Storia della musica: dal blues agli anni duemila #20

20 – Dallo ska al reggae

Il reggae vive essenzialmente di due storie parallele, una giamaicana e una inglese: storie speculari ed invertite perché se in Giamaica nasce prima lo ska e poi, gradualmente, si arriva al reggae, in Inghilterra succede l’esatto contrario, poiché prima (aldilà di un’effimera moda ska sul finire dei ’60) si afferma il reggae di Bob Marley, poi, in un’ondata di revival, si riscopre lo ska, da cui l’equivoco, ancora molto diffuso, che lo ska venga dal reggae.
Per trovare un filo nell’intricata vicenda la cosa migliore è partire dalle origini; luogo e periodo: la Giamaica dei primi anni ’60, fresca d’indipendenza, che comincia a coniare una propria musica popolare, lo ska, appunto; la line-up tipica dello ska è uno strano abbinamento di strumenti elettrici tipici del rhythm’n’blues e fiati in parte legati alla tradizione jazz: sassofono, tromba e trombone; lo stile di musica è uno strano incrocio tra il jump blues ed il mento, musica tradizionale giamaicana altamente sincopata.
Fortemente influenzata dalla scena musicale americana, da cui provengono i 45 giri rhythm’n’blues suonati dai sound systems che animavano le feste del ghetto di Kingston: i giamaicani hanno una predilezione per le musiche con una forte componente boogie, come il jump blues e certo rhythm’n’blues degli inizi, appunto e quando questi suoni vengono abbandonati dalle band americane, i proprietari dei sound systems come Clement «Coxsone” Dodd e Duke Reid fanno una cosa molto logica: formano le proprie label e cominciano a registrare e produrre sul posto la musica che non viene più prodotta in America.
In breve tempo il suono comincia a farsi più personale e a fondere gli stili originari, il mento e rhythm’n’blues innanzi tutto; proprio da quest’incrocio nasce il caratteristico beat in levare che diviene segno caratteristico dello ska e di tutti i suoi derivati: suonare gli accordi in controbattuta era elemento stilistico tipico del mento ma è con la fusione col r’n’b, con la sua caratteristica enfasi sull’elemento ritmico, che si crea la miscela perfetta.
Le prime stelle dello ska sono Laurel Aitken, Prince Buster, Desmond Dekker (che con “The Israelites”, nel 1969, farà scoppiare nel Regno Unito una fugace moda dello ska), Toots & the Maytals, e i Wailers di Bunny Wailer, Pete Tosh e Bob Marley. Caso a parte è costituito dagli Skatalites, non solo esponenti di primo piano della scena ska originaria ma anche backing band fissa dello Studio One, seminale studio di registrazione di proprietà del già citato Coxsone Dodd.
La popolarità dello ska crolla bruscamente nell’estate del 1966: un’estate eccezionalmente calda convince gli interpreti ska a rallentare drasticamente i ritmi d’esecuzione: nasce così il rocksteady, versione rallentata dello ska, basso in primo piano e trombone rimpiazzato dal piano: se i Wailers si adattano facilmente al nuovo stile altri gruppi vengono rimpiazzati dalla nuova ondata di interpreti e gruppi, di cui fanno parte, tra gli altri, Heptones, Dominoes, Alton Ellis e Ken Boothe.
Rispetto allo ska il rocksteady è musicalmente più vicino al soul e al doo-wop, vantando una maggior cura per le armonie e le parti vocali e anteponendo in parte la melodia al ritmo; non solo: temi sociali e politici cominciano ben presto a fare capolino nei testi.
È evidente la funzione di congiunzione con il reggae, in cui questi elementi vengono accentuati e portati a maturazione: succede nei primi anni ’70, quando il suono rallenta ulteriormente, la religione Rasta assume un ruolo centrale nella musica e il cantante diviene una sorta di predicatore del culto di Jah. I dischi più importanti, usciti nel corso degli anni’70, sono in gran parte firmati da ex-wailers: Bunny Wailer con “Blackheart Man” (1976), Pete Tosh con “Legalize” (1976), ma soprattutto Bob Marley, per la prima volta senza i suoi due compari storici nel 1974 con “Natty Dread”, disco che lo porterà ad un successo stellare e a divenire la prima stella internazionale del reggae.
