Le foto in bianco e nero vincitrici del Black and White Minimalist Prize 2024

In Great-Grandpa’s hands by Yvonne C. Krystovsky

Minimalism è promotore di un concorso che premia le migliori fotografie minimaliste e monocromatiche che porta il nome di “Black and White Minimalist Photography Prize 2024”.

La giuria quest’anno ha deciso di assegnare il primo premio alla fotografia intitolata “In Great-Grandpa’s hands” di Yvonne C. Krystovsky, seguita rispettivamente al secondo e terzo posto dai fotografi Daniel Zaleski e Alexandre Caetano.

La foto vincitrice di Krystovsky cattura un momento di tenera connessione tra generazioni, mostrando le mani di un bisnonno che afferrano quelle del pronipote. Da un lato ci sono le rughe sulla pelle dell’anziano che raccontano le sue esperienze di vita, dall’altro le dita morbide del bambino che ne riflettono l’innocenza.

Minimalist Concrete Staircase by Daniel Zaleski

Al secondo posto troviamo “On top of Serra da Capelada” di Daniel Zaleski, che ritrae una scala in cemento di nuova progettazione. realizzata in un vecchio edificio ristrutturato (ex mattatoio).

On top of Serra da Capelada by Alexandre Caetano

Mentre al terzo posto troviamo “On top of Serra da Capelada” di Alexandre Caetano. La foto è stata scattata durante un viaggio attraverso la Costa da Morte, in Galizia, a 600 metri sul livello del mare, proprio dove le montagne separano il mare Cantabria dall’Oceano Atlantico.

Qui per vedere tutte le bellissime foto

IT-Wallet: Cos’è e come funziona il portafoglio digitale

Sarà un vero e proprio portafoglio digitale che si appoggerà all’app IO, attraverso cui si potranno caricare una serie di documenti, quali patente di guida, tessera sanitaria, carta di identità, ma anche la carta europea della disabilità.
Potremmo lasciare a casa il portafoglio “fisico” perché tutto sarà sul cellulare, dai wallet per pagare con le carte ai documenti.

Con l’approvazione del decreto PNRR, IT-Wallet è ormai una realtà, uno strumento pensato per digitalizzare alcuni documenti fondamentali per le persone e per renderli così utilizzabili, un passo verso la transizione dal cartaceo al digitale.

Il Sistema di portafoglio digitale italiano, così viene definito dal Dipartimento per la trasformazione digitale, non è tuttavia ancora funzionante, nonostante se ne parli ormai da diversi mesi ma lo sarà a breve.

Considerando che l’app IO richiede di accedere tramite SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) o CIE (Carta di Identità Elettronica), per usare IT-Wallet sarà di conseguenza necessario eseguire la procedura di autenticazione proprio con questi ultimi due sistemi di identità digitale, il secondo dei quali potrebbe essere un’esclusiva per alcune operazioni. Il fatto che, volendo, queste modalità di autenticazione siano necessarie solo una volta all’anno (impostandolo dall’applicazione) semplifica di molto le cose, considerando che per accedere all’app IO basta usare un codice di sblocco o un sistema di autenticazione biometrica come l’impronta digitale o il volto.

Se per molti è una cosa utilissima non mancano i primi commenti negativi, cose tipo: e se si scarica il telefono? E se lo perdi? Oppure “ah, lo fanno per tracciarci tutti!”. Qualcuno dirà anche qualcosa tipo “gregge” e robe simili.

L’innovazione porta con sé promesse e pericoli.

Le forze che stanno generando progressi senza precedenti nell’ambito della ricchezza e della salute sono le stesse che possono permettere a un hacker di rubarti l’identità o di violare la tua casa.
Un computer che è in grado di accelerare l’analisi dei documenti legali può al contempo ridurre il numero degli addetti nel settore giuridico.
I social network possono tanto aprire le porte per formare nuove connessioni quanto creare nuove forme di ansia sociale.
La digitalizzazione dei pagamenti può facilitare il commercio o permettere nuove forme di frodi.
Lo sappiamo, ci siamo già passati. Ad ogni innovazione o novità di qualche tipo si scatenano le frizioni verso qualcosa che cambia e, di conseguenza, spaventa.

Eliot diceva una frase azzeccatissima per questo tipo di lamentele ovvero che questo è il modo in cui finisce il mondo, non in un’esplosione ma in un piagnisteo.

