Curtis Amy, un sax oltre il bop

L’11 ottobre 1929 nasce a Houston, nel Texas, il sassofonista e clarinettista Curtis Edward Amy, più conosciuto come Curtis Amy. E’ noto per il suo contributo al jazz della West Coast, in particolare nei generi hard bop e soul jazz.
Nato a Houston, Texas, Amy iniziò a suonare il clarinetto da bambino. Durante il servizio militare nell’esercito degli Stati Uniti, passò al sassofono tenore. Dopo il congedo, conseguì una laurea al Kentucky State College e lavorò come insegnante di musica in Tennessee, esibendosi contemporaneamente nei club jazz del Midwest. A metà degli anni ‘50 si trasferì a Los Angeles, dove firmò un contratto con la Pacific Jazz Records, collaborando spesso con l’organista Paul Bryant. 
Negli anni ‘60, Amy divenne direttore musicale dell’orchestra di Ray Charles per tre anni. Successivamente, lavorò come session musician, partecipando a registrazioni di artisti come The Doors (solo nel brano “Touch Me”), Carole King (album Tapestry), Lou Rawls, Marvin Gaye, Tammi Terrell e Smokey Robinson. 
Fu sposato con la cantante Merry Clayton, con la quale collaborò anche professionalmente.
Curtis Amy era noto per il suo suono caldo e per la capacità di fondere elementi di jazz, blues e soul. Il suo stile era influenzato da musicisti come Gene Ammons e Sonny Stitt, ma sviluppò una voce distintiva che lo rese un importante esponente del soul jazz della West Coast.

Kathleen Edwards – Billionaire (2025)

Recensioni 2025

Cantante acclamata, cantautrice e performer Kathleen Edwards torna con il suo attesissimo nuovo album, Billionaire. Ispirato al suo album di debutto, Failer, il nuovo album di dieci canzoni è ricco della nitidezza lirica e delle osservazioni inflessibili che contraddistinguono Edwards, ed è stato prodotto da Jason Isbell e Gena Johnson. Celebrata come una delle antesignane della moderna musica alt-country e americana, Edwards è amata da fan e colleghi musicisti, ed elogiata dal New York Times per il suo “tono buffo, attento e spietato, tutto suo. Nei suoi versi migliori, Edwards possiede il vernacolo colloquiale e l’eloquenza emotiva di una grande scrittrice di racconti”. Dal suo debutto nel 2003, Edwards ha pubblicato cinque album, tra cui “Total Freedom” del 2020, il suo primo dopo essersi allontanata dalla musica per quasi un decennio. Pubblicato con un successo travolgente e articoli pubblicati su The New Yorker, The New York Times, Rolling Stone e altre riviste, Pitchfork lo ha definito “una svolta creativa, scritta esclusivamente per il brivido della scoperta”, mentre Rolling Stone lo ha definito “devastantemente grandioso”.
Tra i primi in classifica del 2025.

Ascolta il disco

Hal Singer, il sassofonista che lasciò gli USA per la Francia

L’8 ottobre 1919 nasce a Tulsa, in Oklahoma, il sassofonista Harold Singer, più conosciuto come Hal Singer. Noto anche come Hal “Cornbread” Singer, è stato un sassofonista tenore e bandleader statunitense, figura di spicco nel jazz e nel rhythm and blues. Nato l’8 ottobre 1919 a Tulsa, Oklahoma, è scomparso il 18 agosto 2020 a Chatou, in Francia, all’età di 100 anni.
Cresciuto nel quartiere afroamericano di Greenwood a Tulsa, Singer fu testimone del massacro razziale del 1921, durante il quale la sua casa fu distrutta. Iniziò a studiare violino da bambino, per poi passare al clarinetto e infine al sassofono tenore, ispirato da musicisti come Ben Webster e Lester Young.
Negli anni ’30 e ’40, suonò con diverse big band, tra cui quelle di Ernie Fields e Jay McShann. Nel 1948, il suo brano strumentale “Corn Bread” raggiunse la vetta delle classifiche R&B, conferendogli notorietà e il soprannome che lo accompagnò per tutta la carriera. Successivamente, collaborò con artisti come Roy Eldridge, Don Byas e Duke Ellington.
Nel 1965, dopo una tournée europea con Earl Hines, si stabilì in Francia, dove continuò a esibirsi e a registrare, diventando una figura influente nella scena jazz europea. Nel 1992, fu insignito del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres dal governo francese.

Bob Dylan: i suoi album #5

Bringing It All Back Home (1965)

Tutto scorre
Per Bob Dylan è già tempo di cambiare, prima che sia troppo tardi.

