Ben E. King, quello di “Stand by me”

Il 28 settembre 1938 a Henderson, nel North Carolina nasce il cantante soul Ben E. King.
Ben E. King, pseudonimo di Benjamin Earl Nelson (28.9.1938 – 30.4.2015), è stato un cantautore statunitense di musica soul, pop e rhythm and blues, celebre soprattutto per il brano Stand by Me del 1961, considerato una delle “canzoni del secolo”.
King iniziò la carriera nel 1958 unendosi ai Five Crowns, che poco dopo furono scelti per sostituire i membri originali dei Drifters, con cui cantò successi come There Goes My Baby (1959), Save the Last Dance for Me e This Magic Moment. Nel 1960 lasciò i Drifters per intraprendere la carriera solista, adottando il nome Ben E. King.
Come solista, ottenne subito successo con Spanish Harlem (1961) e soprattutto con Stand by Me, scritta insieme a Jerry Leiber e Mike Stoller, brano che ha avuto numerose riedizioni e riconoscimenti, entrando nella Grammy Hall of Fame e nella lista delle 500 canzoni che hanno segnato la storia del rock and roll. Altri suoi brani noti includono “Don’t Play That Song (You Lied)”, “I (Who Have Nothing)” e “Supernatural Thing” (1975).
King continuò a incidere e a esibirsi fino agli anni 2010, mantenendo un ruolo importante nella musica soul e R&B. È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Drifters e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua carriera.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #10

