Finn Ziegler

Finn Ziegler nato Finn Ziegler Holm il 24 novembre 1935 è stato un violinista jazz e vibrafonista danese. Studiò violino alla Royal Danish Academy of Music, ma, ispirato da Svend Asmussen, scoprì presto che la musica più vicina al suo cuore era il jazz. Con al suo attivo i modelli jazzistici più importanti, tra cui Stan Getz , il vibrafonista Milt Jackson e i violinisti Svend Asmussen / Stuff Smith , Finn Ziegler ha dato il via alla sua carriera jazzistica, che per oltre cinque decenni lo ha portato stilisticamente in lungo e in largo. Oltre che con i suoi gruppi, si è esibito in numerosi contesti. Ad esempio, negli anni ’50 con l’orchestra di Finn Savery, Erik Moseholm e Ib Glindemann. Dagli anni ’70 con la Big Band della Radio come solista, leader e membro ordinario.

Bob Dylan: i suoi album #8

John Wesley Harding (1967)

Bob Goes to Nashville
Un album di rinascita, con un Dylan bucolico e perfino sorridente.

E’ un album di rinascita e di rigenerazione, anche fisica, come ci testimonia la copertina del disco, con un Dylan quasi irriconoscibile e così lontano dalle immagini precedenti, perfino sorridente (da poco padre per la seconda volta della sua unica figlia femmina, Anna Lea) e immerso in un’atmosfera bucolica. E anche la voce sembra cambiata: non più quel filo di lama tagliente che sembrava lanciare le parole come coltelli nell’universo mondo, ma un timbro più ammorbidito nel descrivere le vicende raccontate nelle varie canzoni. Era passato più di un anno da Blonde on Blonde, ma ne sembrano passati almeno tre, per quanto diversi sono i due dischi.
Quasi tutte le canzoni del disco, hanno una struttura di sole tre strofe, come se Dylan avesse urgenza di fissare le idee musicali che gli erano venute in mente. Ciò comporta che i testi di queste canzoni restano come sospesi nel tempo, non sviluppati nei loro possibili esiti narrativi, come se fossero il resoconto di un sogno, enigmatici ed ermetici. Tutto ciò di cui parlano viene avvolto da una atmosfera misteriosa, come nella splendida All Along The Watchtower, dove un ladro e un giullare s’interrogano sul senso della vita, in una struttura di testo circolare (dove l’ultima strofa potrebbe essere la prima) che fa il paio con la struttura delle armonie scandite dalla chitarra, che ripete sempre gli stessi tre accordi in sequenza. La title-track è un breve ritratto di un fuorilegge americano vissuto nell’Ottocento (Hardin di cognome e non Harding, come erroneamente scrive Dylan), mentre in altre canzoni sono palesi e ricorrenti molti riferimenti biblici, come in The Wicked Messenger, Dear Landlord, I Am A Lonesome Hobo e nella stessa All Along The Watchtower, la cui dimensione onirica verrà esaltata nella versione-capolavoro di Jimi Hendrix nel 1968. Le uniche due canzoni d’amore sono Down Along The Cove e I’ll Be Your Baby Tonight, quest’ultima cantata con un’intenzione vocale quasi da crooner, che la steel guitar di Pete Drake sottolinea con perfetta aderenza conferendo alla canzone una leggerezza insolita nella produzione di Dylan, tanto che in breve tempo sarà oggetto di molte cover, specialmente da parte di interpreti femminili quali Emmylou Harris, Linda Ronstadt e Rita Coolidge.

Tedeschi Trucks Band and Leon Russell Present: Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live at LOCKN’) (2025)

Recensioni 2025

Mad Dogs & Englishmen Revisited (LIVE AT LOCKN’) della Tedeschi Trucks Band è un commovente e ambizioso tributo all’omonimo e iconico album live originale del 1970 di Joe Cocker e Leon Russell, registrato durante una storica esibizione al LOCKN’ Festival del 2015 in Virginia.
La scaletta di 14 brani è una lettera d’amore ai Mad Dogs & Englishmen originali, con dei classici senza tempo. La voce imponente di Susan Tedeschi è alla base di molti brani ma anche lo straordinario trio di cori formato da Alecia Chakour, Mark Rivers e Mike Mattison fanno grande il disco, dimostrando che la Tedeschi Trucks Band sia considerata una delle migliori band in circolazione.
Mad Dogs & Englishmen Revisited è più di un tributo e di una registrazione d’archivio: è un documento vivente della capacità della musica di unire le generazioni. L’inclusione dei membri originali accanto a pesi massimi contemporanei come Warren Haynes e Anders Osborne sottolinea l’atemporalità della visione di Cocker e Russell. 