“Bringing It All Back Home” è un album fondamentale di Bob Dylan, pubblicato nel 1965. È considerato una pietra miliare nella storia della musica, non solo per la carriera di Dylan ma anche per l’evoluzione del rock e del folk.
Il disco (vinile) è diviso in due parti: Lato A (elettrico); Dylan abbandona temporaneamente il folk acustico puro per abbracciare una sonorità elettrica. Questa scelta fu rivoluzionaria e controversa all’epoca, soprattutto tra i puristi del folk e Lato B (acustico); Dylan ritorna a uno stile più tradizionale, con brani acustici più vicini alle sue radici folk.
La produzione è curata da Tom Wilson, che insieme all’artista da un po’ di tempo è impegnato a mettere a punto una fusione di folk e rock elettrico. Dylan in effetti adesso ha voglia di spaziare. I suoi testi si fanno sempre più surreali e influenzati dai poeti della beat generation. Musicalmente, poi, le sue radici rock’n’roll reclamano. Nel 1966, in occasione di un’intervista per la Sveriges Radio, la radio nazionale svedese, chiarirà che la sua prima musica è stato il rock’n’roll, anche perché “le persone della mia età, tipo 25 o 26 anni, negli Stati Uniti è come se fossero tutte cresciute suonando il rock’n’roll”.
Con Bringing It All Back Home , Dylan ha continuato la sua evoluzione, sia nella scrittura dei testi che nel modo di registrare la musica. Innanzitutto, i testi di Dylan hanno rappresentato un grande passo avanti verso la musica popolare come poesia. Dylan aveva usato il linguaggio poetico per esprimersi fin dai suoi primi album, ma è con questo album che ha iniziato a impegnarsi davvero in questo approccio. I brani in esso contenuti sono ricchi di linguaggio metaforico e immagini astratte e surreali.
Dylan utilizza il suo schema di rime unico e interno che sottolinea la potenza dei suoi testi. Manda versi che si infrangono senza sosta, travolgendo l’ascoltatore in ondate continue. Deride una società che propina “Cristi color carne che brillano al buio” mentre proclama “il denaro non parla, impreca”. In mezzo a tutto questo, infila una delle sue frasi poetiche più perfette: “Chi non è impegnato a nascere è impegnato a morire”. 
Another Side of Bob Dylan potrebbe aver segnato l’inizio della transizione di Dylan verso ciò che è conosciuto oggi, ma Bringing It All Back Home rappresenta la sua liberazione definitiva del pieno potenziale. L’album è complesso e contraddittorio come tutte le grandi opere d’arte, pur possedendo una chiarezza di visione incredibilmente impressionante. 
“Bringing It All Back Home” segnò l’inizio della “trilogia elettrica” di Dylan (seguito da Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde), cambiando per sempre il panorama della musica popolare. Il disco mescola influenze folk, blues, rock e beat poetry, anticipando la svolta psichedelica della seconda metà degli anni ’60.

Rainy Day Women #12 & 35 – Bob Dylan (1966)

Rainy Day Women #12 & 35 di Bob Dylan, pubblicata nel 1966 come brano d’apertura dell’album Blonde on Blonde, è una canzone spesso discussa per il suo significato ambiguo e ironico.
Il ritornello più famoso è: “Everybody must get stoned!”
Questa frase può essere interpretata in due modi: Essere lapidati (stoned in senso biblico): Dylan potrebbe riferirsi alla persecuzione sociale o alla condanna morale — “tutti devono essere lapidati” — ovvero tutti, prima o poi, verranno giudicati, emarginati o puniti dalla società per quello che fanno. Essere fatti (stoned in senso moderno): Il termine “stoned” significa anche essere sotto effetto di droghe. Molti hanno letto la canzone come un inno scherzoso alla cultura psichedelica degli anni ’60.
Il brano ha un tono festaiolo e ironico, quasi da marching band ubriaca, con ottoni e batteria sgangherata. Dylan l’ha registrato in modo volutamente caotico, quasi burlesco, sottolineando un tono di parodia o satira.
Questa, come molte altre canzoni di Dylan si presta a varie interpretazioni.
– Una critica alla società che giudica e perseguita chi si comporta in modo anticonvenzionale.
– Una presa in giro della cultura della droga, oppure un modo giocoso per inserirsi in essa.
– Un brano nonsense volutamente ambiguo, che riflette l’umore beffardo e sperimentale di Dylan in quel periodo.
La canzone venne bandita da alcune radio americane, per gli ipotetici riferimenti alla droga, ma questo non le impedì di diventare un successo, arrivando nella top ten delle classifiche negli Stati Uniti.

