Robert Cray: il Blues che non rinnega la grande tradizione

Il 1° Agosto del 1953, a Columbus, in Georgia, U.S.A., nasceva il grande bluesman Robert Cray. Cantante e chitarrista, iniziò a suonare da ragazzino ed a 17 anni formò la sua prima propria band, chiamata “One Way Street”. Suo padre, originario della Louisiana, suonava la chitarra e suo zio era un appassionato di musica blues. Questi influenze hanno ispirato Cray sin da giovane, spingendolo a iniziare a suonare la chitarra all’età di 12 anni. Nel corso degli anni, Cray ha affinato la sua abilità nella chitarra blues, imparando (e ispirandosi) da leggende del genere come Albert Collins e Albert King. Ha sviluppato uno stile distintivo che incorpora elementi di blues tradizionale con tocchi moderni, creando un suono riconoscibile.
Nel 1975 formò la “Robert Cray Band” e nel 1978 registrò il suo primo album, che però venne pubblicato nel 1980. Cominciarono i tour nazionali ed arrivarono i primi premi importanti (nel 1985 vinse il premio “Migliore Album Blues” ed insieme ad Alber Collins e Johnny Copeland vinse anche il “Grammy Award” nella categoria “Best Traditional Blues Recording” per l’album “Showdown”). Alla fine degli anni ’80 arrivò anche il grande successo commerciale discografico e molti altri importanti premi. Tante le collaborazioni con i più grandi del Blues, come John Lee Hooker, B.B. King, Keb Mo, ed aprì varie volte i concerti di Eric Clapton, ma non mancano le collaborazioni anche con star mondiali del Pop come Tina Turner. Attualmente ha ricevuto ben cinque “Grammy Awards”.

Northern Resonance – Vision of Three (2024)

Nel loro secondo album, Vision of Three, il trio scandinavo composto da Anna Ekborg alla viola d’amore, Jerker Hans-Ers al violino Hardanger e Petrus Dillner alla nyckelharpa fondono musica tradizionale e moderna in modi che non conoscono confini.

Il suono di Vision of Three fornisce la prova positiva che, nelle mani di questi musicisti comprensivi, questi strumenti storici possono suonare straordinariamente contemporanei. La viola d’amore di Ekborg è composta da sei corde insieme a un altro set di corde che vibrano in armonia; allo stesso modo, il violino Hardanger di Hans-Ers comprende 8/9 corde mentre, proprio come una ghironda, la nyckelharpa di Dillner è come un violino con chiave ma con più risonanza; insieme creano una miscela gloriosa.

Utilizzando questi strumenti e impiegando anche viole e violini più tradizionali, le loro creazioni portano conforto, riscaldando le notti invernali più fredde e rinfrescando i caldi giorni d’estate.
Il vecchio è nuovo e il nuovo è vecchio; Northern Resonance combina i due aspetti in Vision of Three, toccando suoni raramente ascoltati, contestualizzandoli con strumenti resi nuovi nelle straordinarie mani di questi musicisti. È gioia senza limiti.

Ascolta l’album

Bon Iver — Bon Iver (2011)

Bon Iver pseudonimo di Justin Vernon, pubblica il suo secondo lavoro a distanza di tre anni dal suo fortunato ‘For Emma, Forever Ago’. Com’è immaginabile, la seconda prova discografica è sempre molto attesa, a conferma della veridicità artistica del musicista. A tal proposito, diciamolo subito la “prova” è stata superata.

Bon Iver, infatti, pur conservando la sua essenza musicale, si evolve brillantemente nelle sonorità che, grazie all’uso di fiati e archi, rende questa sua seconda opera assai più fiorente e luminosa.

Il disco è stato registrato nel Wisconsin, un’ex-clinica veterinaria ristrutturata a studio di registrazione, questo va detto per sottolineare la differenza dal primo disco che, invece, fu registrato in una capanna di caccia sperduta tra le foreste del Wisconsin nel gelo invernale del 2007, della serie: “status quo ante”.

Una vena più ottimistica è rivelata nelle dieci canzoni che compongono il disco. Grazie alla poesia melodica e ai suoni originali del trentenne cantautore statunitense, l’omonima opera ci fornisce una musicalità rarefatta e intensa, un minimalismo folk di grande impatto emozionale.

