Jackson Browne – Late for the sky (1974)

Con una splendida immagine di copertina esplicitamente dedicata a Magritte, l’album spinse al top la cosiddetta arte del riflusso. Il canzoniere dei disillusi della contestazione trova in Jackson Browne un interprete perfetto, che racconta la fatica di vivere con malinconica credibile vitalità. ‘Late for the sky’ esce nel dicembre del 1974. Non è un momento particolarmente fortunato. Jackson ha appena passato qualche guaio con “Redneck friend”, una canzone tratta dal suo precedente lavoro, ‘For everyman’, in cui si parla di masturbazione. Sua moglie però aspetta un figlio. E, infatti, nel retro della copertina di ‘Late for the sky’, Jackson dedica il disco a quell’Ethan (“che sta per arrivare”).

Il disco riceve i complimenti della critica, ma commercialmente è un piccolo disastro. Il suono morbido che viene offerto, le ballate profonde, il senso di vaga ma cosciente disperazione sociale attraggono e respingono allo stesso tempo. Di sicuro non sono “cosa immediata”. I singoli del disco (“Walking slow” e “Fountain of sorrow”) naufragano nei bassifondi della classifica. Jackson va in tournèe, anche da solo, a volte con il solo David Lindley, che col suo violino dà una svolta al timbro del classico suono da cantautore chitarra e pianoforte, cui anche Jackson era legato.

‘Late for the sky’ ha cambiato tanto nella musica rock. Forse troppo o troppo presto. Ha rimpastato le vecchie idee sulla cultura dell’immagine. Cantando canzoni senza tempo e trovando, dopo una serie di tentativi un suono che appariva perfetto per gli anni difficili che gli “individui” stanno vivendo, abbandonati dai loro stessi sogni e costretti a dire sì ad una società sporca. Jackson infila nel disco le osservazioni di una vita, guardando dentro ai propri cassetti, cantando la solitudine e la stessa desolazione di una generazione.

Quasi un capolavoro. 

The Band — The Band (1969)

Se il primo album della Band “Music from Big Pink” (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.

Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l’unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L’unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.

Più dell’esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell’America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm’n’blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente “da soli”, con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin’ Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi non ne resta nessuno di quei prodigiosi figli americani: Manuel si è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson è morto di cancro, Helm se ne andato nel 2012 e Hudson a gennaio del 2025. (Aggiornato)

Questa è musica senza tempo.

The Band & Robbie Robertson

The Band – Una sola formazione merita l’appellativo di “band più importante della musica americana degli anni Settanta” ed è stata quella di R. Robertson, R. Danko, L. Helm, G. Hudson e R. Manuel, ovvero la Band, il massimo riconoscimento al più nobile artigianato della musica. Tra il 1958 e il 1963 la Band entrò nella storia del rock suonando alle spalle di un Bob Dylan alla ricerca dell’elettricità.

La Band arrivava da un repertorio forte, ballabile e nero. Dylan portava con sè il proprio repertorio folk e country: l’insieme fu straordinario, dal vivo come in studio (basta riascoltare i Basement Tapes). Prima di Dylan i musicisti del gruppo non componevano le proprie canzoni, dopo l’incontro con il folksinger Manuel, Robertson e Danko iniziarono a mettere mano alle composizioni con risultati eccellenti. E’ con “Music from Big Pink”, del 1968, che la band mostra davvero se stessa al mondo. Il gruppo cantava e suonava come cinque distinte individualità che lavoravano insieme per lo stesso obbiettivo. C’era un suono collettivo ma era fatto da cinque persone differenti, da cinque voci e strumenti che mescolavano insieme folk, blues, gospel, r’n’b, classica e rock’n’roll. Era la musica americana, la storia della musica popolare americana, che veniva celebrata nella maniera più moderna e straordinaria da un gruppo di canadesi (tranne L. Helm) che sembravano conoscere gli Stati Uniti e la loro musica meglio di chiunque altro. Il secondo album, “The Band” del 1969, mostrò una formazione che era riuscita ad affinare ulteriormente le proprie doti compositive; “Stage Fright” del 1970, aggiunse alla già ricca poetica del gruppo il fascino del rock vissuto “on the road”. Gli anni dal 1971 al 1975 li vedono tornare in studio per “Cahoots” (1971), non particolarmente brillante, per un live, “Rock of Ages” (1972) e per una collezione di standard degli anni cinquanta “Moondog Matinee” (1973).

