Office Dog – Spiel (2024)

Gli Office Dog, sono un classico trio chitarra, basso e batteria e sono originari dalla Nuova Zelanda. Spiel è il loro album di debutto, un disco energico, dove la bella voce e la chitarra del frontman Kane Strang ha una presenza determinante.
Per quanto Spiel possa avere una sua trama musicale, in questa prima bella produzione risuonano delle sfumature che inesorabilmente portano alla mente suoni e gruppi del passato, ma non per questo, gli Office Dog non possiedono una loro spina sonora che li differenziano.
Le loro dodici canzoni si inerpicano senza paura in profondità emozionali abbastanza complesse, cariche di tensione, liberate dalla chitarra e voce di Strang.
Spiel è buon disco come pochi album di debutto lo sono.

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La jungle music di Bo Diddley

Il 2 giugno 2008 muore ad Archer in Florida, Bo Diddley considerato, insieme a Fats Domino e Chuck Berry, uno dei padri del rock and roll.  Bo Diddley è riconosciuto come uno dei primi e più influenti chitarristi e musicisti rock. Era nato a Pike County, Mississippi, il 20 dicembre 1928. Il suo nome di nascita era Otha Ellas Bates. Nel 1934 sua madre lo mandò a vivere con sua cugina, Guisse McDaniel a Chicago. Successivamente Otha cambiò il suo nome in Ellas McDaniel Diddley. All’età di dieci anni si interessò molto alla musica. Ha iniziato a studiare violino e chitarra alla Foster High School. Bo era molto attivo da adolescente e prendeva anche lezioni di boxe. Ha suonato il violino per l’Ebenezer Baptist Church Orchestra. Diddley suonava canzoni agli angoli delle strade con il suo amico Jerome Green, e Diddley lavorava nell’edilizia per soldi extra. Nell’ottobre del 1954 Bo aveva un gruppo. Si era comprato una chitarra elettrica e la carriera di Bo era iniziata. Si unì a Jerome Green per registrare due di quelli che divennero i successi di Diddley. I due successi furono pubblicati su Checker e salirono alle stelle fino al numero due delle classifiche nazionali R e B. Bo Diddley è apparso anche nei programmi televisivi di Ed Sullivan. I primi dischi di Bo dimostrarono che era molto più avanti dei suoi tempi nel suonare la chitarra. Dopo aver incontrato Billy “Boy” Arnold ed essere stato rilasciato dalla Chess Records, Bo ha cambiato il suo intero metodo di gioco. Bo Diddley ebbe una serie di successi durante i primi anni ’60. Dopo aver perso il favore negli Stati Uniti, divenne popolare in Inghilterra. Anni dopo, la sua influenza sulla scena rock britannica continuò quando fu invitato ad esibirsi con i Clash. Bo Diddley ha avuto molti riconoscimenti come musicista. Nel 1987 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. Il successo di Diddley segnò l’inizio della mania del rock ‘n’ roll. Non solo i neri, ma anche i bianchi trovavano piacere nella sua musica. Diddley era sia un potente cantante che un innovatore che visse nel sud della California per molti anni. .Sono un tipo normale”, ha detto. “Ma devo essere diverso in quello che faccio… Perché è questo che mi mantiene nel mondo della musica.” Oggi, secondo Cort Chilldon di Gainesville, Florida, Bo Diddley vive ad Archer, in Florida. Dice: “Hai ragione sul fatto che sia un ragazzo normale. È molto semplice e odia un trattamento speciale. Penso che sia questo il motivo per cui vive dove vive.”

William Fitzsimmons — Gold In The Shadow (2011)

Quello che traspare fin dalle prime note di Gold in the Shadow è una particolare e marcata intimità. Lo stile dato dalla voce e dalla sonorità raffinata, lieve e crepuscolare di William Fitzsimmons, suggeriscono un viaggio emotivo nei meandri del suo, del nostro ‘essere’.

