Enrico Rava: il grande Maestro italiano della tromba Jazz

Il 20 Agosto del 1939, a Trieste, nasceva il grande trombettista Jazz Enrico Rava. Oltre ad essere trombettista è anche un flicornista, compositore e scrittore, ed è tra i musicisti Jazz italiani più noti al mondo. Autodidatta triestino, originariamente un trombonista Dixieland, passò alla tromba da adolescente dopo aver ascoltato Miles Davis. Nel 1967 si trasferì a New York e trovò la sua direzione musicale, suonando con Roswell Rudd, Cecil Taylor, Charlie Haden, Carla Bley e la Jazz Composer’s Orchestra tra altri. Anche nei periodi sperimentali Rava è rimasto soprattutto un musicista melodico, tendenza affinata e sviluppata attraverso una carriera che ha toccato tutti gli aspetti della tradizione jazzistica. Il suo primo album per la ECM, The Pilgrim and the Stars (1975), fissava già standard elevati. Un decennio e diversi album acclamati dopo Volver (1986), arrivò un congedo di diciassette anni dall’etichetta, che si concluse con Easy Living , il suo trionfante ritorno nel 2003 con un quintetto tutto italiano, che mise in mostra la brillante, ampia melodia del leader. tono aperto al suo meglio. Da quel ritorno, Rava è andato sempre più rafforzandosi, pubblicando una serie di album davvero eccezionali, tra cui Tati , The Words and The Days , The Third Man e New York Days. Nel 2010 è uscito Tribe , che presenta Rava nella sua forma più ispirata dal punto di vista lirico, alla guida di una band di giovani talenti brillanti. La sua band è diventata una sorta di scuola di perfezionamento per i musicisti jazz italiani, e molti dei suoi sideman sono diventati a pieno titolo illustri bandleader, esempi recenti sono Stefano Bollani, Giovanni Guidi e Gianluca Petrella.

Cassandra Wilson — Silver Pony (2010)

Silver Pony è il ventesimo album di Cassandra Wilson ed è composto da undici brani, alcuni dei quali sono registrati dal vivo durante il suo tour estivo del 2009.

Figlia di un musicista jazz e di un’insegnante appassionata di rhythm and blues, la cinquantacinquenne Cassandra Wilson è tra le più brave e belle voci del panorama musicale internazionale. Dotata di tecnica impeccabile e di una grande comunicatività emotiva, questo Silver Pony ne conferma la veridicità.

Il titolo dell’album prende spunto da un fatto successo alla cantante quando era piccola e lo racconta lei stessa: “Un giorno arrivò un uomo nel mio paese, a Jackson nel Mississippi, con un pony e una macchina fotografica” e continua “Pagando potevi farti fare una foto sul pony“. La Wilson riuscì a fare la sua foto nonostante la madre non fosse molto d’accordo “Sono così felice che mi permise di salire sul pony” dice ora “Ero una bambina senza paura, e penso che invece lei mi volesse un po’ meno incosciente“. Ora “quella famosa foto” è diventata la copertina di questo suo ultimo lavoro discografico.

Nelle sonorità del disco, traspaiono le sue radici, i ricordi legati alla sua infanzia, alla sua famiglia e soprattutto al suo Mississippi. Dalla sua terra natale quindi, note di blues e R&B, ma anche jazz, influenze gospel, “tocchi” africani e brasiliani e perché no, anche un leggero pop.

Accompagnata da ottimi musicisti tra cui Ravi Coltrane (si, il figlio), il disco “scivola” via con grande piacere e profondo sentimento. Il suo strumento, la voce, calda e profonda, intrecciata alle atmosfere create dal fraseggio di chitarra, basso, pianoforte, percussioni e dal sax, creano emozioni pure, limpide come le acque di un torrente. 

