Bob Dylan

Bob Dylan, giovane folksinger di origini ebraiche, al Greenwich Village aveva mosso i primi passi in un ambiente regolato dai precetti beatnik. La nuova sensibilità giovanile si formò su questa nuova coscienza, e ovviamente non poteva essere esaurita dalla divertente, ma fatua e artificiale, vitalità della musica pop a cavallo tra i due decenni. Dylan fu la risposta a nuovi bisogni. Se la «Beat generation» aveva sparso nel corso degli anni Cinquanta i semi dell’aperta contestazione alla società americana, sino all’arrivo di Dylan la musica dei giovani americani era rimasta al di fuori di quella dinamica, non riuscendo ad affrancarsi del tutto dalla funzione di intrattenimento in cui era relegata.
Nei primi anni Sessanta il panorama discografico americano era dominato da artisti patinati e inoffensivi, ben lontani dalla potenza trasgressiva dell’esprimere stelle del rock’n’rol. Anche l’esplosione del beat inglese non fece altro che popolare le classifiche di gruppi le cui canzoni erano, dal punto di vista del contenuto, ancora lontane da una piena consapevolezza.
Bisognava ripartire da qualcosa di più autentico e la soluzione fu il cosiddetto folk revival, il recupero della semplicità e della schiettezza attraverso la musica di Woody Guthrie e Pete Seeger, ai cui valori sociali si ricollegavano gli stessi beatniks. Ma il «folk revival» sarebbe rimasto un fenomeno decisamente contenuto senza la geniale e strabordante figura di Bob Dylan. Dylan si limitò a riprendere la struttura della canzone folk, toccando solo fuggevolmente il repertorio dei vecchi folksingers; al posto delle antiche ballate sovrappose le proprie canzoni, caratterizzate da testi altamente poetici, a volte personali, più spesso popolati di metafore bibliche e toni apocalittici con cui attaccava l’edonistica società americana contrapponendole un’America perduta, fatta di sincerità, genuinità e organica comunione tra Uomo e Terra. Dylan si accompagnava solo con la chitarra e l’armonica a bocca e cantava con voce nasale, priva di abbellimenti stilistici. Una «povertà» scenica che aveva lo scopo di lasciare che il pubblico si concentrasse esclusivamente sui testi, ma non solo. Lo stile, oltre il valore testuale, era di per sé un significato, esprimeva una scelta senza ritorno verso il totale abbandono di ogni compromesso commerciale. Questa incontaminata purezza produsse un effetto irresistibile sulla confusa nebulosa del nuovo movimento generazionale che ancora stava cercando il volto di un eroe perfetto e senza macchia. Dylan rispondeva in modo quasi messianico a questi requisiti. Era il profeta che il Nuovo vangelo attendeva.
Le sue canzoni, rapidamente evolute dal lessico tradizionale folk, chiedevano con forza di essere ascoltate, non danzate; apparivano brutalmente sincere e per di pù avevano il merito di cogliere perfettamente quel brivido di cambiamento che si stava diffondendo tra i giovani: Blowin’ in the Wind, The Times They Are A-Changin’, Masters of War, sono le pietre miliari di questa rivoluzione, la cui enorme popolarità ebbe l’effetto di spingere l’intero corpo della musica pop a parlare un’altra lingua. Dylan operò, praticamente da solo, uno spostamento culturale clamoroso, introducendo la critica sociale tipicamente beat nel linguaggio giovanile della musica. Dopo Dylan, tutta la musica da classifica del periodo apparve agli occhi di un’intera generazione come un enorme cumulo di spazzatura.
Robert Zimmerman era nato a Duluth e cresciuto a Hibbing, in Minnesota, ascoltando la musica degli anni Cinquanta e sognando di entrare a far parte della band di Little Richard. Dopo aver letto la biografia di Woody Guthrie, Bound for Glory, il giovane cantautore scelse di trasferirsi a New York, fece visita al leggendario folksinger e cambiò legalmente il suo nome in Bob Dylan, con il quale iniziò a esibirsi nei circuiti folk. Fu John Hammond a «scoprirlo» e a metterlo sotto contratto per la Columbia, nel 1962. In quell’anno incise il suo primo album, fatto sostanzialmente di cover, ma fu nell’anno successivo, il 1963, con The Freewheelin’ Bob Dylan, che esplose il fenomeno. I suoi brani dimostrarono al mondo come la canzone potesse toccare argomenti importanti, sovvertire definitivamente le regole del bel canto e vivere ben al di là del puro e semplice intrattenimento. Se il rock’n’roll e il folk avevano dato all’America la base musicale, si potrebbe dire che Dylan offrí le parole, o meglio, un modo nuovo di far parlare la musica. C’era stato chi, prima di lui, al Village, aveva cominciato a riscrivere il folk secondo canoni nuovi, come Dave Van Ronk e «Rambling» Jack Elliott, ma Dylan si accostava alla musica tradizionale, all’eredità di Woody Guthrie e al lavoro di Pete Seeger, con una disposizione completamente nuova, figlia del rock’n’roll, fortemente comunicativa, intrisa di coscienza artistica, illimitatamente ambiziosa.

