Storia della musica: dal blues agli anni duemila #6

6 – Il folk rock 

L’influenza delle “nuove” sonorità importate dall’Inghilterra durante la British Invasion non tarda a farsi sentire nella musica dei cugini americani: uno dei primi risultati è la nascita del folk-rock. Al centro del movimento musicale c’è di nuovo Bob Dylan: elettrificato su “Bringing It All Back Home” (1965) che perde in parte la matrice folk andando a spostare il proprio baricentro musicale verso il rhythm’n’blues, (ma si trattava pur sempre di un rhythm’n’blues in cui la straordinaria verve lirica di Dylan predominava su di ogni altra cosa), coverizzato dai Byrds su un disco dello stesso anno in cui si possono ritrovare tutti gli elementi che diventeranno distintivi del genere: “Mr. Tambourine Man” (1965), farcito di trasposizioni in chiave elettrica e rock di molti dei pezzi folk di Dylan stesso, tra cui la stessa “Mr. Tambourine Man” e “All I Really Want To Do”.
Ma se lo stile compositivo di quest’ultimo riecheggia in tutto il disco, anche nelle canzoni originali, a firma Clark McGuinn, un’altra influenza, quella Beatlesiana, salta subito all’attenzione dell’ascoltatore, anche di quello più distratto: la cura nell’arrangiamento e l’utilizzo di parti vocali multiple (a sua volta mutuato dai Fab Four da gruppi americani come Beach Boys ed Everly Brothers in un curioso feedback d’influenze) sono indizi lampanti.
Inedito è invece il tintinnio (il cosiddetto jingle-jangle)  della Rickenbacker di McGuinn, elemento che da una parte diviene ben presto topos musicale del genere risuonando costantemente nei dischi del cosiddetto filone folk-rock, perlopiù Californiano (in particolare Beau Brummels e Buffalo Springfield), e dall’altra è anche il vero filo conduttore della carriera discografica dei Byrds stessi attraverso gli innumerevoli cambi di pelle che il gruppo vivrà negli anni: dalla fase psichedelica cominciata nel 1966 con “Fifth Dimension” a quella country, che troverà il suo apice nel 1968 su “Sweetheart Of The Rodeo” con Gram Parsons a condurre il gruppo sui solchi della tradizione e attraverso le frontiere del country-rock.
Se spesso ai Byrds viene assegnato un ruolo leggermente più defilato rispetto ad altri mostri sacri dell’epoca come Beatles, Stones e Dylan in realtà l’influenza del gruppo sui gruppi futuri si rivelerà immensa, dal power pop al college rock, passando per il Paisley underground: per molti versi il gruppo di McGuinn avrà sul pop-rock Americano un’influenza paragonabile solo a quella avuto dai Beatles su quello Inglese.
Fortissima l’influenza dei Fab Four anche sui Buffalo Springfield di Neil Young e Stephen Stills: ricordati spesso solo per la celebre “For What It’s Worth” e per la futura partecipazione di due dei suoi membri nel celebre quartetto CSN&Y, il gruppo mostra in realtà sul debutto omonimo del 1967 una vena melodica straordinaria in pezzi come “Sit Down, I Think I Love You” e “Flying on the Ground is Wrong” da una parte e allo stesso tempo un legame fortissimo con le origini country (“Pay the price”).
Un curioso ruolo di pionieri-comprimari rivestono invece i Beau Brummels che pur anticipando tutti non solo nel ripagare i britannici con la loro stessa moneta con il loro esordio “Introducing the Beau Brummels”, del 1965 (vero e proprio manifesto musicale del futuro movimento folk-rock), ma anche nell’introdurre elementi psichedelici e country nella propria musica saranno sempre relegati ad un ruolo secondario: il motivo è da ricercarsi in fattori meramente commerciali, poiché la Autumn Records, la piccola etichetta che li lanciò, non poteva dar loro la stessa risonanza che il contratto con la Columbia da subito garantì ai Byrds.
Della scena folk-rock Californiana fa parte anche il quartetto vocale dei Mamas & Papas, espressione del lato più leggero e allegro dell’intera scena folk-rock californiana su “If You Can Believe Your Eyes and Ears” (1966).
Casi a parte sono due gruppi come Turtles e Lovin’ Spoonful che col resto della scena folk-rock condividono l’obiettivo di ricreare la ricchezza melodica e armonica ammirata nei dischi dei cugini inglesi, ma che musicalmente viaggiano su coordinate differenti.
I primi, sempre Californiani, arrivano su “Happy Together” (1967) (disco che contiene l’omonima traccia per cui vengono ricordati dai più), ad una la ricchezza degli arrangiamenti che li porta dalle parti di quel pop barocco che aveva raggiunto il suo capolavoro un anno prima (con “PetSounds”).
Originari di New York invece i Lovin’ Spoonful, per cui la definizione folk-rock risulta andare più stretta che mai, visto che accanto alle evidenti influenze Byrdsiane e Beatlesiane, qui si fa sentire anche la forte influenza delle vecchie jug bands tradizionali (il gruppo era partito proprio come jug band), conferendo a molti pezzi quella vena da vaudeville che porta istintivamente ad associare gli Spoonful ad un altro gruppo atipico dell’epoca come i Kinks, che fa riferimento alla tradizione senza tempo del Music Hall; con essi gli Spoonful condividono anche una certa schizofrenia musicale che alterna alla vena più indolente improvvisi scatti adrenalinici, passando dalle sonnolente atmosfere di “Daydream” al tiro irresistibile di “Summer in the City”.
Ben presto il fenomeno di riscoperta in chiave rock del folk attecchisce, in un eterno ed intricatissimo gioco di rimandi, anche in Inghilterra, dove però la tradizione musicale arcaica è intrisa di influenze celtiche e medievali: pionieristica si rivela Shirley Collins, esordiente a 23 anni nel 1959 con “False True Lovers” e prima a riscoprire le radici folk anglosassoni (prodotto da quell’Alan Lomax che ha già compiuto un lavoro vitale di documentazione della musica delle radici Americana).
Il folk-rock inglese è però fenomeno dei tardi ’60, nato in risposta alle contaminazioni tra folk e rock di Dylan e Byrds e anima i dischi della Incredibile String Band, dei Fairport Convention di Richard Thompson e Sandy Denny e dei Pentangle di Bert Jansch. I primi su “Hangman’s Beautiful Daughter” (1968) creano un folk esoterico e fantastico, marginalmente influenzato dal movimento psichedelico, che cita la musica indiana e mediorientale e la sposa col folk celtico; ancora più eccentrici i Pentangle di “Sweet Child” (1968), dove la tradizione inglese e celtica si sposa con blues, jazz e pop in un pot pourri indefinibile e meticcio.
Ma il gruppo che meglio esemplifica il folk-rock inglese come risposta a quello Americano sono i Fairport Convention di “What We Did on Our Holidays” (1969), rilettura in chiave inglese di Byrds, Dylan e Joni Mitchell; influenze che già cominciano a sfumare nel successivo “Unhalfbricking” (1969), disco che si rivela fondamentale per l’”emancipazione” definitiva del folk inglese: a produrre c’è Joe Boyd, figura chiave del movimento, già dietro ai lavori di Incredibile String Band e Shirley Collins, e, sempre nel 1969, al lavoro con Nick Drake sull’esordio “Five Leaves Left” e nei successivi “Bryter Later” (1970) e “Pink Moon” (1972).
Drake si rivela fin da subito cantautore folk straordinario, parente alla lontana di Leonard Cohen nelle atmosfere rarefatte e nel modo di sussurrare le canzoni, versione malinconica e depressa di Donovan per quel modo di creare ballate folk agrodolci e bucoliche, sostenuto da strumentazioni e arrangiamenti classici barocchi, la musica di Drake è pervasa da una tristezza di fondo che la rende capace di toccare le corde e i recessi più profondi dell’ascoltatore, rivelandosi un’influenza imprescindibile per gran parte del folk Americano ed Inglese a venire.  (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