Bill Evans: da “Star” del Jazz al baratro delle droghe

Il 16 Agosto del 1929, a Plainfield, nel New Jersey (U.S.A.) nasceva il grande pianista e compositore Jazz Bill Evans, che creò un nuovo stile pianistico influenzando molti pianisti delle generazioni successive. L’uso di un’armonia totalmente diversa, che ha lasciato il segno, la reinterpretazione personale di molti brani jazz standard, dei block chords, quasi “cantando” le linee melodiche, hanno influenzato molti dei pianisti jazz successivi e hanno riformato l’armonia jazz; è stato considerato il maggior esponente del jazz dopo la seconda guerra mondiale. Fece parte del sestetto di Miles Davis con il quale nel 1959 registrò il primo album Kind of Blue. Molte delle sue composizioni, come Waltz for Debby, sono divenute degli standard e sono state registrate da molti altri artisti. Evans ricevette ben trentuno Grammy Awards e altri sette premi, e la sua popolarità lo portò a esser incluso nella Jazz Hall of Fame. Dopo l’esperienza con Miles Davis mise su una propria formazione, con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, che divenne un trio tra i più noti nella storia del Jazz. Anche a causa dello sconcerto psicologico provato dopo la morte di LaFaro, avvenuta nel 1961 a causa di un incidente stradale, Bill Evans cadde nel giro della droga e si isolò per sei mesi. Nel 1963, con la registrazione di “Conversations With Myself”, venne utilizzato per la prima volta l’”overdubbing”, cioè la sovrapposizione delle improvvisazioni o elle tracce. Nel 1966 iniziò a suonare con il contrabbassista Eddie Gomes, felice collaborazione che durò 11 anni. Grande successo ebbero gli album “”Bill Evans at the Montreaux Jazz Festival”, “Alone” e “The Bill Evans Album”, ma il suicidio della fidanzata Ellaine, nel 1973 e quello del fratello Harry, nel 1979, fecero sprofondare Bill Evans nell’eroina e nella cocaina, con gravi conseguenze fisiche, economiche, nei rapporti umani e nella creatività artistica, portandolo alla morte nel 1980, a 51 anni, al Mount Sinai Hospital di New York. Durante la carriera ricevette 31 nominations al “Grammy Awards”, vincendone 7. Alcune sue composizioni, come “Waltz For Debby” sono divenute dei classici “standard” ed il suo nome è inserito nella “Jazz Hall of Fame”.

Roy Buchanan

Il 14 Agosto del 1988, a Fairfax County, in Virginia, U.S.A., moriva il grande chitarrista Blues Roy Buchanan. Era nato nel 1939 ad Ozark, Arkansas, U.S.A, è stato un influente chitarrista e musicista blues americano noto per il suo suono pionieristico Telecaster. Iniziò ad imparare la chitarra a 7 anni ed a 15 se ne andò di casa per fare il musicista. Andò in Canada ed iniziò a lavorare come “session man”, come musicista da studio, oltre che in varie band. Inventò il “plinch harmonic” (una particolare tecnica che prevede l’utilizzo simultaneo del plettro e del dito pollice) ma rimase per anni nell’ombra.
La vita di Buchanan ha preso una svolta significativa nel 1971 dopo che un documentario della PBS intitolato Introducing Roy Buchanan lo ha portato all’attenzione nazionale, portandolo a un contratto discografico con la Polydor Records. Era noto per aver rifiutato un presunto invito a unirsi ai Rolling Stones, guadagnandosi il soprannome di “l’uomo che ha rifiutato gli Stones”. La carriera di Buchanan includeva la registrazione di album per la Polydor e la Atlantic Records, con alcuni dei suoi lavori che ottennero lo status di disco d’oro. Si prese una pausa dalle registrazioni nel 1981, ma ritornò in studio nel 1985 con la Alligator Records, pubblicando album che mettevano in mostra la sua libertà artistica. Tragicamente, la vita di Buchanan finì nel 1988 quando fu trovato impiccato in una cella di prigione dopo essere stato arrestato per ubriachezza pubblica a seguito di una lite domestica. La sua eredità sopravvive attraverso la sua musica e il suo impatto sui generi blues e rock.