10 – La psichedelia

Il fenomeno della psichedelia, di cui s’intravedono i primi segnali nel 1965 e di cui si scorge la fine negli ultimi anni del decennio, è l’evento più complesso dei ’60, tanto è fitta la ragnatela di eventi, gruppi e rimandi e tanto è vasta la sua influenza su tutti i frangenti del rock: dal folk-rock al blues-rock, dal garage-rock al pop.
Partiamo dalle definizioni che comunemente si danno al genere: una musicale, indica lo stile psichedelico come quella corrente musicale in cui le forme si dilatano in lunghe jam strumentali mutuate dal jazz e in cui le sonorità si arricchiscono di nuovi strumenti e suggestioni: da quelli orientali a quelli elettronici applicati a voci e strumenti; un’altra, di carattere storico, spiega come la musica psichedelica sia nata come sottofondo all’esperienza lisergica o, appunto, psichedelica che deriva dall’assunzione degli acidi; un’altra ancora, filologica, spiega che esistono due ondate psichedeliche: una originale, quella americana e una derivativa, quella inglese.
Se queste definizioni ci danno una prima idea, anche se fumosa, delle caratteristiche generali del fenomeno per capire realmente di cosa si tratti occorre necessariamente scendere nel dettaglio, partendo proprio dal luogo simbolo della psichedelia Americana: quella San Francisco che nel 1965 è meta prediletta di poeti beat e in cui Mario Savio fonda il Free Speech Movement. Il luogo in cui la controparte californiana di Dylan, Country Joe McDonald, organizza sit-in e marce e in cui comincia a svilupparsi un nuovo movimento pacifista che riprende la vena politica della controcultura newyorchese rielaborandola in chiave idealistica e utopistica: si tratta del fenomeno hippy.
Interessati più al lato spirituale che a quello materiale delle cose, gli hippy tentano di esaltare e sublimare l’esperienza di ricerca interiore attraverso l’assunzione di acido lisergico, LSD, durante i così detti acid tests: tra i primi ad organizzarli c’è Ken Kesey, che ingaggia per fornire un sottofondo sonoro all’esperienza allucinogena i Warlocks, futuri Grateful Dead. La musica psichedelica può dirsi nata.
O meglio, la versione più libera e senza compromessi di quel calderone di stili che si trovano riuniti sotto tale definizione: la psichedelia delle lunghe jam sessions, spesso frutto di improvvisazioni, è quella che meglio incarna lo spirito del movimento ma anche la meno rappresentato su disco, in quanto legata ovviamente ad una dimensione live che trova la sua massima espressione nelle registrazioni dei concerti dei Grateful Dead, in particolare nel celebre “Live Dead” (1969).
All’altro capo dello spettro musicale psichedelico si collocano i pastiches sonori della psichedelia inglese, i quadretti stralunati e sghembi del Barrett solista e i gioiellini pop visionari beatlesiani di Sgt. Pepper, tra cieli di diamante e campi di fragole.
Tra i due estremi infinite varianti e sfumature, che trovano spesso un minimo comun denominatore nella voce pastosa e alienata, nella contaminazione con le sonorità orientali (l’India è in quel periodo una meta frequentatissima nei viaggi alla ricerca di sé stessi), la dilatazione più o meno spinta delle strutture, le sperimentazioni negli arrangiamenti e nella produzione. In questi anni sembra naturale filtrare attraverso uno spirito nuovo, visionario e contaminatore, i generi che già esistevano.
C’è una psichedelia che deriva e si evolve dal folk-rock, scardinandone in parte la struttura tradizionale e la forma canzone, ma mantenendo comunque al centro dell’attenzione la melodia: è la psichedelia dei Byrds di “Fifth Dimension” (1966) e di “Younger Than Yesterday” (1967), quella dei Jefferson Airplane (il primo gruppo psichedelico di San Francisco ad ottenere fama nazionale) di “Surrealistic Pillow” (1967), dei Love di “Forever Changes” (1967) e “Da Capo” (1967), formazione guidata dal genio musicale di Arthur Lee, con cui il folk acido più pop tocca i suoi vertici assoluti.
Si può parlare di psichedelia folk anche per gruppi come Pearls Before Swine e Kaleidoscope in cui la contaminazione riguarda non solo e non tanto le sonorità orientali (quasi un topos musicale nell’era psichedelica), quanto piuttosto la musica medievale in un tentativo di risalire alla fonte delle tradizioni musicali.
Esiste poi una psichedelia garage-rock in cui i tre accordi del genere risplendono di profumi nuovi: tra tutti i texani 13th Floor Elevator di Roky Erickson, allucinati ed incubanti, e i Seeds.
La matrice rock-blues risalta invece inconfondibile nei dischi di band minori come Chocolate Watchband, Blues Magoos e di giganti del rock anni ’60 come Doors e Jimi Hendrix.
La formazione di Jim Morrison esordisce nel 1967 con un disco (omonimo) stupefacente, serie perfetta di pezzi al confine tra blues-rock e canzone Brechtiana, classica e musica orientale, incarnazione dei lati più oscuri del sogno psichedelico con Morrison che da cantante si trasfigura in sciamano ed attore, il concerto che si fa rito catartico e tragedia.
