Jackson Browne – Late for the sky (1974)

Con una splendida immagine di copertina esplicitamente dedicata a Magritte, l’album spinse al top la cosiddetta arte del riflusso. Il canzoniere dei disillusi della contestazione trova in Jackson Browne un interprete perfetto, che racconta la fatica di vivere con malinconica credibile vitalità. ‘Late for the sky’ esce nel dicembre del 1974. Non è un momento particolarmente fortunato. Jackson ha appena passato qualche guaio con “Redneck friend”, una canzone tratta dal suo precedente lavoro, ‘For everyman’, in cui si parla di masturbazione. Sua moglie però aspetta un figlio. E, infatti, nel retro della copertina di ‘Late for the sky’, Jackson dedica il disco a quell’Ethan (“che sta per arrivare”).

Il disco riceve i complimenti della critica, ma commercialmente è un piccolo disastro. Il suono morbido che viene offerto, le ballate profonde, il senso di vaga ma cosciente disperazione sociale attraggono e respingono allo stesso tempo. Di sicuro non sono “cosa immediata”. I singoli del disco (“Walking slow” e “Fountain of sorrow”) naufragano nei bassifondi della classifica. Jackson va in tournèe, anche da solo, a volte con il solo David Lindley, che col suo violino dà una svolta al timbro del classico suono da cantautore chitarra e pianoforte, cui anche Jackson era legato.

‘Late for the sky’ ha cambiato tanto nella musica rock. Forse troppo o troppo presto. Ha rimpastato le vecchie idee sulla cultura dell’immagine. Cantando canzoni senza tempo e trovando, dopo una serie di tentativi un suono che appariva perfetto per gli anni difficili che gli “individui” stanno vivendo, abbandonati dai loro stessi sogni e costretti a dire sì ad una società sporca. Jackson infila nel disco le osservazioni di una vita, guardando dentro ai propri cassetti, cantando la solitudine e la stessa desolazione di una generazione.

Quasi un capolavoro. 

Spencer Segelov & Great Paintings – You’re A Lighthouse, I’m At Sea (2024)

You’re A Lighthouse, I’m At Sea del gallese Spencer Segelov e il suo gruppo Great Paintings, ha quel tipo di fascino retrò-pop che bene si abbina a qualsiasi epoca.

All’ascoltatore viene offerto un viaggio attraverso il sussidiario del pop-rock di ieri, i brani infatti, sono immersi tra gli anni ’60, ’70 e ’80.

Sono le chitarre elettriche (quattro su cinque strumenti) a costruire la trama sonora del disco, creando melodie intense e vivaci con quel “sentito” che non crea nostalgia ma che invece ha una portata futuribile.

Figlio del blocco del covid, i brani di questo album hanno sostituito le serate di Spencer nei pub gallesi e, di sicuro, lo lanceranno definitivamente verso quell’aurea musicale di matrice pop che tanto facilmente gli riesce bene.

Ascolta il disco

The Band — The Band (1969)

Se il primo album della Band “Music from Big Pink” (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.

Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l’unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L’unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.

Più dell’esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell’America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm’n’blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente “da soli”, con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin’ Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi non ne resta nessuno di quei prodigiosi figli americani: Manuel si è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson è morto di cancro, Helm se ne andato nel 2012 e Hudson a gennaio del 2025. (Aggiornato)

Questa è musica senza tempo.

Victor Jara’s Hands – Calexico (2008)

Una delle qualità che preferisco in una canzone è la capacità di evocare senza sforzo una scena nella testa dell’ascoltatore. Il brano inizia con un lento sviluppo di maracas e chitarra e crea uno sfondo ispanico che pian piano si estende oltre il semplice ritornello “Ole ole ole ole” con sezioni di fiati brillanti a guidare bene la canzone.
In questo brano si evocano le mani di Victor Jara, esponente della Nuova Canciòn Chilena, militante del Partido Comunista de Chile (lo stesso di Pablo Neruda) e sostenitore di Salvador Allende, ucciso dagli uomini del generale Pinochet dopo terribili torture.