Figure centrali del reggae delle origini sono anche Burning Spear e Augustus Pablo, nei cui dischi la matrice reggae convive felicemente con un altro derivato del rocksteady: il dub, genere che rientra nella vasta categoria degli stili inventati dai produttori. Nel 1967 i produttori dei sound system cominciano a rimaneggiare, sovraincidere e remixare in studio i singoli rocksteady per farne versioni strumentali su cui i toasters (i dj giamaicani) parlano ed improvvisano nuove parti vocali: è la nascita del toasting, antenato del rap e antefatto del dancehall. Nel frattempo un ingegnere del suono, King Tubby che presto comincia a sperimentare con le tracce strumentali, utilizzando la console come un vero e proprio strumento ed esasperando riverberi ed echi: il dub, col suo suono cavernoso e sommerso, è nato.
Bisogna aspettare qualche anno comunque perché compaiano i primi dischi interamente dub, con l’uscita nel 1973 di “Blackboard Jungle Dub” dello stesso Tubby e di “Double Seven”, disco del 1974 era firmato dall’altro grande produttore dub: Lee “Scratch” Perry.
Anche in Inghilterra, dove 20 anni dopo sarà elemento-chiave per lo sviluppo del suono del trip-hop di Bristol, il dub attecchisce e la scena viene portata avanti e mantenuta viva durante gli anni’80 da artisti come Mad Professor ed AdrianSherwood.
Il merito va in gran parte ad un’etichetta che, fin dai tardi anni ’60 inizia a promuovere e distribuire la musica Giamaicana nel continente: si tratta della Island, label già dietro all’importazione dei primi singoli ska-rocksteady come “Al Capone” di Prince Buster e “The Israelites” di Desmond Dekker (responsabile della già citata moda passeggera dello ska di fine ‘60), promuovendo i dischi dei Wailers prima e di Bob Marley poi e diffondendo, in ultimo, appunto, i primi dischi dub.
Un’opera di divulgazione della musica giamaicana che attecchisce in modo formidabile sulle uggiose coste Inglesi: dalla scena dub autoctona ad invenzioni dei primi anni’90 come trip-hop e drum’n’bass, passando per il revival ska a cavallo tra ’70 ed ‘80, sono innumerevoli i frutti dati da quei primi seminali dischi.
Non che in Giamaica non succeda niente: all’inizio dei ‘70 si festeggiano i primi vagiti del dancehall, il toaster sempre più lanciato nel sovrapporre parole e melodie sulle note dei classici dello ska e del rocksteady, Techniques, Heptones, John Holt, Wailers e Dennis Brown tra i “campionamenti” più illustri. Curiosa l’origine del nome che, per gli infuocati toni utilizzati, sessisti, omofobi e violenti, spesso questi pezzi venivano censurati dalle radio e la pista da ballo (il dancehall) diveniva l’unico luogo in cui era possibile ascoltarli.
Il pioniere è U-roy: suo il primo singolo dancehall a salire in cima alle classifiche, nel 1970, quel “Wake the Town” costruito sulle note di “Girl I’ve Got a Date” di Alton Ellis; segue un’orda di discepoli, primi fra tutti Dennis AlCapone, I-Roy e soprattutto Big Youth, vale a dire colui che a metà anni ’70 spodesta dal trono di re del genere lo stesso U-roy, prima col geniale singolo del 1972 “S 90 Skank”, frutto dell’intuizione geniale del produttore Keith Hudson di portare una motocicletta in studio per poterne campionare il rombo, poi col disco “Screaming Target” (1973), una delle espressioni migliori di un suono che in Giamaica spopolerà per tutti gli anni’70.
Nei primi anni ’80 ritmi e melodie si fanno più orecchiabili e s’incomincia a parlare di rub-a-dub: parte una nuova trafila di personaggi di successo come Clint Eastwood, Dillinger e, soprattutto, Yellowman, probabilmente il cantante dancehall di maggior successo degli anni’80. Sempre negli anni’80, in particolare nel 1985, avviene una svolta decisiva, legata in gran parte ad un’intuizione di Wayne Smith: quella di sostituire una tastiera Casio al solito disco rocksteady/roots in “Under Me Sleng Teng”; l’intuizione fulminante fa immediatamente proseliti e segna la nascita del ragamuffin. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Herb Flemming