Un rito consumato in altre forme ed altri modi durante i concerti di Jimi Hendrix, durante i quali la chitarra viene violentata ed utilizzata come vittima sacrificale, suonata coi denti e dietro la schiena, il suono trafitto da fuzz, feedback, e wah wah; non solo, Hendrix riesce anche nel miracolo di riprodurre nelle registrazioni di studio i cicloni sonici che generava su palco, uno su tutti “Electric Ladyland“ (1968), capolavoro assoluto a metà strada tra blues e psichedelia.
Il suono blues viene ulteriormente indurito nei dischi di gruppi come Blue Cheer, Steppenwolf e Iron Butterfly, che lo traghettano verso l’hard rock: in particolare i Blue Cheer, con “Vincebus Eruptum” (1968) forgiano un suono, fuzz assordante alla chitarra e basso amplificato a livelli inumani, che anticipa di oltre 20 anni lo stonerrock.
Casi assolutamente a parte sono costituiti dai Red Krayola di Mayo Thompson, dagli United States Of America e dai Silver Apples. Se i primi sono autori di un rock che strizza l’occhio al free jazz e alla musica concreta, gli U.S.A., influenzati tanto dall’’avanguardia di Riley e Reich quanto dal contemporaneo rock psichedelico, abbandonano le chitarre e le sostituiscono con archi e tastiere creando scenari sonori futuristici e visionari e coniando una sorta di ambient pop ante-litteram. Ancor più pionieristici i Silver Apples, gruppo ispirato dalle sperimentazioni con l’elettronica di Morton Subotnick, dalla trance dei Velvet Underground e dal free jazz, e che mette a frutto le sue influenze fin dall’esordio omonimo del 1968, in cui i tre sperimentano con i synth ricreando scenari futuribili e spaziali che influenzeranno eroi del kraut rock come Tangerine Dream e Faust e gruppi new wave come Suicide e Chrome.
Risulta evidente anche da questa breve carrellata come la psichedelia Americana sia un fenomeno assolutamente eterogeneo e difficilmente catalogabile: non è un caso, perché nella inclassificabilità ma anche nello spirito pionieristico e curioso che l’anima il fenomeno stesso trova il suo significato più profondo, accanto ad uno spirito antagonista (erede del movimento di Greenwich) per cui si tende a far coincidere la fine della fase cruciale del fenomeno col festival di Monterey del 1967 che lo legittima e lo rende riconoscibile presso il grande pubblico; l’utopia del flower power viene spazzata via un anno dopo, quando le masse dei pacifisti vengono sostituite da movimenti più politicizzati e alla protesta pacifica si sostituisce quella violenta.
A questo potrebbe venire spontaneo chiedersi che cosa abbia a che fare l’Inghilterra con questo fenomeno, che è si musicale, ma allo stesso legato ad un movimento sociale prevalentemente americano: per molti versi la psichedelia inglese, svincolata da qualsiasi retroscena sociale, è un fenomeno puramente musicale, cominciato nell’estate del 1966, quando Joel e Tony Brown, che avevano lavorato col guru dell’LSD Timtohy Leary negli Stati Uniti, esporta a Londra il Light Show, che diviene immediatamente un successo di massa; il celebre DJ John Peel contribuisce a diffonderne i suoni con la trasmissione radiofonica Perfumed Garden e di lì a poco si inaugura il celebre Ufo Club dove ben presto cominciano ad esibirsi i Pink Floyd.
Nell’esordio del gruppo, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), si ritrovano tanti elementi distintivi della psichedelia inglese: la tendenza a ricondurre la divagazione allucinogena psichedelica dentro i recinti pop, coniugando cioè la visionarietà dei testi e la creazione di un suono alieno (attraverso un massiccio utilizzo di riverberi) con l’innato senso melodico dei britannici.
Nel momento in cui, però, a causa dei problemi mentali che si fanno sempre più gravi, Barrett viene allontanato dal gruppo e sostituito con Dave Gilmour. Il primo inciderà due album splendidamente bizzarri, “The Madcap Laughs” (1967) e “Barrett” (1970), che proseguono il percorso cominciato con l’esordio dei Pink Floyd, prima che l’aggravarsi del suo stato mentale lo spingano verso un allontanamento definitivo dalle scene musicali.
Il gruppo di Gilmour dopo un album interlocutorio del 1968 (“A Saurceful of Secrets”) che in qualche modo tenta invano di proseguire sulla falsariga dell’esordio, intraprendono altre strade esasperando l’aspetto atmosferico del proprio suono e creando un suono epico che tende a spostare il baricentro musicale verso il progressive arrivando nel 1973 al capolavoro di “Dark Side Of The Moon”, art rock dilatato e contaminato di blues e fusion che segnerà anche il trionfo commerciale del gruppo.
Se i Pink Floyd sono il gruppo psichedelico Inglese per eccellenza, riflessi variopinti e lisergici attraversano tante produzioni inglesi dei tardi anni ’60: dai Cream di Disraeli Gears (1967), ai Beatles di Sgt Pepper’s… (1967) e del White Album (1968), dai Rolling Stones di Their Satanic Majesties Request (1967) agli Who di Magic Bus (1968), rendendo evidente ancora una volta come il movimento psichedelico sia, specie a livello musicale, fenomeno trasversale in grado di toccare le frange più diverse della scena musicale, dal blues al folk, passando per il pop-rock.  Continua…