Un buon disco quindi, con belle canzoni costruite attorno alla sua vocale espressività minimalista. Bon Iver si dimostra uno degli autori più ispirati, sensibili e maturi degli ultimi anni. Consigliato.

Who By Fire – Leonard Cohen (1974)

Sono venuto per sollevare il loro spirito, e loro hanno sollevato il mio“, ha detto Cohen ricordando la sua partecipazione nella guerra dello Yom Kippur nel Sinai.
Nel 1974, riflettendo ancora sulla guerra, compose “ Who by Fire ”. La frase nasce dalla preghiera solenne recitata ogni Yom Kippur, l’Unetaneh Tokef, che ci chiede con gravità di considerare quale destino potrà riservare il prossimo futuro a ciascuno di noi, chi morirà e chi vivrà. Cohen era stato vicino alla morte, e aveva visto la morte, sul campo di battaglia del Sinai. Ma non morì lì; è rinato. Si potrebbe anche dire che in seguito scelse la vita, tornando dalla sua compagna Suzanne e avendo un secondo figlio con lei, e sedendosi per comporre canzone dopo canzone, tra cui “Anthem” e “Alleluia”.

Billie Holiday

In ambito jazzistico esplose una irripetibile stagione che portò la voce femminile ai massimi livelli raggiunti dalla cultura della musica popolare del Novecento.
A partire fu Billie Holiday, che superò e rivoluzionò il modello Bessie Smith, la prima e forse insuperabile voce femminile del jazz.

La personalità di Billie Holiday ha inciso sul modo stesso di concepire il canto. Di sé diceva: «Io non mi sento una cantante. lo mi sento come se suonassi uno strumento a fiato. Cerco d’improvvisare come Lester Young, come Louis Armstrong, o qualcun altro che ammiro. Quello che esce fuori è ciò che sento.
Non mi va di cantare una canzone cosí com’è. Devo cambiarla alla mia maniera, è tutto quello che so
».

Questa semplice affermazione nasconde un effetto profondamente innovativo, parte della trasformazione generale dell’approccio al canto alla metà del secolo scorso, producendo un intenso, altamente coinvolgente, effetto di «verità» che trasforma ogni brano in un dialogo tra sé e l’ascoltatore. Nel caso di Billie Holiday l’immedesimazione con la canzone diventava bruciante, quasi eccessiva, al punto da rendere riduttiva la definizione di interprete.

Piú che interpretare, Billie Holiday «componeva» una propria versione della melodia, si appropriava interamente della canzone, restituendone una personalissima lettura, inimitabile perché densa di vita vissuta, con eccessi, disordine, passioni di un’esistenza a dir poco «difficile», costantemente trafitta da esaltazioni e tragedie.

Il timbro, dotato di una straordinaria tendenza al glissato che dava l’effetto di una caduta di note e lambiva il ritmo con elegante e consapevole distacco, era una languida e sempre sofferente carezza.