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Arthur Marshall

Arthur Owen Marshall nato il 20 novembre del 1881 è stato un compositore e interprete di musica ragtime statunitense , originario del Missouri. Fu un allievo del celebre compositore ragtime Scott Joplin. Pochi anni dopo la sua famiglia si trasferì a Sedalia, nel Missouri, perché ai bambini neri era permesso frequentare la scuola nove mesi all’anno lì, a differenza dei tre mesi consentiti ai neri altrove, e gli abitanti di Sedalia, a quanto si dice, erano più tolleranti nei confronti degli afroamericani. Aveva solo quindici anni quando Scott Joplin arrivò per la prima volta a Sedalia. Joplin si stabilì con la famiglia Marshall e, in breve tempo, sia Marshall che Scott Hayden, un compagno di classe di Marshall alla Lincoln High School, divennero i protetti di Joplin. Marshall aveva già preso alcune lezioni private di musica classica anni prima ed era esperto di tecnica pianistica e aveva un dono per la sincope. Joplin aiutò anche Marshall a trovare un lavoro al Maple Leaf Club durante il suo unico anno di esistenza nel 1899. Nel club, il 1° ottobre 1899, Marshall ebbe una rissa con un giovane di nome Ernst Edwards a causa della fidanzata di quest’ultimo. La rissa si svolse all’esterno, Marshall colpì Edwards con il suo bastone, Edwards estrasse una pistola e Marshall scappò via. 

Hello, I Love You – The Doors (1968)

Il singolo, molto leggero e radiofonico nella sua prima parte, più acido e teso nella seconda, fu all’epoca considerato troppo pop dai puristi del rock, ma piacque enormemente, portando la band nuovamente al primo posto delle classifiche, con un singolo che, peraltro, viene ricordato com il primo 45 giri stereo della discografia americana.
Il rift di tastiera suonato da Ray Manzarek è molto simile a quello di All Day and All of the Nighe del Kinks, che Infatti minacciarono i Doors di fargli causa per plagio, cosa che non accadde perché trovarono un accordo prima di finire in tribunale, Morrison, assieme a Jimi Hendrix, Incarnava il 1968, con la sua straordinaria mescolanza di poesia, ribellione, elettricità e arte, meglio di molti altri artisti rock: metteva in scena senza filtri la febbre che aveva colpito una intera generazione che non voleva altro che bruciare i ponti dietro se stessa e affrontare il futuro conquistandolo, cambiando le regole del gioco. “Non era facile stargli dietro” ricorda Robby Krieger “anzi, era spesso impossibile. Jim era irregolare e imprevedibile, così come creativo ed esplosivo. Quell’anno fu per noi un’incredibile altalena di emozioni, successi, disastri, aperture, crolli, che ci portò dalla gioia alla disperazione”.


Sunny Henry

Il 17 novembre del 1885 nella Magnolia Plantation, in Louisiana, nasce il trombonista Charles Henry, detto Sunny. Fu un trombonista di spicco nella tradizione delle brass bands di New Orleans. Attivo fin dagli anni 1900, suonò con formazioni come l’Eclipse Brass Band, Excelsior Brass Band, John Robichaux e la Works Progress Administration band. Negli anni ’40 divenne membro fisso dei Young Tuxedo Brass Band, poi Eureka Brass Band fino alla sua morte nel 1960. Riconosciuto come figura chiave di quel tradizionale sound new‑orleansiano.
Negli anni della depressione si esibisce regolarmente, come primo trombone, con la W.P.A. Brass Band diretta da Louis Dumaine. Durante la seconda guerra mondiale entra a far parte della Young Tuxedo Brass Band e, negli anni Cinquanta, della Eureka Brass Band con la quale registra dei dischi che hanno una notevole importanza almeno sotto il profilo storico dal momento che consentono di avere una attendibile idea del sound delle brass band primigenie di cui non esistono documenti discografici. Sunny muore a New Orleans il 7 gennaio 1960.

Norah Jones — The Fall (2009)

Ha avuto coraggio Norah Jones con questo suo quarto disco The Fall a cambiare sonorità. Le chitarre e la batteria, infatti, prendono il posto dell’ormai collaudato pianoforte e le canzoni si inoltrano in territori più moderni e leggermente più rock.
Dopo Come Away With Me del 2002 (vincitore di otto Grammy), Feels Like Home del 2004 e Not Too Late del 2007, dischi che hanno venduto 36 milioni di copie in tutto il mondo e tutti entrati nella Top 200 di Billboard, Nora Jones sperimenta un nuovo sound senza però strafare e rimanendo su note musicali mai troppo aspre e graffianti. Certo dopo un capolavoro come quello del 2002 è assai difficile creare un’opera dello stesso livello o superiore, The Fall resta comunque un buon disco che non deluderà i suoi fans.