The Chieftains & Ry Cooder — San Patricio (2010)

Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi.
Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorità folk, una fusione di strumenti acustici irlandesi (tin-whistle, uilleann pipes, violino) e strumenti acustici tradizionali messicani (cuatro, cajon, fisarmonica, bajo sexto, ecc). Cooder ha inserito anche un vasto assortimento di bande messicane e altri artisti, tra cui Lila Downs, Chavela Vargas, Los Tigres del Norte, Los Folkloristas e Linda Ronstadt.
Cantato in spagnolo e inglese, le sessioni sono state registrate in Messico, Spagna, Los Angeles, New York e Dublino.
La grandezza dell’album, oltre sicuramente all’aspetto musicale, sta nei lati comuni delle due culture. Il disco pone delle domande sulla conservazione sonora dei due popoli che in questo caso sono unite da un “fattore” storico che poche versioni ufficiali mettono in evidenza. Ancora una volta il grande Cooder, come ha fatto già in passato con altri album, fa una ricerca musicale e il risultato diventa un archivio storico e sociale dove le “note musicali” diventano la testimonianza di un popolo.
Le canzoni di San Patricio sono cantate con pura passione, senza artifici tecnico strumentali, dalle ballate irlandesi cariche di melodia popolare e sentimento alle canzoni messicane calde e profonde. Musiche ricche entrambi di semplicità e spontaneità che vengono tramandate da generazioni rimanendo inalterate nello spirito, nella bellezza e nella loro storia.
Quasi un capolavoro.