Ma è con Dylan che la Band tocca i suoi vertici, in “Planet Waves” del 1974 e nel travolgente “Before the Flood” del 1975, che i musicisti della Band segneranno con le proprie canzoni e con le proprie performance, sia da soli sia con Dylan, anzi, più da soli che con Dylan, una delle più belle stagioni della musica americana. Con lo straordinario “The Last Waltz” del 1978, firmato da Martin Scorsese, realizzeranno il più bell’epitaffio della loro straordinaria storia musicale.

Robbie Robertson – Dallo scioglimento della band nel 1976, R.R. scelse di allontanarsi dalla canzone e iniziare una collaborazione con Martin Scorsese che lo porterà, negli anni Ottanta, a firmare le colonne sonore di “Raging Bull”, “The King of Comedy” e “The Color of Money” (rispettivamente, “Toro Scatenato”, Re per una Notte” e “Il Colore dei Soldi”. Ma il cinema, nonostante il successo, non era abbastanza. Il ritorno alla canzone, anzi l’esordio come solista, arrivò nel 1987 con la pubblicazione del primo disco “Robbie Robertson”, realizzato con la collaborazione dei vecchi amici Rick Danko e Garth Hudson, ma soprattutto di Daniel Lanois e Peter Gabriel, un album essenziale per comprendere come la canzone americana degli anni Ottanta fosse uno straordinario crogiuolo di esperimenti, commistioni, rimescolamenti. Il disco di Robertson (seguito nel 1991, da “Storyville”, dedicato alla musica di New Orleans e, nel 1994, da “Music for the Native Americans”, un progetto teso al recupero delle sue radici indiane) fu uno dei migliori esempi del rinnovamento del rock, un esperimento riuscito di fusione tra l’eredità degli anni Settanta e le nuove sensibilità della musica nata dopo l’esplosione del punk. Per la prima volta, soprattutto, il rock degli States dedicava in maniera compiuta le proprie energie creative al recupero della musica indiana, l’unica a essere totalmente ignorata dal “melting pop” americano, in conseguenza di un atavico e poco elaborato senso di colpa nei confronti dello sterminio dei primi, originari, abitanti del Nuovo Mondo.

Eric Burdon

Eric Burdon è stato il cantante degli Animals.

Veniva da Newcastle, una zona tipica di cantieri navali e miniere di carbone. Fu un marinaio americano che abitava al piano di sotto a fargli ascoltare Fats Domino, Robert Johnson ma soprattutto Don’t Roll Those Blood Shot Eyes At Me di Wynonie Harris e Sam Jones Done Snagged His Brace di Louis Jordan. Fu allora che decise che avrebbe cantato quel genere di cose.

Gli Animals, nati sulle ceneri dell’Alan Price combo (una formazione di jazz ispirata allo stile del pianista Bill Doggett) sembravano un gruppo destinato a diventare una stella del firmamento inglese considerato che erano partiti con ben sei hit da Top 10 nel biennio 1964-1965. Il loro mentore fu il produttore Mickie Most, che ebbe l’idea di fargli incidere una versione rock di The House Of The Rising Sun, una canzone folk tradizionale che Bob Dylan aveva appena ripreso nel suo primo album. L’apertura di organo che ricordava molto Bach, arrangiata ed eseguita da Alan Price, creava un’atmosfera angosciante. Nonostante le sonorità cupe e la lunghezza di oltre 4 minuti, il disco conquistò la vetta delle classifiche sia inglesi che americane. Una leggenda narra che Dylan, dopo averla ascoltata, decise di elettrificare la sua musica.

Altro singolo di grande successo fu We’ve Gotta Get out Of This Place, scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, che divenne anche una delle canzoni preferite dai soldati americani in Vietnam.

Cover eccellenti furono Boom Boom di John Lee Hooker e di Don’t Bring Me Down, di Gerry Goffin e Carole King, ma la band non poteva vivere solo di cover quando Lennon-McCartney e Jagger-Richards sfornavano capolavori uno dopo l’altro. Purtroppo Burdon non fu mai in grado di scrivere canzoni che funzionassero per la sua immagine e la sua vocalità e nel 1966 la band cominciò a disgregarsi. Per primo se ne andò Alan Price, poi John Steel e alla fine Burdon abbandonò anche Most e si trasferì in America.

