Charlie Musselwhite

Charlie Musselwhite è un celebre armonicista e cantante di blues americano, noto per il suo contributo significativo alla scena blues dagli anni ‘60 in poi. Nato il 31 gennaio 1944 a Kosciusko, Mississippi, Musselwhite è cresciuto in un’epoca in cui il blues stava vivendo una trasformazione significativa, e lui è diventato una figura di spicco nel portare questo genere musicale al pubblico più ampio.
Musselwhite è rinomato per il suo stile distintivo all’armonica, caratterizzato da una fusione di blues tradizionale con influenze di jazz, folk e rock. Il suo album di debutto, “Stand Back! Here Comes Charley Musselwhite’s Southside Band” del 1967, è considerato un classico del genere blues e ha contribuito a stabilire la sua reputazione come uno dei principali armonicisti del suo tempo.
Nel corso della sua carriera, ha collaborato con numerosi artisti di grande fama, tra cui Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Tom Waits, e Ben Harper. Le sue collaborazioni con Ben Harper, in particolare, hanno introdotto Musselwhite a una nuova generazione di appassionati di musica.
Charlie Musselwhite è apprezzato non solo per la sua abilità musicale, ma anche per la sua capacità di mantenere vivo lo spirito del blues, rimanendo fedele alle radici del genere mentre esplora nuovi orizzonti sonori.

What I Am – Edie Brickell (1988)

Siamo nel 1988, Edie Brickell ha 22 anni e non è ancora famosa. Ha accantonato il suo vecchio sogno di bambina – diventare quarterback dei Dallas Cowboys, strana ambizione, decisamente maschile, che lei coltiva forse perché sapeva che i suoi genitori volevano un figlio maschio. Ha accettato di fare una piccola parte nel film Nato il quattro luglio, che uscirà nel 1989, in una scena girata al The Hop di Fort Worth, in Texas, un posto che aveva visto esibirsi Bob Dylan e Janis Joplin e che avrebbe chiuso i battenti pochi mesi dopo. Edie Brickell sente però che il suo futuro non è nel cinema. Lei ama la musica e sta cominciando a raccogliere le prime soddisfazioni con il suo gruppo i New Bohemians.

Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)

Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi.

Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco. Come successe con il disco precedente, anche Jeff Tweedy, estroverso e geniale chitarrista, non impone il suo suono e, come fece Cooder, accompagna solamente la cantante di colore, ricucendole attorno delle sonorità rock e blues per poi intrecciarle alla profonda e bellissima voce gospel della Mavis.

A differenza di “We’ll Never Turn Back”, dove la Staples recupera brani del periodo della lotta per i diritti civili e i testi parlano di lotta e di emancipazione, in questo suo ultimo lavoro le tredici canzoni si orientano verso un repertorio più classico e sacro.

Un disco importante, bello e profondo.

John Cage

Nella seconda parte del Novecento, nessun musicista ha avuto sulle sorti della musica «accademica», quella eseguita nelle sale da concerto e negli auditorium di conservatori e università, un’influenza paragonabile a quella esercitata da John Cage. Cage è un gigante che ha gettato la sua ombra su tutta la musica occidentale del secondo Novecento, semplicemente negandola, o meglio, ignorando deliberatamente i presupposti della sua tradizione. Uno dei tanti paradossi incarnati da Cage. Pur avendo studiato profondamente la musica della tradizione europea, per esempio il contrappunto con Schönberg, Cage è il primo compositore americano a liberare la musica d’oltreoceano dalla dipendenza dal Vecchio continente e a costituire un polo musicale autenticamente e totalmente americano. Probabilmente in modo involontario: Cage non ha mai creato una scuola, anche se è stato considerato il pioniere e il profeta di un nuovo modo di intendere la musica. Un atteggiamento che si è diffuso rapidamente, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, tanto negli Stati Uniti che in Europa, in contrapposizione al serialismo dominante.
Partito già da giovane talento, negli anni Trenta, con l’idea di ampliare la gamma dei suoni e delle strutture possibili sotto l’influenza dei lavori di Edgar Varèse e degli insegnamenti di Henry Cowell, Cage ha intrapreso la strada di uno sperimentalismo radicale che aveva come obiettivo fondamentale la liberazione del suono non solo dalla razionalità, ma addirittura dal pensiero dell’uomo. «La musica moderna in generale è stata la storia della liberazione della dissonanza», disse Cage nel 1948.
«Cosí la nuova musica è parte del tentativo di liberare tutti i suoi udibili dalle limitazioni del pregiudizio».