Beach Boys

Insuperabili eroi della surf music furono i Beach Boys, per l’appunto i «ragazzi da spiaggia», un gruppo essenzialmente vocale caratterizzato da raffinate armonie prese a prestito dallo stile doo-wop, da molte reminiscenze rock’n’roll e da una contagiosa energia che si tradusse presto in un enorme successo commerciale. Molto spesso il loro sound e il loro stile è stato accostato a quello del pop bianco degli anni Cinquanta, ma a ben guardare la musica surf aveva caratteristiche profondamente differenti.
Al di là di certa fascinosa levità che caratterizzava la loro musica, i Beach Boys sono stati la prima voce originale proveniente dalla California. Testimoniavano di un’euforia del tutto speciale, che nessun altro luogo dell’America avrebbe potuto sprigionare.
Per la prima volta nella storia musicale americana, il mito californiano parlava e raccontava di se stesso. Del rock’n’roll rimanevano la struttura delle canzoni, l’ossatura sulla quale venivano costruiti i nuovi brani, e una certa energia contagiosa, spesso espressa da una base ritmica accentuata e da riff di chitarra particolarmente incisivi che venivano fusi, in maniera originalissima, con le armonie vocali delle bands doo-wop. Ma ancora una volta, come spesso era già accaduto, a essere significativa non era solo la musica, ma la qualità dell’energia che emanava dai quei singoli senza troppe ambizioni. Era in fondo una logica continuazione del rock’n’roll, ma non c’erano piú le tensioni, le istanze ribellistiche e trasgressive che avevano caratterizzato gli eroi degli anni Cinquanta. Mentre il «teen pop» della «restaurazione» tendeva a smorzare l’energia del rock’n’roll, a «sbiancare» sonorità che, nonostante tutto, erano fortemente radicate nel suono della musica nera, il surf era il rock’n’roll in termini diversi, il rock’n’roll visto dai ragazzi bianchi della middle class americana.

John Cage

Nella seconda parte del Novecento, nessun musicista ha avuto sulle sorti della musica «accademica», quella eseguita nelle sale da concerto e negli auditorium di conservatori e università, un’influenza paragonabile a quella esercitata da John Cage. Cage è un gigante che ha gettato la sua ombra su tutta la musica occidentale del secondo Novecento, semplicemente negandola, o meglio, ignorando deliberatamente i presupposti della sua tradizione. Uno dei tanti paradossi incarnati da Cage. Pur avendo studiato profondamente la musica della tradizione europea, per esempio il contrappunto con Schönberg, Cage è il primo compositore americano a liberare la musica d’oltreoceano dalla dipendenza dal Vecchio continente e a costituire un polo musicale autenticamente e totalmente americano. Probabilmente in modo involontario: Cage non ha mai creato una scuola, anche se è stato considerato il pioniere e il profeta di un nuovo modo di intendere la musica. Un atteggiamento che si è diffuso rapidamente, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, tanto negli Stati Uniti che in Europa, in contrapposizione al serialismo dominante.
Partito già da giovane talento, negli anni Trenta, con l’idea di ampliare la gamma dei suoni e delle strutture possibili sotto l’influenza dei lavori di Edgar Varèse e degli insegnamenti di Henry Cowell, Cage ha intrapreso la strada di uno sperimentalismo radicale che aveva come obiettivo fondamentale la liberazione del suono non solo dalla razionalità, ma addirittura dal pensiero dell’uomo. «La musica moderna in generale è stata la storia della liberazione della dissonanza», disse Cage nel 1948.
«Cosí la nuova musica è parte del tentativo di liberare tutti i suoi udibili dalle limitazioni del pregiudizio».