Il 5 aprile 1898 nasce a Honolulu, nelle Hawaii, il trombonista Herb Flemming, registrato all’anagrafe con il nome di Niccolaiih El Michelle.
Herb Flemming è un musicista jazz noto per uno stile essenziale e profondamente radicato nella tradizione afroamericana, capace di dialogare con il linguaggio contemporaneo. Cresciuto musicalmente ascoltando i grandi maestri del jazz classico e moderno, ha sviluppato un approccio che unisce rigore formale e libertà espressiva, ponendo al centro l’improvvisazione come strumento narrativo.
Nel corso della sua carriera, Flemming si è distinto per una ricerca sonora attenta alle dinamiche del gruppo e alla qualità del fraseggio, privilegiando un jazz fatto di ascolto reciproco, spazi e tensioni sottili. Ha collaborato con numerosi musicisti della scena jazz, partecipando a festival, rassegne e sessioni live in cui il dialogo musicale diventa esperienza condivisa.
La sua musica rifugge l’eccesso virtuosistico per concentrarsi su atmosfera, ritmo e profondità emotiva, restituendo un jazz sobrio ma incisivo, capace di raccontare storie senza bisogno di parole. Oggi Herb Flemming è considerato una voce coerente e riconoscibile, apprezzata per autenticità e fedeltà allo spirito originario del jazz.

Bob Dylan: i suoi album #16

The Basement Tapes (1975)

Nello scantinato di una grande casa di campagna, con un gruppo di amici e un cane sdraiato sul pavimento, prende vita il primo disco lo-fi della storia.

Bob Dylan e la Band crearono musica nello stato di New York nel 1967, unendo il talento unico dei due musicisti alla rilassatezza tipica dell’ambiente idilliaco in cui si trovavano, per creare qualcosa di magico. Gran parte del mondo ascoltò questa musica prima di qualsiasi pubblicazione ufficiale tramite bootleg. Infine, nel 1975, i partecipanti ci diedero la loro versione ufficiale con l’uscita del doppio album “The Basement Tapes” .

Anche se quasi tutto il materiale registrato dalla Band e da Dylan in quel periodo è ora ufficialmente disponibile, la musica continua ad affascinare con un’aura di stranezza e mistero. Scopriamo come il bootleg più famoso del mondo è finalmente diventato ufficiale.

Nel 1967, Dylan si era completamente ripreso dall’incidente in moto dell’anno precedente e si trovava a Woodstock, New York. Invitò i suoi amici della Band (anche se non si chiamavano ancora così), che erano ancora sul suo libro paga dopo averlo accompagnato nei tour incendiari del 1965 e del ’66. Tre membri della Band (Richard Manuel, Garth Hudson e Rick Danko) si trasferirono in una casa che chiamarono “Big Pink” nella vicina West Saugerties. Robbie Robertson e Dylan si univano a loro ogni giorno per fare musica.

Lo scopo apparente di queste registrazioni era quello di sfornare demo per la pubblicazione, che avrebbero permesso a Dylan di ricavare qualche spunto dalle registrazioni di altri suoi brani. Sebbene alcuni brani siano nati in questo modo (“This Wheel’s on Fire”, “The Mighty Quinn”, “You Ain’t Goin’ Nowhere”, per citarne alcuni che altri hanno ripreso poco dopo la loro pubblicazione), la maggior parte della musica che questi musicisti stavano producendo era troppo volutamente strana e oscura per essere trasformata in canzoni pop.