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Open Flames – Same Time Next Year (2025)

La band alt-rock di Londra The Open Flames ha finalmente lanciato il suo attesissimo album di debutto, “Same Time Next Year”, un disco pieno di energia grezza, narrazione letteraria e dinamiche texture sonore. Alimentato dal lancio dei loro singoli nel 2024 Drop a Coin ed Eat Alone, l’album consolida il posto della band nel panorama alt-rock, offrendo un viaggio audace ed emotivamente carico attraverso suoni ed esperienze. Spaziando dal groove ispirato a Dungeons & Dragons alla furia in stile primi Replacements di Lockdown, Same Time Next Year offre un esaltante mix di rock anthemico e riflessione intima. Al centro di tutto c’è il lirismo roco ma poetico di David Eastman, che lui e la co-cantante Paige Brubeck danno vita attraverso vivide narrazioni guidate dai personaggi. La narrazione cinematografica della band è esaltata dalla batteria fragorosa di Evan Sult, dalle linee di basso fluide e inventive di Brubeck e Len Bendel e da un’intera gamma di toni di chitarra distorti e intrisi di feedback. L’album trae ispirazione dalla grandiosa arena-rock dei R.E.M., dalla grinta viscerale della chitarra di Neil Young e dallo spirito punk rauco degli X, il tutto mantenendo un tocco moderno e distinto.

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Roberto Kunstler, un cantautore generoso

Il 25 settembre 1960 nasce a Roma Roberto Kunstler, un cantautore generoso che nella sua lunga carriera ha regalato moltissimi brani ad altri musicisti.
Il paroliere Kunstler ha iniziato a suonare e comporre canzoni alla fine degli anni ’70, esibendosi per la prima volta al Folk Studio. Nel 1984, ha pubblicato il suo primo singolo, “Danzando con la notte e col vento”, il cui lato B, “Piccola regina del varietà”, ha vinto il Premio Rino Gaetano. L’anno successivo, ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone “Saranno i giovani”.
Nel corso della sua carriera, Kunstler ha pubblicato diversi album, tra cui “Gente comune” (1985), “Pilato non mi vuole più” (1989) e “Eclettico Ecclesiastico” (1991). Ha anche collaborato con Sergio Cammariere, scrivendo con lui l’album “I ricordi e le persone” (1993). Kunstler ha scritto testi e musiche per altri artisti, tra cui Paola Turci, Francesca Schiavo e Ornella Vanoni.
Kunstler ha partecipato più volte al Premio Tenco sia come cantautore che come autore per Sergio Cammariere. La sua collaborazione con Cammariere ha portato alla canzone “Tutto quello che un uomo”, che ha ottenuto il terzo posto al Festival di Sanremo nel 2003 e ha vinto il premio della critica.
Oltre alla sua carriera musicale, Kunstler si è laureato in Archeologia e Storia delle religioni del Vicino Oriente Antico all’Università di Roma.

Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band (1967)

Dopo aver esplorato la forma canzone in tutti gli angoli in cui poteva essere illuminata, dopo avere utilizzato lo studio di registrazione come media nel senso contemporaneo del termine, i Beatles offrono tredici nuovi movimenti, cinque dei quali (Lucy in the Sky with Diamonds, Getting Better, She’s Leaving Home, With A Little Help From My Friend, A Day In Life) entreranno nella memoria collettiva. Per gli amanti della dietrologia, ci sono situazioni come il basso di McCartney registrato altissimo, le derive allucinatorie di Lennon, un crescente distacco tra le quattro personalità che lascia intravvedere la futura dissoluzione del quartetto attraverso le suite pluridirezionali di Abbey Road.
Sono solo considerazioni a posteriori, mentre la sostanza è quella di un caposaldo collage-pop senza grandi paragoni.

