Kenny Burrell, tocco raffinato e fluido

Kenny Burrell è un chitarrista jazz americano nato il 31 luglio 1931 a Detroit, noto per il suo stile elegante e sofisticato, che fonde bebop, blues e swing con una grande sensibilità armonica. È considerato uno dei più grandi chitarristi jazz di tutti i tempi, apprezzato per il suo tocco raffinato e la sua capacità di creare linee melodiche fluide e ricche di sentimento.
Cresciuto nella vivace scena jazz di Detroit, Burrell ha iniziato a suonare professionalmente già da giovane, collaborando con artisti come Dizzy Gillespie e Tommy Flanagan. Il suo debutto discografico avviene nel 1956 con l’album Introducing Kenny Burrell, che mette in mostra il suo stile sobrio e sofisticato.
Uno dei suoi lavori più celebri è Midnight Blue (1963), un capolavoro che mescola jazz e blues in un’atmosfera rilassata e avvolgente. Brani come Chitlins con Carne sono diventati classici del repertorio jazzistico. Burrell è anche noto per la sua collaborazione con artisti come Jimmy Smith, John Coltrane, Duke Ellington e molti altri.
Kenny Burrell ha lasciato un segno profondo nel jazz grazie alla sua musicalità raffinata e alla capacità di fondere l’eleganza del jazz con la visceralità del blues. Il suo suono caldo e la sua sensibilità armonica continuano a influenzare chitarristi di tutto il mondo.

Beach Boys – Pet Sounds (1966)

Per i Beach Boys il 1966 è l’anno della svolta: se fino a quel momento hanno scalato le classifiche di vendita e popolarità con canzoni fresche, accattivanti, ingenue, ispirate alle ragazze californiane e al mito del surf – pop, insomma, con tutto il fascino e i limiti del caso – dopo l’ascolto di Rubber Soul Brian Wilson decide di entrare ufficialmente in competizione con i Beatles.
L’eccellente risultato è un’opera in cui è svelata l’ossessione dello stesso leader per la ricerca dell’armonia e della melodia più che del successo commerciale; circostanza confermata dall’esclusione di Good Vibrations, registrata proprio durante quelle session, dalla scaletta finale di Pet Sounds. Con la conseguenza, quasi ovvia, che di tutta la discografia dei Beach Boys questo fu l’album che vendette meno; all’appello mancano, infatti, proprio quelle canzoncine, innocue e semplici (Surfin’ USA, per fare un esempio) a cui l’americano medio era stato abituato. Così, più del pubblico, sono i critici a “spingere” il disco – che, comunque, entra nei Top 10 – e ad accorgersi della grandezza di una dozzina di composizioni che il genio di Wilson, anche nelle vesti di produttore, trasforma in un concept dedicato all’amore. Oltre ai testi, a impressionare e lasciare scossi sono le scelte armoniche e il modo in cui viene utilizzata la sala di registrazione, trasformata in un nuovo strumento al fianco di violini, corni, sassofoni, oboe (I’m Waiting For The Day) e voci angeliche che si intrecciano indissolubilmente (God Only Knows: il capolavoro all’interno del capolavoro). Lascia senza fiato, anche, la continua cura del particolare: il campanello di una bicicletta in sottofondo in You Still Believe In Me, la cinematica evoluzione di Let’s Go Away For A While e della title track, il suono volutamente rétro di I Know There is An Answer (ripreso, poi, in Hang On To Your Ego), i tempi che cambiano in Here Today, la “voce” dei cani di Brian – Banana e Louie – sul finale di Caroline, No. Per farla breve, la perfezione assoluta: un sacrilegio non possederla e custodirla molto, ma molto, gelosamente.

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Van Morrison – Remembering Now (2025)

Recensioni 2025

Come suggerisce il titolo dell’album, questo 47° disco in studio è pieno di reminiscenze del passato, una vera e propria galleria d’arte di canzoni che descrivono un mondo andato. A quanto pare Morrison ha fatto i conti e ha raggiunto un punto della sua carriera in cui guardare al passato è fondamentale tanto quanto guardare al futuro.
I semi musicali piantati negli ultimi anni di performance dal vivo sono sbocciati in una nuova registrazione in studio, completa e ricca di contenuti. A prescindere dall’impulso, Morrison ha creato un album che prende il meglio di ieri e lo combina in una straordinaria meditazione per il presente.
Morrison canta di spirito, anima, ricordi e visioni. Come dice nella traccia che dà il titolo all’album, “This is who I am” (Questo è ciò che sono). È una vetta elevata nel panorama montuoso del rock and roll.
Al primo posto della mia classifica annuale.