Mentre i nastri venivano passati a editori e amici, ne venivano fatte copie clandestinamente. Queste copie alla fine arrivavano ai negozi di dischi e ai venditori indipendenti, solitamente con il titolo ” Great White Wonder”. I bootleg divennero così diffusi che la musica venne addirittura recensita da importanti riviste come Rolling Stone, nonostante la qualità audio a volte fosse scadente e nessuno dei partecipanti ne avesse autorizzato la pubblicazione.

Facciamo un salto al 1975. L’anno precedente, Dylan e la Band avevano partecipato insieme a uno dei primi mega-tour della storia del rock. Era quindi giunto il momento di rispolverare le canzoni del ’67 e di dar loro una degna pubblicazione. Robertson esaminò ore e ore di registrazioni per prepararle a un doppio album. The Basement Tapes uscì nel giugno del 1975, con una copertina memorabile che vedeva Dylan, la Band e un’ampia varietà di personaggi.

Quando i fan che conoscevano il bootleg ascoltarono The Basement Tapes, notarono alcune differenze. La principale era che Robertson aveva incluso alcuni brani registrati dalla Band senza Dylan e separatamente dalle registrazioni di Big Pink. Questo gli permise di includere Levon Helm nel progetto, dato che Helm, che aveva lasciato brevemente la Band, non prese parte alle sessioni originali del Basement Tapes fino alla loro quasi conclusione.

Robertson aggiunse anche alcune sovraincisioni per ripulire la confusione delle registrazioni. Forse l’aspetto più controverso del suo processo è stata la selezione dei brani. Non incluse brani come “I’m Not There” e “Sign on the Cross”, che non erano registrati benissimo ma si distinguevano comunque per la loro straordinaria qualità.

Le perplessità sul processo decisionale di Robertson iniziano a svanire quando si mette in coda The Basement Tapes. Dylan sembra a suo agio come non lo è mai stato in nessun momento della sua carriera, mentre l’accompagnamento sobrio e genuino della Band si rivela la base giusta. E che serie di canzoni: dalle esilaranti e assurde (“Clothes Line Saga”, “Yea! Heavy and a Bottle of Bread”) alle straordinariamente belle e profonde (“Tears of Rage”, “Goin’ to Acapulco”). Anche se forse forzatamente inserite, le canzoni della Band come “Katie’s Been Gone” e “Ain’t No More Cane” si inseriscono perfettamente.

Nel novembre 2014, The Basement Tapes Complete è stato pubblicato come parte della serie Bootleg di Bob Dylan. Conteneva praticamente ogni singola bobina di nastro che Dylan e la Band avevano raccolto durante quel periodo indimenticabile. E sì, c’è un sacco di roba meravigliosa lì dentro che dovete assolutamente ascoltare se avete ascoltato solo i due dischi originali di Basement Tapes.

Detto questo, l’uscita del 1975 riassume magnificamente ciò che Dylan e la Band stavano facendo quando il resto del mondo non li stava guardando. I Basement Tapes riuscirono a risolvere il mistero e a perpetuarlo tutto in una volta, il che era tutto ciò che gli appassionati di musica avrebbero potuto sperare.

Sidi Touré – Afrik Toun Mé (2020)