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1° Maggio

Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

(Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Art. 23, 1948)

Artefatti di Internet #19 – Justin’s Links from the Underground (1994)

Creato dal diciannovenne Justin Hall, Justin’s Links from the Underground è stato uno dei primi blog. Inizialmente ha iniziato a pubblicare link interessanti che ha trovato online, Justin ha iniziato a condividere dettagli intimi della sua vita, comprese storie sulla sua infanzia, esperienze con la droga e vita amorosa. Nel giro di un anno, il blog contava 27.000 lettori giornalieri, più della pubblicazione HotWired, dove era stagista. È diventato una delle prime celebrità di Internet e ha scritto un blog sulle difficoltà della fama su Internet. Justin è diventato anche uno dei primi sostenitori del blogging, creando tutorial gratuiti su HTML in modo che altri potessero creare i propri blog.

Nato a Chicago il 16 dicembre 1974, Hall è un giornalista americano e imprenditore, meglio conosciuto come pioniere blogger. Nel 1994, mentre era studente allo Swarthmore College, Justin iniziò il suo diario basato sul web Justin’s Links from the Underground, che offriva uno dei primi tour guidati del web è definito “il padre fondatore del blog personale”.
Ha pubblicato analisi di conferenze su diversi giochi. Ha realizzato la cronaca del primo Indie Game Jam nel 2002. Dalla fine del 2001 al 2003, Hall ha vissuto in Giappone, dove, tra l’altro è stato autore di una guida proprio a Tokyo.
Nel 2007, Hall si è diplomato al programma MFA presso la USC Interactive Media Division. Il suo progetto di tesi era un tentativo di trasformare la navigazione sul web in un gioco multiplayer.
Questo è il sito/blog nato nel 1994 (continua…)

Concentrazioni Urbane

Questo simpatico fiorellino è, penso, non nuovo ad ognuno di noi: è l’infiorescenza del trifoglio bianco, una pianta della famiglia delle Fabacee. È probabilmente tra le specie più comuni non solo da noi, ma in tutto il mondo, poiché è tra le preferite per i pascoli da foraggio. Per questo motivo si è diffusa in tutti e cinque i continenti.

Tra le sue particolarità, la foglia trilobata, che nei paesi anglofoni si chiama shamrock, ed è molto amata dalle api (tra le specie botaniche principali dei nostri mieli millefiori europei).

Questo fiorellino campeggia sulla homepage della GLUE, il Global Urban Evolution Project, una organizzazione internazionale di scienziati che studia come gli ambienti urbani possono modificare le evoluzioni di alcune specie di piante, quali fattori le guidano e se esistono degli ambienti simili sebbene geograficamente molto distanti tra loro che possono spingere a queste evoluzioni. Il trifoglio per le sue caratteristiche di diffusione è il candidato perfetto ad un esperimento comparativo, organizzato da questo consorzio. Infatti cresce ormai anche in tutti gli ambienti urbani prossimi a quelli rurali dove è impiegato come foraggio.

Si sa che il trifoglio produce acido cianidrico (sostanza mortale per un uomo in pochi minuti in certe quantità) sia in difesa contro la predazione sia nei periodi di siccità. Sfruttando il lavoro di scienziati e di volontari (sul sito è spiegato come) sono stati raccolti campioni provenienti da 160 città, con risultati straordinari.

I trifogli negli ambienti urbani producono meno acido cianidrico rispetto a quelli degli ambienti rurali, rispettando la logica che essendoci in città molti meno erbivori è più conveniente per la pianta sfruttare meno energie nella sua produzione. Ma la cosa sorprendente è un’altra: la quantità di acido cianidrico prodotto dalle piante in città distantissime geograficamente, da Tokyo a Londra, dalle città americane a quelle cilene, è che, tra loro, la quantità di acido cianidrico prodotto è molto più simile di quanto non lo sia con quella contenuta in un trifoglio cresciuto in un ambiente rurale. Di fatto, i trifogli urbani sono molto più simili tra loro che, per esempio, tra quelli di Londra città e zone rurali attorno Londra, delineando una sorta di evoluzione parallela urbana che ha dell’incredibile.

La storia è accennata nell’ultimo libro di Stefano Mancuso, Fitopolis, la città vivente (Laterza) che affronta un passaggio epocale: il trasferimento di una specie, la nostra, che non vive più nella natura, ma in una nicchia ecologica prodotta: la città. Questo ci espone ad una “specializzazione” che ha senso solo in un ambiente stabile, e per colpa della stessa specie, la nostra, l’ambiente non lo è più, persino nelle città. Le sfide che il cambiamento climatico portano già oggi sono decisive, e intuizioni e soluzioni le possiamo prendere proprio da un mondo, quello vegetale, che stranamente è quasi sempre fuori dai discorsi conservativi, quando è probabilmente il modo più semplice ed immediato per fare qualcosa.