John Coltrane

John Coltrane scomparve prematuramente nel luglio del 1967, all’età di quarantuno anni, rinnovando una parabola di sfrenata creatività e autodistruzione che ricordava il genio dissoluto di Charlie Parker. Fu anche uno degli ultimi jazzisti a interpretare in modo idealistico, romantico, l’avventura della ricerca musicale. Al pari di Davis, ma seguendo una strada più vincolata all’evoluzione del rapporto musicista-improvvisazione, la sua carriera è un condensato della storia del jazz moderno, secondo una evoluzione lineare che l’ha portato gradualmente dalle prime acquisizioni tradizionali, legate allo stile hard bop, fino a vette di sublime e inarrivabile libertà creativa.
Arrivò sulle scene tutto sommato in sordina, alla metà degli anni Cinquanta, entrando a far parte come sax tenore del gruppo di Miles Davis, dopo un lungo apprendistato nel ryhthm’n’blues, nel be-bop, e nel mainstream jazz. Quando il gruppo si sciolse, nel 1957, andò a lavorare con Thelonious Monk, e con il grande pianista iniziò a definire alcuni dei tratti più caratteristici del proprio stile. Nel 1958 tornò con Davis e insieme a lui si avventurò nei territori dell’improvvisazione modale. Nel 1960, alla fine dell’esperienza con Davis, Coltrane pubblicò Giant Steps, un disco che in qualche modo rivelava definitivamente la sua grandezza anche attraverso la varietà delle strade annunciate. Soprattutto è evidente la singolare capacità, tipica del mondo di Coltrane, di unire una prodigiosa e spesso cerebrale tecnica strumentale a una forte passione emotiva e spirituale, come fu ancora più evidente quando Coltrane trovò un ineguagliabile equilibrio formando il celeberrimo quartetto con McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alla batteria, con il quale realizzò uno dei massimi capolavori della cultura jazzistica, ovvero My Favorite Things. Nel brano, che dura tredici minuti, si avverte un bilanciamento sospeso, quasi magico, tra la struttura fortemente armonica del pezzo (uno standard classico) e le nuove esperienze modali che Coltrane aveva mutuato sia dal lavoro con Miles Davis sia dalla fascinazione verso le musiche dell’Oriente. Suona infatti il sax soprano, fino ad allora poco usato nel jazz e imposta il pezzo proprio come una struttura meditativa o ancora di più, come un’esaltante esperienza spirituale.
La momentanea stabilità offerta dal quartetto permise a Coltrane di allargare spettacolarmente i confini del jazz., senza perdere un evidente legame con le radici. In questa sfrenata corsa creativa, Coltrane adottò una chiave spirituale che in qualche modo lo ha collocato in un luogo diverso ma complementare a quello che invece era il «polo laico» di questa ricerca, ben rappresentato, per motivi diversi, da Ornette Coleman e da Miles Davis. «Penso che la cosa principale che un musicista vorrebbe fare sia dare all’ascoltatore un quadro delle tante cose meravigliose che conosce e sente nell’universo. Questo è la musica per me: una delle maniere di dire che l’universo in cui viviamo, che ci è stato dato, è grande e bello». Dal 1964 in poi l’aspetto spirituale della sua musica fu espresso attraverso A Love Supreme e Ascension, due capolavori assoluti in cui la mobilità «ascensionale» era costante e che riflettevano la crescente ossessione coltraniana per la ricerca.
Coltrane praticava la sperimentazione come se un fuoco inestinguibile lo portasse a muoversi sempre in avanti, senza sosta. E fu proprio questa corsa febbrile e inarrestabile – non a caso il suo soprannome era «Trane» – a consumare velocemente la sua esistenza, un po’ come era successo molti anni prima a Charlie Parker e a Bud Powell, o, per rimanere negli anni Sessanta, a personaggi come Jimi Hendrix. Coltrane potrebbe essere considerato ancora oggi un maestro, soprattutto nel metodo, nella sua filosofia della ricerca musicale come avventura continua, come instancabile riprogettazione di scenari in movimento.

