Sam Amidon – Salt River (2025)

Recensioni 2025

Amidon, originario del Vermont e residente a Londra, è un cercatore di melodie tradizionali, e non solo, reinterpretate attraverso il prisma del folk, del jazz e della musica classica, che sono il suo pane quotidiano. Prendiamo il pezzo forte dell’album, la tradizionale ballata appalachiana “Golden Willow Tree”. Amidon reinterpreta il canto marinaro come un brano da conservatorio contemporaneo, con un’interpretazione minimalista che è enigmaticamente feroce. Altrove, “I’m On My Journey Home” ripropone la canzone popolare del New England del XVIII secolo, attraverso le deliziose percussioni di Philippe Melanson e lo squisito sintetizzatore del produttore Sam Gendel. Le sue texture sono tanto meravigliose quanto sorprendenti. In effetti, in Salt River, l’inventiva abbonda. “Big Sky” di Lou Reed, l’inno rock che chiudeva “Ecstasy ” del 2000, è disteso sulla tela con un effetto sbalorditivo. Allo stesso modo, ricavano una ninna nanna in stile Sesame Street dalla sperimentale “Ask The Elephant” di Yoko Ono.
Roba fantastica.

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Clare Fischer, il pianista che mescola jazz e classica

Il 22 ottobre 1928 a Durand, nel Michigan, nasce il pianista, organista, compositore e arrangiatore Clare Fischer. Pianista e direttore d’orchestra statunitense, noto per la sua versatilità e per l’abilità nel fondere jazz, musica classica, ritmi latini e brasiliani. La sua carriera, durata oltre sei decenni, ha influenzato profondamente il panorama musicale internazionale.
Nato a Durand, Michigan, Fischer si laureò in composizione alla Michigan State University. Negli anni ‘50, divenne pianista e arrangiatore per il gruppo vocale The Hi-Lo’s, esperienza che influenzò profondamente il suo stile armonico. Negli anni ’60, collaborò con artisti come Donald Byrd e Dizzy Gillespie, e si distinse per le sue registrazioni di jazz latino e bossa nova, tra cui il brano “Morning”, considerato un classico del Latin Jazz.
Negli anni ‘70, fondò il gruppo “Salsa Picante”, con cui vinse un Grammy Award nel 1981 per l’album 2+2. Parallelamente, intraprese una carriera come arrangiatore per artisti pop e R&B, collaborando con Prince, Paul McCartney, Michael Jackson, Chaka Khan e molti altri.
Fischer era noto per la sua capacità di integrare elementi di jazz, musica classica e ritmi latini. Le sue composizioni, come “Pensativa” e “Morning”, sono diventate standard del jazz. Il suo lavoro ha influenzato numerosi musicisti, tra cui Herbie Hancock, che lo ha citato come una delle sue principali influenze armoniche.
Durante la sua carriera, Fischer ricevette undici nomination ai Grammy Awards, vincendone due: uno nel 1981 per l’album 2+2 e uno postumo nel 2013 per Music for Strings, Percussion and the Rest

Vento nel Vento – Lucio Battisti (1972)

“Vento nel vento”, come tutti i brani del primo Lucio Battisti è stata scritta insieme a Mogol, e fa parte dell’album Il mio canto libero. È un brano intenso, poetico, malinconico e profondamente introspettivo.
“Vento nel vento” parla della perdita di un amore, o più precisamente del vuoto emotivo lasciato da una relazione finita. È un brano sulla disillusione, sul sentirsi travolti da qualcosa che non si riesce a controllare, proprio come il vento. La voce narrante racconta la sua fragilità, la confusione, e la mancanza di senso che prova dopo essere stato lasciato.
Simbolicamente il vento è usato come simbolo della fugacità, dell’instabilità e dell’assenza di controllo. Tutto passa, tutto vola via, come il vento. Anche i sentimenti più profondi possono disperdersi.
La musica è malinconica ma intensa, con una struttura che cresce lentamente, seguendo l’evoluzione emotiva del testo. La voce di Battisti è carica di dolore trattenuto, rendendo ancora più potente il messaggio.
“Vento nel vento” è un brano sulla vulnerabilità emotiva che segue la fine di un amore. Parla del sentirsi vuoti, soli e sopraffatti, in balia delle emozioni. Una delle espressioni più poetiche e dolorose del Battisti più introspettivo.
Il compianto Ernesto Assante considera questo brano come una delle canzoni italiane più belle mai scritte, una struggente ballata che parla di un amore che salva un uomo, annulla la solitudine, fa scomparire le paure, le sofferenze e spinge verso una rinascita.
Difficile non restare emozionati, difficilissimo non cogliere il perfetto bilanciamento tra passato e presente, la modernità dello stile di Battisti portata in una dimensione melodica apparentemente tradizionale, esaltata dalla parte orchestrale.