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Bob Dylan: i suoi album #4

Another Side of Bob Dylan (1964)

Non sono io, baby
Qual è l’altra faccia di Dylan a cui allude il titolo?

Another Side of Bob Dylan è il quarto album in studio del cantautore statunitense Bob Dylan, pubblicato l’8 agosto 1964 dalla Columbia Records. L’album si discosta dallo stile più socialmente impegnato che Dylan aveva sviluppato con il suo precedente LP, The Times They Are A-Changin’ (1964). Il cambiamento suscitò critiche da parte di alcune figure influenti della comunità folk: il direttore di Sing Out! Irwin Silber si lamentò del fatto che Dylan avesse “in qualche modo perso il contatto con la gente” e fosse rimasto intrappolato “nell’armamentario della fama”. Nonostante il cambiamento tematico dell’album, Dylan eseguì l’intero Another Side of Bob Dylan come aveva fatto con i dischi precedenti: da solo. Oltre alla sua solita chitarra acustica e armonica, Dylan suona il pianoforte in una traccia, “Black Crow Blues”. Another Side of Bob Dylan raggiunse il numero 43 negli Stati Uniti (anche se alla fine divenne disco d’oro) e raggiunse l’ottavo posto nelle classifiche del Regno Unito nel 1965.
L’altra faccia di Bob Dylan a cui si fa riferimento nel titolo è presumibilmente quello romantico, assurdo e stravagante – tutto ciò che non era presente in Times They Are a-Changin’, un album decisamente folk e intriso di protesta. Per questo motivo, Another Side of Bob Dylan è un disco più vario e anche di maggior successo, poiché cattura l’espansione della musica di Dylan, offrendo interpretazioni fantasiose e poetiche sia di canzoni d’amore che di melodie di protesta. Contiene in realtà lo stesso numero di classici del suo predecessore, con “All I Really Want to Do”, “Chimes of Freedom”, “My Back Pages”, “I Don’t’ Believe You” e “It Ain’t Me Babe” tra i suoi standard, ma la chiave del successo del disco sono le tracce dell’album, eleganti, poetiche e stratificate. Sia i testi che la musica sono diventati più profondi e Dylan sta sperimentando nuove strade: questo, nella sua costruzione e nel suo atteggiamento, non è propriamente folk, ma abbraccia molto di più. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori, un’opera incantevole e intima.
Rimanendo fedele a quella reticenza nel rispondere alle domande troppo dirette che ha contraddistinto tutta la sua lunga carriera, Bob Dylan non chiarì mai fino in fondo quale fosse il significato più profondo dell’“altra faccia” di se stesso a cui fa riferimento il titolo del disco. Eppure le atmosfere viscerali, i testi dai toni quasi allucinati, gli spunti ironici, gli errori ostentati e i temi evasivi forniscono un’immagine piuttosto chiara delle idee che passavano per la testa di Dylan quando riuscì finalmente a staccarsi le scomode etichette di portavoce di una generazione smarrita e di salvatore del popolo che gli erano state affibbiate dai media dopo l’uscita di due album pieni di canzoni di protesta dai toni decisamente intellettuali e socialmente molto impegnate. A questo punto Dylan aveva bisogno di prendersi una pausa, di allontanarsi per un attimo dagli aspetti più drammatici dell’esistenza e di tornare ai temi che gli erano più congeniali. L’album Another Side of Bob Dylan è questo e molto di più.