William Fitzsimmons psicoterapeuta oltre che musicista, descrive le sue canzoni come una continua lotta contro i suoi demoni, le sue paure.

Figlio di genitori ciechi e con un passato da malato mentale, la sua non è stata certo una vita facile, i suoi testi ne sono la testimonianza, la musica ne è la rivincita.

Gold In the Shadow è il suo quarto lavoro e pur non discostandosi molto dal suo “The Sparrow and the Crow”, considerato il più bel disco/rivelazione folk del 2009, ci regala dieci ballate acustiche di asciutto folk con un equilibrato uso di ‘elettronica’ e ‘archi’.

Gold In The Shadow è un’opera profonda che tocca le corde più sensibili dell’uomo. Descrive in maniera poetica “stati” di anime in pena, riuscendo pur malinconicamente, ad infondere una sorta di speranza.

Non c’è molto altro da aggiungere su questo lavoro di William. Quando mi succede di ascoltare un disco per tantissime volte di seguito vuol dire che mi ha ‘preso’ e Gold In The Shadow ha avuto questo potere.

Personalmente lo trovo molto affascinante e coinvolgente.

Coney Island Baby – Lou Reed (1976)

Da Transformer del 1972 in poi, Lou Reed trascorse gran parte degli anni ’70 giocando la carta della decadenza drogata fino in fondo, con risultati sempre più contrastanti. Ma con Coney Island Baby del 1976, il modo di scrivere canzoni di Reed cominciò a spostarsi verso un territorio più caldo e compassionevole, e il risultato fu il suo album più accessibile dai tempi di Loaded con i Velvet Underground.

Nella maggior parte dei brani, Reed ha ridotto la sua band a chitarra, basso e batteria, e i risultati sono stati più snelli e molto più confortevoli rispetto alla plumbea sovrapproduzione di Sally Can’t Dance o Berlin. Coney Island Baby è stata la scoperta di un Reed scrittore di canzoni d’amore riconoscibili. Coney Island Baby è un brano sull’amore e sul rimpianto sincero e toccante. Sembra disinvolto in superficie, ma emotivamente è avvincente come poche cose pubblicate da Lou Reed negli anni ’70.

Talking Heads

La chiamano new wave, nuova onda, ma non si sa bene di cosa. Dovrebbe essere rock, ma la gran parte delle formazioni che la praticano con il rock ha poco a che vedere. Si tratta di una nuova musica, sotto ogni punto di vista. C’è un pugno di musicisti, tra l’Inghilterra e l’America, che si mette al lavoro sull’ipotesi di un nuovo ordine del suono. Tra questi c’è un gruppo americano che fonde le esperienze di tutti in un nuovo esaltante progetto musicale, i Talking Heads di David Byrne. Inglese di nascita ma americano di formazione, leader della band, Byrne intuisce per primo il futuro cosmopolita della nuova ondata musicale che sta scuotendo le coscienze di mezzo mondo.

Il loro album d’esordio, 77, è un rock modernista e spigoloso in cui si riscontrano molte analogie con il punk, Byrne ha probabilmente solo una vaga idea della direzione che quella musica prenderà nei quattro anni a seguire. Dal look “normale”, Byrne, ma con facile inclinazione alla lucida follia, canta il brano più famoso dell’epoca, Psycho Killer, che fa da traino al loro primo album, intitolato semplicemente 77. Si tratta di un disco essenziale, diretto, privo di inutili fronzoli ma ricco di fascino, un album nel quale si butta gioiosamente a mare tutta la musica degli anni Settanta, per ricominciare da capo.