La moda psichedelica andava per la maggiore e Burdon e il chitarrista Hilton Valentine persero la testa per San Francisco, la moda hippie e le droghe. Ambedue cominciarono ad andarci giù pesante con l’LSD. Burdon era intrattabile e violento, Valentine viveva recluso in una stanza d’albergo convinto di essere Gesù Cristo. E fu così che gli Animals americani durarono poco. Intanto il bassista, Chas Chandler, ebbe la fortuna di scoprire in un club di New York un giovane chitarrista nero, Jimi Hendrix, che convinse a trasferirsi in Inghilterra e a fargli da manager. Burdon non si arrese, fondò i New Animals e si allontanò (quasi) definitivamente dal blues. Ebbe la fortuna di essere accettato dai Mama’s and Papa’s al festival di Monterey (con gli Who come “next big thing from UK”, ma con un’esibizione alquanto moscia e una scelta di brani infelice), catturò lo spirito dei tempi in due 45 giri, Good Times e l’anthem marziale San Franciscan Nights, che è un altro dei suoi capolavori e nell’album Wind Of Change (1967) dove inserì una bella versione live di Paint It Black dei Rolling Stones. In due anni la band registrò quattro dischi e si creò un discreto seguito nella baia, con qualche singolo di grande successo come When I Was Young e Sky Pilot (nelle top 10). Forse il suo capolavoro di questo periodo è The Twain Shall Meet, del 1968, una raccolta di canzoni raffinate quanto strane (il raga jazzato di Monterey, scritto subito dopo la partecipazione al festival nel giugno del 1967, il blues di White Houses, il delirio cosmico-psichedelico di Sky Pilot, musica per pio- nieri dello spazi con cornamuse scozzesi (?!?), e We Love You Lil) che lo consacra comunque “un cantore di quella generazione, un musicista in delirio orgasmico ma al tempo stesso consapevole e creativo” (Scaruffi), “che naufragava nel grande oceano della musica che cambiava” (Bertoncelli).

Everyone Of Us (1968), è un collagedelirio di venti minuti e il doppio ambizioso Love Is (1969), una raccolta di covers forte delle due chitarre soliste di John Weider (poi nei Family) e Andy Summers (futuro Police) e di brani ancor più sconclusionati ed estesi (in gran parte classici del rock, compresa una versione sterminata della The Madman Running Through The Fields di Zoot Money il quale doveva essere affascinato da quelli un po’ fuori di testa perché poco dopo si chiuderà tre giorni in stiudio con un altro fuso dall’LSD, Peter Green per le sessions di The End Of The Game).

Nell’ottobre del 1968 Bardon suonò per due giorni al Fillmore East insieme a Sly & The Family Stone. Nel 1969 incise Eric Is Here e ingaggiò il gruppo di soul-funk californiano War per accompagnarlo.

L’esperienza durò due anni, durante i quali incise due dischi, Eric Burdon Declares War (1970) con una bella lunga versione di Tobacco Road, e il doppio The Black Man’s Burdon (1970) che contiene un’ulteriore versione di Paint It Black. Nel 1971 si associò al bluesman Jimmy Witherspoon per l’album Guilty!, si trasferì a Los Angeles e se ne persero le tracce. Bisognerà aspettare il 1977 per ritrovarlo, quando gli Animals si riformeranno per un album eccellente come Before We Were So Rudely Interrupted.

Diventerà uno dei tanti musicisti che girano per l’Europa e l’America (ha anche militato in un complesso tedesco) campando su un glorioso passato. Il 15 marzo del 2012 ad Austin, Texas, è salito sul palco di Springsteen cantando Many Rivers To Cross e We Gotta Get Out Of This Place.

Bunny di Beach Fossils (2023)

Dopo una pausa di sei anni, durante i quali il loro ultimo album in studio, il superlativo Somersault del 2017, ha avuto un successo inimmaginato, i Beach Fossils tornano con un’altra colonna sonora ottima per l’estate che evoca perfettamente la capacità della stagione di far oziare. Il calore, la foschia e il crogiolarsi nel letargo deliberato sono sempre stati il modus operandi stridente e melodico di questo gruppo, e Bunny non minaccia mai di deviare da questo modello perfetto. Se ci sono sottili differenze, potrebbe essere che Bunny sia più meticoloso e più incline a una commercializzazione in sordina che apre un ulteriore senso di accessibilità rispetto alle versioni precedenti.

Ascolta l’album

Jeff Buckley

E’ probabilmente il più apprezzato e amato dei cantautori degli anni Novanta, figlio del leggendario Tim Buckley, anche lui tragicamente scomparso in giovane età. Jeff aveva un modo creativo di affrontare la canzone. Affascinato in egual modo dai Led Zeppelin come dal garage rock, dal punk e dalla disco, riusciva a essere un interprete romantico anche quando la progressione musicale era devastata dal suono di una chitarra elettrica distorta.

Era bello, giovane e forte di un album, Grace, del 1994, di cui tutti dissero un gran bene, sia la stampa specializzata sia quella istituzionale. E’ morto nel maggio del 1997 in circostanze mai chiarite fino in fondo.