Charles Mingus

Strana e complessa anche la figura di Charles Mingus, uomo difficile ai limiti della malattia mentale, esibizionista, violento, ossessionato da un vittimismo grave. Era l’incarnazione dell’onestà, ma sapeva essere ingrato, gentile, tenero, patologicamente incapace di controllare i suoi smisurati appetiti ma in grado di sottoporsi a una ferrea disciplina per migliorare la tecnica strumentale e approfondire la sua preparazione tecnica.
Mingus menava le mani facilmente, odiava essere chiamato «Charlie», detestava gli organizzatori, i critici, i proprietari di club e il free jazz. Mingus era perfettamente consapevole della sua personalità contorta e nella sua autobiografia afferma di essere «tre Mingus contemporaneamente».
Era nato a Nogales, in Arizona, ma era cresciuto a Watts, sobborgo di Los Angeles. A fargli scegliere il contrabbasso fu Buddy Collette, suo coetaneo ma già professionalmente avviato. I primi contatti musicali sono con la chiesa della congregazione metodista, i suoi primi ingaggi, negli anni Quaranta, con l’orchestra di Louis Armstrong, Barney Bigard, Illinois Jacquet, l’orchestra di Lionel Hampton, per la quale scrisse il suo primo pezzo noto.
Quindi il trasferimento a New York, molta musica dal vivo (anche con Parker) ma sino alla fine degli anni Cinquanta la sua principale fonte di reddito fu il denaro guadagnato da due donne che si prostituivano per lui. Nonostante abbia collaborato con buona parte dei grandi del jazz e con musicisti identificati con un movimento, Mingus ha seguito una strada a sé stante, profondamente legata alla tradizione afroamericana. Ha sempre dichiarato le sue fonti d’ispirazione, Ellington, la musica da chiesa, Parker, Art Tatum. A partire dagli anni Cinquanta ha iniziato l’attività di bandleader, la sua musica risentiva dell’influenza del cool ed era caratterizzata da una studiata strutturazione. Ma durò poco, Mingus prese le distanze da quel modo di lavorare, perché credeva che il jazz non può mantenere il suo feeling più autentico se resta legato a partiture che non prevedono alcuna libertà per l’esecutore. La carriera del Mingus più autentico è cominciata con Pithecantropus Erectus, una suite in quattro parti in cui iniziano a delinearsi i caratteri peculiari della sua musica: bruschi cambiamenti di atmosfera, di tempo, di ritmo, episodi impressionistici vicini a un’estetica free. Un vero e proprio mondo sonoro, sorprendentemente guidato dal contrabbasso che, nelle sue mani, ha conosciuto irripetibili livelli di autorevolezza, sembrava vivere di vita propria, completo e musicalissimo, ben oltre l’abituale funzione di accompagnamento alla quale in genere era associato. Libero dai condizionamenti della partitura, Mingus riesce a ottenere una travolgente versione moderna della polifonia di New Orleans e anno dopo anno arricchisce il suo mondo sonoro realizzando, con le sue bands, una tavolozza emotiva e sonora di straordinaria ampiezza. Gli anni Sessanta sono stati per Mingus un periodo di particolare felicità creativa, segnato dalla collaborazione con Eric Dolphy, con il quale ha realizzato alcune delle sue produzioni più belle. Dischi come Ah Hum lo rendono famosissimo, opere come The Black Saint and the Sinner Lady lo consacrano, ma la sua «follia» lo porta a sparire dalla scena verso la fine del decennio. Quando torna, negli anni Settanta, in pochi scommettono sul suo futuro, e invece Mingus, con Don Pullen e George Adams, riesce ancora una volta a sorprendere tutti e a raccogliere enormi successi, influenzando con il suo lavoro un’intera generazione di musicisti.

