Van Morrison — Inarticulate Speech of the Heart (1983)

Per fortuna questo è l’ultimo album in studio in cui compare Mark Isham, sempre più lanciato ad emulare Brian Eno e sempre meno impegnato a suonare la tromba. Per quanto l’album sia piacevole, sembra fatto con gli scarti del precedente. Troppi brani strumentali ed un suono che vorrebbe essere levigato e pulito ma rischia di cadere nella volgarità. L’inizio è scioccante, con i bassi pompati tanto da far pensare di aver preso per sbaglio un disco di Barry White. La voce emoziona come sempre, anche quando non canta ma recita, vedasi l’introduzione di “Rave on, John Donne”. Per chi riesca, non è difficile, ad abituarsi al suono ammorbidito e plastificato, quest’album può rappresentare un piacevole diversivo nel catalogo dell’irlandese, o comunque un aromatico sedativo. Non mancano le belle canzoni, come “The Street Only Knew Your Name” che cerca di ripetere la “Cleaning Windows” dell’album precedente, ma nessuna è essenziale.

Pete Brown

James Ostend “Pete” Brown è nato il 9 novembre del 1906. Imparò a suonare il pianoforte, la tromba e il sassofono da giovane. Suonò a New York City con l’orchestra di Bernie Robinson nel 1928 e dal 1928 al 1934 suonò con Charlie Skeete. Nel 1937, lavorò nella band di John Kirby; per diversi anni negli anni ’30 lavorò con Frankie Newton, che era anche un membro della band di Kirby. Brown e Newton registrarono spesso. Oltre a registrare sotto il suo nome, Brown registrò anche con Willie “The Lion” Smith, Jimmie Noone, Buster Bailey, Leonard Feather, Joe Marsala e Maxine Sullivan negli anni ’30. Negli anni ’50, la salute di Brown iniziò a peggiorare e abbandonò le esibizioni a tempo pieno. Morì a New York il 20 settembre 1963.

Bob Dylan: i suoi album #7

Blonde on Blonde (1966)

Il suono al mercurio
Il primo doppio album del rock, con un Dylan sfocato e sfuggente in copertina e una musica mai ascoltata prima

“Blonde on Blonde” pubblicato nel 1966, è considerato uno dei capolavori della musica rock e uno degli album più influenti della storia. È il settimo album in studio di Dylan ed è spesso visto come la conclusione della sua “trilogia elettrica”, iniziata con “Bringing It All Back Home” (1965) e “Highway 61 Revisited” (1965).
Il tipo di percorso intrapreso da Bob Dylan in poco più di un anno è a dir poco sbalorditivo. Nell’arco di 13 mesi, pubblicò tre dei più grandi album di tutti i tempi. Il primo, Bringing It All Back Home (1965), segnò la genesi del genere folk-rock. Il secondo, Highway 61 Revisited (1965), pubblicato appena cinque mesi dopo, diede il tono alla rivoluzione culturale negli Stati Uniti e cambiò per sempre il modo di scrivere canzoni.
Il terzo, Blonde on Blonde, pubblicato 60 anni fa, potrebbe non aver rivoluzionato il panorama musicale come gli altri due, ma è probabilmente il più amato dai fan. È un ambizioso doppio album che Dylan ha usato per esprimere la sua personalità e la sua visione, carico della sua energia unica e distintiva.
È giusto considerare Blonde on Blonde l’album di Dylan più “fedele” al suo spirito. In un’intervista del 1969 a Rolling Stone , Dylan disse del suo settimo album: “La cosa più vicina al suono che sento nella mia mente è stata quella delle singole band presenti nell’album Blonde on Blonde . È quel suono sottile, selvaggio e mercuriale. È metallico e dorato, con tutto ciò che evoca”.
La storia del processo di registrazione di Blonde on Blonde è nota quasi tanto per i suoi inciampi quanto per i suoi successi. Alla fine del 1965, Dylan entrò per la prima volta nello studio della Columbia Records a New York City dopo aver girato diverse parti del paese e del mondo. Era accompagnato dagli Hawks, una band composta da Levon Helm e quattro musicisti canadesi, tra cui Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Loro, ovviamente, sarebbero poi diventati The Band. Dylan aveva suonato un paio di concerti con gli Hawks come band di supporto e li aveva ingaggiati per suonare con lui in tour l’anno successivo. Immaginava che avrebbero avuto lo stesso successo in studio che avevano avuto in tournée.
Blonde on Blonde fu un successo di critica e pubblico, ma Dylan non ebbe la possibilità di goderselo appieno. Poco più di un mese dopo l’uscita dell’album, Dylan fu coinvolto in un incidente motociclistico ancora misterioso, la cui causa e l’entità delle sue lesioni sono ancora in gran parte sconosciute. Dylan si tenne nascosto per gran parte della fine degli anni ’60, pubblicando John Wesley Harding (1967) circa un anno e mezzo dopo, e non riapparve fino all’uscita di Nashville Skyline (1969). Dylan trascorse gran parte della rivoluzione che contribuì a ispirare lontano dagli occhi del pubblico.
Dylan ha registrato ogni genere musicale nei 60 anni trascorsi dall’uscita di Blonde on Blonde, ma raramente ha suonato con la stessa sicurezza e sicurezza di sé di quell’album. Forse non è stata la scintilla più facile da accendere, ma una volta accesa, è stato impossibile spegnerla. Più di mezzo secolo dopo, arde ancora intensamente.