Woody Guthrie, il padre della canzone di protesta

Il 14 luglio 1912 nella cittadina di Okemah in Oklahoma nasce il folksinger Woody Guthrie, considerato universalmente il padre della moderna canzone di protesta statunitense. Autore di oltre tremila canzoni popolari.
Icona dell’era della Depressione e ha scritto la canzone di protesta più famosa al mondo, “This Land Is Your Land”. Ma non era solo un cantautore, e i suoi argomenti andavano ben oltre la politica sindacale. L’intero corpus della sua creatività – inclusi testi, poesie, opere d’arte e scritti in prosa in gran parte inediti – comprendeva argomenti come l’ambiente, l’amore, il sesso, la spiritualità, la famiglia e la giustizia razziale. Guthrie ha creato una filosofia personale che ha influenzato generazioni di americani e ha ispirato musicisti-attivisti da Pete Seeger e Bruce Springsteen ad Ani DiFranco e Chuck D. Come ha notato Bob Dylan di Guthrie, “Potresti ascoltare le sue canzoni e imparare davvero a vivere”.
Guthrie fu registrato per la prima volta nel 1940 da Alan Lomax, che si era innamorato della musica popolare rurale del sud mentre viaggiava nel sud con suo padre, John Lomax, che stava effettuando registrazioni d’archivio della musica dei prigionieri neri del sud. Nel 1940, Lomax, che era assistente direttore dell’Archivio di canzoni popolari presso la Biblioteca del Congresso, registrò una raccolta di interviste e canzoni di Guthrie per la Biblioteca. Le registrazioni furono infine pubblicate nel 1964 da Electra. Queste registrazioni sono un ascolto essenziale per Guthrie. Sempre nel 1940, la Victor Records registrò un’altra raccolta fondamentale, le Dust Bowl Ballads. Nel 1944 Moses Asch, un pioniere della registrazione con un amore per la musica folk americana, organizzò una serie di sessioni di registrazione in cui Guthrie, accompagnato occasionalmente da Cisco Houston, Sonny Terry e Leadbelly, registrò oltre 150 canzoni popolari originali e tradizionali. Molte di queste prime registrazioni furono pubblicate dall’etichetta Folkways di Asch e sono ancora disponibili oggi, inclusi tre volumi di canzoni per bambini intitolate Songs to Grow On.
Guthrie trascorse gli ultimi 15 anni di vita in ospedale, affetto dagli effetti degenerativi della malattia ereditaria della corea di Huntington. Durante questo periodo, gli anni ’50 e ’60, la musica folk divenne una tendenza importante e Guthrie divenne una leggenda vivente, al suo capezzale visitavano aspiranti cantanti folk come Bob Dylan, che celebrò l’uomo nella sua “Song to Woody”. Durante un fine settimana di visita a casa insegnò ad Arlo Guthrie, suo figlio dal secondo matrimonio e cantante folk di successo, i versi radicali che aveva scritto per “This Land is your Land”, che secondo lui erano in pericolo. di perdersi ora che la canzone veniva proposta come sostituto di “Star Spangled Banner” come inno nazionale .

Musica d’Africa #2/7

“I valori artistici africani e occidentali non sono la stessa cosa. In Africa “arte” è qualcosa che ha un significato del tutto diverso dalle idee occidentali sulla funzione artistica… “Artista” è già un concetto limitato: “creatore” è una parola più adeguata… L’arte, per gli africani, non esiste disgiunta dalla vita quotidiana”.

Nel suo contesto tradizionale quella africana copre in realtà ogni aspetto della vita, dal lavoro all’amore, dalla nascita alla morte, dal matrimonio alla religione. Il mbalax, la musica di Youssou N’Dour si è sviluppata su quella dei tamburi wolof che accompagnavano le cerimonie tradizionali. La musica fuji della Nigeria ha le sue radici nelle feste musulmane del Ramadan mentre, ancora, quella di Mory Kante e di altri musicisti della Guinea e del Mali, è basata su melodie antiche di alcuni secoli. Diverse, invece, sono le fonti del soukous dello Zaire, del mbaqanga del Sudafrica, o dell’highlife del Ghana, che derivano dalla musica dei bar e delle sale da ballo di questo secolo.

Ma tutte le musiche, comunque, sono legate alla tradizione, nessuna nega mai le proprie radici, non importa quanto “moderni” siano gli arrangiamenti, gli strumenti o i testi. In alcuni casi questo rapporto con le radici viene esaltato in maniera evidente in altri in maniera più “inconscia”, per effetto di antichi ammaestramenti musicali tramandati di generazione in generazione. Perchè quella africana è una incredibile storia di contaminazioni. (continua)

Van Morrison – Veedon Fleece (1974)

