My Favorites Albums #9/100

Buena Vista Social Club – Buena Vista Social Club (1997)

[…] Brani di una bellezza disarmante, grazie a Cooder & Co. che hanno saputo dare un saggio della loro bravura e ci hanno regalato un disco emozionate e profondo al tempo stesso, prezioso come un gioiello di inestimabile valore. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

That’s All right – Elvis Presley (1954)

“That’s All Right” è una canzone scritta e originariamente eseguita dal cantante blues americano Arthur Crudup nel 1946. La versione più celebre è però quella di Elvis Presley, che la registrò il 5 luglio 1954 presso gli studi Sun Records a Memphis, Tennessee, pubblicandola come singolo il 19 luglio 1954 con “Blue Moon of Kentucky” come lato B. Questo brano rappresenta il debutto discografico di Elvis ed è considerato da molti critici come uno dei primi esempi di rock and roll, segnando l’inizio della carriera del “Re del Rock”.
La versione di Presley è una rivisitazione fedele dell’originale blues di Crudup, interpretata con un approccio più energico e giovane che mescolava country, blues e rhythm and blues. Registrato con la chitarra di Scotty Moore e il contrabbasso di Bill Black, il brano divenne un successo e fu inserito nella lista delle “500 Greatest Songs of All Time” dalla rivista Rolling Stone. Nel 1998, la registrazione fu anche inserita nella Grammy Hall of Fame, sottolineando la sua importanza storica e artistica nel panorama musicale mondiale.
La particolarità della registrazione presso Sun Records fu che durante una pausa, Elvis iniziò a suonare “That’s All Right” in modo spontaneo, e ciò colpì il produttore Sam Phillips, che decise di registrare il pezzo così com’era. Il singolo lanciò la carriera di Elvis Presley, dandogli una visibilità immediata e facendo da battistrada per la diffusione del rock and roll nel mondo.
In sintesi, “That’s All Right” è il brano che ha segnato l’avvio della carriera di Elvis Presley e uno dei momenti chiave nella nascita del rock and roll, con un forte impatto culturale e musicale duraturo.

Joe Rushton

Joe Rushton, il cui nome completo era Joseph Augustine Rushton, Jr. (morto il 2 marzo 1964), è stato un sassofonista jazz americano specializzato nel sassofono basso. Nato a Evanston, Illinois, fu uno dei musicisti jazz più noti a dedicarsi al sassofono basso, strumento che iniziò a suonare stabilmente dal 1928. Prima di questo, suonava il clarinetto e tutti gli altri tipi standard di sassofono, e occasionalmente registrava anche con questi strumenti. Ha collaborato con numerose band e musicisti prestigiosi come Ted Weems, Jimmy McPartland, Bud Freeman, Floyd O’Brien, Benny Goodman (1942-43), Horace Heidt (1943-45) e la band Five Pennies di Red Nichols, con cui suonò fino ai primi anni ‘60. Ha inciso sei pezzi per la Jump Records tra il 1945 e il 1947, ma per il resto compare nei dischi come sideman. Joe Rushton morì a San Francisco all’età di 56 anni.

My Favorites Albums #8/100

The Cure – Greatest Hits (2001)

Il “Greatest hits” dei Cure raccoglie il meglio di una carriera che dura ormai da 25 anni [ndr nel 2001]. La prima edizione di questo disco è pubblicata in versione limitata: la confezione contiene due CD, uno standard e l’altro con tutte le versioni dei brani contenuti nel primo in versione acustica. L’album presenta due inediti, tra cui il nuovo singolo intitolato “Cut here”.

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Bob Dylan: i suoi album #14

Before The Flood (1974)

Il primo live della sua carriera. Assieme agli amici della Band. E senza la Columbia

“Before the Flood” è un album dal vivo di Bob Dylan e della Band, pubblicato il 20 giugno 1974. Fu il primo album dal vivo di Dylan e documenta il loro tour americano congiunto del 1974, che segnò il ritorno di Dylan alle esibizioni dopo una pausa di otto anni. L’album raggiunse il terzo posto nella Billboard 200 e l’ottavo nella classifica degli album più popolari nel Regno Unito, ottenendo infine la certificazione di platino dalla Recording Industry Association of America.
L’album contiene principalmente registrazioni delle loro esibizioni al Los Angeles Forum di Inglewood, in California, il 13 e 14 febbraio 1974, ad eccezione di “Knockin’ on Heaven’s Door”, registrata il 30 gennaio 1974 al Madison Square Garden di New York. “Before the Flood” inoltre presenta versioni rivisitate e intense di classici di Dylan come “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”, “Like a Rolling Stone” e “All Along the Watchtower”, insieme a successi della Band come “The Night They Drove Old Dixie Down”. La tracklist dell’album riflette la struttura del tour, con set di Bob Dylan e della Band insieme, la Band da sola e un set acustico solista di Dylan. Dal punto di vista della critica, l’album ha ricevuto recensioni contrastanti. Robert Christgau della rivista Creem lo ha definito “il rock and roll più folle e potente mai registrato”, mentre Tom Nolan di Rolling Stone ha trovato l’enfasi vocale di Dylan e gli arrangiamenti della Band a volte goffi, pur riconoscendo il successo delle canzoni rivisitate. Lo stesso Dylan in seguito espresse una visione più sprezzante del tour, ritenendolo “insensato” e che lui e la Band stessero “recitando un ruolo”. Tuttavia, molti lo considerano un album dal vivo potente ed energico, che cattura l’energia grezza dell’arena rock.