Come il venerato connazionale Salif Keita, il musicista maliano Sidi Touré condivide la particolarità di discendere da una stirpe reale in una famiglia che lo ha poi rinnegato. Nato a Gao, nella regione di Singhai nel nord del Mali, per inciso anche la casa del defunto Ali Farka Touré, (nessuna parentela), situato tra il fiume Niger e il deserto del Sahara, è un paio di centinaia di miglia a est di Timbuktu e la regione dei nomadi Tuareg di fama “desert blues”, un suono che può essere immediatamente riconosciuto nella sua musica. 
Prima della sua carriera solista, ha diretto The Songhaï Stars di Goa e nel 1984, quando ha vinto il concorso per il miglior cantante alla Biennale nazionale del Mali, un risultato ripetuto due anni dopo.
Anche se immerso nella tradizione musicale del Mali settentrionale, il suo lavoro ha avuto una predominante influenza blues e rock che gli è valso un seguito entusiasta non solo nel suo paese d’origine, ma anche altrove, tra cui Nord America ed Europa. 
Mentre la sua precedente uscita del 2018, Toubalbero, ha visto un cambiamento radicale verso un approccio elettroacustico, Afrik Toun Mé, vede un ritorno all’acustica pura e essenziale delle registrazioni precedenti, in particolare quella del suo primo disco del 2011 Sahel Folk, un album di sessioni informali registrato con gli amici a casa di sua sorella. 
Come per Sahel Folk, l’obiettivo di questa registrazione non è una performance musicale, ma è la conseguenza che crea, la conseguenza del piacere che può essere condiviso da musicisti che si incontrano in studio per dialogare musicalmente, la gioia di divertirsi e l’orgoglio di suonare musica con le sue radici che affondano profondamente nella cultura maliana e nella cultura Songhaï.
Le otto canzoni risultanti di Afrik Toun Mé, che si traduce come ‘Africa Must Unite’ sono sparse, ma alla fine coinvolgenti, cose di grande bellezza, che “mescolano parabole e racconti di ispirazione che onorano il coraggio e la resilienza di fronte a prove e tragedie”. Le note fornite danno dai brevi indizi sul contenuto lirico, ma la barriera linguistica, (per coloro che non hanno dimestichezza con la lingua Songhaï), non è vista come problematica. I sentimenti e le emozioni che emana la stessa musica e i suoni creati, trasmettono più che adeguatamente significato. 
Il calore della musica, (caratterizzato dalla scala pentatonica a cinque note che designa la secolare tradizione Songhaï), viene espresso in uno stile di esecuzione che è simultaneamente sia pizzicato che strimpellato, con un risultato inebriante di melodia e ritmo, doppiamente efficace quando le due chitarre suonano l’una con l’altra. 

George Chisholm

George Chisholm (nato il 29 marzo 1915) è stato un trombonista jazz e cantante scozzese. Nato a Glasgow in una famiglia di musicisti, iniziò la carriera professionale suonando il pianoforte in un cinema a 14 anni prima di passare al trombone nel 1934. Nel 1936 si trasferì a Londra, dove suonò con importanti band da ballo come quelle di Bert Ambrose e Teddy Joyce, e collaborò con leggende del jazz americano come Coleman Hawkins, Fats Waller e Benny Carter durante le loro visite in Gran Bretagna. Durante la Seconda Guerra Mondiale si unì alla Royal Air Force e fece parte dell’orchestra da ballo RAF conosciuta come The Squadronaires, rimanendo in essa fino al 1950. Dopodiché lavorò come musicista freelance e fu membro del BBC Showband per cinque anni. Fu anche noto per le sue apparizioni radiofoniche, televisive e cinematografiche, partecipando a The Goon Show e recitando in film come “The Mouse on the Moon” (1963) e “Superman III” (1983). Nel 1984 ricevette l’onorificenza OBE per il suo contributo alla musica. Continuò a suonare fino agli anni ‘90 prima di ritirarsi per problemi di salute, morendo nel 1997 all’età di 82 anni.