Dopo il loro primo album, ancora figlio degli anni Settanta, fin dal titolo, il loro secondo disco, complice Brian Eno, all’epoca predicatore, con altri, della morte del rock, le loro canzoni prendono forme differenti, si staccano dagli stili classici per sondare strade nuove. Con More Songs about Buildings and Food, del 1978, i Talking Heads inaugurano la splendida collaborazione con Eno e iniziano la propria ricerca musicale tra modernità e radici nere. Ed è l’Africa la terra della nuova nascita. Non è solo rock, insomma, ma è anche pop, blues, musica di ogni genere e colore, quella che gli Heads sembrano inseguire anche nell’album seguente, il bellissimo Fear of Music, del 1979, dove a fianco delle sonorità elettroniche trova sempre maggior spazio l’influenza di quelle africane. Ma il vero capolavoro è il disco che inaugura, con una sorta di grande affresco multiculturale, gli anni Ottanta: Remain in Light. La collaborazione tra Brian Eno e David Byrne dipinge uno scenario che, come si diceva all’epoca, si muove tra metropoli e deserto. Il funk, l’elettronica, l’Africa, il rock, la new wave, tutto si mescola in un album che è fuori dai generi e dalle categorie abituali, dove avanguardia e godibilità si fondono gioiosamente.

Dopo questo capitolo musicale, Eno abbandona la collaborazione e a margine, con Byrne, realizzano lo straordinario My Life in the Bush of Ghosts, probabilmente l’album che ha maggiormente influenzato lo sviluppo della musica degli anni ottanta.

La tappa seguente è quella di Speaking in Tongues, del 1983, un disco pop perfetto, mescolato di funk e canzone, un disco che riesce a essere al tempo stesso leggero e geniale. Contemporaneamente realizzano Stop Making Sense, un lungometraggio dal vivo, che racchiude bene lo spirito della band, la sua originalità. Il disco successivo, Little Creatures del 1985, non riesce a colpire né entusiasmare frutto di pochissima ispirazione. L’ultimo capitolo discografico dei Talking Heads è del 1988, Naked, un disco che cerca di racchiudere in maniera intelligente tutte le diverse anime musicali del gruppo, mettendo insieme, come nel caso di Remain in Light, musicalità rock, elementi africani, latinoamericani, pop, canzone, in una colorata sarabanda. Dopo, ci sarà solo Sax and Violins, un brano pubblicato nel 1991, per la colonna sonora del film di Wim Wenders, “Fino alla fine del mondo.”

Se c’è stato un gruppo che meglio ha rappresentato l’elitè del rock degli anni Ottanta sono stati proprio i Talking Heads. Creativi, eclettici, guidati dalla personalità affascinante e curiosa di David Byrne, gli Heads hanno provveduto, con un’estetica inizialmente in tutto figlia del punk, ad abbattere e rifondare il concetto stesso di rock. Non sono stati un gruppo rock nel senso pieno del termine, o almeno, non lo sono stati secondo le regole in vigore fino all’evento del punk. Grandi.

Musica d’Africa #0/7

Prefazione

Dopo i venti capitoli (ora pubblicati in una unica pagina) sulla Popular Music, pubblicherò sette capitoli sulla Musica Africana, altro genere musicale a cui sono profondamente legato, vista la passione che da anni mi coinvolge e di conseguenza mi spinge a conoscere ed ampliare. 

Sarà un’escursione breve ma abbastanza completa in quanto darà una visione il più possibile esaustiva su storie, musicisti, dischi e quant’altro hanno avuto importanza per il sottoscritto e per una platea più vasta. 

Per prendere informazioni, mi sono avvalso di materiale digitale e cartaceo. Per quest’ultimo, allego la bibliografia:

– Enciclopedia Rock (Arcana Editrice)
– Blues, Jazz, Rock, Pop – E. Assante – G. Castaldo (Einaudi)
– La terra promessa – G. Castaldo (Feltrinelli)
– Il Disco del Mese – E. Assante – G. Castaldo (la Repubblica)

