There is Light That Never Goes Out – The Smiths (1986)

Gli Smiths è stato un gruppo di culto nella seconda metà degli anni ottanta. Hanno saputo creare uno stile, un sentiero che negava la strada maestra, fin dalla scelta del nome (il cognome più comune tra gli inglesi, come se una nostra band decidesse di chiamarsi “I Rossi”). Copertine pallide e virate seppia, che spesso riprendevano fotogrammi di vecchi e dimenticati film; sonorità oniriche e vellutate, piacevolmente narcotizzanti, quasi oppiacee; citazioni letterarie a pioggia battente e fiori gettati al pubblico durante i concerti.

There is Light That Never Goes Out è forse la più romantica e disarmante canzone degli Smiths. Rubacchia una sequenza armonica dalla versione dei Rolling Stones di un brano di Marvin Gaye, Hitch Hike, ma è un furto dichiarato.

Heart of Gold – Neil Young (1972)

Una delle peculiarità di Neil Young oltre aver scritto canzoni immortali, patrimonio sonoro di intere generazioni è stato il movimento; infatti la sua vita è sempre stata un continuo girovagare perché fermarsi avrebbe significato perdersi, straniarsi, in una sola parola: invecchiare. Per questo è sempre stato “sulla strada”, in direzione avanti, senza nostalgie o ricerche di un tempo perduto. Sempre senza curarsi della moda, perché il percorso di Young è costruito sulla roccia della coerenza e della qualità, non sulla sabbia del trend. E’ questo uno dei suoi segreti che, alla bella età di settantotto anni è ancora illuminato dalle luci della ribalta.

Kingdoms of rain – Mark Lanegan (1994)

La spettacolare voce degli Screaming Trees si alza, affascinante e misteriosa, al di là del fiume e tra gli alberi, evocando inquietudini alla Cave, minimalismi di desolazioni alla Cohen, disgressioni metropolitane. Nelle canzoni di Lanegan ci sono echi di colore e abissi in bianco e nero, c’è lo splendore della nuda canzone, paesaggi al finestrino e istantanee di un panorama privato. Le sue storie raccontano di voli brevi e cadute lunghe, anime sempre fuori mano ma mai fuori fuoco, fuochi d’autunno e aria di neve. Un crepuscolare che inchioda.

Heroin – The Velvet Underground (1967)

Questo è uno di quei brani dove c’è molto poco da dire. E’ impossibile non rimanere folgorati dal suono, delicato, ma primitivo, dalla tensione che si alza e abbassa in continuazione. E’ un brano scioccante, di quelli che non lasciano indifferenti. Voglio dire, non esistevano molte canzoni degli anni sessanta che non avevi il coraggio di far ascoltare a tua madre. Heroin è una di queste. I Velvet Underground erano geni assoluti.

Basterebbero queste parole di Nick Cave a fotografare Heroin. Aggiungiamo quelle di Lou Reed, che scrisse Heroin nel 1964, come provocazione e ribellione alla casa discografica per la quale lavorava come songwriter che gli aveva chiesto di scrivere dieci brani in stile: “Considero Heroin e le canzoni del primo album come una sorta di esorcismo”.

Lay Lady Lay – Bob Dylan (1969)

Nessuno voleva saperne di questo brano e nemmeno Dylan per primo non era entusiasta del risultato. Dylan la scrisse per la colonna sonora di “Un uomo da marciapiede” film di John Schlesinger, ma il regista preferì Everbody’s Talking di Fred Neil (un’altra versione sostiene che la consegnò in ritardo e Schlesinger, fu costretto a rivolgersi altrove).
Fatto sta che Lay Lady Lay arrivò al settimo posto delle classifiche americane e al quinto di quelle inglesi, un risultato eccezionale che a distanza di oltre cinquant’anni rimane una pietra miliare dell’enorme archivio sonoro Dylaniano.

Kentucky Avenue – Tom Waits (1978)

Kentucky Avenue tratta dall’album Blue Valentine è una canzone carica di ricordi, Kentucky Avenue è un album intero di ricordi. Ballata toccante e nostalgica, prende il nome dal quartiere dove Waits è cresciuto. Waits dipinge un’immagine vivida delle persone e dell’atmosfera del luogo, aggiungendo grande emozione grazie alla sua caratteristica voce roca.
Il brano ricorda dei suoi amici d’infanzia e delle avventure che hanno vissuto insieme. Parla di temi dell’innocenza, dell’amicizia e del passare del tempo.
Kentucky Avenue è considerata una delle canzoni classiche di Tom Waits ed è stata interpretata da vari artisti nel corso degli anni. Mette in mostra la sua miscela unica di influenze blues, jazz e folk, combinate con il suo personale, unico stile distintivo di scrittura di canzoni.

Purple Rain – Prince (1984)

Prince, il geniale folletto di Minneapolis, ha seguito il percorso del poeta portoghese (Pessoa), facendo dell’inquietudine la sua spinta, tra cadute e resurrezioni, provocazioni e follie, ha cambiato per sempre il destino della musica nera.

Testimone, e non solo di Geova, nell’ambiguità sessuale, in realtà mostra il suo profondo rispetto per il ruolo della donna, immaginando come sarebbe la vita di coppia se nel ruolo della ragazza ci fosse lui.

Il segreto del successo di questo brano è abbastanza semplice: si tratta di una canzone irresistibile, estremamente easy all’ascolto eppure capace nel tempo di rivelare dettagli nuovi, rimandi inusuali, spunti originali, ritornelli immortali.

Hellhound on my trail – Robert Johnson (1937)

Robert Johnson scrisse pochissime canzoni, ventinove per l’esattezza, un testamento di ventinove magiche canzoni prima di restituire, come da leggenda, l’anima al demonio. Partendo da una frase, quella del titolo, che molti bluesmen prima di lui avevano utilizzato in altre composizioni, Johnson costruisce un percorso di terrore e buoi, paura e tormento. Rispetto ai predecessori, Johnson non si limita a cantare una possibilità, quella che i cerberi, i feroci mastini posti a guardia delle porte dell’inferno, siano sulle sue tracce. Quello che canta Johnson è la certezza che ciò stia accadendo, per ammonirlo che il momento è vicino, la fine prossima.

Mohammed’s radio – Warren Zevon (1970)

Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona la nascita delle radio libere ed è difficile spiegarlo a un adolescente di oggi. Si era in pochi, quasi sempre in un piano alto di un condominio. Due tavoli, un giradischi e un mangiacassette, un microfono e una luce che diventava rossa quando andavi in onda. Quella non mancava mai. Quella luce era la tua vita. Si accendeva, tu prendevi fiato e cominciavi a parlare, come non esistesse altro che lei, la radio, e te. E vedevi il mondo, là fuori, mai piccolo, mai così bello.

Mohammed’s radio è una bellissima canzone di Warren Zevon, dove la radio pirata di Mohhammed rappresenta l’unico sollievo per un gruppo di persone aggredite dai problemi della vita quotidiana.

The Weeping Song – Nick Cave and the Bad Seeds (1990)

The Good Son, l’album che contiene The Weeping Song è sicuramente meno devastante, musicalmente, dei suoi capitoli precedenti. Solare no, diciamo che Cave avanza timido verso l’umanità. Se prima non si curava e sbatteva le porte provocando un fragore assordante, con The Good Song apre le porte con moderazione, equilibrio e sobrietà. Dalla tasca fuoriescono i soliti pennarelli neri per imbrattare pareti di stanze illuminate.
Il ritornello si può cantare in coro, prima di capire che dietro quel canto dolente si nasconde il punto di non ritorno.