La canzone “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, pubblicata nel 1968, ha contribuito a creare l’immagine “cattiva” della band, in contrapposizione a quella più “buona” dei Beatles. In realtà, il brano parla del male insito nelle azioni umane, non di un’adorazione del diavolo. Nel testo, il diavolo stesso introduce sé stesso, facendo un’analisi critica del male presente nella storia e nella vita quotidiana, ma la responsabilità dei mali del mondo è dell’uomo, non di Lucifero. Il brano, originariamente intitolato “Devil is My Name”, presenta un ritmo che evolve dal samba a uno dei pezzi rock più classici. Il celebre coro “uh uuh” è stato aggiunto solo alla fine della registrazione, suggerito da Anita Pallenberg, allora fidanzata di Keith Richards. Anche Marianne Faithfull, un’altra figura vicina alla band, ha partecipato al coro. “Sympathy for the Devil” è diventato un classico del rock, spesso interpretato come una riflessione sul male interno all’uomo piuttosto che un inno satanico. Ha segnato un momento chiave per la band, stabilendo la regola dell’eccesso e contribuendo a definire la loro immagine nel panorama musicale.
Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)
[…] C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Walter “Rosetta” Fuller (15 febbraio 1910 – 20 aprile 2003) è stato un trombettista e cantante jazz americano originario di Dyersburg, Tennessee. Iniziò a suonare il mellofono da bambino, poi si specializzò nella tromba. Da adolescente suonò in spettacoli itineranti e negli anni ‘20 suonò con Sammy Stewart. Nel 1930 si trasferì a Chicago, collaborando con Irene Eadie e il suo gruppo, per poi legarsi a lungo all’orchestra di Earl Hines dal 1931 al 1937 e successivamente dal 1938 al 1940. Fu anche parte dell’ensemble di Horace Henderson. Nel 1940 formò la propria band, esibendosi in locali come il Grand Terrace di Chicago e il Radio Room di Los Angeles. Tra i suoi musicisti collaboratori ci furono riconosciuti nomi come Gene Ammons e Omer Simeon. Fu soprannominato “Rosetta” grazie al suo canto nella registrazione della composizione “Rosetta” di Hines nel 1934, che divenne anche il tema della band. Oltre al contributo musicale, Fuller fu un pioniere nei diritti civili per i musicisti neri di San Diego, dove portò lo stile jazz di Chicago. La sua carriera musicale durò diversi decenni e influenzò la scena jazz della Costa Ovest degli Stati Uniti.
Mel Powell, nato Melvin D. Epstein il 12 febbraio 1923 nel Bronx, New York, è stato un compositore statunitense vincitore del Premio Pulitzer e pioniere nell’educazione musicale. Iniziò come pianista jazz, diventando professionista già a 14 anni, suonando con bandleader come Benny Goodman e Glenn Miller durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo una carriera iniziale legata al jazz come pianista, compositore e arrangiatore, si dedicò alla musica classica, studiando composizione con Paul Hindemith a Yale e diventando un docente influente in prestigiose istituzioni come Mannes College, Queens College, Yale e California Institute of the Arts, dove fu il primo preside del dipartimento di musica. Powell ha scritto composizioni importanti sia per il jazz che per la musica colta, ed è ricordato per aver trasformato la sua carriera da musicista jazz a compositore classico seriale di rilievo. È morto il 24 aprile 1998 a Sherman Oaks, Los Angeles. La sua carriera testimonia una fusione tra innovazione nel jazz e rigore accademico nella musica classica.
Un disco fatto di corsa, pensando ad altro. Con almeno un acuto.