Point Blank – Bruce Springsteen (1980)

Dopo l’esplosione sonora di Born to Sun che affermano finalmente Springsteen come grande talento della musica degli anni Settanta, Bruce è costretto ad allontanarsi dalle scene per un lungo periodo. Anche se per fortuna i problemi sono di origine contrattuale Bruce rimane segnato. Nel 78 pubblica Darkness on the Edge of Town e due anni dopo The River da cui è tratta Point Blank.

Canzone carica di dolore che narra di una fine drastica, la fine di un amore, ma anche di una vita che viene spezzata di colpo, anche se resta aperta la possibilità che si tratti solo di una morte interiore. Anche la melodia e i sublimi arrangiamenti fanno di Point Blank una delle canzoni più splendidamente tragiche di tutta la discografia di Bruce Springsteen.

Luther Allison: un Bluesman che trovò l’America a Parigi

Il 12 Agosto del 1997, moriva il bluesman Luther Allison. Era nato nel 1939 a Madison, nel Wisconsin, U.S.A. ed ascoltando musicisti Blues imparò a suonare la chitarra da autodidatta. Crescendo in una famiglia di musicisti, inizia a suonare la chitarra da bambino e sviluppa una passione per il blues. Alla fine degli anni ’50, si trasferisce a Chicago, un’importante città per la musica blues, dove ha l’opportunità di suonare con grandi artisti come Howlin’ Wolf, Freddie King e Muddy Waters, che in un occasione lo invita a salire e a suonare con lui sul palco. Riuscì ad avere un contratto discografico e nel 1969 uscì il suo album di debutto che gli aprì le porte ad alcuni Festival. Negli anni ’70 ha registrato una serie di album per etichette discografiche blues, ma il successo commerciale è tardato ad arrivare. Tuttavia, la svolta nella sua carriera avvenne quando firmò un contratto con l’etichetta discografica Alligator Records negli anni ’90. L’album “Soul Fixin’ Man” del 1994 fu un grande successo e segnò il ritorno di Allison alla ribalta. Il suo stile di blues rock energico e la sua voce graffiante lo resero un artista di punta nella scena blues contemporanea. Durante un tour nel 1997 Allison si sentì male, fu ricoverato e gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni ormai in metastasi e morì a quasi 58 anni. Nel 1998 il suo nome è stato inserito postumo della “Blues Hall of Fame”.

Ella Fitzgerald

Se il fascino e il mistero erano tutti dalla parte di Billie Holiday, il massimo prodigio vocale espresso dalla cultura jazzistica è arrivato con Ella Fitzgerald. In qualche modo il suo nome è diventato sinonimo stesso di voce, in virtù di uno di quei rari imperativi assoluti che si creano nel mondo della musica. Quella allegra, fatata disinvoltura con cui si metteva a cantare un brano, fosse uno standard jazzistico, un pezzo brasiliano, uno scat, una canzone dei Beatles o qualsiasi altra cosa, rimarrà impressa nei ricordi di chiunque abbia ascoltato un suo disco o, meglio ancora, l’abbia vista almeno una volta dal vivo.

Nata da una famiglia povera a Yonkers, in Virginia, il 25 aprile del 1918, fu scoperta in una gara di dilettanti all’Apollo di Harlem e ottenne il suo primo ingaggio di prestigio nell’orchestra di Chick Webb, con il quale rimase fino al 1941, mettendo a fuoco il suo stile nelle ballrooms frequentate dall’orchestra, sotto l’accorta direzione di Webb, che all’epoca, con la sua band, amava sfidare in leggendarie battaglie le orchestre degli altri «grandi», come Gene Krupa e Benny Goodman.

Nel 1946 Ella entrò a far parte della «scuderia» di Norman Granz, collaborando alle tournée di Jazz at the Philarmonic, ma è come solista che ha costruito il suo mito. Abitualmente prediligeva esibirsi accompagnata da un trio, con musicisti del calibro di Oscar Peterson, Jimmy Jones, Jimmy Rowles, e occasionalmente con le grandi orchestre di Duke Ellington e Count Basie.
Alla metà degli anni Cinquanta era un’artista definitivamente matura, insuperabile, ormai padrona non solo del virtuosismo scat, ma anche di una raffinatissima dedizione alle sottigliezze dell’interpretazione, alla reinvenzione melodica, come ha dimostrato nei suoi songbooks, vere pietre miliari della musica americana del secolo scorso.