C’era abbastanza materia emotiva per fare di Jeff Buckley un eroe “guevariano” agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che seguono le cose del rock, e altrettanta per imbastire una speculazione discografica, visto il grande bagaglio di registrazioni postume che si sono riversate nel corso degli anni sui fan. Buckley era riuscito fino ad allora a seguire degnamente le orme del padre, distaccandosene in termini stilistici ma facendone rivivere la materia poetica. Autore e interprete sensibile e originale, ha segnato in maniera forte, con la sua breve ma intensa carriera, la produzione dei cantautori degli anni Novanta.

Sands of Time di Pete Bell (2023)

Pete Bell ha suonato in moltissime band: gruppi con un suono originale e gruppi che facevano cover. In “Sands of Time” ci sono belle canzoni. Si spazia dall’esuberante (“Dance All Night With You” con il suo trascinante ritmo Motown/Northern Soul) al malinconico (“I Want You Here Today”, una ballata meravigliosamente riflessiva). I brani sono arrangiati attorno a temi che riguardano le relazioni, riflettendo sia sul tempo che passa sia sul senso di perdita, e Bell estrae ogni grammo di emozione da loro.

Ascolta l’album

The Weeping Song – Nick Cave and the Bad Seeds (1990)

The Good Son, l’album che contiene The Weeping Song è sicuramente meno devastante, musicalmente, dei suoi capitoli precedenti. Solare no, diciamo che Cave avanza timido verso l’umanità. Se prima non si curava e sbatteva le porte provocando un fragore assordante, con The Good Song apre le porte con moderazione, equilibrio e sobrietà. Dalla tasca fuoriescono i soliti pennarelli neri per imbrattare pareti di stanze illuminate.
Il ritornello si può cantare in coro, prima di capire che dietro quel canto dolente si nasconde il punto di non ritorno.

Massimo Bubola — Amore e Guerra (1996)

In Amore e Guerra, Massimo Bubola unisce passato e futuro, infatti, reinterpreta alcuni brani che ha scritto per altri con rinnovata energia ed intensità e dà a queste canzoni una veste completamente rinnovata.

Bubola mostra le sue qualità di interprete, la sua è una rilettura lucida e piena di forza. Le canzoni vengono da diciotto anni (dal 1978) di scrittura conto terzi, ed escono rivestite a nuovo.
Un disco come questo copre un buco nella discografia italiana.

La musica è sana, americana nello spirito, italiana nel corpo; non c’è, in queste canzoni, la solita italietta canora, la solita tiritera melodica, bensì un suono robusto e vibrante, che ci scuote e ci porta a gustare il disco, a risentirlo ed a risentirlo in continuità.

Chitarre elettriche, batteria dura, basso pulsante, ogni tanto una fisarmonica o un violino al servizio di qualche aria folkeggiante. Musica dolce e forte al tempo stesso: Bubola è un cavallo di razza che sa dosare sentimenti ed immagini.

Le canzoni…
“Fiume Sand Creek”: La canzone si libera fiera, ben lontana dai vincoli che le aveva imposto De Andrè: un mandolino di sapore ‘cooderiano’ stempera le sue note, la voce preme e la canzone, rabbiosa, ci avvolge in un crescendo continuo. Grande inizio.

“Un angelo in meno”: è l’unica canzone inedita, lenta basata su un bel gioco di chitarre, ha un testo forte, teso come una lama ed una melodia di ampio respiro.

“Johnny lo zingaro”: vecchia conoscenza con ‘The Gang’, è riletta con molta forza, chitarre quasi hard, batteria possente, ed una atmosfera piena di phatos, le danno una nuova vitalità.

“Andrea”: è una boccata d’aria fresca, il violino danza subito e la melodia cattura immediatamente. La rilettura è geniale, con un sapore country folk che dà alla composizione una nuova veste, invenzioni tex mex, brillanti e piene di allegria, fanno da contrasto col testo amaro, che racconta di coraggio e morte.

“Marabel”: è in chiave rock, chitarre aperte, batteria che preme, basso che pulsa. Massimo canta con rabbia.

“Spezzacuori”: ha un altro aspetto, l’atmosfera è quasi western, con la chitarra molto evocativa e la voce grave a raccontare. La canzone sembra uscita da un vecchio vinile di Johnny Cash.

“Sally”: è una delle cose più belle che Massimo ha regalato a Fabrizio de Andrè, ma questa versione supera di gran lunga l’originale. L’idea è quella di una chitarra liquida (c’è sempre Cooder nei dintorni) che segue, pari passo, la melodia. Grande brano.