Bob Dylan: i suoi album #6

Highway 61 Revisited (1965)

Viaggio con direzione ignota
Dylan è stanco di suonare canzoni che non vorrebbe suonare. Poi scrive “un lungo pezzo di vomito” e tutto cambia.

“Highway 61 Revisited” è il sesto album in studio di Bob Dylan, pubblicato nell’agosto del 1965, pochi mesi dopo Bringing It All Back Home. È considerato uno dei suoi capolavori assoluti e uno degli album più influenti della storia del rock. Diversamente dal suo predecessore che aveva un lato acustico, questo album è interamente dominato da strumenti elettrici, segnando la definitiva transizione di Dylan dal folk al rock. La produzione è cruda e diretta e le registrazioni, avvenute a New York, catturano l’energia istintiva delle performance dal vivo.
“Highway 61” è una strada storica americana che attraversa il sud degli Stati Uniti, simbolo di fuga, trasformazione e tradizione blues (è anche chiamata la “Blues Highway”). Dylan stesso è cresciuto vicino a questa strada, nel Minnesota.
Questo album consolidò Dylan come poeta del rock, influenzando artisti come The Beatles, The Rolling Stones, e tutta la generazione del rock psichedelico. È stato inserito in numerose classifiche tra i migliori album di tutti i tempi (Rolling Stone lo ha spesso messo nella top 10).
E’ difficile dire se si tratti del più bel disco di Dylan. Di sicuro è quello più importante, più completo, un manifesto visionario, una boa intorno alla quale è girato il vento di tutto il mondo del rock alla metà esatta del decennio d’oro della musica popolare, il 1965.
Il disco è un racconto irripetibile di visioni che raffigurano l’altra America, quella della strada, dei vicoli bui e malfamati, dei sogni infranti e dei viaggi. La svolta elettrica già iniziata precedentemente, raggiunge la maturazione con questo album, gemme come “Like a rolling stone” (una, se non la, canzone più bella di tutti i tempi), Desolation row e Ballad of a thin man, riempiono di fremiti anche gli animi più insensibili alle sonorità rock. I testi sono veri propri intuizioni poetiche. In questo disco Dylan riesce a coniugare vibrazioni elettriche, ritmo, istinto di fuga, con un’alta e ambiziosa densità letteraria. La forza devastante di questa “sintesi” deriva dalla sua ricchezza di linguaggio, figlio della grande tradizione americana, sia quella dei poeti Whitman e Ginsberg, sia dei menestrelli folk come Woody Guthrie.
Highway 61 Revisited è stato un disco “boa”; la musica popolare sta svolgendo il ruolo profondo e sublime della poesia, Dylan porta il rock al rango della grande letteratura, e si rivolge efficacemente allo stesso tempo a milioni di persone.
Uno schiaffo di incomparabile bellezza.

