Heroin – The Velvet Underground (1967)

Questo è uno di quei brani dove c’è molto poco da dire. E’ impossibile non rimanere folgorati dal suono, delicato, ma primitivo, dalla tensione che si alza e abbassa in continuazione. E’ un brano scioccante, di quelli che non lasciano indifferenti. Voglio dire, non esistevano molte canzoni degli anni sessanta che non avevi il coraggio di far ascoltare a tua madre. Heroin è una di queste. I Velvet Underground erano geni assoluti.

Basterebbero queste parole di Nick Cave a fotografare Heroin. Aggiungiamo quelle di Lou Reed, che scrisse Heroin nel 1964, come provocazione e ribellione alla casa discografica per la quale lavorava come songwriter che gli aveva chiesto di scrivere dieci brani in stile: “Considero Heroin e le canzoni del primo album come una sorta di esorcismo”.

Lay Lady Lay – Bob Dylan (1969)

Nessuno voleva saperne di questo brano e nemmeno Dylan per primo non era entusiasta del risultato. Dylan la scrisse per la colonna sonora di “Un uomo da marciapiede” film di John Schlesinger, ma il regista preferì Everbody’s Talking di Fred Neil (un’altra versione sostiene che la consegnò in ritardo e Schlesinger, fu costretto a rivolgersi altrove).
Fatto sta che Lay Lady Lay arrivò al settimo posto delle classifiche americane e al quinto di quelle inglesi, un risultato eccezionale che a distanza di oltre cinquant’anni rimane una pietra miliare dell’enorme archivio sonoro Dylaniano.

Kentucky Avenue – Tom Waits (1978)

Kentucky Avenue tratta dall’album Blue Valentine è una canzone carica di ricordi, Kentucky Avenue è un album intero di ricordi. Ballata toccante e nostalgica, prende il nome dal quartiere dove Waits è cresciuto. Waits dipinge un’immagine vivida delle persone e dell’atmosfera del luogo, aggiungendo grande emozione grazie alla sua caratteristica voce roca.
Il brano ricorda dei suoi amici d’infanzia e delle avventure che hanno vissuto insieme. Parla di temi dell’innocenza, dell’amicizia e del passare del tempo.
Kentucky Avenue è considerata una delle canzoni classiche di Tom Waits ed è stata interpretata da vari artisti nel corso degli anni. Mette in mostra la sua miscela unica di influenze blues, jazz e folk, combinate con il suo personale, unico stile distintivo di scrittura di canzoni.

Purple Rain – Prince (1984)

Prince, il geniale folletto di Minneapolis, ha seguito il percorso del poeta portoghese (Pessoa), facendo dell’inquietudine la sua spinta, tra cadute e resurrezioni, provocazioni e follie, ha cambiato per sempre il destino della musica nera.

Testimone, e non solo di Geova, nell’ambiguità sessuale, in realtà mostra il suo profondo rispetto per il ruolo della donna, immaginando come sarebbe la vita di coppia se nel ruolo della ragazza ci fosse lui.

Il segreto del successo di questo brano è abbastanza semplice: si tratta di una canzone irresistibile, estremamente easy all’ascolto eppure capace nel tempo di rivelare dettagli nuovi, rimandi inusuali, spunti originali, ritornelli immortali.

Hellhound on my trail – Robert Johnson (1937)

Robert Johnson scrisse pochissime canzoni, ventinove per l’esattezza, un testamento di ventinove magiche canzoni prima di restituire, come da leggenda, l’anima al demonio. Partendo da una frase, quella del titolo, che molti bluesmen prima di lui avevano utilizzato in altre composizioni, Johnson costruisce un percorso di terrore e buoi, paura e tormento. Rispetto ai predecessori, Johnson non si limita a cantare una possibilità, quella che i cerberi, i feroci mastini posti a guardia delle porte dell’inferno, siano sulle sue tracce. Quello che canta Johnson è la certezza che ciò stia accadendo, per ammonirlo che il momento è vicino, la fine prossima.

Mohammed’s radio – Warren Zevon (1970)

Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona la nascita delle radio libere ed è difficile spiegarlo a un adolescente di oggi. Si era in pochi, quasi sempre in un piano alto di un condominio. Due tavoli, un giradischi e un mangiacassette, un microfono e una luce che diventava rossa quando andavi in onda. Quella non mancava mai. Quella luce era la tua vita. Si accendeva, tu prendevi fiato e cominciavi a parlare, come non esistesse altro che lei, la radio, e te. E vedevi il mondo, là fuori, mai piccolo, mai così bello.

Mohammed’s radio è una bellissima canzone di Warren Zevon, dove la radio pirata di Mohhammed rappresenta l’unico sollievo per un gruppo di persone aggredite dai problemi della vita quotidiana.