Bella Ciao

Il 20 settembre 1943 nasceva Bella Ciao. Così almeno è incline a credere gran parte dei ricercatori e degli appassionati cultori di canzoni popolari. La ricostruzione della storia e soprattutto dell’origine del brano, infatti, non è facile.
Bella ciao è un canto popolare italiano diventato l’inno simbolo della Resistenza partigiana contro il nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il testo racconta la storia di un partigiano che saluta la sua amata prima di andare a combattere contro gli invasori, esprimendo il desiderio di libertà e sacrificio per la causa.
Le origini precise di Bella ciao sono incerte e oggetto di dibattito. Non ci sono prove documentali certe della sua esistenza durante la guerra, e alcuni studiosi ritengono che sia stata composta dopo il conflitto, ispirandosi a melodie popolari precedenti come quella della canzone sovietica “Fischi al vento” o a canti popolari piemontesi e francesi. Alcune brigate partigiane, come la Brigata Maiella e la Brigata Garibaldi, la cantavano negli anni Quaranta, ma non era l’inno più diffuso tra i partigiani, che preferivano altri canti come “Fischia il vento”.
Il brano divenne celebre e simbolo universale di resistenza e libertà soprattutto dopo essere stato portato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, da dove si diffuse in Italia e nel mondo, assumendo un valore trasversale e politico senza riferimenti ideologici precisi. Oggi Bella ciao è cantata in molte lingue ed è un simbolo globale di lotta contro l’oppressione.

Let it be – The Beatles (1970)

Alle volte, le canzoni potrebbero non nascere. Per Let It Be, viste le tensioni che c’erano tra i Beatles sarebbe stato possibile. Pensate se fosse andata davvero così, se Paul McCartney fosse arrivato in studio, avesse provato a far ascoltare la sua nuova canzone Let it Be agli altri tre e nessuno gli avesse dato retta. Magari McCartney avrebbe lasciato perdere, magari quella canzone solo abbozzata che aveva fatto sentire per la prima volta agli altri durante le session del White Album, nel 1968, i Beatles non l’avrebbero mai incisa, forse lui l’avrebbe realizzata dopo, con i Wings (come ironicamente suggerì Lennon, dopo la fine della band). E noi non avremmo quello che oggi, unanimemente, viene considerato come uno dei capolavori del repertorio beatlesiano.
Il brano nacque nel 1968, dopo che una notte a McCartney è venuta in sogno la madre Mary, che era morta quando Paul aveva solo quattordici anni, nell’ottobre del 1956. Il sogno non era un sogno qualsiasi, Paul aveva sognato la madre che lo invitava a non preoccuparsi, a lasciare andare le cose come dovevano andare, a non lasciarsi sopraffare dalle amarezze: “Una canzone positiva”, disse McCartney, “lei era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene“. Quello che andava male, già dai tempi del White Album, era il clima all’interno dei Beatles, le tensioni dopo la morte di Brian Epstein si erano fatte via via più forti, e all’inizio del 1969 nulla era migliorato davvero. Harrison soffriva lo strapotere degli altri due autori, Lennon era completamente perso nel suo amore per Yoko e in mille progetti paralleli, era McCartney a insistere per tenere insieme il gruppo, mettendo in piedi progetti nuovi, come quello di un album registrato solo da loro quattro allo stesso modo delle origini, e anche quello di un film realizzato con le riprese della band al lavoro sul nuovo disco. Pensò addirittura a un concerto, per riportare dopo anni la band a suonare dal vivo. Le cose non andarono esattamente così, il concerto si ridusse alla famosissima esibizione sul tetto degli uffici della Apple nel centro di Londra, a Savile Row; le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back, fu addirittura sospesa e il disco messo in stand by, superato poi dal lavoro che la band farà per Abbey Road.