Red Richards, il pianista dalla matrice stride

Il 19 ottobre 1912 nasce a Brooklyn, New York, il pianista Charles Richards, più conosciuto dagli appassionati di jazz come Red Richards.
Red Richards, è stato un pianista jazz statunitense noto per il suo stile swing e stride. Ha avuto una carriera musicale che si è estesa per oltre sei decenni, collaborando con numerosi artisti di rilievo e lasciando un’impronta significativa nel panorama jazzistico.
Richards iniziò a studiare pianoforte classico all’età di dieci anni, ma a sedici anni si orientò verso il jazz dopo aver ascoltato Fats Waller. Il suo primo ingaggio professionale importante fu con Tab Smith al Savoy Ballroom di New York dal 1945 al 1949. Successivamente, collaborò con Bob Wilber (1950–51) e Sidney Bechet (1951). Nel 1953, partecipò a una tournée in Italia e Francia con la band di Mezz Mezzrow, suonando al fianco di Buck Clayton e Big Chief Moore, e accompagnando Frank Sinatra in Italia. 
Negli anni successivi, suonò con Muggsy Spanier, Fletcher Henderson e Wild Bill Davison. Nel 1960, formò il gruppo Saints & Sinners con Vic Dickenson, attivo fino al 1970. Negli anni ’70 e ’80, collaborò con artisti come Eddie Condon, Panama Francis e i Savoy Sultans, esibendosi in tutto il mondo. 
Red Richards era noto per il suo stile pianistico che combinava elementi di stride e swing, ispirandosi a pianisti come Fats Waller e James P. Johnson. La sua tecnica includeva una mano sinistra “rolling” e una profonda comprensione della storia del pianoforte jazz, che gli permetteva di esprimersi con sensibilità sia come accompagnatore che come solista.
Richards continuò a suonare fino alla sua morte, avvenuta il 12 marzo 1998 a Scarsdale, New York.

Mavis Staples — One True Vine (2013)

A sei anni dall’ottimo Well never turn back e a tre dal buon You are not alone, ritorna Mavis Staples con “One True Vine”, quattordicesima incisione della sua ultra quarantennale carriera.
Da cantante gospel qual’è, è ancora la fede il comune denominatore dei suoi testi, ma è sempre la sua meravigliosa voce a renderli superlativi. A fronte dei suoi settantaquattro anni, la Mavis non mostra segni di decadimento ma anzi, come i migliori vini rossi, migliora col tempo.
Continuando la collaborazione artistica con Jeff Tweedy leader dei Wilco, iniziata con “You Are Not Alone” nel 2010, di cui è produttore, anche questa volta la Staples riesce a dare il meglio di sé. Fin dalle prime note è palpabile la passione religiosa per il Vangelo e il suo credo incrollabile ma è poi la sua voce e il feeling che riesce a creare che sanno rendere grandi le canzoni e farle apprezzare anche ai più atei ed agnostici. E’ proprio questa la grandezza dell’artista, una donna che sa esattamente come trovare l’anima di ogni lirica e consegnarla con estrema naturalezza, sincera ed onesta.
L’album cresce di ascolto dopo ascolto, ha un effetto magico che riesce a trasportare e soprattutto ad elevare anche lo spirito meno sensibile… che poi è quello che la buona musica dovrebbe fare, e (anche) in questo disco, la Grande Mavis Staples colpisce in pieno. One True Vine è un ottimo disco ed è soprattutto consigliato alle anime in cerca di pace.

Bob Mould – Here We Go Crazy (2025)

Recensioni 2025

Fin dai tempi degli Hüsker Dü, Mould ha cercato di cogliere momenti di chiarezza dai tumulti e dal malessere personali. Invecchiando, questa ricerca ha assunto una connotazione sempre più zen (quando canta “Riesco a sentire il chiacchiericcio di una ciotola d’avorio rotta”, non può fare a meno di sembrare un koan monastico), anche se la sua salute emotiva è diventata sempre più legata al clima sociale e politico. Dopo il malconcio Blue Hearts del 2020, Here We Go Crazy è esplicitamente concepito come una risposta ai disordini dell’inizio del 2025. Fortunatamente, il cupo clima nazionale non sminuisce l’esuberanza power-pop di Mould. Come un artigiano i cui strumenti sono melodie zuccherine e riff di chitarra forti e scricchiolanti, Mould è un maestro con pochi eguali; in tutto il nuovo album evoca con sicurezza ritornelli orecchiabili e brividi viscerali, supportato dalla sua sezione ritmica di lunga data composta dal batterista Jon Wurster e dal bassista Jason Narducy.
Tra i miei musicisti preferiti.