Aretha Franklin

«Dal 1967 al 1970», scrive Russell Gersten, «Aretha fu l’artista di colore più importante della scena pop, raggiunse vendite fenomenali per quegli anni, cantò in ogni luogo, dall’Apollo al Lincoln Center, meritandosi addirittura la copertina di “Time”». Era lei a impersonare la nuova cultura afroamericana che si andava affermando, con un prorompente desiderio di libertà e d’uguaglianza, ma anche con una sfrenata voglia di comunicazione. Aretha Franklin è stata una delle grandi cantanti del secolo americano, una stella della soul music, ma anche una regina del pop, una voce «divina» e tecnicamente sbalorditiva, soprattutto nell’appoggio ritmico della voce.
Incise il suo primo disco a quattordici anni, come artista gospel, ma fu il solito John Hammond a scoprirla e a portarla a incidere per la Columbia, per tutta la prima metà degli anni Sessanta, senza però far emergere il vero talento della cantante, la sua naturalezza nell’affrontare i temi della musica nera, spostandola anzi verso un campo pop che la Franklin avrebbe padroneggiato solo più tardi.
Fu all’Atlantic che Aretha riuscì a liberare la sua passione, a mettere a fuoco uno stile che aveva la straordinaria caratteristica di essere meravigliosamente melodico e al tempo stesso violento, vibrante, con vertiginosi cambi di registro e punte liriche di ineguagliabile intensità, fortemente emotive e brutalmente fisiche. Anima e corpo, body and soul, questo era il segreto di Aretha Franklin e dei suoi maggiori successi, dal suo primo singolo per la Atlantic, I Never Loved a Man the Way I Love You, all’incredibile traduzione soul di un brano scritto da Carole King (You Make Me Feel Like) A Natural Woman.
Fu Jerry Wexler a capire che Aretha, nel 1966, aveva bisogno di libertà creativa e di fiducia, per poter offrire il meglio di sé. Come puntualmente avvenne. Negli anni d’oro della sua carriera, mise in luce qualità che poche altre grandi cantanti prima di lei avevano espresso, che hanno aperto la strada, e non solo nel campo del soul o della musica nera, a intere generazioni di vocaliste. Grazie al lavoro svolto con la Atlantic, la Franklin iniziò a realizzare dei veri e propri album, non solo delle collezioni di singoli, offrendo al soul una possibilità di maggiore respiro che fino ad allora il genere non conosceva. « Alla fine degli anni Sessanta», ricorda Richie Unterberger, «Aretha Franklin diventò una delle più grandi stelle internazionali del pop, molti videro in lei un simbolo dell’America nera… e le classifiche riflettevano il successo in maniera impressionante: dieci singoli nella Top Ten in soli diciotto mesi, tra il 1967 e il 1968, e una larghissima serie di medi successi nei cinque anni successivi».

My Favorites Albums #11/100

Peter Gabriel – So (1986)

[…] Con So inizia il lavoro di recupero e di riattualizzazione delle sonorità etniche. Il suono d’Africa insegue il sogno di trovare una nuova “Heartland” fatta di suoni, di respiri, di anime che si inseguono.
Il sogno si avvererà in seguito con la sua personale label Real Word, progetto riuscito di promozione filantropica di vari talenti ma So rimane indubbiamente l’archetipo seminale. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Sidùn – Fabrizio De Andrè (1984)

“Sidùn” è un brano scritto e interpretato da Fabrizio De André, pubblicato nel 1984 nell’album “Creuza de mä”, realizzato in collaborazione con Mauro Pagani. Il brano è cantato in dialetto genovese, tipico dell’intero disco, che fonde la lingua ligure con sonorità della tradizione musicale mediterranea. L’album è considerato una pietra miliare della musica italiana ed etnica degli anni Ottanta.
“Sidùn” prende il nome dalla città libanese di Sidone, che all’epoca era teatro di violenti conflitti durante la guerra civile libanese (1975-1991). De André immagina la città dopo l’attacco delle truppe israeliane nel 1982 come un uomo arabo disperato che tiene in braccio il proprio figlio, vittima di un carro armato. La canzone mette in luce la sofferenza della popolazione civile e ha una forte connotazione metaforica: la “piccola morte” a cui si riferisce non è solo quella di un bambino, ma simboleggia la fine culturale e civile di un piccolo paese, il Libano, storicamente una grande culla della civiltà mediterranea.
L’introduzione del brano è caratterizzata dalle voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon, con il rumore dei carri armati sullo sfondo, sottolineando la dimensione politica e bellica del racconto. Con la sua poesia intensa e la musica evocativa, “Sidùn” rappresenta un grido contro la guerra e una testimonianza della sofferenza umana nei conflitti nel Mediterraneo.