Se si eccettuano sporadiche occasioni, tipo la partecipazione nel 1969 al secondo festival di Wight e ospitate come quelle per il Concert For Bangladesh e il capodanno con la Band alla New York, Academy of Music nel 1972, dal 1966 al 1973 Dylan evita accuratamente i palcoscenici. Da un nuovo incontro con Robbie Robertson a Malibu, però, nasce l’idea di allestire un tour insieme alla Band. E si decide anche di registrare un nuovo Lp, ora che Dylan ha mollato la Columbia per passare alla Asylum. Così, l’artista compone nuovo materiale e con Robertson, Rick Danko, Levon Helm, Richard Manuel e Garth Hudson il 5 novembre del 1973 entra ai Village Recorder di Los Angeles. Produttore accreditato è Rob Fraboni ma in realtà a darsi da fare sono un po’ tutti: “Non c’era un vero produttore per l’album”, racconterà a «Recording Engineer/Producer Magazine» proprio Fraboni. “Ognuno faceva da produttore. Robbie era quello che dava un po’ la direzione, ma tutti avevano qualcosa da dire sulla musica ed erano interamente coinvolti”. La pratica viene sbrigata in quattro giorni con performance praticamente dal vivo (parti vocali comprese), poi il 14 c’è un nuovo appuntamento per incidere Dirge e un’altra versione di Forever Young (sobillato dalla giovane fidanzata di un amico, Dylan giudica la prima troppo sentimentale anche se Fraboni, che invece apprezza, lo convince a infilarle entrambe nell’Lp). Inizialmente, l’opera dovrebbe intitolarsi CEREMONIES OF THE HORSEMEN, da un verso di Love Minus Zero/No Limit di BRINGING IT ALL BACK HOME, ma alla fine si preferisce PLANET WAVES. E per la copertina a pensarci è lo stesso Dylan che, in stile Pablo Picasso, disegna tre figuri, un’ancora, un cuore e il simbolo della pace, e compone le scritte di “Moonglow” (bagliore lunare) e “Cast-Iron Songs & Torch Ballads” (canzoni di ferro duttile e ballate d’amore non corrisposto). Quando esce, il disco azzera la memoria del precedente DYLAN, costruito con un po’ di scarti e pubblicato per vendetta dalla Columbia, ma proprio grande non è. “Lo abbiamo fatto ed è finito prima che ce ne rendessimo conto”, spiegherà Robertson nel 1976 a «Crawdaddy». “Siamo riusciti a fare molte cose bene in poco tempo. Ma è stato tutto così veloce ed eravamo più preoccupati per il tour e le altre cose che lo accompagnavano. Con tutte le decisioni che dovevamo prendere e tutti i come, i quando e i dove, il disco è davvero passato in secondo piano”. Il pezzo super famoso dell’opera è Forever Young, che Dylan ha scritto tempo prima dedicandolo al figlio maggiore Jesse. La prima versione è dolce e dura quasi 5 minuti, l’altra, quella registrata il 14, è un veloce country rock sui tre minuti. L’autore parla direttamente al figlio, ma il testo è stato inteso anche come un suo invito a essere “per sempre giovani” a quegli adulti che, persa ormai l’innocenza nonché la speranza, non pensano più che il mondo possa essere cambiato. Dirge, ovvero “canto funebre”, è un altro dei momenti chiave: solo un piano ossessivo, la voce, la chitarra acustica e versi durissimi (“Mi odio perché ti amo e odio la debolezza che dimostro. Eri solo una faccia pitturata in un viaggio verso la via del suicidio”). Ma nel finale, il vicolo non è cieco: “Mi odio perché ti amo, ma sopravviverò”. On A Night Like This e Tough Mama girano bene e molto à la Band, Going Going Gone va di lusso in un blues che vaga nella notte, Hazel è una ballad che afferra nella sua misteriosa intimità. Un po’ di maniera, invece, You Angel You, Never Say Goodbye e Something There Is About You. Per la chiusura, c’è l’acustica Wedding Song, dedicata da Dylan alla moglie Sara che nel corso della registrazione va a sostituire Nobody ’Cept You, in origine prevista per la tracklist e recuperata solo nel 1991 per THE BOOTLEG SERIES VOLUMES 1-3. Quest’utima è una dichiarazione d’amore senza se e senza ma. Nella prima, invece, oltre all’amore c’è anche il timore. La tempesta è in arrivo.
Santana & McLaughlin – Love Devotion Surrender (1973)
[…] Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo. Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo. In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio). [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia. 
La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità.
Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.