Andy Gibson

Albert “Andy” Gibson è nato il 6 novembre del 1913. E’ stato un trombettista, arrangiatore e compositore jazz statunitense. Iniziò con il violino, poi passò alla tromba e suonò in orchestre swing come quelle di Lew Redman, Zack Whyte, McKinney’s Cotton Pickers, Blanche Calloway, Willie Bryant e Lucky Millinder. Nel 1937 smise di suonare per diventare arrangiatore e compositore, lavorando con veri giganti come Duke Ellington, Count Basie, Cab Calloway, Charlie Barnet e Harry James. Durante la Seconda guerra mondiale guidò una sua big band nell’esercito statunitense (1942–45). Dopo il servizio militare lavorò nuovamente con Barnet e poi si orientò verso il rhythm & blues, diventando direttore musicale per King Records tra il 1955 e il 1960. Viene ricordato come uno dei più raffinati e meno celebrati arrangiatori dell’era dello swing. Morì prematuramente a 47 anni, a causa di un infarto, nella sua città di Cincinnati.

Brunori Sas – L’albero delle noci (2025)

Recensioni 2025

L’Albero delle Noci di Brunori Sas è un album maturo, profondo e incisivo, che segna la definitiva consacrazione del cantautore tra i migliori della sua generazione. Il disco è fortemente influenzato dalla recente paternità dell’artista (Dario Brunori ha 47 anni), affrontando le ansie, le speranze e la bellezza di questa nuova fase della vita e della “crisi di mezza età” con sincerità e ironia. L’album richiede un ascolto attento e una profonda partecipazione emotiva, in particolare per chi è genitore.
Il tema dell’amore è centrale, declinato nelle sue complessità e negli ostacoli che si incontrano in una relazione duratura. L’album affronta anche il rapporto dell’artista con le sue paure, ora accettate con maggiore serenità. Non mancano riferimenti a temi sociali e riflessioni intime che risuonano in modo universale con la vita dell’ascoltatore. La scrittura è lodata come autentica, incisiva e ricca di riferimenti letterari e filosofici. Brunori racconta se stesso con la massima sincerità possibile.
Un disco “diretto che arriva al cuore” e come un’opera che “scoperchia il tetto delle certezze” e “fa vedere un nuovo cielo.” L’Albero delle Noci è un album che bilancia perfettamente introspezione, emotività e una scrittura magistrale, affrontando con lucidità la fase della maturità.
Brunori Sas è probabilmente il cantautore più interessante di questi anni duemilaventi.

Ascolta il disco

Thriller – Michael Jackson (1982)

“Thriller” è una delle canzoni più iconiche di Michael Jackson ed è uno dei brani più celebri della storia della musica pop. Pubblicato il 12 novembre 1983 come settimo e ultimo singolo dall’album omonimo, “Thriller” (1982), album che è tuttora tra i più venduti di tutti i tempi.
La canzone ha un’atmosfera ispirata ai film horror degli anni ’50 e ’60 e contiene una celebre narrazione parlata dell’attore Vincent Price, famoso per i suoi ruoli in film horror.
Il brano è noto per il suo groove funky, l’uso di sintetizzatori e effetti sonori come porte che cigolano, urla, tuoni e passi inquietanti.

Il video di Thriller, diretto da John Landis è un corto musicale di circa 14 minuti che ha rivoluzionato il concetto di videoclip. Michael Jackson si trasforma in licantropo e zombie, la coreografia è diventata leggendaria ed imitata parodiata in tutto il mondo. Il primo video musicale ad essere inserito nel National Film Registry della Library of Congress degli Stati Uniti.

Thriller ha segnato un punto di svolta nella musica pop, contribuendo in modo decisivo a consolidare la figura di Michael Jackson come “King of Pop”.

100 Brani Jazz #7

Settima selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Manteca di Dizzy Gillespie, How High The Moon di Ella Fitzgerald, At Last di Etta James, Fever di Peggy Lee, Satin Doll di Duke Ellington, Someday My Prince Will Come di Miles Davis, Autumn in New York di Billie Holiday, Epistrophy di Thelonious Monk, I Loves You Porgy di Nina Simone e It Don’t Mean A Thing di Duke Ellington.