Con gli anni Ella era diventata più sensibile, più vera, più disposta a comunicare emozioni delicate, le stesse che a volte travolgeva trascinata dal suo incontenibile talento, da quella imparagonabile abilità che le consentiva di gareggiare senza sfigurare con le improvvisazioni degli strumenti a fiato. Era un modo di rimanere fedele non solo al proprio talento, ma anche alle proprie radici, al segreto della lezione che aveva appreso dal jazz fin dagli esordi come cantante nell’orchestra di Chick Webb: l’invenzione, la fantasia, la mobilità continua dell’improvvisazione.

Grazie a questa scelta di metodo, Ella non ha mai interpretato due volte la stessa canzone nella stessa maniera. Il che è molto di più di un semplice “gioco” formale; vuol dire che ogni volta, fino all’ultimo dei suoi giorni, si è avvicinata a un pezzo cercando di reinventarlo. Con l’effetto di comunicare non solo la poesia di un pezzo musicale, ma anche l’emozione di un processo creativo che avveniva nel momento stesso dell’esecuzione come un prezioso, magico regalo da condividere in quel momento nell’intimità profonda ed esclusiva del rapporto tra cantante e spettatore.

Magic Slim: inserito postumo nella “Blues Hall Of Fame”

Il 7 Agosto del 1937, a Torrance, nel Mississippi, Stati Uniti, nasceva il bluesman Magic Slim (vero nome Morris Holt). Apprese l’interesse per la musica molto presto, cantando nel coro della chiesa. Il suo primo amore è stato il piano, ma avendo perso un dito della sua mano destra in un incidente, trovò difficoltà a suonare, e così decise di ripiegare sulla chitarra. Lavorava nei campi durante la settimana e suonava il blues nei party che si svolgevano nelle case durante i week-ends.
All’età di 11 anni Slim si trasferì a Grenada, Mississippi dove più tardi incontrò e diventò amico di Magic Sam (dal quale prese il nome d’arte, anni più tardi quando si trasferì a Chicago). Negli anni ’80 arrivò a pubblicare dischi con la famosa casa discografica “Alligator” e vinse il primo premio “W.C.Handy”. Nel 1994 Magic Slim si trasferì a Lincoln, nel Nebraska, dove ebbe un contratto per molti anni in un importante locale e dove suonò anche accompagnato dal figlio Shawn Holt, cantante e chitarrista di talento, che lo accompagnò nei Teardrops per diversi anni. Magic Slim ed i Teardrops vinsero per sei volte il “W.C. Handy Award” come migliore Blues Band dell’anno e si affermò come uno dei più validi bluesmen americani. Durante una sua tournee, fu colpito da ulcere sanguinanti, ma avendo anche problemi cardiaci, polmonari e renali, morì all’ospedale di Filadelfia, in Pennsylvania, il 21 Febbraio 2013. Nel 2017 fu inserito, postumo, nella “Blues Hall of Fame”.