B.B. King

Il 16 settembre 1925 nasce a Itta Bena, nel Mississippi Riley Ben King, destinato a diventare, con il nome di B.B. King, uno più grandi musicisti di tutti i tempi. Le sue scuole di musica sono la strada e la chiesa. A nove anni strimpella già con sufficiente autonomia le corde della sua chitarra e a quindici è il leader di un gruppo gospel.
B.B. King ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra elettrica blues con uno stile sofisticato basato su bending fluidi delle corde, vibrato scintillante e picking staccato, influenzando profondamente generazioni di musicisti blues e rock. La sua carriera iniziò negli anni ’40 come DJ a Memphis, dove ottenne il soprannome “Blues Boy”, abbreviato poi in B.B..
Tra i suoi più grandi successi c’è il brano “The Thrill Is Gone” (1969), che gli valse un Grammy e lo portò alla fama internazionale, facendolo diventare uno dei primi bluesman ad entrare nel mainstream pop. Nel corso della sua vita ha vinto 18 Grammy Awards, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987 e ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, tra cui la Presidential Medal of Freedom.
B.B. King ha suonato in media più di 200 concerti all’anno anche in età avanzata, collaborando con artisti di vari generi come Eric Clapton, U2, Elton John e molti altri. La sua chitarra, chiamata affettuosamente “Lucille”, è diventata un’icona del blues.
È morto il 14 maggio 2015 a Las Vegas, Nevada, lasciando un’eredità musicale immensa che continua a influenzare il blues e la musica moderna.

Patti Smith — Banga (2012)

Tirando in ballo il cane di Ponzio Pilato chiamato “Banga” (dal libro “Il maestro e Margherita” di Bulgakov), la nostra sacerdotessa del rock pubblica il suo undicesimo album. Disco di inediti (a parte un brano) che esce a otto anni da Trampin’ e a cinque da Twelve, album di solo cover.

Patti Smith pubblica un’album di canzoni, quelle classiche, quelle che seguono la “forma” vera, ballate che raccontano “storie” di persone, fatti e tragedie personali e sociali. Tra i brani infatti, troviamo riferimenti che vanno dal terremoto in Giappone alle scomparse di Amy Winehouse e Maria Schneider. Le dodici canzoni che compongono l’album sono costruite su testi importanti, sono riflessioni ed esperienze, cariche di poesia e di reale vita quotidiana. Dodici canzoni per dodici tributi, dodici omaggi a persone, amici, personalità e popoli che in qualche modo hanno colpito i sentimenti della poetessa e che poi ha messo in musica.

Apre il disco Amerigo, il riferimento è a Vespucci e alla sua scoperta del Nuovo Mondo. Bell’inizio con un “triangolo”: voce, pianoforte e violino, che fa ben sperare. April Fool, letteralmente “Pesce d’Aprile” è il singolo che è uscito guarda caso il primo di aprile. Il brano è un omaggio allo scrittore Gogol, nato in questo giorno. Il terzo brano Fuji-San è dedicato alle vittime dello tzunami che ha colpito il Giappone lo scorso anno. Il suono a sentori orientali/nipponici, naturalmente. This Is The Girl ha sapore decisamente “fifties” ed è il ricordo/tributo a Amy Winehouse, tragicamente scomparsa, l’anno scorso. Il quinto brano Banga, è il risultato di una breve crociera a bordo della Costa Concordia. Ottima canzone che ben descrive il moto ondoso dell’oceano. Altro tributo è Maria, canzone malinconica dedicata alla Schneider, anche lei scomparsa nel 2011 e molto amica della Smith. La seconda parte del disco inizia con Mosaic, i riferimenti sonori questa volta ci portano ai paesi dell’est e proseguono con Tarovsky (the second stop is Jupiter) brano dedicato al regista russo. Dall’est all’ovest con un altro omaggio: Nine, e questa volta è il turno di Johnny Deep omaggiato per il suo compleanno. Il secondo brano (decimo della scaletta) scritto durante la crociera a bordo della costa Concordia è Seneca, fisarmonica e violini la fanno da padroni. Siamo al penultimo brano del disco Constantine’s Dream (Sogno di Costantino), dedicato all’affresco di Piero della Francesca conservato all’interno della basilica di San Francesco. Conclude l’album After the Goldrush brano di Neil Young e unica cover del disco, bellissima versione con tanto di coro fanciullesco finale.

Buon disco Banga, molto fruibile e tra i più orecchiabili che la nostra sessantacinquenne abbia mai scritto ma non per questo è un lavoro superficiale ne tantomeno banale. E’ un disco a tutto tondo dove i testi e il suono vanno a braccetto, tutto condito da un’ ottima qualità. Brava Patti!