The Weeping Song – Nick Cave and the Bad Seeds (1990)

The Good Son, l’album che contiene The Weeping Song è sicuramente meno devastante, musicalmente, dei suoi capitoli precedenti. Solare no, diciamo che Cave avanza timido verso l’umanità. Se prima non si curava e sbatteva le porte provocando un fragore assordante, con The Good Song apre le porte con moderazione, equilibrio e sobrietà. Dalla tasca fuoriescono i soliti pennarelli neri per imbrattare pareti di stanze illuminate.
Il ritornello si può cantare in coro, prima di capire che dietro quel canto dolente si nasconde il punto di non ritorno.

Imagine – John Lennon #10/10

Dati

Imagine è un brano musicale di John Lennon pubblicato nel 1971.

Imagine viene spesso citata come uno dei brani musicali più belli della storia della musica rock; la rivista Rolling Stone, per esempio, l’ha posizionata al terzo posto nella classifica dei migliori brani musicali di tutti i tempi.

Lennon compose Imagine all’inizio del 1971, su un pianoforte Steinway nella sua camera da letto a Tittenhurst Park, la sua residenza in stile Tudor a Ascot, Berkshire, Inghilterra, dove lui e Yoko Ono nell’estate del 1969 prendono la residenza. Proprio Yoko gli fornisce l’ispirazione, pubblicando qualche anno prima Grapefruit: A Book of Instructions and Drawings, completamente basato sull’immaginazione.

Quando scrive Imagine, Lennon non si rende minimamente conto dell’enorme potenziale della canzone. Realizza un disco demo in cui la presenta come il rovescio della medaglia di Gimme Some Truth, la sua invettiva politica.

Del senso e della potenza di Imagine ha parlato anche suo figlio Julian: «Non vuole imporre a tutti una sua idea. Non si tratta di religione o di politica, ma più semplicemente di umanità e di vita. Ognuno di noi si augura quello che lui sta cantando e credo che questo sia il motivo per cui ancora oggi la canzone è così importante».

Pensiero

Concludo questa lista di dieci canzoni, a cui sono particolarmente legato, perché “legate” da un filo comune: il ricordo.

Infatti ricordo benissimo la prima volta che l’ascoltai alla radio, credo fosse anche la prima volta che fu trasmessa. Era una mattina dell’inverno 1971/72, stavo facendo i compiti perché andavo a scuola di pomeriggio (all’epoca erano normali i doppi turni a causa del sovrannumero) facevo la seconda media.

Il pianoforte fu un colpo al cuore, poche note, toccate piano, pianissimo. Ogni toccata di tasto creava un’emozione indescrivibile, la sua voce lieve, profonda, intersecata al suono, accapponava la pelle. Grande canzone quindi.

Quando un brano, e non sono poi tantissimi, dopo decenni e decenni (Image ha oltre cinquant’anni), dopo una miriade di ascolti riesce ancora ad emozionare non può essere altro che un capolavoro.
Ogni altra parola su una canzone come questa risulterebbe sicuramente superflua.
Questo è un brano che va semplicemente ascoltato e niente più.



Thunder Road – Bruce Springsteen #9/10

Dati

Thunder Road è uscita nel 1975 come prima traccia dell’album Born to Run.

Uno degli aneddoti racconta della prima volta che Bruce Springsteen suonò una versione embrionale di “Thunder Road“, nel febbraio del 1975, con la E Street Band. La folla applaudì il riff di apertura come se avesse conosciuto il brano da sempre. La melodia veniva suonata dal sax di Clarence Clemons, ma non si faceva ancora riferimento a “thunder road“. Questa prima versione si intitolava “Wings for Wheels“, nome che in realtà, come riferisce il batterista Max Weinberg, si riferiva all’intero album.

Di questo brano esistono diverse revisioni, compreso il nome di donna che è cambiato più volte (da Angelina a Christina), prima che si decidesse per Mary. Anche la parte armonica dell’introduzione ha subito numerose modifiche: dalla versione suonata al sax ed una versione alternativa con chitarra acustica realizzata dallo stesso Springsteen.

Nel 2021, dopo 46 anni, Bruce Springsteen cambia una parola nel brano. La modifica è nel primo verso della canzone, ‘The screen door slams, Mary’s dress waves’, .’Waves’ diventa ‘Sways’.

E’ stato risolto così l’ultimo rompicapo del web dopo che la giornalista Maggie Haberman del New York Times aveva twittato una foto di una foto di un palcoscenico vuoto di ‘Springsteen on Broadway’ (una serie di concerti tenuti dal Boss tra il 2017 e il 2018 in due teatri di New York). Nella didascalia si leggeva ‘A screen door slams, Mary’s dress sways’. Immediatamente la rete si è rivoltata contro affermando che la parola giusta è ‘waves’ e non ‘sways’.

In entrambi i casi significa ondeggiare, ma wave è riferito alle onde, in questo caso si tratta di un vestito. La versione con ‘waves’ compare anche sul sito ufficiale di Springsteen, ma lo stesso usa ‘sways’ nella sua autobiografia ‘Born to Run’.