Memphis Slim

Memphis Slim, è stato un pianista, cantante e compositore di blues di grande influenza. Iniziò la sua carriera negli anni ‘30 suonando nelle sale da ballo e nei locali di gioco d’azzardo della zona di Memphis, per poi trasferirsi a Chicago nel 1939 dove collaborò con importanti musicisti come Big Bill Broonzy. Seguendo il consiglio di Broonzy, sviluppò uno stile personale potente e riconoscibile, caratterizzato da una voce vigorosa e un tocco deciso al pianoforte.
Negli anni ’40 e ’50 Memphis Slim guidò diverse band, tra cui “The House Rockers”, e compose brani classici come “Everyday I Have the Blues”, “Rockin’ the House”, e “Mother Earth”. La sua musica spaziava dal jump blues al Chicago blues e fu molto influente per generazioni di musicisti. Nel 1962 si trasferì definitivamente a Parigi, dove continuò a registrare e esibirsi fino alla sua morte, avvenuta il 24 febbraio 1988. Memphis Slim è considerato uno dei giganti del blues, apprezzato per la sua prolificità, il carisma e la capacità di adattarsi a varie epoche musicali.

Guy Mitchell

Guy Mitchell, nato Albert George Cernik il 22 febbraio 1927 a Detroit, Michigan, è stato un cantante e attore americano di grande successo negli anni ‘50 e ‘60, noto soprattutto nel suo paese, nel Regno Unito e in Australia. Dopo un’infanzia trascorsa anche in California, iniziò come cantante in orchestre e vinse il concorso radiofonico Arthur Godfrey’s Talent Scouts nel 1949. Il nome d’arte Guy Mitchell gli fu dato dal produttore Mitch Miller nel 1950, quando sostituì Frank Sinatra in una sessione di registrazione per Columbia Records.
Mitchell ebbe numerosi successi discografici, tra cui “My Heart Cries for You”, “The Roving Kind”, “Singing the Blues” (che rimase alla vetta delle classifiche per nove settimane), “Heartaches by the Number” e “My Truly, Truly Fair”. Oltre alla musica, apparve anche in film come “Those Redheads From Seattle” (1953) e “Red Garters” (1954) e condusse il programma televisivo “The Guy Mitchell Show” su ABC nel 1957. Morì il 1 luglio 1999 a 72 anni a causa di complicazioni post-operatorie. È ricordato come un’icona della musica pop americana e uno dei pionieri del rock and roll.

Sympathy For The Devil – Rolling Stones (1968)

La canzone “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, pubblicata nel 1968, ha contribuito a creare l’immagine “cattiva” della band, in contrapposizione a quella più “buona” dei Beatles. In realtà, il brano parla del male insito nelle azioni umane, non di un’adorazione del diavolo. Nel testo, il diavolo stesso introduce sé stesso, facendo un’analisi critica del male presente nella storia e nella vita quotidiana, ma la responsabilità dei mali del mondo è dell’uomo, non di Lucifero.
Il brano, originariamente intitolato “Devil is My Name”, presenta un ritmo che evolve dal samba a uno dei pezzi rock più classici. Il celebre coro “uh uuh” è stato aggiunto solo alla fine della registrazione, suggerito da Anita Pallenberg, allora fidanzata di Keith Richards. Anche Marianne Faithfull, un’altra figura vicina alla band, ha partecipato al coro.
“Sympathy for the Devil” è diventato un classico del rock, spesso interpretato come una riflessione sul male interno all’uomo piuttosto che un inno satanico. Ha segnato un momento chiave per la band, stabilendo la regola dell’eccesso e contribuendo a definire la loro immagine nel panorama musicale.

My Favorites Albums #7/100

Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)

[…] C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Walter Fuller

Walter “Rosetta” Fuller (15 febbraio 1910 – 20 aprile 2003) è stato un trombettista e cantante jazz americano originario di Dyersburg, Tennessee. Iniziò a suonare il mellofono da bambino, poi si specializzò nella tromba. Da adolescente suonò in spettacoli itineranti e negli anni ‘20 suonò con Sammy Stewart. Nel 1930 si trasferì a Chicago, collaborando con Irene Eadie e il suo gruppo, per poi legarsi a lungo all’orchestra di Earl Hines dal 1931 al 1937 e successivamente dal 1938 al 1940. Fu anche parte dell’ensemble di Horace Henderson.
Nel 1940 formò la propria band, esibendosi in locali come il Grand Terrace di Chicago e il Radio Room di Los Angeles. Tra i suoi musicisti collaboratori ci furono riconosciuti nomi come Gene Ammons e Omer Simeon. Fu soprannominato “Rosetta” grazie al suo canto nella registrazione della composizione “Rosetta” di Hines nel 1934, che divenne anche il tema della band. Oltre al contributo musicale, Fuller fu un pioniere nei diritti civili per i musicisti neri di San Diego, dove portò lo stile jazz di Chicago.
La sua carriera musicale durò diversi decenni e influenzò la scena jazz della Costa Ovest degli Stati Uniti.