Point Blank – Bruce Springsteen (1980)

Dopo l’esplosione sonora di Born to Sun che affermano finalmente Springsteen come grande talento della musica degli anni Settanta, Bruce è costretto ad allontanarsi dalle scene per un lungo periodo. Anche se per fortuna i problemi sono di origine contrattuale Bruce rimane segnato. Nel 78 pubblica Darkness on the Edge of Town e due anni dopo The River da cui è tratta Point Blank.

Canzone carica di dolore che narra di una fine drastica, la fine di un amore, ma anche di una vita che viene spezzata di colpo, anche se resta aperta la possibilità che si tratti solo di una morte interiore. Anche la melodia e i sublimi arrangiamenti fanno di Point Blank una delle canzoni più splendidamente tragiche di tutta la discografia di Bruce Springsteen.

Who By Fire – Leonard Cohen (1974)

Sono venuto per sollevare il loro spirito, e loro hanno sollevato il mio“, ha detto Cohen ricordando la sua partecipazione nella guerra dello Yom Kippur nel Sinai.
Nel 1974, riflettendo ancora sulla guerra, compose “ Who by Fire ”. La frase nasce dalla preghiera solenne recitata ogni Yom Kippur, l’Unetaneh Tokef, che ci chiede con gravità di considerare quale destino potrà riservare il prossimo futuro a ciascuno di noi, chi morirà e chi vivrà. Cohen era stato vicino alla morte, e aveva visto la morte, sul campo di battaglia del Sinai. Ma non morì lì; è rinato. Si potrebbe anche dire che in seguito scelse la vita, tornando dalla sua compagna Suzanne e avendo un secondo figlio con lei, e sedendosi per comporre canzone dopo canzone, tra cui “Anthem” e “Alleluia”.

Creep – Radiohead (1993)

Creep è il singolo di debutto dei Radiohead, pubblicato nel 1992, e successivamente apparso nel loro primo album, Pablo Honey (1993). Durante il suo rilascio iniziale, Creep non fu un successo nelle classifiche. Tuttavia, dopo la ripubblicazione nel 1993, divenne un successo mondiale. I partecipanti ai primi concerti dei Radiohead spesso mostravano poco interesse per le altre canzoni della band, inducendo la band a reagire contro Creep e a suonarla meno spesso durante la metà e la fine degli anni ’90. Nel 1998, a metà del tour OK Computer, la band abbandonò del tutto la canzone dalle scalette. Creep non è stato più suonato dal vivo fino al 2001, ma da allora è riapparso più volte nei live set della band.

Coney Island Baby – Lou Reed (1976)

Da Transformer del 1972 in poi, Lou Reed trascorse gran parte degli anni ’70 giocando la carta della decadenza drogata fino in fondo, con risultati sempre più contrastanti. Ma con Coney Island Baby del 1976, il modo di scrivere canzoni di Reed cominciò a spostarsi verso un territorio più caldo e compassionevole, e il risultato fu il suo album più accessibile dai tempi di Loaded con i Velvet Underground.

Nella maggior parte dei brani, Reed ha ridotto la sua band a chitarra, basso e batteria, e i risultati sono stati più snelli e molto più confortevoli rispetto alla plumbea sovrapproduzione di Sally Can’t Dance o Berlin. Coney Island Baby è stata la scoperta di un Reed scrittore di canzoni d’amore riconoscibili. Coney Island Baby è un brano sull’amore e sul rimpianto sincero e toccante. Sembra disinvolto in superficie, ma emotivamente è avvincente come poche cose pubblicate da Lou Reed negli anni ’70.

6Th Avenue Heartache – The Wallflowers (1996)

I Wallflowers sono la creatura di Jakob Dylan figlio di Robert Zimmerman e di Sara Lownds. Anche lui cantante, Jakob scrisse questo brano nel 1988 quando aveva solo 18 anni. Viveva a New York City, vicino alla Sixth Avenue, dopo aver abbandonato la Parsons School of Design, dove studiava pittura, dopo sole due settimane. Nonostante fosse il figlio di Bob Dylan, era solo, viveva da solo e trascorreva molto tempo vagando per la città e riflettendo sulla sua vita. Il testo riflette le immagini della città e la sua ricerca per trovare la sua strada. Fu allora che decise di fare della musica la sua vita, o almeno di provarci. Compito riuscito o almeno in parte perché essere figlio del Vate, scrivere canzoni e fare musica, è compito improbo come scalare l’Everest con le infradito.
6Th Avenue Heartache resta comunque un bel brano, molto godibile, probabilmente uno dei loro migliori.

