Sidestepper — Supernatural Love (2016)

Il nuovo album dei Sidestepper, il sesto della loro storia ventennale, è anche il loro più significativo, non solo perché Supernatural Love arriva dopo sette lunghi anni di silenzio e dieci dal loro ultimo lavoro con materiale originale, ma perché rappresenta una svolta decisiva e matura nella loro carriera.
Con la collaborazione di un collettivo elettro-cumbia britannico-colombiano, Supernatural Love mette in evidenza le origini Colombiane e Caraibiche della band. Dal momento dell’uscita del singolo “Come See Us Play”, era chiaro che i musicisti avevano lo scopo di recuperare il maggior numero di personaggi organici ed endemici della loro cultura.
Supernatural Love è una immersione totale nella tradizione colombiana. Un recupero delle radici caraibiche e africane ma sviluppate anche con aspetti folcloristici del paese latinoamericano.
Queste caratteristiche sono senza dubbio il filo conduttore che aiuta Supernatural Love a guardare a un suono completo. In tutte le undici tracce dell’album, si può godere di una sensazione trasparente e continua, che ci accompagna indietro nel tempo per farci rivedere le origini di espressive musicali colombiane.
La natura essenziale del disco è in ultima analisi, incarnata nei testi. Un “Amore Soprannaturale” è la caratteristica trasformata in immagini elementari e icone: i quattro elementi, le stagioni, la gioia di vivere e la suadente “carnalità” Caraibica per la vita, sono evidenziate nelle canzoni che raccontano semplici avvenimenti sociali, storie d’amore, racconti ispiratori e le chiamate incoraggianti, che inducono e rafforzano lo spirito comunitario e il senso di condivisione di valori ed emozioni comuni.
Più si ascolta “Amore Soprannaturale”, più ci si rende conto di quanto ci mancano gruppi come i Sidestepper e l’atmosfera positiva che riescono a creare. Tornati finalmente in tutto il loro splendore, non ci resta quindi che gioire.

Brunori Sas – L’albero delle noci (2025)

Recensioni 2025

L’Albero delle Noci di Brunori Sas è un album maturo, profondo e incisivo, che segna la definitiva consacrazione del cantautore tra i migliori della sua generazione. Il disco è fortemente influenzato dalla recente paternità dell’artista (Dario Brunori ha 47 anni), affrontando le ansie, le speranze e la bellezza di questa nuova fase della vita e della “crisi di mezza età” con sincerità e ironia. L’album richiede un ascolto attento e una profonda partecipazione emotiva, in particolare per chi è genitore.
Il tema dell’amore è centrale, declinato nelle sue complessità e negli ostacoli che si incontrano in una relazione duratura. L’album affronta anche il rapporto dell’artista con le sue paure, ora accettate con maggiore serenità. Non mancano riferimenti a temi sociali e riflessioni intime che risuonano in modo universale con la vita dell’ascoltatore. La scrittura è lodata come autentica, incisiva e ricca di riferimenti letterari e filosofici. Brunori racconta se stesso con la massima sincerità possibile.
Un disco “diretto che arriva al cuore” e come un’opera che “scoperchia il tetto delle certezze” e “fa vedere un nuovo cielo.” L’Albero delle Noci è un album che bilancia perfettamente introspezione, emotività e una scrittura magistrale, affrontando con lucidità la fase della maturità.
Brunori Sas è probabilmente il cantautore più interessante di questi anni duemilaventi.

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Quando venne ripubblicato in cd “Un biglietto del tram” degli Stormy Six

Il 29 ottobre 2004 torna nei negozi italiani di dischi Un biglietto del tram degli Stormy Six, (mia recensione) uno dei dischi storici della musica italiana degli anni Settanta.

In Un biglietto del tram gli Stormy Six mettono in poesia l’epopea della resistenza, dalla battaglia di Stalingrado agli scioperi del 1944, dallo sbarco degli angloamericani in Sicilia allo sbandamento dell’esercito italiano dopo l’8 settembre, ai fucilati di Piazzale Loreto, alla lotta di liberazione contro il nazifascismo. Sul piano musicale esprimono un magistrale equilibrio tra ricerca espressiva “colta” e tradizione popolare dando ampio spazio alle parti strumentali e non facendosi catturare dai luoghi comuni pop-rock. Le storie sono raccontate con gusto e slancio popolare ricollegando senza retorica presente e storia, epica e quotidiano. Riascoltarli nella versione originale è un’emozione che fa bene al cuore e alla mente.