Big Thief – Double Infinity (2025)

Recensioni 2025

C’è un silenzioso massimalismo che permea ogni decisione nell’ultimo album del trio indie-folk Big Thief. Potrebbero sembrare caratteristiche contrapposte, ma è esattamente così che si percepisce. Una strumentazione acustica concreta decora gli arrangiamenti in modo estremamente dettagliato; un’umanità pittoresca si intreccia con il pensiero filosofico. Persino il titolo dell’album, Double Infinity, sembra deliberatamente attenuato: il limite inesprimibile dato ai confini spaziali, rende la natura infinita dell’esistenza più contenuta e gestibile.  Il sesto album del gruppo arriva tre anni dopo il doppio LP del 2022, Dragon New Warm Mountain I Believe In You. A metà della sua durata, Double Infinity appare in qualche modo più grandioso: illuminato, ma in ogni momento ancorato all’esperienza umana. 
Non esiste distanza maggiore di quella tra l’individuo e l’universo nel suo complesso, e l’unico modo per riconciliarla è non smettere mai di cercare un significato superiore nel disordine della vita. Questa spinta a confrontarsi con l’eterna incomprensibilità dell’universo distilla il significato dell’essere umano: una specie cosmicamente microscopica, che ama, soffre e ha la fortuna di creare musica su questo argomento.
Tra i più bei dischi di questo 2025.

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Storia della musica: dal blues agli anni duemila #13