Popular Music (18. Il rock: Africa e anni ’90)

PrefazioneIndice

Attorno alla metà degli anni ’80, l’occidente si accorse improvvisamente della musica africana.
Successe che nel 1986 Paul Simon (1941), grande cantautore americano che negli anni ’60 aveva avuto un enorme successo in coppia co Art Garfunkel, pubblicò l’album ‘Graceland’, disco splendido, profondamente influenzato dalle ritmiche e dalle soluzioni sonore e musicali dei musicisti sudafricani e ghanesi che vi avevano contribuito.
La musica occidentale di accorse così dell’immensa ricchezza di quell’universo sonoro, e moltissimi furono i musicisti che vi si ispirarono. E, quel che più conta, si aprirono le porte a molti artisti che dall’Africa arrivarono a proporre la propria musica in prima persona in Europa e in America: Salif Keita e Mori Kate dalla Guinea, Ray Lema dallo Zaire, i senegalesi Toure Kunda e Youssou N’Dour e moltissimi altri godettero per alcuni anni di grande popolarità.
Va detto comunque che non era la prima volta che musicisti africani ottenevano grande successo nel… nord del mondo: basti pensare, dagli anni ’60 in poi, a una star come Miriam Makeba, o al gruppo degli Osibisa, al sassofonista Manu Dibango, al trombettista Ugh Masekela o a Fela Kuti, alfiere dell’afrobeat.

Anni ’90: il britpop

Così come erano stati frenetici gli anni ’80, gli anni ’90 furono piuttosto… sonnacchiosi. Probabilmente il fenomeno più rilevante del decennio, in Inghilterra, artisticamente e commercialmente, fu quello del britpop. Niente di clamoroso o particolarmente innovativo: gruppi come Pulp, Suede, Verve, Supergrass, Blur e oasi si limitarono a fondere strutture musicali anni ’60 e ’70, innervandolo con i nuovi suoni sviluppatosi negli anni ’80. 

Sta di fatto che, però, già alla fine del decennio si aveva già dato tutto e l’affermarsi di  nuove band come Radiohead, Coldplay, Placebo, Stereophonics, ecc. legittimarono la creazione di una nuova etichetta: new britpop. Ma si era già nel nuovo millennio.
Contemporaneamente ha avuto una vita breve ma intensa un altro interessenza genere che il grande critico musicale Simon Reynolds battezzò post rock. Di fatto la sua caratteristica era di proporre una musica che fondeva elementi rock con altri mutuati dal jazz e dalla musica classica contemporanea, dando vita a una proposta intensa, rarefatta e introspettiva.

Il nuovo millennio
Difficile individuare negli ultimi anni qualche filone, scuola o genere unitario che abbia caratterizzato l’inizio del nuovo secolo. Certo non sono mancati e non mancavano gruppi e musicisti interessanti come Kasabian, Artic Monkeys, Franz Ferdinand, Muse, Tortoise, Mogwai, Belle and Sebastian e i Talk Talk.

La disco music

La nascita di un «genere»
Quando è nata la disco music (o semplicemente disco)?
Difficile dirlo, probabilmente nei primi anni ’70.
In questa musica ‘nuova’, confluivano generi e stili diversi: funk, soul, influenze tropicali il pop bianco delle grandi orchestre.
Nel 1973, la Love Unlimited Orchestra di Barry White (1944 – 2003) portò al primo posto della classifica dance USA un brano intitolato ‘Love’s theme’, nel 1974 entrarono in classifica una dopo l’altra ‘Never con way goodbye’ di Gloria Gaynor a altri brani di Kool & The Gang, Shirley & Company, Hues Corporation e di George McCrae.

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Disco: Gloria Gaynor – Never can way goodbye (1975)

Album fondamentale nella storia della disco. Il produttore Meco Monardo (che otterrà grandissimo successo con la riedizione disco della colonna sonora di ‘Star Wars’) costruì nella prima facciata un medley di tre canzoni passando senza soluzione di continuità da Honeybee alla title track quindi alla celeberrima Reach out. Il medley, che per tutto il 1975 imperversò nelle radio e sulle piste, aveva un suono in odore di Philly Sound con diverse break strumentali piazzati in punti strategici su cui potevano effettuare i messaggi. Questa operazione che riproponeva ‘già pronto’ il lavoro del dj ebbe un grande seguito e negli anni fu riutilizzata in molti altri brani di successo.