Robert Nesta Marley, detto Bob Marley è nato il 6 febbraio 1945. E’ stato un cantautore, chitarrista e attivista giamaicano. Considerato il più popolare artista di musica reggae della storia, è una delle figure musicali più influenti del XX secolo e un simbolo della lotta per la giustizia sociale e l’uguaglianza. Bob Marley si convertì al rastafarianesimo nel 1966 e più tardi al cristianesimo ortodosso etiope. Ha inciso numerosi album con il gruppo The Wailers, spaziando dal reggae allo ska e rocksteady. Alcuni dei suoi album più celebri sono “Natty Dread”, “Rastaman Vibration”, “Exodus” e “Uprising”. I suoi testi affrontano temi come uguaglianza, rispetto, religiosità e liberazione mentale, come in “Redemption Song”. Marley divenne noto anche per la sua capacità di usare la musica come mezzo per la pace, cantando anche dopo un tentato attentato politico nel 1976. La sua salute declinò a causa di un melanoma, diagnosticato nell’alluce, che progressivamente lo portò alla morte nel 1981. Marley rimane una leggenda della musica e un’icona culturale globale.
Il brano “Hey Joe” ha una storia complessa e originariamente è stato scritto nel 1962 da Billy Roberts, un musicista della scena folk del Greenwich Village di New York. Prima di diventare famoso nella versione di Jimi Hendrix, “Hey Joe” fu inciso da diversi artisti e gruppi come i Leaves, i Byrds e i Love, ma nessuno riuscì a trasformarlo in un grande successo. Jimi Hendrix, che aveva già esperienza come chitarrista con artisti come gli Isley Brothers e Little Richard, arrivò a Londra nel 1966 grazie a Chas Chandler, ex bassista degli Animals, che ne riconobbe subito il talento e lo mise in contatto con Mitch Mitchell e Noel Redding, formando la Jimi Hendrix Experience. Hendrix registrò “Hey Joe” trasformandola in una versione più lenta, con un forte spirito blues e un’atmosfera psichedelica. Il singolo uscì nel dicembre 1966 e raggiunse la quarta posizione in classifica in Inghilterra nel febbraio 1967, lanciando Hendrix verso la fama. La canzone fu suonata da Hendrix al Festival di Monterey nel 1967, contribuendo a consolidare la sua leggenda. “Hey Joe” è diventata una “murder ballad” iconica, raccontando la storia di un uomo che uccide la sua donna infedele e tenta la fuga, tema che ha contribuito al suo fascino e alla sua rilevanza emotiva. La canzone è stata reinterpretata da numerosi artisti nel corso degli anni, spaziando dal rock al jazz, dimostrando la sua versatilità e la profondità della sua influenza nella musica popolare.
September Days segna il primo album solista di Mike Delevante, noto soprattutto per il lavoro con il fratello Bob nei The Delevantes, duo storico della scena Americana. Pur essendo un esordio individuale, l’album riflette la lunga esperienza di Delevante con melodie guitar-driven e un songwriting che si muove tra tradizione folk, rock classico e power pop. Questo nuovo progetto di Mike (voce/chitarra elettrica e acustica a 6 e 12 corde) si concentra su argomenti personali. Riflette su persone, luoghi ed esperienze con testi emozionanti su temi che esplorano riflessioni piene di rimpianti, resilienza e nuovi inizi.
La musica dell’album è caratterizzata da chitarre jangle-style, ritmi accattivanti e arrangiamenti che ricordano band e artisti come The Byrds, Tom Petty, The Jayhawks o figure del pop rock degli anni ’90. Questo connubio tra Americana e power pop crea un sound nostalgico ma vitale, che evita sia la mera riproposizione vintage sia l’eccessiva modernizzazione.
Il titolo dell’album evoca una stagione di transizione e introspezione, e questo si riflette nei testi: molte canzoni esplorano emozioni come la nostalgia, il desiderio, il senso di cambiamento e gli affetti — spesso con immagini della vita quotidiana e dell’attesa di momenti significativi. September Days di Mike Delevante è un album solido, pieno di chitarre orecchiabili e melodie ben costruite, che dimostra come un artista veterano possa reinventarsi senza tradire le proprie radici. È una proposta interessante per gli amanti dell’Americana melodica, del power pop classico e delle ballate che bilanciano nostalgia e freschezza sonora.