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Storia della musica: dal blues agli anni duemila #11

11 – I Velvet Underground

Non è solo per l’importanza rivestita nella storia del rock che i Velvet Underground si guadagnano sul campo un capitolo a sé, ma anche per l’impossibilità di inserire la loro musica in un qualsiasi filone musicale degli anni ’60: con un po’ di sforzo si può stabilire un nesso con la psichedelia, solo che qui le derive psichedeliche sono legate all’assunzione di eroina, non di Lsd, e i luoghi non sono le spiagge assolate dalla California ma le strade pulsanti di New York: e lo stesso pulsare ossessivo e frenetico, ricorre come un mantra in pezzi come “Heroin” e “Run Run Run” lungo i solchi dell’esordio “Velvet Underground & Nico” (1967) alternandosi però con nonchalance alla dolce decadenza pop di “Sunday Morning” e “I’ll be Your Mirror” o alle oscure atmosfere di “All Tomorrow Parties”.
Questo accostamento d’opposti inedito, tra pop ed avanguardia, rock americano ed espressionismo europeo weilliano è il frutto dell’incontro tra due soggetti altrettanti diversi: Lou Reed, già paroliere per la Pickwick Records, musicista ed appassionato doo-wop con una certa predisposizione e curiosità per le avanguardie e John Cale, che da quelle avanguardie proviene, studi classici alle spalle e trascorsi al fianco di La Monte Young e John Cage, e una certa attrazione per il rock. Se i due sono l’asse portante del gruppo, la line-up definitiva si completa con l’aggiunta di Sterling Morrison alla chitarra e Maureen Tucker alla batteria.
Il gruppo, avanti anni luce rispetto alla stragrande maggioranza dei contemporanei, sfugge al rischia di rimanere un fenomeno puramente underground grazie al provvidenziale incontro con Andy Warhol nel 1965: Warhol diventa manager del gruppo e produce il debutto omonimo, ideando però la celebre cover con la banana e attirando sul gruppo la curiosità della stampa.
Non solo, allo scopo di accentuare l’aura decadente del gruppo gli affianca la spettrale voce della modella tedesca Nico, (inizialmente accolta con una certa titubanza dagli altri membri del gruppo), cui spetterà l’interpretazione di alcuni dei pezzi più belli dell’esordio, uno tra tutti la splendida “Femme fatale”.
La musica del gruppo resta comunque troppo rivoluzionaria per il grande pubblico e il disco resta un fenomeno relativamente sconosciuto per molti anni: incredibile è però l’influenza esercitata dal gruppo sulle leve future nell’anticipare il nichilismo che sarà del punk del ’76, le atmosfere decadenti che saranno riprese da molti gruppi new wave e goth, l’introduzione del feedback all’interno della struttura della canzone rock (e pop), ragion d’essere del futuro movimento noise-rock e di tutti coloro che, sulle orme dei Velvet, lo utilizzeranno per la creazione di molti mantra sonori. L’influenza del gruppo è incalcolabile e riveste per l’indie rock la stessa importanza che ebbero i Beatles per lo sviluppo del pop-rock inglese e questo nonostante l’esiguità della produzione del gruppo: due soli dischi con la formazione originaria , con il secondo, “White Light White Heat” (1967), già orfano di Nico e poi altri due dischi senza Cale (sostituito da Doug Youle), con “Loaded”, inciso per la Atlantic, a chiudere la breve saga del gruppo, virando peraltro verso il pop e il glam di cui Reed diviene nei primi ‘70 uno dei massimi protagonisti, trovando un punto d’incontro tra il decadentismo del gruppo e quella del movimento Inglese e l’ennesimo capolavoro, quel “Transformer” che inaugura la collaborazione con Bowie/Ziggy Stardust e lancia la carriera solista di Reed: una carriera che passa anche per l’estremismo noise di “Metal Machine Music” (1975), inascoltabile affastellamento di rumori che porta ai suoi estremi gli spunti dei Velvet.
Anche gli altri membri del gruppo, in particolare Nico e John Cale, portano avanti brillanti carriere soliste: la prima raggiunse il suo apice col gotico “The Marble Index” (1969), disco oscuro e ricco di elementi classici, in cui il rock è ormai un ricordo lontano e dove si viaggia, se mai, dalle parti dello Scott Walker più moribondo. Il disco è prodotto proprio da Cale, che dopo un disco di stampo più tradizionale come “Vintage Violence” (1970) si trova a collaborare col compositore minimalista Terry Riley in “Church of Anthrax” (1971), disco quasi interamente strumentale e probabilmente lavoro più avanguardistico della sua carriera.
Dopo aver ondeggiato a lungo tra tradizione e avanguardia, Cale trova il centro incidendo dischi che mantengono un aspetto sperimentale per quanto riguarda gli arrangiamenti (e in gran parte anche i costumi di scena indossati negli anni ’70) ma una struttura relativamente classica e cantautoriale nella sostanza, toccando con “Music For A New Society” (1982) il punto più alto della sua carriera discografica solista. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Alphonso Trent, il piano e la direzione