“Don Raffaè”: è una delle colonne portanti di “Nuvole” di De Andrè, grande brano, grandissimo, eppure Massimo, ancora una volta, riesce a sorprenderci . Bluesato, leggermente jazzato, notturno e fumoso, Don Raffaè mantiene la sua lucida attualità sociale ma cambia radicalmente il suo vestito.

“Eurialo e Niso”: tra le più riuscite del disco, la struttura rimane, ma la musica è più forte con la chitarra a l’armonica che rafforzano la tematica ormai country.

“Camice rosse”: canzone di cui Massimo va molto fiero, che però la Mannoia non ha saputo rendere al meglio. Un tessuto armonico di sapore tex mex, ben evidenziato dall’uso continuo della fisarmonica. Una melodia intensa, condita con mille sapori, vibrante e piena di vitalità.

“Tre rose”, tenue ed interiore, e “Quello che non ho”, molto elettrica decisa. Concludono un album di grande spessore, molto poco italiano, in cui il senso della vera musica rock viene espresso appieno.

Bubola ha fatto il suo capolavoro.

Tim Buckley

Nato a Washington nel 1947, vive a New York e, all’età di quindici anni, va sulla costa occidentale, con Woody Guthrie nella mente e la voglia di diventare un folk singer, vero. Dal ’63 frequenta da musicista (chitarra – voce) i circuiti folk di Los Angels e della Bay Area. Nei testi, viene coadiuvato dall’ex compagno di scuola Larry Beckett. Al Troubador di Los Angels trova l’ambiente a lui ideale, stende i primi pezzi personali e poi i capolavori. Negli anni ’70 partecipa a numerosi film, interpreta una commedia di Satre, No Exit e scrive il soggetto della pellicola Fully Airconditioned Inside, mai girata. Nel 1975 muore per una overdose di morfina ed eroina.

Come ogni folk singer, egli penetra le cause della disfatta e le denuncia a piena voce, è il 1966 e Buckley strappa alla Elektra l’album d’esordio, smette di credere alla “rivoluzione psichedelica” sfruttata ed inglobata per intero. Si avverte aria di disillusione per la scena contemporanea.
Buckely non ha bisogno del compromesso, anche sottile, per veder pubblicata la propria opera, lascia agli altri l’idea di poter cambiare. E’ solo e rassegnato fino alla desolazione.

Salva il coraggio di tentare una nuova musica, ‘Happy Sad‘ parla di “solitudine risolutrice” viene ‘Goodbye & Hello‘ ed alle prime battute Buckley perde fiducia nell’uomo, nella sua azione e resta il più bel frammento di quegli anni, una Hallucinations venuta “a metà fra il sonno e la veglia”. Buckley è vicino alla voce dello strumento, tocca la stasi e la consapevolezza. Per un attimo.

Lorca si ferma nella novità e svolge tracce complesse ed interiori.

Bob Dylan sente che l’LSD può portare troppo avanti e canta “c’è troppa confusione” fra le linee di ‘All along the Watchtower‘.
Buckley si rifiuta di accettare la realtà, poi s’immerge nel passato e vive come vivrà il Nick Drake di Pink Moon, fra pensieri rarefatti e rivelazioni istantanee che danno a lui la forza di continuare. E sfiora la morte, per inedia.

Blue Afternoon e Starsailor raccolgono quei sussulti e quegli sbocchi emotivi, tracciano il confronto passato-presente, descrivono a pieni tratti la sua sofferenza. Così Buckley insegue i rari attimi in cui riesce ad esser cosciente. C’è tristezza. “Ho l’angoscia che quegli attimi non possano ripetersi, e li afferro ogni volta come fossero gli ultimi”.

Invece si fanno sempre più personali, intimi, difficili da comunicare. Tradurli in musica diventa operazione ambiziosissima, e per la prima volta Buckley viene conosciuto da vero artista, in America, in Francia, altrove. La sua ricerca tocca ogni spunto, ma in breve egli capisce di muoversi ad esperienze troppo introverse ed i boss della Reprise-Discreet se ne approfittano, guidano la sua confusione e Greetings From L.A.SefroniaLook at the Fool che mantengono un terzo delle sue capacità. Con Dolphins, l’omonima Look at the Fool, è l’uomo a farsi perdonare. Rabbia e remissione si confondano a ritmi semplici, nelle ultime prove. Vuol essere ben accetto alla gente comune.

Look at the Fool è passo superato, e la sua voce stava dilatando le favole di Lorca, stava provando a seguire i mezzi elettronici. Certo, Buckley tanto ha fatto da riuscire il più arduo folk singer di tutti i ’60. Sulla via dell’alcol e peggio, era stanco. Ma solo chi non lo conosceva poteva dirlo finito.