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Se Barry White può essere considerato uno dei precursori della disco music, altri produttori stavano lavorando, nello stesso periodo, in quella stessa direzione. A Philadelphia, ad esempio, Kenny Gamble e Leon Huff e rinomi di punta Billy Paul e Teddy Pendergrass, gli O’jays, le Three Degrees e i Blue Notes di Harold Melvin

A Miami sempre nel 1974, raggiunse la cima delle classifiche anche Rock your baby di George McCrae, euna certa notorietà la ebbe la TK Records ed Henry Stone.
Henry Stone ebreo e bianco portò all’enorme successo i K.C. & The Sunshine Band

Nel ’76 la disco music era di quasi esclusivo appannaggio della gente di colore, solo due anni dopo, nel ’78, invece la disco dominava qualsiasi classifica, invadeva la programmazione di qualsiasi stazione radio, musicava gli spot pubblicitari e influenzava pesantemente la produzione musicale di artisti rock, come Rolling Stone, David Bowie, Rod Stewart o Santana.
Come per il jazz e per il rock, perché un fenomeno musicale di origine nera assurgesse a popolarità mondiale, era stato necessario che se ne appropriassero i musicisti bianchi, nel caso della disco, i Bee Gees.
I Bee Gees non erano nati come musicisti disco: i tre fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb, avevano dominato le classifiche pop degli anni ’60 con vari singoli. Però quando la carriera sembrava lanciata a mille si interruppe quasi di colpo, dissidi interni portarono alla divisione del trio e ciascuno intraprese con scarsissimo successo una propria carriera. Nel ’75, alla disperata ricerca di qualcosa che riportasse in auge i tre, ci fu il miracolo. I vecchi Bee Gees melodici e languidi non c’erano più, il loro pop bianco si era trasformato in un funk di facile presa che faceva faville e il singolo Mr. Jive li riportò in vetta alle classifiche.
Era disco music, sissignori: c’erano finalmente arrivati anche i bianchi.

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Disco: Saturday night fever – O.S. (1977)

Quando si parla della colonna sonora del film disco per eccellenza, si finisce sempre per parlare dei Bee Gees, anche se nel disco non ci sono solo loro. Ma la cosa è inevitabile. I maggiori successi dell’album (Stayin’ alive, How deep is your love, Night fever, More than a woman, You should be dancin’) sono dei fratelli Gibb, e se accanto a loro vi sono anche comprimari di tutto rispetto (Kool & the Gang, K.C. & the Sunshine Band, Tavares) ad essi i tre bianchi dalle voci in falsetto lasciarono solo le briciole: Boogie shots a K.C., e soprattutto Disco inferno ai Trammps. Tutto ciò impedisce di considerare l’album una credibile antologia della disco music anche se la sua importanza nella diffusione del fenomeno fu assolutamente fondamentale.

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Ipse Dixit: «La musica quest’anno si misura in battute al minuto, fra 122 e 144: la chiamano «Disco». Sembra che tutto il mondo abbia voglia di ballare. Da Rio a Parigi, dall’Italia alla sua patria, New York City, la discoteca è diventata meta di una generazione nuova e di una vecchia che si è convertita. Disco è la parola per tutto quello che oggi significa danza. Perché disco, incredibilmente, è diventato il nuovo esperanto musicale e sta per influenzare la storia della musica a venire. Nessuna via di fuga. Disco è la nuova maniera di dimenticare l’arrivo del 2000, è la chiave per lasciarsi alle spalle gli anni ’60. E’ la gioia, un Popper per sfrecciare sui confini del totale abbandono dal controllo dei sensi. Eppure è la moda-musica più tecnologica, comandata e controllata che sia stata prodotta. Bene e male in lotta. La prima massiccia alternativa danzante dai tempi del rock’n’roll. E, infine, la più grossa operazione commerciale nel campo dello spettacolo da sempre».