La lezione di Booker Little jr.

Il 5 ottobre 1961 muore a New York il trombettista Booker Little jr. Ha soltanto ventitré anni ed è originario di Memphis, nel Tennessee. E’ stato un trombettista e compositore jazz statunitense, noto per la sua straordinaria tecnica e per la profondità emotiva delle sue composizioni. Nonostante la sua carriera sia stata tragicamente breve, ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del jazz.
Nato in una famiglia musicale, Booker iniziò a suonare il trombone come suo padre, ma presto si orientò verso la tromba. Frequentò la Manassas High School, dove si formò con futuri grandi del jazz come George Coleman e Harold Mabern. Successivamente studiò al Chicago Conservatory, approfondendo teoria musicale, composizione e orchestrazione. Durante questo periodo, conobbe Sonny Rollins, che lo incoraggiò a sviluppare un suono personale.
Nel 1958, Little si unì al gruppo di Max Roach, sostituendo il compianto Clifford Brown. Con Roach registrò album fondamentali come Max Roach + 4 at Newport e Deeds, Not Words, dove si distinse sia come solista che come arrangiatore. Collaborò anche con artisti del calibro di John Coltrane (Africa/Brass) e Abbey Lincoln.
Nel 1960, iniziò una fruttuosa collaborazione con Eric Dolphy, culminata in una serie di esibizioni al Five Spot di New York e nelle registrazioni degli album Out Front e Booker Little and Friend. Questi lavori evidenziano la sua capacità di fondere la struttura del bop con elementi più sperimentali e modali, creando un linguaggio musicale unico.
Influenzato da Clifford Brown, Little sviluppò uno stile distintivo, caratterizzato da un suono lirico e da un uso innovativo della dissonanza e delle strutture armoniche. La sua musica rappresenta un ponte tra il hard bop e le tendenze più avanguardistiche del jazz degli anni ’60. Critici e musicisti lo considerano un pioniere che ha ampliato le possibilità espressive della tromba nel jazz.
Affetto da una grave malattia renale, Booker Little morì a soli 23 anni a New York. Nonostante la sua breve vita, la sua produzione musicale continua a influenzare generazioni di musicisti e appassionati di jazz. 

100 Brani Jazz #6

Sesta selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Django di Modern Jazz Quartet, Compared To What di Les McCann, Red Clay di Freddie Hubbard, Ruby, My Dear di Thelonious Monk, April in Paris di Count Basie, Bitches Brew di Miles Davis, Twisted di Lambert, Hendricks & Ross, Maiden Voyage di Herbie Hancock, Mood Indigo di Duke Ellington e St. Louis Blues di Louis Armstrong.

Ascolta su Radioscalo

John Hiatt — Mystic Pinball (2012)

Sono trascorsi quasi quarant’anni dalla sua prima pubblicazione “Hangin’ Around the Observatory” targata 1974, in mezzo ci sono vent’uno dischi, alcuni memorabili come Bring the Family del 1987 e il successivo Slow Turning del 1988, altri ottimi come Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e The open Road, alcuni sufficienti, tra gli ultimi Same Old Mandel 2008. Ora, dopo la sua ultima prova Dirty Jeans and Mudslide Hymns dell’anno scorso, disco che non ho avuto il piacere di ascoltare, ritorna con questo Mystic Pinball ed è ancora buona musica.

Hiatt è un grande scrittore, le sue canzoni ne sono la testimonianza. La sua peculiarità è proprio quella di adattare il suono, le note alle parole dei testi che tanto facilmente e soprattutto bene gli riescono. Detto questo è chiaro che la musica non diventa primaria nel suo modo di comporre. Ha il grande dono di saper creare personaggi, di saper risaltare le loro debolezze, la loro disperazione e occasionalmente i loro momenti felici, e tutto questo riesce a farlo con un senso dell’umor assai marcato. Le sue canzoni sono fatte di parole e immagini contornate da musica e anche questo suo ultimo lavoro ne è il chiaro esempio.

In Mystic Pinball, Hiatt esplora i temi della quotidianità affettiva come l’amore, il tradimento, la perdita e la felicità. Temi che per un sessant’enne (compiuti il venti agosto scorso) possono risultare forse “fuori tempo” ma è la sua anima “giovanile” ad avere il sopravvento e probabilmente anche quella che lo fa rigenerare di volta in volta.

Dodici i brani presenti con ballate, chitarre e pianoforte tra i marcatori dell’album. Un disco nel suo genere senza particolari rivelazioni, senza nessun azzardo. Forse qualcuno si aspettava qualcosa di più, forse l’uscita dei suoi album andrebbe un po’ diradata, forse… va bene comunque.