Tornato in Irlanda nel 1973 e suggestionato nel rivedere i luoghi della propria adolescenza, Van trova l’ispirazione per un album concept estremamente personale. Non vi sono note di copertina o interviste a spiegarlo, ma si capisce che le varie canzoni sono in un ordine preciso, con frasi che si ripetono da un brano al successivo, in modo da formare la storia di un ragazzo che dapprima sogna una vita fantastica, popolata da eroi e da poeti, poi parte deciso incontro alla vita reale come se andasse incontro ad una avventura (la ricerca di un immaginario vello di Veedon). Seguono le esperienze e le disillusioni. Alla fine c’è il ritorno al paese natio ed un amore che curerà le ferite. Ad accompagnare il cantante c’è una versione snellita della Caledonia Soul Orchestra. Il suono è curato, ma rarefatto, ricordando un po’ tutti gli album precedenti. Infatti per ogni canzone c’è uno stile diverso, eppure l’opera conserva un carattere fortemente unitario. Rispetto ad Astral Weeks, cui quest’opera è stata paragonata, essa è molto più sfaccettata, più costruita e meno originale. L’accompagnamento strumentale è infatti semplice e tradizionalista, più ancora che nei due album in studio precedenti. I testi e le parti vocali sono estremamente personali. E’ un disco che, pur non essendo musicalmente difficile, richiede un ascolto raccolto, al buio, per essere penetrato.

Prima che Veedon Fleece arrivasse nei negozi, era stato già ultimato ed annunciato il suo successore, dal nome “Mechanical Bliss” e dal tono opposto, gaio e spensierato. L’album non fu mai pubblicato.

Lizzie No – Halfsies (2024)

Il terzo album della cantautrice, chitarrista e arpista di Brooklyn, New York, Lizzie No è un costrutto. Classificare gli artisti potrebbe rendere più semplice l’organizzazione dei negozi di dischi e delle playlist, ma non esiste un termine che possa definire un artista, men che meno uno come Lizzie No.

Si potrebbe dire che Lizzie No fa musica “americana”, in quanto il suo lavoro attinge ai ritmi e alle tradizioni del blues, del folk e del country. Mostrando un’innegabile influenza indie che le permette di muoversi frequentemente e senza soluzione di continuità tra circoli musicali sovrapposti.

Si potrebbe dire che Lizzie No scrive canzoni di “protesta”, in quanto donna nera e queer, la sua intera esistenza è una protesta vivente, respirante e cantata contro un genere e un paese che sono riluttanti a fare i conti con le fondamenta stesse su cui sono stati costruiti.

Il modo meravigliosamente intricato di scrivere canzoni di Lizzie No risplende in queste undici canzoni, con il personale e il politico che si intrecciano l’uno con l’altro con la stessa naturalezza del suo patchwork di influenze. L’album funge da conversazione vivente tra le ispirazioni musicali e letterarie di No, riflettendo la sua venerazione per le grandi voci che l’hanno preceduta, da Lucinda Williams a Toni Morrison, e la sua ricerca di una connessione tra loro.

Ascolta l’album

James Cotton: l’armonica d’oro del Blues

Il 1° Luglio del 1935, a Tunica, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande armonicista e vocalist Blues James Cotton. Iniziò a suonare l’armonica a bocca molto presto e fu allievo di Sonny Boy Williamson II, musicista con il quale iniziò anche ad esibirsi in tour. Per 12 anni armonicista di Muddy Waters, il suono potentissimo e una presenza sul palco unica e irripetibile rendono James Cotton uno degli armonicisti più apprezzati al mondo e sicuramente uno dei più ispiranti. Nel 1966 formò la propria Blues band, iniziando lunghe tournèe in tutti gli Stati Uniti, e raggiungendo presto il successo. Negli anni ’70 ed ’80 venne riconosciuto come il miglior armonicista Blues in attività, molto apprezzato anche come vocalist ed entertainer, partecipò ai più grandi Festival Blues americani ed europei e vinse anche alcumi “Grammy Awards” sia come compositore, che come armonicista e show man. Oltre al sound acustico, davvero inarrivabile, James Cotton ha anche una gamma di fraseggi interessanti e dotati di una personalitè straordinaria è soprattutto quando suona sincope mozzafiato o frasi incalzanti dove ogni nota è dotata di un attacco stellare. Soprattutto come band-leader, James Cotton è la dimostrazione pratica di che cosa riesca a fare un ottimo suono acustico: Cotton infatti si esibisce quasi sempre usando un microfono da voce collegato direttamente all’impianto, anziché passare per l’amplificatore. Di lui restano una ventina di dischi come leader ed una cinquantina di dischi nei quali è ospite di altri grandi musicisti. Morì ad Austin, nel Texas, nel 2017.