Angie – The Rolling Stones (1973)

Angie è sicuramente una delle canzoni più popolari dei Rolling Stones. Fu pubblicata come singolo nel 1973 e successivamente inclusa nel loro album “Goats Head Soup”. Angie racconta la fine di una storia (ma non di un amore), quello tra Mick Jagger e Marianne Faithfull, la donna che ha attraversato tutti gli inferni e ne è uscita viva, malconcia, ma viva. La canzone ha un tono malinconico e introspettivo, con Jagger che esprime sentimenti di rimpianto e desiderio. Angie divenne un grande successo per i Rolling Stones, raggiungendo la vetta delle classifiche in diversi paesi. La popolarità della canzone è durata nel corso degli anni e continua a essere un punto fermo delle stazioni radio e delle playlist di rock classico. Angie mette in mostra la capacità dei Rolling Stones di creare ballate cariche di emozione pur mantenendo il loro caratteristico suono rock.

Victor Jara’s Hands – Calexico (2008)

Una delle qualità che preferisco in una canzone è la capacità di evocare senza sforzo una scena nella testa dell’ascoltatore. Il brano inizia con un lento sviluppo di maracas e chitarra e crea uno sfondo ispanico che pian piano si estende oltre il semplice ritornello “Ole ole ole ole” con sezioni di fiati brillanti a guidare bene la canzone.
In questo brano si evocano le mani di Victor Jara, esponente della Nuova Canciòn Chilena, militante del Partido Comunista de Chile (lo stesso di Pablo Neruda) e sostenitore di Salvador Allende, ucciso dagli uomini del generale Pinochet dopo terribili torture.

There is Light That Never Goes Out – The Smiths (1986)

Gli Smiths è stato un gruppo di culto nella seconda metà degli anni ottanta. Hanno saputo creare uno stile, un sentiero che negava la strada maestra, fin dalla scelta del nome (il cognome più comune tra gli inglesi, come se una nostra band decidesse di chiamarsi “I Rossi”). Copertine pallide e virate seppia, che spesso riprendevano fotogrammi di vecchi e dimenticati film; sonorità oniriche e vellutate, piacevolmente narcotizzanti, quasi oppiacee; citazioni letterarie a pioggia battente e fiori gettati al pubblico durante i concerti.

There is Light That Never Goes Out è forse la più romantica e disarmante canzone degli Smiths. Rubacchia una sequenza armonica dalla versione dei Rolling Stones di un brano di Marvin Gaye, Hitch Hike, ma è un furto dichiarato.

Heart of Gold – Neil Young (1972)

Una delle peculiarità di Neil Young oltre aver scritto canzoni immortali, patrimonio sonoro di intere generazioni è stato il movimento; infatti la sua vita è sempre stata un continuo girovagare perché fermarsi avrebbe significato perdersi, straniarsi, in una sola parola: invecchiare. Per questo è sempre stato “sulla strada”, in direzione avanti, senza nostalgie o ricerche di un tempo perduto. Sempre senza curarsi della moda, perché il percorso di Young è costruito sulla roccia della coerenza e della qualità, non sulla sabbia del trend. E’ questo uno dei suoi segreti che, alla bella età di settantotto anni è ancora illuminato dalle luci della ribalta.

Kingdoms of rain – Mark Lanegan (1994)

La spettacolare voce degli Screaming Trees si alza, affascinante e misteriosa, al di là del fiume e tra gli alberi, evocando inquietudini alla Cave, minimalismi di desolazioni alla Cohen, disgressioni metropolitane. Nelle canzoni di Lanegan ci sono echi di colore e abissi in bianco e nero, c’è lo splendore della nuda canzone, paesaggi al finestrino e istantanee di un panorama privato. Le sue storie raccontano di voli brevi e cadute lunghe, anime sempre fuori mano ma mai fuori fuoco, fuochi d’autunno e aria di neve. Un crepuscolare che inchioda.