I fans saranno contenti lo stesso, gli altri meno.

Phil Urso, l’estro del sassofono

Il 2 ottobre 1925 nasce a Jersey City, nel New Jersey Philip Urso detto Phil uno dei sassofonisti più estrosi e apprezzati della seconda metà del Novecento, noto soprattutto per la sua collaborazione con il trombettista Chet Baker negli anni ’50.
Nato a Jersey City, New Jersey, Urso si trasferì con la famiglia a Denver, Colorado, durante l’infanzia. Iniziò a suonare il clarinetto all’età di 13 anni, per poi passare al sassofono tenore durante il liceo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, prestò servizio nella Marina degli Stati Uniti e sopravvisse a un attacco aereo giapponese nel 1943. Dopo la guerra, si stabilì a New York nel 1947, dove iniziò la sua carriera musicale professionale.
Negli anni ’50, Urso collaborò con importanti figure del jazz come Elliot Lawrence, Woody Herman, Jimmy Dorsey, Terry Gibbs, Miles Davis e Oscar Pettiford. Nel 1955 iniziò una lunga collaborazione con Chet Baker, partecipando a numerose registrazioni per l’etichetta Pacific Jazz. Il suo stile, influenzato da Lester Young, si caratterizzava per un fraseggio morbido e raffinato, tipico del cool jazz.
Negli anni successivi, Urso si trasferì a Denver, dove continuò a esibirsi a livello locale fino agli anni 2000. Nel 2002, registrò l’album Salute Chet Baker con il trombettista Carl Saunders, un tributo al suo storico collaboratore. Phil Urso è deceduto il 7 aprile 2008 a Denver, all’età di 82 anni. 

Don Cherry

Don Cherry, un candido, geniale folletto della nuova musica, partito dai quartetti di Coleman e poi spintosi in solitudine alla ricerca di contaminazioni spirituali e musicali con temi e filosofie dell’Oriente. Don Cherry era un musicista dal disarmante sorriso, una figura dolce e poetica, di spontanea e naturale vitalità. Era antiaccademico, non conosceva bene la notazione musicale, cercava piuttosto l’utopia della libertà assoluta, paragonabile a quella di un bambino che gioca con le note e i suoni fino a ricreare ogni volta daccapo una musica organica e innocente, di fragile ma spesso vertiginosa bellezza. Era un autodidatta, ma come cornettista acidulo, dotato di un lirismo bruciante alla Bix Beiderbecke, è stato fino a oggi il più audace fra i trombettisti che hanno cercato di emanciparsi dai cliché dell’inflazionato be-bop. Come cantante cordiale e melodico, legato a un folk multietnico che spaziava dall’Africa all’Oriente, Cherry evocava certi timbri vocali alla Bob Marley, pur senza cantare reggae.
Poi col piano, le percussioni, il doussn’ gouni e altri strumenti etnici pescati un po’ ovunque, sapeva sempre cogliere segrete vibrazioni della musica, senza essere mai pittoresco. Nella sua carriera ci sono diversi periodi felici. Anzitutto la stagione piú jazzistica, sulla West Coast degli anni Cinquanta, prima come allievo-girovago di figure mitiche come Wardell Gray e Dexter Gordon. Poi, finalmente, la straordinaria rivoluzione del free a fianco di Ornette Coleman e, a partire dal 1957, un’epoca fervida di capolavori come Tomorrow Is a Question, The Shape of Jazz to Come, Change of a Century o il disco-manifesto Free Jazz.
Altre eccitanti tappe discografiche: The Avant-garde, con John Coltrane, Evidence, con Steve Lacy, Our Man in Jazz, con Sonny Rollins, i tre bellissimi dischi Blue Note a suo nome con Gato Barbieri e Pharoah Sanders, i duetti con Eddie Blackwell della serie Mu, l’opera jazz Escalator over the Hill di Carla Bley, il primo capitolo della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, i dischi con Dollar Brand e con l’Organic Music Theatre, fino ai vagabondaggi europei degli anni Settanta, da nomade con famiglia al seguito. Dalla base svedese in una vecchia scuola abbandonata, con la moglie lappone Moki, il figlioletto Eagle Eye (diventato oggi un cantautore rock di successo) e l’adorata figliastra Neneh (non ancora la brillante vocalista soul-rap Neneh Cherry di oggi), Don si spostava col suo spettacolo colorato, ricco di stimoli sonori e visivi, da universo multirazziale senza confini. Ma l’utopia del polistrumentista meticcio s’infranse gradualmente col ritorno in America, alla fine degli anni Settanta.