Leadbelly, cantastorie irascibile e resiliente

Il 20 gennaio 1889 nasce a Mooringsport, in Louisiana Huddie William Leadbetter, più conosciuto con il nomignolo di Leadbelly, uno dei grandi interpreti del blues rurale.

Leadbelly (1888 – 1949), è stato un influente cantante e chitarrista blues e folk americano. È noto per la sua voce potente e per il suo talento con la chitarra a dodici corde. Leadbelly ha avuto un’infanzia difficile e ha trascorso diversi anni in prigione, dove ha affinato le sue abilità musicali. È stato scoperto da John e Alan Lomax, due etnomusicologi che hanno registrato la sua musica per la Library of Congress negli anni ’30.

Le sue canzoni coprono una vasta gamma di temi, dalla vita quotidiana alla giustizia sociale, e molti dei suoi brani, come “Goodnight, Irene,” “Midnight Special,” e “Where Did You Sleep Last Night,” sono diventati classici della musica americana. Leadbelly ha influenzato generazioni di musicisti, specialmente nel movimento folk degli anni ’50 e ’60. La sua vita e la sua musica incarnano la lotta e la resilienza della cultura afroamericana.

Alpine Subs – Up With The Geese (2025)

Dopo una pausa di due anni, gli Alpine Subs di Chicago sono tornati per pubblicare il loro quinto album (il primo risale al 2019) con l’etichetta sudafricana Subjangle: questa volta si tratta di un brillante doppio album da venti tracce.
Il disco presenta ancora la squillante musica americana che ha dominato il precedente album Through The Blinds (2023), mettendo in mostra la loro onnipresente capacità di creare perfette melodie jangle-pop degli anni ’60 e ’70.
La lunghezza dell’album potrebbe essere stato l’unico mezzo a disposizione della band per presentare in modo efficace un sound che ha ampliato la bellezza melodica dei lavori precedenti, incorporando al contempo sottili elementi moderni che dimostrano la loro esplorazione della musica contemporanea e la sua maggiore integrazione nel loro sound. Tuttavia, mentre le fondamenta pop di un tempo fungevano da nucleo, le sottili sfumature di oggi ora ricevono chiaramente maggiore enfasi.
Questa uscita segna una pietra miliare significativa per questo gruppo costantemente “pop-glorious”.

Ascolta l’album

American Music Club – Mercury (1993)

Il Club è stato aperto una decina d’anni, dalla metà degli ’80 in poi, prima di lasciare Mark Eitzel fuori dalla porta a cercarsi una nuova vita solista. Dei tre album pubblicati nei ’90, Mercury è forse il più intenso e profondo. La produzione di Mitchell Froom, solitamente molto presente, quasi non s’avverte. La materia è tutta nelle mani e nella voce senza melodia di Eitzel, nella sua disperata richiesta d’amore, nei suoi silenzi improvvisi e in quella percezione dello spazio che aveva già reso grandi i dischi precedenti. Benché sia fatto sostanzialmente di canzoni pop o folk, comunque di ballate, non c’è una sola possibilità di cantarne un refrain. Semplicemente perché non ce n’è. La forza compositiva di Eitzel è diretta altrove, a un’emozionalità circolare e stordente che non ha finora conosciuto eguali.