Il 14 ottobre 1959 a Fort Smith, in Arkansas muore il pianista e direttore d’orchestra Alphonso Trent.
Alphonso E. “Phonnie” Trent è stato un pianista jazz e bandleader statunitense, noto per aver guidato una delle più raffinate “territory bands” del Sud-Ovest degli Stati Uniti tra gli anni ’20 e ’30. Sebbene oggi sia meno conosciuto, la sua orchestra fu considerata all’avanguardia per l’epoca, influenzando profondamente lo sviluppo del jazz orchestrale.
Nato a Fort Smith, Arkansas, in una famiglia della classe media, Trent iniziò a studiare pianoforte fin da giovane. Durante l’adolescenza suonò in diverse band locali e, nel 1923, si unì al gruppo Synco Six di Eugene Cook, assumendone presto la leadership .
Nel 1925, la Alphonso Trent Orchestra ottenne un ingaggio all’Adolphus Hotel di Dallas, Texas, che si protrasse per 18 mesi—un record per un’orchestra afroamericana dell’epoca. Durante questo periodo, la band fu la prima formazione nera a essere trasmessa regolarmente via radio su WFAA, raggiungendo un vasto pubblico negli Stati Uniti centrali e in Canada .
La band era nota per la sua precisione, l’attenzione alla qualità del suono e l’innovazione negli arrangiamenti. Tra i musicisti che vi militarono figurano nomi illustri come Stuff Smith, Charlie Christian, Snub Mosley, “Sweets” Edison e Peanuts Holland .
Nonostante il successo, Trent preferì rimanere nel Sud-Ovest, evitando le grandi città della East Coast. Dopo lo scioglimento della band nel 1934, tornò alla musica nel 1938 con una nuova formazione, continuando a esibirsi fino agli anni ’50 .

Beck – Mellow Gold (1994)

Immaginate di aver messo Syd Barrett a vivere in un ghetto di qualche metropoli americana e di avergli fatto sentire, in maniera intensiva, rap, hip hop e anche un pizzico dell’eredità attuale delle Mothers zappiane, unito a buone dosi di musica roots. In Beck Hansen (Los Angeles, 1970, figlio d’arte) il gusto per la psichedelia e il folk stralunato trovano una incarnazione entusiasmante. In generale, nella scia del pop d’autore, quella che nel tempo ha generato talenti al di qua e al di là dell’Oceano (qualche nome: Costello, Bacharach, Hazlewood), si insinua un interesse inedito per gli strumenti artigianali della tecnologia, soprattutto quelli analogici.
È chiaro, nella coralità di pezzi come Derelict o Tropicalia c’è molto di più di qualsiasi riferimento “puro”: essenzialmente, una curiosità inesausta per tutto ciò che si muove musicalmente e un talento di scrittura toccato dalla mano di Dio. Beck è un personaggio modernissimo e per certi versi arcaico, un raccordo sicuro fra le esperienze del passato e le manipolazioni attuali, l’ultima grande figura che sa sposare le tradizioni country-blues con inflessioni di ogni tipo, partendo dagli scossoni del post punk. Pratica taglia-e-cuci underground e “autogestione”, che si svilupperà nel tempo con album quali Stereopathetic Soul Manure (1994) e vedrà confronti altrettanto interessanti con le origini in One Foot In The Grave (in realtà le primissime incisioni del Nostro) e Odelay (1996). L’album d’esordio dell’artista americano vede la nascita di una vera e propria attitudine diversa nel concepire la musica rock, che si può definire senza grandi rischi epocale.

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