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Mavis Staples — One True Vine (2013)

A sei anni dall’ottimo Well never turn back e a tre dal buon You are not alone, ritorna Mavis Staples con “One True Vine”, quattordicesima incisione della sua ultra quarantennale carriera.
Da cantante gospel qual’è, è ancora la fede il comune denominatore dei suoi testi, ma è sempre la sua meravigliosa voce a renderli superlativi. A fronte dei suoi settantaquattro anni, la Mavis non mostra segni di decadimento ma anzi, come i migliori vini rossi, migliora col tempo.
Continuando la collaborazione artistica con Jeff Tweedy leader dei Wilco, iniziata con “You Are Not Alone” nel 2010, di cui è produttore, anche questa volta la Staples riesce a dare il meglio di sé. Fin dalle prime note è palpabile la passione religiosa per il Vangelo e il suo credo incrollabile ma è poi la sua voce e il feeling che riesce a creare che sanno rendere grandi le canzoni e farle apprezzare anche ai più atei ed agnostici. E’ proprio questa la grandezza dell’artista, una donna che sa esattamente come trovare l’anima di ogni lirica e consegnarla con estrema naturalezza, sincera ed onesta.
L’album cresce di ascolto dopo ascolto, ha un effetto magico che riesce a trasportare e soprattutto ad elevare anche lo spirito meno sensibile… che poi è quello che la buona musica dovrebbe fare, e (anche) in questo disco, la Grande Mavis Staples colpisce in pieno. One True Vine è un ottimo disco ed è soprattutto consigliato alle anime in cerca di pace.

Hal Singer, il sassofonista che lasciò gli USA per la Francia

L’8 ottobre 1919 nasce a Tulsa, in Oklahoma, il sassofonista Harold Singer, più conosciuto come Hal Singer. Noto anche come Hal “Cornbread” Singer, è stato un sassofonista tenore e bandleader statunitense, figura di spicco nel jazz e nel rhythm and blues. Nato l’8 ottobre 1919 a Tulsa, Oklahoma, è scomparso il 18 agosto 2020 a Chatou, in Francia, all’età di 100 anni.
Cresciuto nel quartiere afroamericano di Greenwood a Tulsa, Singer fu testimone del massacro razziale del 1921, durante il quale la sua casa fu distrutta. Iniziò a studiare violino da bambino, per poi passare al clarinetto e infine al sassofono tenore, ispirato da musicisti come Ben Webster e Lester Young.
Negli anni ’30 e ’40, suonò con diverse big band, tra cui quelle di Ernie Fields e Jay McShann. Nel 1948, il suo brano strumentale “Corn Bread” raggiunse la vetta delle classifiche R&B, conferendogli notorietà e il soprannome che lo accompagnò per tutta la carriera. Successivamente, collaborò con artisti come Roy Eldridge, Don Byas e Duke Ellington.
Nel 1965, dopo una tournée europea con Earl Hines, si stabilì in Francia, dove continuò a esibirsi e a registrare, diventando una figura influente nella scena jazz europea. Nel 1992, fu insignito del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres dal governo francese.

Patti Smith — Banga (2012)

Tirando in ballo il cane di Ponzio Pilato chiamato “Banga” (dal libro “Il maestro e Margherita” di Bulgakov), la nostra sacerdotessa del rock pubblica il suo undicesimo album. Disco di inediti (a parte un brano) che esce a otto anni da Trampin’ e a cinque da Twelve, album di solo cover.

Patti Smith pubblica un’album di canzoni, quelle classiche, quelle che seguono la “forma” vera, ballate che raccontano “storie” di persone, fatti e tragedie personali e sociali. Tra i brani infatti, troviamo riferimenti che vanno dal terremoto in Giappone alle scomparse di Amy Winehouse e Maria Schneider. Le dodici canzoni che compongono l’album sono costruite su testi importanti, sono riflessioni ed esperienze, cariche di poesia e di reale vita quotidiana. Dodici canzoni per dodici tributi, dodici omaggi a persone, amici, personalità e popoli che in qualche modo hanno colpito i sentimenti della poetessa e che poi ha messo in musica.

Apre il disco Amerigo, il riferimento è a Vespucci e alla sua scoperta del Nuovo Mondo. Bell’inizio con un “triangolo”: voce, pianoforte e violino, che fa ben sperare. April Fool, letteralmente “Pesce d’Aprile” è il singolo che è uscito guarda caso il primo di aprile. Il brano è un omaggio allo scrittore Gogol, nato in questo giorno. Il terzo brano Fuji-San è dedicato alle vittime dello tzunami che ha colpito il Giappone lo scorso anno. Il suono a sentori orientali/nipponici, naturalmente. This Is The Girl ha sapore decisamente “fifties” ed è il ricordo/tributo a Amy Winehouse, tragicamente scomparsa, l’anno scorso. Il quinto brano Banga, è il risultato di una breve crociera a bordo della Costa Concordia. Ottima canzone che ben descrive il moto ondoso dell’oceano. Altro tributo è Maria, canzone malinconica dedicata alla Schneider, anche lei scomparsa nel 2011 e molto amica della Smith. La seconda parte del disco inizia con Mosaic, i riferimenti sonori questa volta ci portano ai paesi dell’est e proseguono con Tarovsky (the second stop is Jupiter) brano dedicato al regista russo. Dall’est all’ovest con un altro omaggio: Nine, e questa volta è il turno di Johnny Deep omaggiato per il suo compleanno. Il secondo brano (decimo della scaletta) scritto durante la crociera a bordo della costa Concordia è Seneca, fisarmonica e violini la fanno da padroni. Siamo al penultimo brano del disco Constantine’s Dream (Sogno di Costantino), dedicato all’affresco di Piero della Francesca conservato all’interno della basilica di San Francesco. Conclude l’album After the Goldrush brano di Neil Young e unica cover del disco, bellissima versione con tanto di coro fanciullesco finale.