Thelonious Monk

In quanto a stranezze, probabilmente nessuno ha mai superato Thelonious Monk, proverbiale caso di enigma vivente a cominciare dal primo nome, Thelonious, ereditato dal padre, e dal secondo, Sphere, del quale nessuno a ma appurato l’origine, né la reale esistenza anagrafica. Nato alla fine degli anni dieci (non c’è certezza nemmeno sulla data di nascita), Monk era già, all’inizio degli anni Quaranta, il pianista fisso del Minton’s di New York, il club scelto come laboratorio permanente dai “rivoluzionari” del bop. Monk si trovo cosi al centro del movimento che ha cambiato la storia del jazz, ma non ne fu affatto coinvolto. La musica era l’unico interesse della sua vita, ma l’attenzione era rivolta unicamente all’opera del suo ingegno. Prova ne è il fatto che Monk ha scritto gran parte del suo repertorio nei primi anni di attività, quando era praticamente ignorato. Con felice intuizione, è stato scritto che Monk sembrava rimanere fermo ad aspettare che il futuro lo raggiungesse e facesse capire agli altri la sua musica. Poi si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Nessuna storia del jazz escluderebbe il suo nome dai fondatori del be-bop, ma Thelonious in realtà ha più che altro garantito la sua presenza e, anche in termini stilistici, con i boppers voleva avere poco a che fare. D’altra parte le sue radici di strumentista affondano nella tradizione stride, quella dei rent parties, che sono stati la sua prima fonte di reddito. La tecnica pianistica di Monk era, secondo alcuni, piuttosto rudimentale. In effetti si trattava di un modo di suonare assolutamente fuori dalla norma, con le dita tese e non piegate secondo la prassi classica. Questo veniva considerato un limite tecnico grave: non va dimenticato però che, nonostante la sua indifferenza al mondo esterno, Monk, per quello che riguarda la musica, sapeva benissimo ciò che voleva. L’approccio alla tastiera con le dita rigide gli consentiva di ottenere quella sonorità inconfondibile, percussiva, che scaturiva proprio dal modo in cui venivano colpiti i tasti. Una tecnica messa a punto sul piccolo pianoforte del modesto appartamento del ghetto di San Juan Hill che ha abitato per tutta la vita, anche quando, ottenuti seppur tardivi riconoscimenti, aveva raggiunto una relativa agiatezza.
Per molti anni Monk ha avuto una vita difficile, ha lavorato per pochi dollari in locali di quart’ordine e dal 1951 al 1957 non ha lavorato affatto. Dal 1957 la sua stella inizia a brillare, quando con il suo quartetto (del quale hanno fatto parte anche Sonny Rollins, John Coltrane, Johnny Griffin e Charlie Rouse) propone il repertorio che lo ha portato a diventare un maestro, composto di brani come Round Midnight, Ruby My Dear, Straight No Chaser, Epistrophy, ai quali vanno aggiunti classici come Blue Monk, Well You Needn’t, o Misterioso. Monk diventa una star, suona in tutto il mondo e nel 1964 conquista addirittura la copertina di “Time”. La gloria lo accompagna sino alla fine del decennio, poi la discesa, la voglia di scomparire agli occhi del mondo, l’autoreclusione nella casa di San Juan Hill e quindi nel 1986, la scomparsa.