13 – La riscoperta delle radici 

Tra il 1967 e il 1968 il sogno del flower power e le spinte utopistiche dell’ala controculturale americana si sono infrante contro la dura realtà: con la psichedelia ormai ridotta a fenomeno commerciale e la sbornia delle mille sperimentazioni e novità degli anni ’60 ancora da smaltire, molti artisti decidono di ricondurre il rock alle sue rassicuranti origini. In un processo che comincia alla fine degli anni ’60 e che tende a consolidarsi sempre di più nei ‘70 la musica rock americana torna a bagnarsi nelle acque calde del country, del folk Appalachiano, del primo blues, del gospel.
Il primo è Bob Dylan nel 1967 con “John Wesley Harding”, seguono a ruota tutti gli altri: dai Beau Brummels ai Grateful Dead, gran parte dei gruppi americani centrali degli anni ’60 riscoprono il piacere senza tempo del country.
L’invenzione del country-rock va però attribuita fondamentalmente ai Byrds di “Sweetheart of the Rodeo” (1968), alla regia il nuovo frontman Gram Parsons, già leader dell’International Submarine Band e futuro fondatore di lì a poco dei Flying Burrito Brothers, esploratore instancabile delle possibilità che derivano dal suonare country con una line-up rock e “inventore” di un suono destinato a divenire un caposaldo del rock americano.
Lo stesso suono che ritroviamo in “Harvest” (1970) di Neil Young, quarto disco solista che segue di due anni la separazione dai Buffalo Springfield e si sovrappone alle sue sortite col quartetto Crosby, Stills, Nash & Young supergruppo formato con ex membri di Hollies (Nash) e Byrds (Crosby), responsabile della creazione del cosiddetto West Coast Sound, vale a dire una fusione agrodolce di country blues e folk immortalata nel celebre live d’addio alle scene “Four Way Street” (1971).
Se CSN&Y si sciolgono nel 1971, Young continua la sua brillante carriera solistica, accompagnato a lungo dalla formazione dei Crazy Horse, passando dal già citato country-rock di “Harvest” alla depressione post hippie di “On The Beach”, del 1974 (parente alla lontana nello spirito dell’elegiaco “If I Could Only Remember My Name” dell’ex compagno di squadra David Crosby): il doppio live del 1979 “Rust Never Sleeps”, un lato acustico e un lato elettrico, country-folk il primo, ai confini con l’hard rock il secondo, è un buon compendio della prima fase della carriera di questo Dylan degli anni ’70: molti sono infatti i punti in comune tra i due, dalla fusione perfetta e complementare di testi e musica, al tono spesso moralistico delle canzoni che nella musica di Young passa però attraverso le disillusioni di fine anni ’60, la malinconia e la rabbia della fine dell’idealismo delle utopie di quegli anni.
Dalle ceneri dei Buffalo Springfield orfani di Young e Stills si formano anche i Poco, (che prendono il nome dalla nota striscia comica fumettistica), gruppo che prosegue il discorso musicale iniziato dagli Springfield, muovendosi musicalmente tra Byrds e Beatles e arrangiando le proprie influenze in chiave country (rock). A loro s’ispireranno gli Eagles, vale a dire coloro che porteranno il fenomeno country-rock in cima alle classifiche durante gli anni ’70 rielaborandone però le sonorità in chiave pop-rock, toccando il vertice qualitativo con “Hotel California” (1976), disco in cui peraltro la matrice country è solo una delle tante componenti musicale in gioco.
Ma il riallineamento americano di fine anni ’60 non si esaurisce nella riscoperta nel country e nella sua fusione col rock: è infatti degli stessi anni l’invenzione del roots rock, fusione di folk, country, gospel e rock da parte della Band: gruppo-spalla di Dylan dal 1965, il complesso aveva cominciato accompagnando Ronnie Hawkins e si era fatto le ossa su un rock’n’roll di stampo classico pesantemente influenzato dal suono dei dischi della Sun Records.
Dopo l’esperienza con Dylan il gruppo esordisce con “Music From Big Pink” (1968) e trova il capolavoro con il disco omonimo del 1969: dischi popolati da una musica fuori dal tempo, tanto che ascoltandoli si ha l’impressione che la british invasion non sia mai avvenuta e le lancette del tempo si siano spostate improvvisamente indietro di qualche decennio.
La stessa sensazione ci accompagna durante l’ascolto dei dischi di Creedence Clearwater Revival e Flamin’ Groovies: i primi eccellono nel suonare swamp pop, un tipo di rock’n’roll in voga oltre dieci anni prima nella Louisiana che miscelava in parti uguali country, rock’n’roll, rhythm’n’blues e blues della Louisiana, il tutto però filtrato ed aggiornato attraverso le evoluzioni più recenti del rock: il risultato è una serie di singoli indimenticabili come Bad Moon Rising, Have You Ever Seen the Rain?, Proud Mary ed un disco capolavoro come “Cosmo’s Factory” (1970).
Rivive invece il rock’n’roll degli anni ’50 e il rhythm’n’blues della british invasion in “Supersnazz”, esordio del 1968 dei Flamin’ Groovies, gruppo che sposterà poi il suo baricentro musicale in area Beatles-Kinks con “Shake Some Action” (1976), disco pubblicato a formazione rivoluzionata e che contribuisce ad inventare quell’incrocio tra hard rock, Byrds e Beatles definito power pop.
L’azione di riscoperta delle radici proseguirà anche negli anni ’70 con gruppi come Little Feat e Doobie Brothers che per la spiccata componente boogie verranno spesso associati alla scena Southern rock e avrà poi un ritorno di fiamma negli anni ’80 con gruppi come Los Lobos, Del Lords e Del Fuegos: come al solito, se ne riparlerà più avanti…

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Hank Garland

Walter Louis Garland nato l’11 novembre del 1930 è noto professionalmente come Hank Garland. E’ stato un chitarrista e cantautore statunitense. Iniziò come musicista country, suonò il rock and roll quando divenne popolare negli anni ’50 e pubblicò un album jazz nel 1960. La sua carriera fu interrotta bruscamente quando un incidente d’auto nel 1961 lo lasciò incapace di esibirsi. Iniziò con la chitarra a soli 6 anni; a 16 era già impegnato a Nashville e a 18 pubblicò il successo “Sugarfoot Rag”, disco da oltre un milione di copie. Fu membro del celebre “A‑Team” di session-men di Nashville. Collaborò con artisti del calibro di Elvis Presley, Patsy Cline, Roy Orbison, Everly Brothers, Brenda Lee, e suonò l’intro di “Jingle Bell Rock”. Nei tardi anni ’50 e inizio ’60 si dedicò al jazz: incise Jazz Winds From a New Direction (1961) con Gary Burton, Joe Morello e altri, e si esibì al Newport Jazz Festival e in club come Birdland a New York. Era noto per la sua versatilità, passando agevolmente da country a rock, folk o jazz, con linee fluide e grande senso del swing.
Hank Garland è stato un gigante silenzioso della chitarra: capace di dominare sessioni country, influenzare la nascita del rock e poi innalzarsi nel jazz, con una tecnica brillante e uno stile unico. Il suo tragico incidente ha interrotto troppo presto una carriera straordinaria, ma il suo suono continua a ispirare chitarristi in ogni genere.