Buon disco Banga, molto fruibile e tra i più orecchiabili che la nostra sessantacinquenne abbia mai scritto ma non per questo è un lavoro superficiale ne tantomeno banale. E’ un disco a tutto tondo dove i testi e il suono vanno a braccetto, tutto condito da un’ ottima qualità. Brava Patti!

Warren Smith

Il 28 agosto 1975 muore a Santa Barbara, in California, il trombonista Warren Doyle Smith, più conosciuto con il nome di Warren Smith.
Nato il 17 maggio 1908 a Middlebourne, nel West Virginia, in una famiglia di musicisti Warren inizia a suonare il pianoforte all’età di sette anni. Nel 1920 la sua famiglia si trasferisce a Dallas e qui il giovane Warren inizia a cimentarsi con la cornetta e il sassofono, sotto la guida del padre. Poco tempo dopo però opta definitivamente per il trombone pur continuando occasionalmente a suonare il sax. Nel 1924 ottiene la sua prima scrittura professionale in seno agli Harrison’s Texans, con i quali suona per diversi anni. Alla fine degli anni Venti si stabilisce a Chicago entrando a far parte del complesso di Abe Lyman. Nel 1936 si aggrega all’orchestra di Bob Crosby. È proprio questo sodalizio a portargli fortuna e a far salire le sue quotazioni. Nei quattro anni trascorsi con Crosby, Warren Smith ha occasione di esibirsi nei più eleganti ritrovi di New York, Chicago e Los Angeles e di registrare un gran numero di dischi nei quali ha ampio modo di emergere come solista, rivelando notevoli capacità sia sotto il profilo tecnico-strumentale sia dal punto di vista espressivo.
Nella prima metà degli anni Quaranta suona a Chicago con vari leaders tra cui Wingy Manone, Bud Jacobson, Paul Jordan, ecc… Nel 1945 si sposta sulla West Coast riaggregandosi alla formazione di Crosby che si era nel frattempo trasferito a Los Angeles. Lo si ritrova successivamente nella jazz band del cornettista Pete Dailey, con la quale incide dei buoni dischi per la Capitol, stilisticamente inquadrabili nella scuola Chicago. All’inizio degli anni Cinquanta suona con Jess Stacy, Lu Watters e Nappy Lamare. Nel 1955 viene scritturato per un breve periodo dall’orchestra di Ellington e, successivamente, da Joe Darensbourg, Wild Bill Davison, Ben Pollack, Johnny Lane. Negli anni Sessanta entra a far parte dell’orchestra di Red Nichols con la quale effettua, nell’estate del 1964, una tournée in Giappone. Nei suoi ultimi anni di vita continua regolarmente a esibirsi in seno al clan dei dixielanders della California.

Carrie Smith

Carrie Louise Smith, nata il 25 agosto 1925, è stata una cantante statunitense di jazz e blues, apprezzata per la sua voce potente e la capacità di fondere il gospel con il jazz tradizionale.
Nata a Fort Gaines, Georgia, Smith iniziò la sua carriera musicale nel coro della chiesa, esibendosi al Newport Jazz Festival nel 1957 con il Greater Harvest Baptist Church Choir . Negli anni ’60, apparve nel programma televisivo TV Gospel Time, rivolto al pubblico afroamericano. Il suo primo riconoscimento arrivò negli anni ’70, quando cantò con Big Tiny Little. Nel 1974, ottenne fama internazionale interpretando Bessie Smith (senza legami di parentela) nello spettacolo Satchmo Remembered al Carnegie Hall, prodotto da Dick Hyman .
Negli anni successivi, Smith intraprese una carriera solista, collaborando con la New York Jazz Repertory Orchestra, Tyree Glenn, Yank Lawson e la World’s Greatest Jazz Band. Dal 1989 al 1991, fu protagonista del musical di Broadway Black and Blue, dove interpretò brani classici come “Big Butter and Egg Man”, “Am I Blue” e “I Gotta Right to Sing the Blues” .
Sebbene meno conosciuta negli Stati Uniti, Smith godeva di una solida reputazione in Europa, dove si esibì frequentemente. La sua interpretazione del repertorio di Bessie Smith e la sua presenza scenica le valsero l’ammirazione di critici e appassionati di jazz. Morì il 20 maggio 2012 a Englewood, New Jersey, all’età di 86 anni .