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Kimi Djabaté – Dindin (2023)

Kimi Djabaté ha vissuto un’infanzia piuttosto impegnativa e travagliata. Nato e cresciuto in una famiglia povera ma “musicale” a Tabato, Guinea-Bissau, un villaggio rinomato per i suoi griot, cantanti-poeti ereditari le cui canzoni, musiche, racconti e leggende svolgono un ruolo essenziale nella vita culturale dell’Africa occidentale, gli è stato dato il suo primo balafon, uno xilofono africano, all’età di tre anni. Riconosciuto fin da subito come un bambino prodigio, il suo modo di suonare è stato fonte di reddito per la sua famiglia. Ha suonato regolarmente a matrimoni e battesimi dall’età di otto anni, a costo di perdere molte altre attività dell’infanzia, come giocare con gli amici.
Il suo talento gli ha permesso di imparare a suonare la Kora e di padroneggiare sia con la chitarra che una serie di strumenti a percussione. Da giovane, grazie a un programma radiofonico, è stato in grado di assorbire Afrobeat nigeriano e Capo Verdean Morna, oltre a Western Jazz and Blues, suoni che si riverberano nel suo ultimo album.
A 19 anni faceva parte del National Music and Dance Ensemble della Guinea-Bissau, che gli ha dato modo di visitare l’Europa. Successivamente, si stabilì a Lisbona, in Portogallo, dove vive e lavora.
Dindin, è stato registrato in Almada (Portogallo) nel 2021. Come per le incisioni precedenti, è un omaggio alla sua eredità griot, il suo modo di esprimere artisticamente la complessità della vita contemporanea in Africa, sia le gioie e sia gli ostacoli. Il titolo dell’album e la lingua in cui è cantato è Mandinga, la lingua parlata dal popolo Mandinka della Guinea-Bissau settentrionale.
Tradotto in inglese come “bambini”, Dindin è intensamente personale, con canzoni dedicate ai familiari e agli amici, con riferimenti a materie sociali e politiche come l’educazione, i diritti dei bambini e delle donne, la povertà, la comunicazione, la religione e le molte forme di Amore.
Dindin è un album ottimista che mette davvero in evidenza il potere della musica per aiutare a creare un mondo migliore, specialmente per gli africani. La musica di Kimi su Dindin è sia edificante che molto divertente, e allo stesso tempo è un nobile tributo sia alle sue radici di Griot che al suo patrimonio africano.

Joanne Brackeen, esploratrice innovativa

Joanne Brackeen nata il 26 luglio 1938 è una pianista e compositrice jazz americana, nota per il suo stile innovativo che fonde bebop, free jazz e influenze moderne. È una delle poche donne ad aver raggiunto una posizione di rilievo nel mondo del jazz d’avanguardia, distinguendosi per la sua tecnica brillante e la sua sensibilità armonica unica.
Dopo aver iniziato con il bebop, ha suonato con figure di spicco come Art Blakey (diventando la prima donna a far parte dei Jazz Messengers), Joe Henderson, Stan Getz e Freddie Hubbard. Tuttavia, è nella sua carriera solista che ha mostrato appieno la sua originalità, pubblicando album come Keyed In (1979) e Ancient Dynasty (1980), dove esplora ritmi complessi e armonie non convenzionali.
Brackeen è anche un’educatrice rispettata, avendo insegnato al Berklee College of Music e alla New School di New York. La sua capacità di mescolare energia percussiva e lirismo raffinato l’ha resa una delle voci più distintive del pianoforte jazz moderno.

100 Brani Jazz #3

Terza selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Body And Soul di Coleman Hawkins, Song For My Father di Horace Silver, Spain di Chick Corea, Blue In Green di Miles Davis, Naima di John Coltrane, Flamenco Sketches di Miles Davis, Waltz For Debby di Bill Evans, Autumn Leaves di Cannonball Adderley, St. Thomas di Sonny Rollins e Mercy, Mercy, Mercy di Cannonball Adderley.