Elvis Presley

In un certo senso, col rock’n’roll cambiò tutto. Le implicazioni furono enormi, ma in senso stretto l’avventura vera e propria del rock’n’roll non durò molto. C’era in esso qualcosa di confusamente sovversivo a cui i giovani aderirono con entusiasmo, ma che spaventò l’America «adulta» e benpensante. Volendo cercare una data, fatidica come tutte le altre che riguardano la storia del rock, dobbiamo prendere di nuovo come riferimento la vicenda di Elvis Presley, che con le sue contraddizioni ben rappresenta la duplicità e la fragilità di questa musica.
Elvis era davvero un personaggio psicologicamente complesso, diviso tra un istintivo senso di ribellione e la voglia di consenso, di accettazione da parte di tutto il pubblico americano. Proprio quando il suo mito era definitivamente consolidato nell’immaginario giovanile, si pose il problema del servizio militare, era il 1958. Elvis accettò di buon grado di servire la patria, sottolineando anzi il suo gesto con plateale patriottismo. La strategia gli fu suggerita dal suo manager, il famigerato colonnello Parker che aveva assunto il controllo totale della sua carriera e che aveva intuito perfettamente che, per accedere alla totalità del mercato musicale, Elvis Presley non poteva essere considerato un oltraggioso sovversivo. Bisognava modificare quell’immagine e l’occasione del servizio militare fu sfruttata nel migliore dei modi. Non solo Elvis si sottomise a tutti gli obblighi di leva, ma rinunciò a qualsiasi privilegio, mostrandosi umile e obbediente, in altre parole un bravo ragazzo americano, moderato e amante della patria. Per questo molti hanno preso quella data come la fine del rock’n’rol, o almeno la fine della fase più autentica e sovversiva del fenomeno.
Nel frattempo, l’industria della musica, inizialmente spiazzata dal boom del nuovo sound, aveva potuto prendere le misure del mercato giovanile e riacquistare il pieno controllo della situazione. Già nuovi idoli giovanili, molto piú innocui e addomesticati, si affacciavano alle porte. Il rock’n’roll, stemperando tutti i lati piú pericolosi e imprevedibili, stava per diventare la base per la nuova industria del divertimento.
Nonostante il leggendario «comeback» del 1968, con il quale torna alla musica dal vivo dopo innumerevoli e inutili film, viene letteralmente travolto dall’avvento del rock. Poche, pochissime le cose da ricordare e tutte più o meno negli anni Sessanta. Nel decennio successivo, l’ultimo della sua carriera, Elvis si limita a diventare la caricatura di se stesso. Ma il suo successo rimane inalterato e il suo culto cresce fino alla sua morte, nel 1977, quando nel mondo del rock sta infuriando il punk.

Little Richard

Non fu Chuck Berry a incarnare l’«eccesso» nel mondo del rock’n’roll. Il primo, clamoroso esponente del rock «trasgressivo» fu Little Richard. Travolgente, omosessuale, clownesco, Little Richard incarnò l’anima più ribelle e meno addolcita del rock’n’roll. Il suo stile sguaiato e urlante, i suoi test deliberatamente nonsense (Tutti Frutti è il piú «lucido» esempio in tal senso) scardinarono tutte le regole di comunicazione che la musica aveva vissuto fino ad allora; i suoi live-shows, narcisisti e grandiosi, non temevano confronti se non con quelli di Jerry Lee Lewis. Richard è rock’n’roll nero, animato da una fisicità travolgente, vicino al boogie e al rhythm’n’blues ma molto meno rigoroso. Decisamente poco incline alle buone maniere, in scena suonava il pianoforte con i piedi, si presentava truccato in maniera eccessiva, alternava le canzoni con lunghi monologhi al limite della mitomania, era insomma il tipico esempio di «corruttore d’anime» inviso ai benpensanti. La sua teatralità era in realtà figlia della tradizione nera: gli artisti neri avevano uno stile scenico ricco di richiami sessuali e non avevano mai avuto il problema della «rispettabilità» che era proprio dei cantanti pop bianchi.