Albert Ayler, innovatore assoluto

Albert Ayler nato il 13 luglio 1936, è stato un sassofonista e compositore americano, una delle figure più radicali e influenti del free jazz. Il suo stile era caratterizzato da un suono potente, vibrante e quasi primitivo, con un uso estremo del registro alto e una tecnica che fondeva spiritualità, blues, marce militari e gospel.
Dopo aver iniziato suonando R&B e bebop, Ayler si immerse nel free jazz, spingendosi oltre i confini armonici e melodici tradizionali. Album come Spiritual Unity (1964) con Gary Peacock e Sunny Murray, e Live in Greenwich Village (1967), lo hanno consacrato come un innovatore assoluto. La sua musica era intensamente emotiva, spesso paragonata a una forma di “parlato in lingue” musicale.
Ayler collaborò anche con musicisti come Don Cherry e il già citato Rashied Ali. Negli ultimi anni della sua carriera cercò di avvicinare il suo stile a un pubblico più ampio, incorporando elementi rock e funk, ma senza mai tradire la sua essenza sperimentale.
La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose nel 1970 (il suo corpo fu trovato nel fiume East River a New York), rimane uno dei grandi enigmi del jazz. Nonostante la sua breve carriera, la sua influenza è immensa e continua a ispirare musicisti sperimentali in tutto il mondo.

Il video (colorato) del debutto di Bob Dylan al Newport Folk Festival nel 1963

Nel luglio del 1963, Bob Dylan fece la sua prima apparizione al Newport Folk Festival. Nella serata di apertura, catturò una folla di 13.000 persone con un’esibizione di “Blowin’ in the Wind“, accompagnato da Joan Baez, Pete Seeger e Peter, Paul e Mary. Poi, il giorno seguente, Dylan cantò una versione di “With God On Our Side” (un duetto con Joan Baez) e suonò da solo “North Country Blues“, una canzone che sarebbe poi apparsa in The Times They Are a‑Changin‘ nel 1964. Nei link sopra evidenziati si possono guardare queste esibizioni storiche nei filmati originali in bianco e nero. Oppure, grazie al canale YouTube  Toca o Disco, puoi vivere il momento a colori. Mentre canta un Bob Dylan di 22 anni, il pubblico ascolta rapito, assorbendo la sua potente canzone folk sulle dure realtà dell’estrazione mineraria e dell’industrializzazione.

Qui sotto il video del debutto dove Bob Dylan canta North Country Blues al Newport Folk Festival (1963).

Biko – Peter Gabriel (1980)

Alcune canzoni non solo raccontano la storia, ma la fanno. “Biko” di Peter Gabriel è una di queste. Registrata nel 1979 e pubblicata nel 1980 nel suo terzo album solista, la canzone è dedicata a Stephen Biko, attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 per la sua opposizione al regime dell’apartheid. Gabriel, già noto per la sua carriera con i Genesis e poi come artista solista innovativo, venne profondamente colpito dalla vicenda di Biko dopo aver visto un documentario sulla BBC. Decise di approfondire la sua storia, leggendo biografie e entrando in contatto con attivisti del movimento anti-apartheid.
Nasce così “Biko”, un brano di oltre sette minuti in cui Gabriel adotta il punto di vista di un osservatore esterno, un inglese che fino a quel momento non aveva preso parte alla lotta contro il razzismo in Sudafrica. Il brano si apre e si chiude con un coro funerario sudafricano, e il ritornello è cantato in lingua xhosa, uno degli idiomi ufficiali del Paese. Il suono dei tamburi accompagna tutto il pezzo, evocando il cuore pulsante dell’Africa.
Sebbene inizialmente il singolo non ottenne un grande successo commerciale, divenne rapidamente un simbolo della lotta contro l’apartheid e un punto fermo nel repertorio di Gabriel, con esecuzioni live particolarmente emozionanti. Il brano ispirò altri artisti, tra cui Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen, che organizzò il boicottaggio dei concerti in Sudafrica, portando alla creazione del celebre singolo “Sun City”. “Biko” fu anche uno dei brani che accompagnarono eventi storici come i concerti per Nelson Mandela a Londra, contribuendo alla sensibilizzazione mondiale sul regime razzista sudafricano.
L’impatto della canzone si rifletté anche nella carriera di Peter Gabriel, spingendolo a impegnarsi attivamente nella world music. Fondò il festival WOMAD e la sua etichetta discografica, la Real World, dedicata alla musica etnica. Si occupò inoltre della distribuzione digitale della musica attraverso la sua azienda Od2, precorrendo i tempi nell’era digitale.
“Biko” rappresenta una delle dimostrazioni più forti del potere della musica nella lotta per i diritti umani. Solo nel 1990, con la fine dell’apartheid, la canzone poté essere ascoltata liberamente in Sudafrica, sancendo la vittoria di una battaglia combattuta anche attraverso la musica.