Johnny Guarnieri

Johnny Guarnieri (nato il 23 marzo 1917) è stato un pianista jazz e stride americano nato a New York City. Considerato uno dei più talentuosi pianisti degli anni ‘40, Guarnieri era noto per la sua capacità di imitare da vicino artisti come Fats Waller, Count Basie e Art Tatum. Nato in una famiglia con una forte tradizione musicale (discendente dei celebri liutai Guarneri), iniziò a suonare il pianoforte all’età di 10 anni e debuttò professionalmente nel 1937 nell’orchestra di George Hall.
La sua carriera include importanti periodi nelle orchestre di Benny Goodman e Artie Shaw, con quest’ultimo dove suonò anche il clavicembalo, diventando uno dei primi musicisti jazz a usarlo in registrazioni. Negli anni ‘40 suonò come sideman con artisti di rilievo come Louis Armstrong, Coleman Hawkins e Lester Young e guidò il suo gruppo “Johnny Guarnieri Swing Men”. In seguito si dedicò anche all’insegnamento e alla registrazione su un’etichetta da lui fondata. Morì nel 1985 a Studio City, California, dopo una lunga carriera che lo rese un punto di riferimento nel jazz e nel pianismo stride.

Omar Sosa & Seckou Keita – Suba (2021)

Quattro anni dopo il loro ottimo disco Transparent Water, ecco il secondo – altrettanto superbo album – del cubano Sosa e del senegalese Keita.
Sebbene condividano un legame ancestrale con l’Africa, i rispettivi luoghi di nascita del virtuoso del pianoforte Omar Sosa e del maestro kora Seckou Keita, Cuba e Senegal, sono separati dall’Oceano Atlantico.
Quando la coppia si è incontrata nel 2012, Seckou ammirava Omar per la sua spiritualità musicale, mentre Omar vedeva in Seckou una rara capacità di collaborare pur mantenendo la sua identità musicale.
Suba significa “alba” in Mandinka, la lingua nativa di Keita, che rappresenta il suo momento preferito della giornata e un momento di freschezza e speranza.
Attenti consapevoli della politica delle tante spaventose tragedie provocate oggi dal fenomeno delle migrazioni mondiali, Sosa e Keita scelgono di concentrarsi invece sul potenziale redentore o trasformativo della poetica, nella musica dove, come dice Sosa, il principio guida è il “minimalismo” – o less is more.
Nelle note di copertina Sosa commenta che è in un punto della vita in cui “fare assoli pezzi mi ha reso… non voglio dire infelice… ma quasi infelice. Perché per me la musica deve essere una conversazione, deve essere umile, deve respirare, deve fare spazio. Penso che il mondo abbia bisogno di musica gentile e bella, non arrogante, veloce e folle“.
Suba, è un inno alla speranza, a una nuova alba di compassione e vero cambiamento in un mondo post-pandemia. Il concetto del disco è pace, speranza e unità. In questo momento che stiamo vivendo, quando tutto va a pezzi a poco a poco, l’ultima cosa che abbiamo dentro di noi è una connessione sacra con la nostra voce interiore, con il nostro spirito e luce e con i nostri antenati. Cerchiamo di dare speranza attraverso la musica e dire alle persone che possiamo stare insieme.
Anche se stai affrontando alcune difficoltà, riporti il tuo cervello alla normalità. Vedi l’alba come un nuovo giorno, una nuova pace, un nuovo qualcosa, buono o cattivo, un qualcosa di eccitante.
Durante tutto l’album, la musicalità mostra una grande maestria composita, sintetizzando un colore armonico giudizioso e una squisita prontezza dinamica, aspetti sia intricati che espressi apertamente di melodia, ritmo e atmosfera da Cuba e dall’Africa, dal Venezuela, dal Brasile e dall’Europa.
Una musica di respiro mondiale di visione archetipica e profondamente incoraggiante.