Chuck Berry

Per molti dei commentatori e degli storici, il rock’n’roll è una realtà prevalentemente afroamericana, almeno in termini strettamente musicali. Sicuramente il contributo dato dagli artisti afroamericani al successo del rock’n’roll è stato enorme. Primo fra tutti Chuck Berry, il quale non è stato soltanto un autore di musiche destinate a diventare dei classici, ma è il primo grande narratore folk della musica giovanile. I suoi testi, infatti, sono il primo esempio di «poesia» rock, testi che, invece di essere fedeli alle logiche del pop di consumo, raccontano con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo raffinato storie di adolescenti in cerca di libertà e divertimento, gli avvenimenti e i temi ordinari del mondo giovanile, le automobili, la scuola, il diventare adulti, il rock’n’roll stesso. Per non parlare della musica, quella vibrante scarica elettrica che veniva dalla sua chitarra e in particolare dai riff con cui apriva la maggior parte dei brani (riff diventati lessico fondamentale per il rock a venire), certamente derivati dalla tradizione del blues urbano ma originali nell’esito finale. Chuck Berry si distingue proprio per l’enfasi posta sull’uso della chitarra elettrica, destinata a diventare di lí a poco lo strumento principe del rock. I suoi capolavori sono concentrati in soli tre anni, dal 1955 al 1958, con brani come Johnny B. Goode, Maybellene, Roll over Beethoven, Sweet Little Sixteen. Nel 1959 fu condannato a tre anni di prigione per aver introdotto illegalmente una minorenne negli Usa, avvicinandosi anche lui a una certa consuetudine con l’illegalità e la trasgressione che fu tipica di quasi tutta la generazione del rock’n’roll.

Sarah Vaughan

Accanto a Billie Holiday e Ella Fitzgerald, per definire il canto jazz, è spesso stato scritto quello di Sarah Vaughan. Insieme hanno incarnato perfettamente e nel modo più esauriente le possibilità del moderno vocalismo jazz. La Vaughan nacque nel 1924 a Newark, nel New Jersey. Curiosamente cominciò proprio come la sua rivale, Ella Fitzgerald, vincendo una gara per dilettanti all’Apollo di Harlem con Body and Soul, un’audizione dalla quale ottenne una ricompensa di dieci dollari e le lodi della Fitzgerald, allora già una vedette. Dall’Apollo approdò direttamente, nel 1943, nell’orchestra di Hearl Hines, come vocalista e seconda pianista, raggiungendo in tempi rapidissimi, grazie a questo fortunato debutto, una discreta notorietà.

In quell’orchestra, tra l’altro, ebbe la fortuna di suonare con musicisti come Charlie Parker, cosa che per una cantante in embrione fu una circostanza formativa a dir poco straordinaria. Da lì in poi, dopo pochissime altre esperienze di gruppo, intraprese una brillante carriera solista. A cavallo tra la fine dei Quaranta e i primi Cinquanta diventò una star internazionale e proprio per questo cominciò a frequentare anche un repertorio più popolare, meno purista, facendo breccia presso pubblici tradizionalmente estranei al jazz.
Un’abitudine mai abbandonata, che l’ha spinta a cantare praticamente di tutto.

La conoscenza della tecnica del pianoforte, oltre ovviamente di quella canora, non è affatto un particolare secondario della sua vicenda musicale. In realtà la Vaughan, detta affettuosamente Sassy, o in modo eccessivamente sfarzoso la «divina», vantava una discreta educazione musicale, ottenuta grazie alla sua famiglia e all’ambiente delle chiese protestanti, che sono state decisive per la grandissima parte dei vocalisti di colore. Aveva quindi una buona conoscenza delle armonizzazioni jazz, abbondantemente sfruttata nelle sue variazioni a tema, influenzate dallo stile del be-bop. E si può dire che proprio sulla tecnica abbia costruito la sua fortuna, con un virtuosismo fin troppo celebrato nella storia del jazz. I suoi rapidi passaggi di ottava, soprattutto dall’alto al grave, facevano sempre furore e avevano un effetto irresistibile sul pubblico, e anche sugli specialisti, che nel mondo del jazz sono sempre stati facilmente impressionabili dalle prodezze tecniche.