Pinetop Perkins: una vita in Blues

Oggi è il 7 Luglio ed in questo giorno, nel 1913, a Belzoni, nel Mississippi (U.S.A,), nasceva il grande pianista e vocalist Blues “Pinetop” Perkins (nome d’arte di Joseph William Perkins). Il soprannome “pinetop” gli venne dato perché da bambino si arrampicava in cima ai pini. Uno dei momenti più importanti della carriera di Perkins fu la sua lunga collaborazione con il leggendario chitarrista e cantante blues Muddy Waters. Nel 1943, si unì alla sua band e divenne il pianista principale, portando il suo stile distintivo al gruppo. Questa collaborazione contribuì notevolmente a definire il suono del Chicago Blues e rese Perkins una figura rispettata e stimata nella scena musicale blues. Dopo la morte di Muddy Waters (avvenuta nel 1983), Pinetop Perkins intraprese la carriera solista. Continuò a suonare e registrare musica blues, guadagnandosi una reputazione come uno dei pianisti più abili e influenti del genere. Durante la sua lunghissima carriera ebbe occasione di collaborare con i principali musicisti e cantanti Blues e Rock, ricevendo vari premi e riconoscimenti, tra i quali, nel 2005 il “Grammy Award” alla Carriera e nel 2010 il “Grammy Award” per il miglior album Blues pubblicato insieme a Willie “Big Eyes” Smith, diventando il musicista più anziano ad aver ricevuto il premio. Nel 2002 fece parte di due film: “The Blues: Godfathers and Sons” e “The Blues: Piano Blues”. È stato inserito nella “Blues Hall of Fame”. Morì nel 2011, ad Austin, in Texas.

Bauhaus – Burning From The Inside (1983)

Una faccenda non semplice stabile quale sia l’album più significativo della breve ma intensa vicenda Bauhaus. Alla fine, almeno per quanto mi riguarda, l’ha spuntata quest’ultimo lavoro prima dello scioglimento, che senza prendere una posizione decisa saltella brillantemente fra tutte le fasi creative dell’ensemble britannico, dal gothic più ossessivo a quello decadente non dimenticando certe suggestioni psichedeliche. È il capitolo forse meno “appariscente” della discografia di Peter Murphy e compagni, Burning From The Inside, ma è senza dubbio il più eclettico e il più maturo: e, quindi, è anche il più adatto a far comprendere le ragioni dell’autentica aura di leggenda che circonda la band, anche se in scaletta ha come solo brano “classico” il singolo She’s In Parties.

Ascolta il disco

Arthur Blythe, sperimentazione e tradizione

Arthur Blythe nato il 5 luglio 1940 è stato un sassofonista contralto americano noto per il suo suono caldo, incisivo e la capacità di fondere tradizione e avanguardia nel jazz.
Cresciuto a Los Angeles, ha iniziato a suonare in gruppi R&B prima di immergersi nel jazz moderno. Si è trasferito a New York negli anni ’70, entrando a far parte della scena loft jazz e collaborando con musicisti come Gil Evans, Jack DeJohnette e Lester Bowie.
Il suo album Lenox Avenue Breakdown (1979) è considerato un capolavoro, caratterizzato da un mix di free jazz, hard bop e influenze funk. Blythe aveva la capacità di sperimentare senza perdere il legame con la tradizione, utilizzando spesso tuba e violoncello nei suoi ensemble per ottenere un suono distintivo.
Negli anni ’80 e ’90 ha continuato a esplorare diverse sonorità, suonando con il World Saxophone Quartet e mantenendo una carriera solista prolifica. Nonostante il declino della sua salute negli ultimi anni, il suo contributo al jazz rimane fondamentale.