Ascolta su Radioscalo

Phil Woods

Phil Woods (all’anagrafe: Philip Wells Woods) è nato il 2 novembre del 1931. E’ stato uno dei più grandi sassofonisti jazz statunitensi, conosciuto per il suo stile energico, lirico e radicato nel bebop. Fu anche clarinettista, compositore, bandleader ed educatore. Wood iniziò a suonare il sassofono a 12 anni e successivamente il clarinetto alla prestigiosa Juilliard School di New York. Fu molto influenzato da Charlie Parker, Benny Carter e Johnny Hodges, tanto da essere soprannominato “New Bird” (nuovo Bird, in riferimento a Parker). Tra il 1968 e il 1972 visse in Francia, dove guidò l’ensemble European Rhythm Machine, con uno stile più sperimentale. Tornato negli Stati Uniti, formò un quintetto che rimase attivo per oltre 30 anni, registrando album acclamati come Musique du Bois (1974).
Phil Woods è noto anche per i suoi assoli in brani pop e rock, tra cui: “Just the Way You Are” di Billy Joel (1977), “Doctor Wu” degli Steely Dan (1975) e “Have a Good Time” di Paul Simon (1975) Il suo assolo nel brano di Billy Joel è uno dei più iconici nella storia del pop-jazz. Phil Woods ha incarnato lo spirito del jazz: sempre in evoluzione, sempre autentico.

Van Morrison — It’s Too Late to Stop Now (1974)

A dieci anni dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi: o non l’ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni son tutte valide.
Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere in maniera orgiastica l’eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase: “E’ troppo tardi per fermarci ora”. Invece subito dopo la canzone si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in “Cyprus Avenue”, drasticamente diversa dalla versione originaria su “Astral Weeks”. I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso, sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono all’estate del 1973, praticamente l’unico anno di vita della formazione. Ad un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E’ un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c’è traccia del cantautore intimista e mistico; c’è un gigante che domina con carisma la platea e la band.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #12

12 – Il rock blues di fine anni ’60

Non tutto quello che viene prodotto in America (e in Inghilterra) nella seconda metà degli anni ’60 ha necessariamente a che fare con il movimento psichedelico: su entrambe le coste dell’Atlantico il filone “apparentemente” più tradizionale del rock, quello che deriva più direttamente dalle matrici blues e rhythm’n’blues delle origini, è più florido che mai ed va arricchendosi di sfumature sempre nuove, in un costante processo di fusione ed ibridazione.
Proprio in tal senso opera il Blues Project di quell’Al Kooper che ha già contribuito, col suo organo, all’elettrificazione di Dylan: se già in “Projections” (1966) a pezzi più tradizionalmente blues-rock se ne affiancano altri influenzati da jazz e folk, la ricerca di Kooper prosegue poi in territorio pop con i Blood Sweat & Tears di “Child Is Father to the Man” (1968), dove il gioco all’eclettismo diviene ancora più spinto, in una sorprendente miscela di blues, soul, jazz e classica.
Più legati alla scena psichedelica di San Francisco i Big Brother & the Holding Company di “Cheap Thrills” (1968): l’interesse nei confronti del gruppo è in realtà legato alla figura della vocalist Janis Joplin, una delle più grandi cantanti rock di tutti i tempi, voce roca e lancinante ferita dall’alcool, tra i pochi interpreti bianchi a rendere in modo convincente la disperazione e la rabbia rassegnata che del blues costituiscono il cuore, cosa confermata anche dalla carriera solista, al culmine con lo splendido “Pearl” (1970).
Altrettanto convincenti nella loro rilettura del blues l’armonicista e la sua Blues Band, autori con “East-West” (1966) di una spericolata fusione tra blues, rock&roll, psichedelia, jazz e musica indiana e i Canned Heat, con un blues-rock pesantemente virato verso il boogie, direzione musicale dichiarata già nel titolo del secondo disco “ Boogie With Canned Heat” (1968).
La radice blues si intreccia invece con operazioni di riscoperta filologica di oscuri suoni tradizionali, americani e non, nei dischi di Taj Mahal e Ry Cooder, fino al 1967 una coppia sotto la sigla di Rising Sons, poi con le rispettive carriere soliste: folk caraibico, jazz, gospel, R&B, zydeco tra i generi studiati e suonati dal primo, tex-mex, musica hawaiana, dixieland e vaudeville alcuni dei generi esplorati dal secondo.
La tradizione blues-rock prosegue ovviamente anche in Inghilterra, dove alla Blues Incorporated di Alexis Corner si affianca un’altra “scuola”: sono i Bluesbreakers di John Mayall dove si fanno le ossa, tra gli altri, Eric Clapton, Mick Taylor e Peter Green. Il primo andrà a formare (con Jack Bruce e Ginger Baker) i Cream, primo power trio della storia (chitarra+basso+batteria), che introdurrà nel blues lunghe improvvisazioni tipiche del jazz raggiungendo il capolavoro assoluto con “Disraeli Gears” (1967), il secondo entrerà nei Rolling Stones, mentre il terzo fonderà i Fleetwood Mac che, partiti come gruppo tradizionale di blues-rock cominciano a virare, già con “English Rose” (1969), verso lidi più pop. A dire il vero prima di suonare nei Bluesbreakers, Clapton si era già messo in mostra nelle file degli Yardbirds: prenderà il suo posto Jimmy Page: di quel che succede dopo, in particolare, quando nel 1968, rimasto solo, Page fonderà i nuovi Yardbirds, futuri Led Zeppelin, se ne parlerà più tardi… (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)