Louis Armstrong: un mito del Jazz

Il 4 Agosto del 1901, a New Orleans, in Louisiana, U.S.A., nasceva il grande trombettista e cantante Louis Armstrong (soprannominato Satchmo). Tra i più famosi musicisti Jazz del XX° secolo, raggiunse inizialmente la fama come trombettista, per poi affermarsi anche come tra I più importanti cantanti Jazz, raggiungendo anche il grande pubblico, a livello trasversale, soprattutto negli anni di fine carriera. Louis Armstrong rientra a pieno titolo tra i geni della musica, cioè quelle personalità che hanno avuto la capacità di portare innovazioni fondamentali in un determinato sistema. E non parliamo solo dell’ambito del jazz. Il musicista nacque e visse in un contesto molto povero, difficile, pieno di discriminazioni razziali: nonostante questo ha insegnato al mondo come la salvezza possa essere concretamente rappresentata da una passione, ad esempio quella per la musica. Nipote di schiavi, fu abbandonato da entrambi i genitori alle cure della nonna, vivendo in estrema povertà e finendo fin dalla giovanissima età, in riformatorio, dove imparò a suonare la cornetta nella banda dell’istituto. Evolvendo la sua preparazione musicale, a 13 anni era già leader della band ed una volta fuori dal riformatorio, a 14 anni ebbe il suo primo ingaggio professionale, per poi suonare con regolarità sui battelli di New Orleans. Imparò a leggere la musica e ad avere ruoli sempre più importanti da solista, caratterizzando le proprie interpretazioni con un proprio stile. Nel 1924 ebbe un ingaggio a New York, nella band di Fletcher Henderson, la band afro-americana più famosa di quei tempi e dalla cornetta passò a suonare la tromba ed anche a cantare. Grazie al suo particolare stile diventò ben presto famoso, attirando curiosità ed interesse anche da parte dei maggiori musicisti Jazz del momento, come Duke Elington, che avendone sentito parlare come il nuovo fenomeno del Jazz, lo andavano a sentire nelle varie occasioni di concerto. Scrisse colonne sonore, fu invitato a partecipare a show televisivi ed iniziò ad inserire lo “scat sing” utilizzando parole senza senso, diventando uno dei primi a registrarlo, nel 1926. Ebbe occasioni di collaborazione artistica con le più importanti cantanti Blues e Jazz e con i più prestigiosi jazzisti, ampliando sempre più il suo prestigio ed iniziando anche tour europei. Ebbe occasioni recitative in alcuni film e fu anche la prima persona di colore a curare un programma radiofonico per la “CBS”. In seguito si stabilì a New York, nel Queens, dove oggi c’è un museo in suo onore. Negli ultimi anni della sua carriera realizzò vari tour mondiali ricevendo ovunque una straordinaria acclamazione popolare ed arrivò ad esibirsi per oltre trecento serate all’anno. Morì a New York nel 1971.

Musica d’Africa #3/7

Musicisti della Guinea, dello Zaire, del Senegal, dello Zimbabwe, del Camerun, della Nigeria, del Sudafrica, hanno cominciato a farsi conoscere dal giovane pubblico del rock e del pop. Si parla di “musica africana”, ma il termine è davvero troppo generico per poter definire un insieme di suoni, stili, generi, enormemente diversificato, con stili che variano da regione a regione. Musica che getta un ideale ponte tra tradizione e modernità, savane e grattacieli, tra nuova comunicazione elettronica e ritmo ancestrale.

E’ la chitarra elettrica il principale strumento che ha giocato un ruolo vitale nel modellare la musica urbana in tutto il mondo e, soprattutto, in Africa. L’arrivo degli strumenti elettrici ha creato nella musicale “Madre Africa”, una vera e propria esplosione di creatività, di vitalità e di tecnica che ha impressionato il mondo intero.

Il percorso della “nuova ondata” africana che ha pian piano invaso l’occidente, è iniziato alla fine degli anni Sessanta, quando, prima con Tom Hark e poi soprattutto con Miriam Makeba Hugh Masekela, le canzoni e i ritmi della nuova Africa hanno cominciato a scalare le classifiche di vendita. Il rock viene rapidamente affascinato dalla giovane musica dell’Africa, come testimoniano i primi “viaggi” di personaggi come Ginger Baker dei Cream o Brian Jones dei Rolling Stones, che realizzano dischi con musicisti africani. Ma sono personaggi come Manu Dibango con Soul Makossa e i ghaniani Osibisa, che mettono insieme armonie africane, ritmi e atmosfere del jazz, del soul, della canzone e del pop, seguiti a breve distanza dal “black president” Fela Kuti. La grande esplosione dell’ “african pop” è comunque avvenuta negli anni Ottanta, in parte dovuta al grande successo ottenuto da Bob Marley e dal reggae. (Continua)