In realtà, sebbene sul piano della tecnica sia stata spesso ritenuta la più completa delle cantanti jazz, ha casomai peccato in sensibilità, mostrando spesso un marcato disinteresse per le liriche, da lei raramente interpretate per quello che realmente dicevano. Lo stesso predominio della tecnica l’ha portata lontano dalla incredibile profondità con cui per esempio Billie Holiday affrontava le melodie. Se di un tema la Holiday scavava ai recondito e abissale recesso interiore, la Vaughan ne esaltava i gioco astratto delle combinazioni armoniche. Come per altri versi è interessante il confronto con Ella Fitzgerald, ritenuta generalmente più fantasiosa, più creativa di Sassy. Ma ambedue, e per questo la rivalità era per così dire diretta, hanno spinto il canto nella direzione dell’imitazione degli strumenti tipici della musica jazz. Ambedue hanno in qualche modo mutuato proprio dalla tecnica strumentale alcune possibilità di utilizzazione della voce. La Fitzgerald soprattutto al livello del fraseggio, dello scat, delle variazioni improvvisate, mentre la Vaughan ha mostrato incredibili possibilità di estensione, di tessitura e di timbro, arrivando a riprodurre perfettamente con la voce quel suono basso e gorgogliante che per gli strumenti viene definito growl.

Ella Fitzgerald

Se il fascino e il mistero erano tutti dalla parte di Billie Holiday, il massimo prodigio vocale espresso dalla cultura jazzistica è arrivato con Ella Fitzgerald. In qualche modo il suo nome è diventato sinonimo stesso di voce, in virtù di uno di quei rari imperativi assoluti che si creano nel mondo della musica. Quella allegra, fatata disinvoltura con cui si metteva a cantare un brano, fosse uno standard jazzistico, un pezzo brasiliano, uno scat, una canzone dei Beatles o qualsiasi altra cosa, rimarrà impressa nei ricordi di chiunque abbia ascoltato un suo disco o, meglio ancora, l’abbia vista almeno una volta dal vivo.

Nata da una famiglia povera a Yonkers, in Virginia, il 25 aprile del 1918, fu scoperta in una gara di dilettanti all’Apollo di Harlem e ottenne il suo primo ingaggio di prestigio nell’orchestra di Chick Webb, con il quale rimase fino al 1941, mettendo a fuoco il suo stile nelle ballrooms frequentate dall’orchestra, sotto l’accorta direzione di Webb, che all’epoca, con la sua band, amava sfidare in leggendarie battaglie le orchestre degli altri «grandi», come Gene Krupa e Benny Goodman.

Nel 1946 Ella entrò a far parte della «scuderia» di Norman Granz, collaborando alle tournée di Jazz at the Philarmonic, ma è come solista che ha costruito il suo mito. Abitualmente prediligeva esibirsi accompagnata da un trio, con musicisti del calibro di Oscar Peterson, Jimmy Jones, Jimmy Rowles, e occasionalmente con le grandi orchestre di Duke Ellington e Count Basie.
Alla metà degli anni Cinquanta era un’artista definitivamente matura, insuperabile, ormai padrona non solo del virtuosismo scat, ma anche di una raffinatissima dedizione alle sottigliezze dell’interpretazione, alla reinvenzione melodica, come ha dimostrato nei suoi songbooks, vere pietre miliari della musica americana del secolo scorso.

Con gli anni Ella era diventata più sensibile, più vera, più disposta a comunicare emozioni delicate, le stesse che a volte travolgeva trascinata dal suo incontenibile talento, da quella imparagonabile abilità che le consentiva di gareggiare senza sfigurare con le improvvisazioni degli strumenti a fiato. Era un modo di rimanere fedele non solo al proprio talento, ma anche alle proprie radici, al segreto della lezione che aveva appreso dal jazz fin dagli esordi come cantante nell’orchestra di Chick Webb: l’invenzione, la fantasia, la mobilità continua dell’improvvisazione.

Grazie a questa scelta di metodo, Ella non ha mai interpretato due volte la stessa canzone nella stessa maniera. Il che è molto di più di un semplice “gioco” formale; vuol dire che ogni volta, fino all’ultimo dei suoi giorni, si è avvicinata a un pezzo cercando di reinventarlo. Con l’effetto di comunicare non solo la poesia di un pezzo musicale, ma anche l’emozione di un processo creativo che avveniva nel momento stesso dell’esecuzione come un prezioso, magico regalo da condividere in quel momento nell’intimità profonda ed esclusiva del rapporto tra cantante e spettatore.