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Willem Breuker

Willem Breuker morto il 23 luglio 2010 è stato un sassofonista, clarinettista, compositore e bandleader olandese, noto per il suo approccio eclettico al jazz e per essere stato una delle figure chiave del movimento europeo del free jazz e dell’improvvisazione radicale.
Negli anni ’60, Breuker si fece notare per il suo spirito ribelle, mescolando free jazz, musica da circo, cabaret, fanfare e elementi di musica contemporanea. Fu membro del Instant Composers Pool (ICP), collettivo olandese fondato insieme a Han Bennink e Misha Mengelberg, che promuoveva un jazz sperimentale e improvvisato.
Nel 1974 fondò la Willem Breuker Kollektief, un ensemble con cui esplorò un jazz teatrale e surreale, caratterizzato da ironia, citazioni musicali e improvvisazione strutturata. Il gruppo divenne celebre per le sue performance energetiche e imprevedibili, nelle quali il confine tra jazz, musica classica moderna e folk veniva continuamente sfumato.
Breuker ha anche composto colonne sonore, musica per teatro e orchestrazioni per ensemble sinfonici, dimostrando una versatilità straordinaria. Il suo contributo al jazz europeo è stato fondamentale per ridefinire l’identità della musica improvvisata al di fuori dell’influenza americana.

Mary Chapin Carpenter – Personal History (2025)

Recensioni 2025

Come i migliori poeti e cantastorie, Mary Chapin Carpenter tesse ampie reti di bellezza, desiderio e profondità emotiva. In ogni canzone del suo nuovo album, Personal History, medita su capitoli della sua vita e ci invita a percorrere con lei questo viaggio labirintico, condividendo la saggezza inesauribile che trae dai piccoli momenti della vita.
In Personal History, Mary Chapin Carpenter intreccia canzoni con filamenti lirici e strati di strumentazione cinematografica, avvolgendoci in una ricca maestosità ritmica. Potrebbe essere il suo miglior album finora, ed è certamente uno dei migliori dell’anno finora.

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Archie Shepp

Emblema politico del jazz fu il sassofonista Archie Shepp, compositore e poeta statunitense, una delle figure più influenti della musica d’avanguardia e del free jazz. Nato nel 1937, Shepp ha collaborato con artisti del calibro di John Coltrane, Cecil Taylor e Sun Ra, distinguendosi per il suo stile potente e il suo impegno politico. La sua musica è fortemente radicata nel blues e nel jazz tradizionale, ma anche nell’improvvisazione radicale e nella denuncia sociale. Negli anni ’60 e ’70, i suoi album affrontavano temi legati ai diritti civili e all’identità afroamericana, rendendolo una voce importante nel movimento Black Power. Oggi in ombra ma allora in prima linea sul fronte della nuova musica, soprattutto per quanto riguarda il lato più militante dell’avanguardia, quello legato esplicitamente alle rivendicazioni. Lo stesso suono del suo sassofono, forte, vibrante, aggressivo, esprimeva la volontà di un’imperiosa reazione a qualsiasi atteggiamento passivo, di sopportazione e vittimismo nei confronti degli ingiusti trattamenti cui erano ancora sottoposti i neri d’America. Shepp si presentava abbigliato spesso con vistose camicie africane, il che ci porta dritti all’altro tema ricorrente di quegli anni. L’Africa, rivendicata da molti musicisti come una provocatoria risposta di appartenenza, contro l’ipocrisia di una falsa integrazione in terra americana, divenne un simbolo potente. Evocato in particolare da un gruppo di musicisti di eccezionale versatilità e, cosa nuova nel jazz moderno, di spiccata vocazione spettacolare. Si tratta dell’Art Ensemble of Chicago.
Tra i suoi album più noti ci sono Fire Music (1965), Attica Blues (1972) e The Magic of Ju-Ju (1967). Nel corso della sua carriera, Shepp ha anche esplorato la musica africana, il gospel e il funk, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione jazzistica.

Olafur Arnalds & Talos – A Dawning (2025)

Recensioni 2025

A Dawning, album profondo frutto della collaborazione tra il compositore, produttore e polistrumentista islandese Ólafur Arnalds e il compianto cantautore irlandese Talos (Eoin French). Unendo le voci musicali uniche dei due artisti, l’album si muove tra momenti di pura emozione e luminosa speranza, invitando gli ascoltatori a un potente viaggio sonoro. Con le sue otto tracce evocative, A Dawning si pone sia come celebrazione del sodalizio artistico sia come sentito tributo alla duratura eredità di Talos.
Questa è musica per tenerci a galla in acque oscure, guidandoci verso un barlume di luce all’orizzonte. Fortemente consigliato.

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