Mississippi John Hurt: un bluesman originale ma dimenticato

Il 3 Luglio del 1893, a Teoc, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande “bluesman” Mississippi John Hurt (vero nome John Smith Hurt). La sua data di nascita è comunque controversa e misteriosa, e talvolta viene indicata nell’8 marzo o nel 2 luglio. Ottavo di dieci fratelli, Hurt imparò come autodidatta a suonare la chitarra all’età di nove anni. Il primo strumento – di seconda mano – gli venne acquistato dalla madre per un dollaro e mezzo. Imparò ad amare la musica da William H. Carson, conosciuto alla St. James School di Avalon e trascorse buona parte dell’adolescenza suonando musica old time per amici ed avventori di danze campestri. Negli anni venti lavorò come bracciante di fattoria. Fu un cantante e chitarrista che coniugò il Blues con il Country, il Bluegrass, il Folk ed il Rock’n’Roll. Espresse uno stile personale particolare sia nel canto che nel suono della chitarra capace d’influenzare molti artisti americani del XX° secolo. Aveva creato un genere musicale che è stato riduttivamente archiviato sotto il nome blues ma che, al contrario, era molto più vasto e aperto, grazie a quei fondamentali scambi tra la musica nera e bianca nati tra i vari spettacoli itineranti o i vari medicine show che poi – se ci pensiamo bene – stanno alla base della musica americana. Iniziò a registrare dischi nel 1923, ma a causa della grande crisi del crollo della borsa degli anni 20, andò presto nel dimenticatoio, fino a quando, addirittura negli anni ’60, fu riscoperto, ne fu rivalutata l’originalità e la modernità e fu invitato a tenere concerti ovunque, dalle Università di vari Stati americani ad i grandi Festival come il “Newport Folk Festival” ed ebbe anche varie opportunità di visibilità in show televisivi. Purtroppo godette molto poco del suo nuovo successo in quanto morì per un infarto il 2 novembre 1966 a Grenada, nel Mississippi. Un’artista dall’animo gentile, dimenticato, che ha vissuto in grande semplicità e modestia e che è un dovere ricordare.

Sissoko, Segal, Parisien, Peirani – Les Égarés (2023)

Les Égarés è un gruppo formato da due coppie di musicisti che da anni eccellono nell’arte di incrociare i suoni e trascendere i generi, e sono: Ballaké Sissoko (kora) e Vincent Segal (violoncello) da un lato e Vincent Peirani (fisarmonica) ed Émile Parisien (sax) dall’altro.
La grandezza di questi “maghi” sta sicuramente un’unità di spirito, un suono unico e fluido che disdegna ogni forma di competizione egoistica e mette ogni partecipante al servizio di un bene musicale comune. Né jazz, né tradizione, né cameristica, né avant-garde, ma un po’ tutti insieme, Les Egarés è quel tipo di album che fa dell’orecchio il re di tutti gli strumenti, un album dove il virtuosismo si esprime in arte della complicità, dove l’idea semplice e grandiosa di ascoltarsi l’un l’altro porta alla nascita di una splendida raccolta sonora.
I quattro si sono conosciuti nel giugno del 2019, al Festival Les Nuits de Fourvière, mentre si stavano preparando per celebrare l’anniversario dell’etichetta “No Format”. Quel pomeriggio, sotto un pergolato che li riparava dal sole cocente, iniziarono a suonare, solo per il gusto e il piacere di farlo, e la musica scorreva come una sorgente, fresca e limpida. È stato il ricordo di questa session spontanea che ha fatto nascere l’idea di formare un quartetto di Egarés (“coloro che si sono smarriti”), e successivamente anche il progetto di registrare un’album, questo, per l’appunto.
Fin dalle prime note del disco, traspare una rara bellezza sonora, vibrante e volatile. A nessuno di questi quattro “free styler” piace essere imprigionato, che sia in un ruolo particolare, o in uno stile o suono particolare a cui il loro strumento potrebbe essere così facilmente confinato. Ognuno estrae i diamanti dal proprio zaino e li presenta al gruppo fornendo materiale per un autentico e comune tesoro di musica, oro musicale appunto, fuso in una singolare lega di toni, tocchi, respiri e fraseggi.
Un universo sonoro che parte da melodie africane a base di kora per passare in Armenia e scivolare in direzione della Transilvania attraverso la Turchia. Respiri intrecciati di fisarmonica e sax. Una mescolanza di melodie con echi jazz e di blues ancestrale, che conferiscono l’inebriante sensazione di maestosità e mistero. Un camminare senza sapere dove si sta andando, lasciandosi andare alla deriva e cedendo al piacere di perdersi, un piacere che, da solo, riassume bene la filosofia di questo disco.