Pensiero

Nel 1975 avevo sedici anni e Springsteen dieci di più. Quando ascoltai Born to Run per la prima volta, fu un fulmine a ciel sereno. Rimasi incantato dall’energia di questo giovane musicista, dal sax di Clarence Clemons (morto nel 2011) e dal sound che riusciva ad esprimere con estrema semplicità.
Subito la critica gridò alla nuova rivelazione rock e non ebbe torto.

Da quel momento non lo persi più di vista, pardon udito, e di dischi meravigliosi è riuscito a donarmene in grande quantità. Le canzoni di una bellezza disarmante sono tantissime e trovarne una è un’impresa impensabile e proprio per questo ho scelto la prima del suo primo (non di pubblicazione) disco che mi fece conoscerlo.

A differenza di altri brani di altri musicisti descritti qui sul blog, a cui sono legato per particolari motivi, in questo caso sono più legato all’intero disco, un disco legato ad una età in piena crescita musicale (e non solo) dove (anche) il boss ha avuto un ruolo determinante nella mia formazione “sonora”.



There is a light that never goes out – The Smiths #8/10

Dati

There Is a Light That Never Goes Out è un brano della band inglese The Smiths. Originariamente contenuto nel terzo album, The Queen Is Dead, nel 1987 il brano venne scelto dalla Virgin per essere pubblicato come singolo per il mercato francese, e solo nel 1992, cinque anni dopo la separazione della band, venne ripubblicato dalla WEA in tutto il resto del mondo, riuscendo a raggiungere la posizione numero 23 della Official Singles Chart.

A causa di una disputa tra la band e l’etichetta Rough Trade Records, dopo il completamento dell’album The Queen Is Dead, passarono ben nove mesi dall’uscita di The Boy with the Thorn in His Side prima che il gruppo potesse di nuovo pubblicare un nuovo singolo. Gli Smiths iniziarono a lavorare alla realizzazione di There Is a Light That Never Goes Out a metà del 1985, durante una session presso i RAK Studios di Londra e, agli inizi di settembre, registrarono un demo di prova della canzone con l’aggiunta di un arrangiamento di archi creati tramite un emulatore synth da Marr (e accreditati sull’album come Hated Salford Ensemble), pare per mancanza di budget o forse per una certa riluttanza da parte della band stessa a consentire a musicisti esterni di partecipare al processo di registrazione. La session venne poi completata, nel mese di novembre dello stesso anno, presso gli Studios Jacobs di Farnham, dove Morrissey ricantò la sua parte vocale e Marr aggiunse una linea melodica di flauto. (Wikipedia)

Pensiero

Musicalmente, There Is a Light, è senza dubbio una delle canzoni più toccanti e romantiche degli Smiths, in cui ogni strumento e ogni suono è messo al punto giusto per ottenere il massimo impatto emotivo. La melodia contiene una sequenza armonica presa in prestito dalla cover dei Rolling Stones di un brano di Marvin Gaye (Hitch Hike), che Johnny Marr disse di aver incluso quasi per gioco, per vedere cioè se la stampa musicale inglese sarebbe stata in grado di ricondurre tale citazione alla band che, originariamente (sempre secondo il chitarrista), aveva rubato quella linea melodica, ovvero i Velvet Underground in There She Goes Again.

“Sapevo di essere più intelligente di loro.” commentò poi Marr “I was listening to what The Velvet Underground were listening to”.

Il testo della canzone descrive la storia di due amanti e la loro stretta relazione, fra amore non dichiarato e morte, fino alle estreme conseguenze di un incidente stradale accanto alla persona amata (And if a double-decker bus / Crashes into us / To die by your side / Is such a heavenly way to die / And if a ten ton truck / Kills the both of us / To die by your side / Well, the pleasure, the privilege is mine.).

La paura del buio nel sottopassaggio è forse la paura del rifiuto della persona amata o di una nuova relazione (And in the darkened underpass / I thought Oh God, my chance has come at last! / But then a strange fear gripped me / And I just couldn’t ask.). La luce che non si spegnerà mai (the light that never goes out) simboleggia la luce di questo amore inconfessato, nell’anima del passeggero di quest’auto.

1982-1987: sono bastati cinque anni alle due anime degli Smiths, Morrissey e Johnny Marr, per segnare per sempre la storia della musica rock, con quattro LP, tre raccolte e una manciata di singoli veramente indimenticabili.

L’unione tra i testi ironici, intelligenti e appassionati di Morrissey e gli innovativi arrangiamenti di Marr (per non parlare della sempre sottovalutata sezione ritmica di Andy Rourke e Mike Joyce) ha dato origine a un culto che ancora oggi può contare su milioni di appassionati in tutto il mondo, Italia compresa.

E’ difficile trovare la canzone preferita degli Smiths, questa comunque è una delle più belle, che non mi stanco mai di ascoltare.