Il rock chicano di Ritchie Valens

Il 13 maggio 1941 a Pacoima, un sobborgo d’immigrati perduto nella periferia della grande Los Angeles nasce Richard Steven Valenzuela, in arte Ritchie Valens, il primo grande alfiere del “rock chicano”. Ritchie Valens ha registrato numerosi successi durante la sua breve carriera, in particolare il successo del 1958 “La Bamba”. Valens morì all’età di 17 anni in un incidente aereo con i colleghi musicisti Buddy Holly e J.P. “The Big Bopper” Richardson il 3 febbraio 1959. La tragedia fu successivamente immortalata come “il giorno in cui la musica morì” nella canzone “American Pie”.
Valens fece un’audizione per l’etichetta discografica di Keane nel maggio 1958 e in breve tempo fece uscire il suo primo singolo su Del-Fi. La canzone “Come On, Let’s Go” divenne un piccolo successo. Keane ha anche incoraggiato il giovane cantante ad abbreviare il suo cognome in “Valens” per renderlo più adatto alla radio. Valens ebbe un successo ancora maggiore con il suo secondo singolo, che conteneva “La Bamba” e “Donna”. “Donna”, un’ode alla sua fidanzata del liceo Donna Ludwig, divenne una ballata popolare, arrivando infine al secondo posto nelle classifiche pop. Sebbene non sia stato un grande successo, “La Bamba” è stata una canzone rivoluzionaria che fondeva elementi di una melodia popolare messicana tradizionale con il rock and roll. Valens non era di madrelingua spagnola e doveva essere istruito sulla canzone tutta in lingua spagnola. Il 2 febbraio 1959, il tour Winter Dance Party suonò al Surf Ballroom di Clear Lake, Iowa. Il tour doveva svolgersi il giorno successivo a Moorhead, Minnesota. Holly aveva noleggiato un aereo per arrivarci dopo aver avuto problemi con il suo autobus turistico. Secondo alcuni rapporti, Valens ha vinto un posto sull’aereo lanciando una moneta con il chitarrista di Holly, Tommy Allsup. Richardson ha anche scambiato il posto con un altro passeggero originale, Waylon Jennings. Quando morì, a soli 17 anni, Valens lasciò alcune registrazioni. Il suo primo album omonimo fu pubblicato poco dopo l’incidente e andò bene nelle classifiche. Una registrazione dal vivo è stata successivamente pubblicata come Ritchie Valens in Concert alla Pacoima Junior High. La storia della sua vita è stata immortalata sul grande schermo nel film La Bamba del 1987, che ha introdotto una nuova generazione di appassionati di musica al pionieristico artista latinoamericano. Lou Diamond Phillips ha interpretato Valens e la band Los Lobos ha registrato la colonna sonora.

Jack Bruce – Out Of The Storm (1974)

Capita di tanto in tanto di ascoltare vecchi album di cui si aveva perso le tracce. Quando succede e quando il disco comunica qualcosa non appena comincia a suonare, quando uno si sente partecipe delle emozioni dell’artista, anche dopo aver ascoltato un solo brano hai la certezza che tutto il resto del disco sarà buono. Ho ascoltato per la prima volta Out Of The Storm di Jack Bruce e mentre la sua voce intonava le prime note di Pieces of Mind mi sono reso conto di fare la conoscenza dei più bei dischi di una certa vena del rock blues inglese al pari di Rock Bottom di Wyatt. Le esperienze, l’ispirazione, la scelta intelligente di certe note, la voce robusta e ricca di soul, rivela che Jack è un musicista di una categoria a parte, quella che Bob Fripp chiamò dei “maestri”. Dopo l’esperienza abbastanza monolitica di Wes, Bruce e Laing, Jack ha lavorato per un anno alla realizzazione di questo album con il solo aiuto di Steve Hunter (abilmente a tutte le chitarre) e Jim Keltner alla batteria meno in tre brani dove suona Jim Gordon. Il resto degli strumenti li suona tutti lui come tutte sue sono le voci e qui si potrebbe aprire un discorso sul cantante perché Bruce dimostra di essere in possesso di una tecnica fuori dal comune trovando timbri diversi per i diversi stati di animo e organizzando cori con armonie inconsuete. Le parole sono di Pete Brown il poeta cantante che aveva già collaborato coi Cream e la sua poesia sensoriale fatta di allusioni malinconiche si sposa benissimo con la musica che, ora è ritmata con anticipazioni jazzistiche, ora va oltre l’esperienza dei suoni contemporanei. Scozzese, connazionale di Van Morrison e come lui con un’anima piena di soul da cantare, Bruce è un musicista profondo e Out Of The Storm ne è la prova evidente. 