Ascolta il disco

Assistant – Ten Songs (2024)

Ho sentito parlare della band solo pochi mesi fa, tramite i social media. Poiché ascoltare molta musica è una cosa buona, ho dato un’occhiata al loro LP di debutto e devo ammettere che è entrato nelle mie corde, come si dice in Francia.
Sì, è un indie stridente, ma ha un tocco che, secondo me, la colloca in quel genere musicale dei primi anni Novanta. C’è quell’elemento fai da te nelle canzoni, che conferisce loro una vera personalità che una produzione raffinata potrebbe rovinare. Nessuno lo saprà mai, è un vero successo pop, nonostante i testi piuttosto tristi. Infatti, tutte le canzoni hanno quel tipo di atmosfera pop, come hanno sempre avuto molte canzoni degli Smiths. E anche se non credo che ci siano altri paragoni, la scrittura delle canzoni sembra decisamente dover rendere omaggio a Stephen Morrissey. L’album ha molte sorprese nascoste in bella vista. In Ten Songs, ti rimane la sensazione di aver sentito il suono di una band maturare nel corso di un album piuttosto che di una carriera. Mentre l’album si avvia verso i brani finali, l’atmosfera diventa molto più rilassata.

Ascolta l’album

David Bowie: icona del Pop/Rock mondiale

David Bowie è stato un’icona della musica e della cultura pop, conosciuto non solo per la sua carriera musicale straordinaria, ma anche per la sua capacità di reinventarsi continuamente. Nato il 8 gennaio 1947 a Londra come David Robert Jones, ha cambiato il suo nome in Bowie per evitare confusione con Davy Jones dei Monkees.
Bowie è diventato famoso negli anni ‘70 con l’album “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”, in cui interpretava il personaggio androgino e alieno Ziggy Stardust. Questa fase della sua carriera lo ha reso un simbolo di anticonformismo e ha influenzato profondamente la cultura pop.
La sua musica ha spaziato tra vari generi, dal rock al soul, dal pop all’elettronica, collaborando con artisti di grande calibro e sperimentando con suoni e stili diversi. Tra i suoi album più celebri ci sono “Hunky Dory”, “Aladdin Sane”, “Heroes” e “Let’s Dance”.
Oltre alla musica, Bowie è stato anche attore, apparendo in film come “The Man Who Fell to Earth”, “Labyrinth” e “The Prestige”.
David Bowie è morto il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il suo 69º compleanno e l’uscita del suo ultimo album, “Blackstar”. La sua morte ha lasciato un vuoto nel mondo della musica, ma la sua eredità continua a vivere attraverso le sue opere e l’influenza che ha avuto su generazioni di artisti e fan.

Francesco De Gregori — Rimmel (1975)

Alla metà degli anni settanta, la nuova canzone italiana, e non solo quella, stava cercando un’identità appropriata alle nuove forme di espressione della realtà. Francesco De Gregori con Rimmel disse la sua, in maniera splendida, in un disco che rimane ancora oggi avvincente. Fu il risultato di uno “stato di grazia”, di un momento di irripetibile ispirazione creativa e soprattutto un attestato di amore nei confronti delle possibilità offerte dallo “strumento canzone”. La cosa che più colpisce è la ricchezza delle idee, ogni canzone di quel disco è un capitolo a sé.
Pablo, uno slogan politico con una bella estensione vocale, Buonanotte fiorellino, classico ermetismo “De Gregoriano”, Rimmel, relazione amorosa in forma letteraria, Piano bar, svagata e pungente (la leggenda vuole dedicata a A. Venditti), Quattro cani, brano di lunare solitudine, Piccola mela, classico “italianfolk”, Pezzi di vetro, se fosse un film sarebbe “il mistero fuggente”.
Molte di queste canzoni sfuggono ad una facile classificazione, hanno il dono dell’ambiguità, delle volte talmente audaci da creare non pochi problemi al cantautore, (venne osteggiato dalla sinistra, che chiedeva una maggiore chiarezza nelle sue parole), ma a parte le polemiche, fu un disco molto amato dalla gente e presumibilmente dallo stesso De Gregori.
Le canzoni, che sono dei “capitoli” di un immaginario romanzo di vita, sommate alla voce, che è talmente personale, armonizzata e poco convenzionale, fa di questo disco uno dei più ricchi e creativi della canzone italiana.
De Gregori pur essendo un dylaniano convinto, era uno di quelli che avevano perfettamente compreso come la canzone italiana, per quanto d’autore, avesse bisogno, per evolversi, di uno stretto rapporto con la tradizione. Rimmel è inteso come “manifesto” di tale progetto: canzoni “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle sue prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.