, generando un incontro armonioso e profondo.

Ascolta l’album

Anarchy in the U.K. – Sex Pistols (1977)

L’anarchia è una società senza governo né legge. I Sex Pistols erano molto anti-establishment (come lo erano molti giovani in Inghilterra), ma la canzone in realtà non sostiene l’anarchia. “Ho sempre pensato che l’anarchia sia un gioco mentale per la classe media“, ha detto a Rolling Stone il frontman John Lydon . “È un lusso. Può essere concesso solo in una società democratica, quindi un po’ dannatamente ridondante. Inoltre non offre risposte e spero che nel mio scrivere canzoni sto offrendo una sorta di risposta a una cosa, piuttosto che voler rovinare tutto con dispetto, senza alcuna ragione, a parte il fatto che non ti va bene.”

Questo fu il primo singolo dei Sex Pistols e suscitò molto scalpore in Inghilterra con i suoi testi che incitavano alla violenza contro il governo. Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols venne pubblicato solo un anno dopo, in parte a causa di problemi di distribuzione: dopo aver ascoltato “Anarchy In The UK”, alcune organizzazioni si rifiutarono di spedire l’album.

Point Blank – Bruce Springsteen (1980)

Dopo l’esplosione sonora di Born to Sun che affermano finalmente Springsteen come grande talento della musica degli anni Settanta, Bruce è costretto ad allontanarsi dalle scene per un lungo periodo. Anche se per fortuna i problemi sono di origine contrattuale Bruce rimane segnato. Nel 78 pubblica Darkness on the Edge of Town e due anni dopo The River da cui è tratta Point Blank.

Canzone carica di dolore che narra di una fine drastica, la fine di un amore, ma anche di una vita che viene spezzata di colpo, anche se resta aperta la possibilità che si tratti solo di una morte interiore. Anche la melodia e i sublimi arrangiamenti fanno di Point Blank una delle canzoni più splendidamente tragiche di tutta la discografia di Bruce Springsteen.

Il giorno in cui ci lasciò Demetrio

Il 13 giugno 1979 muore in una clinica di New York Demetrio Stratos, una delle voci più significative della musica degli anni Settanta.  Nessun altro cantante, tra quelli a noi noti, ha approfondito e sperimentato quanto lui lo studio delle potenzialità di quel meraviglioso strumento che ciascuno porta con sé: la voce. Si faceva chiamare Demetrio Stratos ma il suo vero nome era Efstràtios Dimitrìu (Ευστράτιος Δημητρίου), un nome già di per sé traboccante di suoni, di intrinseca musicalità. Un nome indissolubilmente legato agli Area, gruppo protagonista della scena progressive rock italiana degli anni ’70, musicisti d’eccellenza che seppero andare oltre quella cornice, svincolandosi dai canoni prevalenti del genere e incamminandosi sui nuovi percorsi del nascente jazz-rock americano, antesignano della fusion. Nell’evoluzione artistica degli Area, Stratos ebbe una funzione importantissima. Possiamo valutare il suo spessore e la sua complessità culturale, prima ancora che la sua tecnica vocale, solo conoscendo le sue origini e suoi principali percorsi artistici e di vita. Stratos nacque il 22 aprile 1945 ad Alessandria d’Egitto, da una famiglia greca; già dalla nascita fu presente in lui un certo cosmopolitismo che più avanti si sarebbe accentuato ulteriormente. Nell’arco di tredici anni, riuscì ad inglobare uno straordinario caleidoscopio di suoni, accenti, intonazioni. Cominciò subito a frequentare il conservatorio studiando il pianoforte e la fisarmonica fino ai dodici anni, quando il colpo di stato di Nasser ai danni di re Faruq cambiò sensibilmente la situazione politica in Egitto. Si trasferì a Cipro dove continuò i suoi studi al Collegio Cattolico di Terra Santa e vi rimase per tutta l’adolescenza. A diciassette anni, ormai giovane universitario, si trasferì a Milano per iscriversi alla Facoltà di Architettura. Ma la sua vera passione era ancora e sempre la musica, e fin dal 1963, ad appena diciotto anni, formò vari gruppi musicali per poi approdare alla band dei Ribelli. insieme al batterista di origini turche Giulio Capiozzo, Stratos fondò gli Area (International POPular Group). Inizialmente entrarono a far parte della band il futuro bassista della Pfm Patrick Djivas, il tastierista Leandro Gaetano (tutti e due provenienti dal gruppo di Lucio Dalla), il sassofonista belga Victor Edouard Busnello e il chitarrista italo-ungherese Johnny Lambizzi. Con quella formazione registreranno il primo disco solista di Alberto Radius, nel quale peraltro è contenuto un brano/improvvisazione dal titolo Area. Parteciperanno nel 1972, come spalla, al tour dei Nucleus e, visto il successo, subito dopo apriranno anche una lunga serie di concerti dei Gentle Giants e di Rod Stewart. Fu in quel periodo che Paolo Tofani (proveniente dai Califfi) e Patrizio Fariselli, sostituirono rispettivamente alla chitarra e alle tastiere, Lambizzi e Leandro. Con quest’ultima formazione collaborarono strettamente Gianni Sassi e Sergio Albergoni, in arte Frankenstein, soprattutto nella stesura dei testi ma anche come “supervisori” di progetti e sperimentazioni. Gli Area parvero subito una band eclettica e dirompente che riuscì ad imporsi grazie ad una innovativa e sperimentale fusione di generi. Al rock progressivo mescolarono jazz, free jazz, funky, pop, elettronica e importanti influenze etniche (dalla musica balcanica a quella araba e magrebina). A ciò si aggiunse un esplicito impegno politico e sociale, una militanza che inserì perfettamente la band all’interno della controcultura giovanile degli anni ’70. 

Office Dog – Spiel (2024)

Gli Office Dog, sono un classico trio chitarra, basso e batteria e sono originari dalla Nuova Zelanda. Spiel è il loro album di debutto, un disco energico, dove la bella voce e la chitarra del frontman Kane Strang ha una presenza determinante.
Per quanto Spiel possa avere una sua trama musicale, in questa prima bella produzione risuonano delle sfumature che inesorabilmente portano alla mente suoni e gruppi del passato, ma non per questo, gli Office Dog non possiedono una loro spina sonora che li differenziano.
Le loro dodici canzoni si inerpicano senza paura in profondità emozionali abbastanza complesse, cariche di tensione, liberate dalla chitarra e voce di Strang.
Spiel è buon disco come pochi album di debutto lo sono.

Ascolta l’album