The Umbrellas – Fairweather Friend (2024)

Nel loro secondo album Fairweather Friend, il gruppo indie pop The Umbrellas diventa più sofisticato dal punto di vista sonoro ed emotivamente complesso senza perdere nulla della gioia eruttiva che ha caratterizzato il loro sound fino ad ora. La band mantiene la propria linea di base di pop melodico ad alta energia con note prese da alcuni degli artisti migliori e più intenzionalmente oscurati del genere, ma si espande anche oltre con arrangiamenti più complessi, temi lirici sempre più diretti e canzoni che esplorano nuove idee.

Il gruppo e ben al di fuori dei modelli indie standard. Il disco è una raccolta di dieci canzoni che in qualche modo riescono a trasmettere divertimento, eccitazione e speranza, e allo stesso tempo danno uguale spazio a sentimenti di scoraggiamento e noia di stanchezza del mondo. È musica che non è affatto semplice a nessun livello e rappresenta un’evoluzione audace per la band.

Dopo i primi brani degli Umbrellas pubblicati nel loro album di debutto omonimo, pubblicato nel 2021, molti cambiamenti sono avvenuti. Laddove le prime canzoni della band avevano un’affascinante ingenuità, alcuni anni di tour costanti hanno aumentato sia la sicurezza che il lirismo schietto, facendo degli Umbrellas una realtà ormai affermata.

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Muddy Waters: il “padre” del Blues “elettrico”

Il 30 aprile 1983, a Westmont, Illinois, USA, si spegneva il grande cantautore e chitarrista Muddy Waters. Nato nel 1913 a Rolling Fork, Mississippi, USA, il suo vero nome era McKinley Morganfield. Il soprannome “Muddy Waters” gli fu dato dalla nonna durante l’infanzia, riflettendo la sua abitudine di giocare nel fango lungo le rive del Mississippi. All’età di nove anni iniziò a suonare l’armonica e a sedici anni la chitarra. Continuando a lavorare nei campi di cotone, iniziò a guadagnare suonando nelle feste locali. Prese lezioni di musica dal chitarrista e violinista Son Slims, con il quale fece anche la sua prima registrazione. Per un periodo gestì un Juke Joint, un locale improvvisato per il gioco d’azzardo e la musica dal vivo, prima di trasferirsi a Chicago, dove il blues stava emergendo come genere predominante. Lavorando come autista, si esibiva nei locali serali, venendo notato e ottenendo il suo primo contratto discografico con la Chess Records. Formò una band eccezionale con Little Walter all’armonica, Jimmie Rogers alla chitarra, Elga Edmonds alla batteria e Otis Spann al piano. Con questa formazione registrò vari dischi e ottenne successo negli anni ’50. Il 1958 segnò il suo successo in Europa con un tour in Inghilterra, dove il suo blues elettrico fece sensazione. Successivamente, registrò album in collaborazione con icone del blues come Howlin’ Wolf, Little Walter, Rory Gallagher, Bo Diddley e Steve Winwood. Il suo stile di blues elettrico, definito “urbano”, influenzò generazioni di musicisti e fu considerato un “anello mancante” tra il Delta Blues e il Rock’n’Roll. Ricevette numerosi Grammy Awards e Blues Music Awards, fu inserito nella Rock’n’Roll Hall of Fame e nella Blues Foundation Hall Of Fame. Nel 1994 gli fu dedicato un francobollo americano da 29 centesimi. Considerato il “padre del Chicago Blues” e uno degli artisti più influenti del XX secolo, la sua vita fu raccontata nel film “Cadillac Records” del 2008.