Archie Shepp

Emblema politico del jazz fu il sassofonista Archie Shepp, compositore e poeta statunitense, una delle figure più influenti della musica d’avanguardia e del free jazz. Nato nel 1937, Shepp ha collaborato con artisti del calibro di John Coltrane, Cecil Taylor e Sun Ra, distinguendosi per il suo stile potente e il suo impegno politico. La sua musica è fortemente radicata nel blues e nel jazz tradizionale, ma anche nell’improvvisazione radicale e nella denuncia sociale. Negli anni ’60 e ’70, i suoi album affrontavano temi legati ai diritti civili e all’identità afroamericana, rendendolo una voce importante nel movimento Black Power. Oggi in ombra ma allora in prima linea sul fronte della nuova musica, soprattutto per quanto riguarda il lato più militante dell’avanguardia, quello legato esplicitamente alle rivendicazioni. Lo stesso suono del suo sassofono, forte, vibrante, aggressivo, esprimeva la volontà di un’imperiosa reazione a qualsiasi atteggiamento passivo, di sopportazione e vittimismo nei confronti degli ingiusti trattamenti cui erano ancora sottoposti i neri d’America. Shepp si presentava abbigliato spesso con vistose camicie africane, il che ci porta dritti all’altro tema ricorrente di quegli anni. L’Africa, rivendicata da molti musicisti come una provocatoria risposta di appartenenza, contro l’ipocrisia di una falsa integrazione in terra americana, divenne un simbolo potente. Evocato in particolare da un gruppo di musicisti di eccezionale versatilità e, cosa nuova nel jazz moderno, di spiccata vocazione spettacolare. Si tratta dell’Art Ensemble of Chicago.
Tra i suoi album più noti ci sono Fire Music (1965), Attica Blues (1972) e The Magic of Ju-Ju (1967). Nel corso della sua carriera, Shepp ha anche esplorato la musica africana, il gospel e il funk, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione jazzistica.

Sissoko, Segal, Parisien, Peirani – Les Égarés (2023)

Les Égarés è un gruppo formato da due coppie di musicisti che da anni eccellono nell’arte di incrociare i suoni e trascendere i generi, e sono: Ballaké Sissoko (kora) e Vincent Segal (violoncello) da un lato e Vincent Peirani (fisarmonica) ed Émile Parisien (sax) dall’altro.
La grandezza di questi “maghi” sta sicuramente un’unità di spirito, un suono unico e fluido che disdegna ogni forma di competizione egoistica e mette ogni partecipante al servizio di un bene musicale comune. Né jazz, né tradizione, né cameristica, né avant-garde, ma un po’ tutti insieme, Les Egarés è quel tipo di album che fa dell’orecchio il re di tutti gli strumenti, un album dove il virtuosismo si esprime in arte della complicità, dove l’idea semplice e grandiosa di ascoltarsi l’un l’altro porta alla nascita di una splendida raccolta sonora.
I quattro si sono conosciuti nel giugno del 2019, al Festival Les Nuits de Fourvière, mentre si stavano preparando per celebrare l’anniversario dell’etichetta “No Format”. Quel pomeriggio, sotto un pergolato che li riparava dal sole cocente, iniziarono a suonare, solo per il gusto e il piacere di farlo, e la musica scorreva come una sorgente, fresca e limpida. È stato il ricordo di questa session spontanea che ha fatto nascere l’idea di formare un quartetto di Egarés (“coloro che si sono smarriti”), e successivamente anche il progetto di registrare un’album, questo, per l’appunto.
Fin dalle prime note del disco, traspare una rara bellezza sonora, vibrante e volatile. A nessuno di questi quattro “free styler” piace essere imprigionato, che sia in un ruolo particolare, o in uno stile o suono particolare a cui il loro strumento potrebbe essere così facilmente confinato. Ognuno estrae i diamanti dal proprio zaino e li presenta al gruppo fornendo materiale per un autentico e comune tesoro di musica, oro musicale appunto, fuso in una singolare lega di toni, tocchi, respiri e fraseggi.
Un universo sonoro che parte da melodie africane a base di kora per passare in Armenia e scivolare in direzione della Transilvania attraverso la Turchia. Respiri intrecciati di fisarmonica e sax. Una mescolanza di melodie con echi jazz e di blues ancestrale, che conferiscono l’inebriante sensazione di maestosità e mistero. Un camminare senza sapere dove si sta andando, lasciandosi andare alla deriva e cedendo al piacere di perdersi, un piacere che, da solo, riassume bene la filosofia di questo disco.