(Carlo Massarini, Popster – maggio 1979)

Ascolta quattordici brani su radioscalo.

Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)

Non è facile descrivere questo album, la sua bellezza è direttamente proporzionale alla sua complessità. Sono i Suoni e i sospiri di un uomo distrutto nel fisico, ma spiritualmente integro come pochi. Wyatt ritrova se stesso e l’inizio di una nuova vita proprio quando stava per perderla. Costretto su una sedia a rotelle, Wyatt realizza insieme ad amici canterburiani di vecchia data come Richard Sinclair, Hugh Hopper e uno straordinario Mike Oldfield, uno dei pochi toccanti inni di pace e d’amore mai ascoltati. Non c’è più la lucida follia dei Soft Machine, ne la psicotica anarchia dei Matching Mole, ma una musicalità dolce pervasa da un senso di commovente tranquillità e una voce roca che sembra quasi sottolineare i passaggi di questa eterea e sognante dimensione. Rock Bottom è un fascio di luce radioso che entra dalle finestre dell’anima per esaltare l’imperscrutabile grandiosità della vita. Un destino oltraggioso a causa dell’autolesionismo ha spezzato il talento tecnico del miglior batterista del Regno Unito, ma, di conto, proprio questa condizione l’ha trasformato in un musicista completo e un poeta che non teme confronti. 

Pale Lights – Waverly Place (2024)

A nove anni di distanza dal loro album di debutto “Before There Were Pictures” e a sei dal secondo “The Stars Seemed Brighter” i Pale Lights pubblicano “Waverly Place” una compilation fresca e vitale con un bel jangle-pop moderno. Un album che, anche se la band non lo ha annunciato, suona come un bellissimo addio.

“Waverly Place” include canzoni e registrazioni da diverse compilation e canzoni che sono state pubblicate come versioni digitali solo su Bandcamp. Tutte le canzoni sono state accuratamente selezionate e compilate dai Pale Lights, dando all’LP la sensazione di un vero album piuttosto che di una compilation.

La sonorità dell’album è un scintillante e glorioso pop pieno di chitarre acustiche stridenti, melodie di chitarre cristalline, organi caldi e meravigliose armonie vocali che evocano ricordi delle migliori band jangle-pop britanniche degli anni ’80 come Felt, Weather Prophets e Razorcuts.

Ascolta l’album

Bruce Springsteen — Wrecking Ball (2012)

Quante volte ci si chiede se un musicista ormai datato della scena artistica mondiale, con decine e decine di album pubblicati, abbia ancora qualcosa di nuovo da farci sentire? E’ molto probabile che, se il musicista non appartiene alla nostra sfera di preferenza, lo si liquidi subito, a volte ancor prima di ascoltarlo, con un bel “niente di nuovo”, “album inutile”, “ormai finito” ecc. ecc.; se invece è un nostro beniamino o ancor meglio apparteniamo alla sfera dei suoi fans incalliti, è molto probabile che il nostro giudizio sia “oscurato” dal classico velo affettivo che, per carità non è “pietoso”, ma senz’altro poco obbiettivo. Ecco, tutta questa premessa per arrivare a dire che, personalmente, pur appartenendo alla seconda sfera, quella dei fan incalliti e non da tempi recenti, serenamente affermo che Wrecking Ball è un buon album e il nostro sessantatreenne “The Boss” riesce a dirci ancora molto!

Un gradino al di sotto di Magic del 2007 e un gradino sopra di Working On a Dream del 2009, “Wrecking Ball” si colloca nella “via di mezzo”. Certo, siamo lontani dal suo ultimo capolavoro “The Rising” del 2002, escludendo quei due lavori leggermente atipici che sono l’acustico “Devils & Dust” del 2005 e quel folkloristico “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” del 2006.

Gli album di Springsteen e di conseguenza i suoi testi rispecchiano sempre il periodo attuale e anche questo diciassettesimo album in studio “Wrecking Ball” ossia “palla demolitrice” non fa differenza. Se “Working On A Dream” portava un vento di speranza legata soprattutto all’ascesa di Obama alla presidenza Americana, “Wrecking Ball” riflette la società e il pensiero odierno ossia la recessione, la consapevolezza di vivere un periodo critico e difficile dovuto alla crisi economica che esaspera milioni di persone.

Un album per certi versi amaro quindi, dove non si risparmia nessuno, dai politici agli economisti, dagli amministratori ai banchieri, ma che al contempo, invita a non arrendersi, a continuare ad usare la rabbia, il motore che crea la forza per vincere. I temi sociali sempre in prima linea, ma non solo, anche storie di vita quotidiana, un “personale e politico” che si fondano in un tutt’uno. Un album che sottolinea alcuni aspetti negativi della vita come l’amarezza e la delusione ma che, come quasi sempre avviene, lancia un “messaggio” positivo e ottimista: sogno e speranza è ancora una volta il consiglio Springstiniano. Prendersi cura di noi per creare un futuro migliore per i nostri figli è il suo slogan preferito.

Le musiche ben amalgamate (come sempre) con il “senso” dei testi, creano tredici brani strutturalmente buoni. Si va da “We Take Care of Our Own” brano allegro e coinvolgente a “This Depression”, bellissima canzone lenta, probabilmente dedicata alla moglie Patti Scialfa, tra le più belle del disco. Da “Easy Money”, brano countrygheggiante a “Wrecking ball” altro ottimo brano con un riff tra i più orecchiabili. Dalla entusiasmante “Shackled and Drawn” a “Death to My Hometown”, un misto di celtico e gospel, terzo brano più bello del disco. Da “Swallowed Up”, brano testuale a “Land of Hope and Dreams” il brano più “springstiniano” dell’intero album. Se “Jack of All Trades” è un altro brano lento e riflessivo, “Rocky Ground” è un brano anomalo, una strana campionatura e una voce femminile lo rende il più innovativo del disco. “American Land” è una ballata energica mentre le ultime due: “You’ve got it” e “We are Alive” si mantengono nel “genere springstiniano” senza particolari emozioni.
Se la fisarmonica e il violino fanno riecheggiare il sound irlandese e il banjo è una reminescenza “seegeriana”, non bastano a far di questo Wrecking Ball un disco marcatamente folkanzi, è ancora il rock a fare da padrone. Il suono è energico, senza eccessi e, ancora una volta, chitarra, basso e batteria, riportano il Boss al stile classico a noi più caro.

Non entrerà tra i Top della discografia Springstiniana questo “Wrecking Ball” ma resta comunque un buonissimo disco, per nulla scontato ne tantomeno noioso e banale e anzi, quello che più conta, non lascia trasparire il senso di “vuoto musicale” che, a dire il vero, colpisce molti musicisti non più in tenera età.

Red Pants – Not Quite There Yet (2023) 

La musica sembra adattarsi perfettamente al mondo visivo che esiste intorno ai Red Pants: collage nostalgici dai colori vivaci, ritratti a penna e inchiostro che mostrano scene domestiche e video in stop-motion non certo moderni.
Come l’arte visiva, la musica fonde toni confusi di chitarra accanto a momenti di distruzione sonora e abbina il tutto a mormorii pop orecchiabili. I Red Pants sono il duo Jason Lambeth ed Elsa Nekola di Madison, Wisconsin. I due hanno fatto musica insieme negli ultimi cinque anni, con Elsa principalmente alla batteria e Jason praticamente in tutto il resto. In “Not Quite There Yet”, quasi tutte le canzoni sono cantate da Jason, ma Elsa si dedica a cantare come voce solista e aggiunge altra strumentazione con gli arrangiamenti noise pop di Jason. Per i fan degli anni ’90 Yo La Tengo o Sonic Youth, i primi Blonde Redhead, con pennellate di melodie di Trish Keenan. O come le canzoni più rumorose di Special Friend.

Ascolta l’album