Etel Adnan

Etel Adnan era una pittrice e scrittrice contemporanea americana-libanese nota per le sue interpretazioni astratte, dai colori vivaci di montagne, oceani e cieli. Le opere di Adnan interpretano poeticamente il paesaggio della California settentrionale attorno alla Baia di San Francisco, dove ha trascorso gran parte della sua vita.

“Quando dipingo può sembrare un paesaggio, ma c’è di più“, ha detto. “Non riconosci di che paesaggio si tratta, perché non è un paesaggio particolare, forse è il ricordo di un paesaggio particolare. L’arte ha una funzione politica nel senso che porta con sé qualcosa che migliora la vita, un desiderio di vita”.

Nata il 24 febbraio 1925 a Beirut, in Libano, ha studiato filosofia alla Sorbona di Parigi e alla U.C. Berkeley prima di scrivere il suo famoso romanzo Sitt Marie-Rose, pubblicato a Parigi nel 1977. Il romanzo ha avuto un’enorme influenza e da allora è stato tradotto in più di 10 lingue. Adnan è stata presentata alla Biennale del Whitney del 2014 ed è incluso nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, del Centre Pompidou di Parigi, del British Museum di Londra e del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, tra gli altri. Adnan è morta a Parigi il 14 novembre 2021 all’età di 96 anni.

L’essenzialità artistica di Etel Adnan è lo scambio eterno tra pittura e poesia: due attività artistiche distinte, quasi come se fossero due lingue diverse, tanto che quando Adnan scrive, confessa di dimenticarsi di essere una pittrice, e viceversa.
La sua pittura è piuttosto astratta, è un omaggio alla bellezza dell’universo e dell’intenso legame che ha con esso; i suoi dipinti sono realizzati con tratti chiari e sicuri.
Etel Adnan è profondamente innamorata della natura e della simbiosi con la nostra esistenza, tanto da dipingere paesaggi senza figure umane. Al centro delle sue composizioni astratte spesso è presente un quadrato rosso: questo simboleggia la bellezza immediata del colore – che proprio perché è al centro si nota subito.

Link utili: WikipediaEnciclopedia delle donneDoppiozeroIl Giornale dell’Arte

Animali Liberi

Riporto la riflessione di un certo Walter Bond, nome/persona su cui l’esistenza nell’emisfero internet non ha traccia, ma comunque cambia nulla, in quanto la verità di questo scritto è inconfutabile e questo è quello che conta.

Quando mi chiedono se sono animalista io rispondo: “No, sono normale, sono semplicemente come tutte le persone dovrebbero essere. Esistono forse i bambinisti? No, perché è normale amare e proteggere i bambini. Perché, come gli animali, sono più deboli e non possono difendersi da soli”. Quando mi chiedono il perché io mi batto tanto per gli animali, perché a volte rischio anche la galera, io rispondo: se tutto intorno a voi ci fossero persone che tengono donne prigioniere, le violentassero ripetutamente, portassero via loro i figli e questi bambini venissero rinchiusi, torturati e uccisi… voi non aiutereste queste creature indifese? E se la legge permettesse tutto questo, voi non la infrangereste?

Sono membro iscritto all’ALA (Animaliberaction) una comunità di persone che si promuove attivamente contro la disumanità dell’uomo nei confronti degli animali, che si batte per i diritti di tutte le specie animali, le cui azioni ed i progetti hanno lo scopo di sensibilizzare le persone riguardo lo sfruttamento e la schiavitù degli animali. Una posizione etica e filosofica secondo cui, tutti gli individui, indipendentemente dalla loro appartenenza “specie-specifica”, hanno uguali diritti morali.
Purtroppo il fenomeno della violenza nei confronti degli animali continua a crescere in maniera esponenziale e con una crudezza disumana. Tra maltrattamenti, episodi di bullismo, traffici illeciti, randagismo e abbondoni, la situazione sembra sfuggire di mano.
ALA promuove il rispetto e la considerazione per tutte le forme di vita, senza alcuna discriminazione e senza stabilire una “scala gerarchica”. In contrapposizione all’antropocentrismo, che considera la supremazia dell’Uomo su tutte le cose, l’antispecismo riconosce il valore intrinseco di ogni essere senziente.

Link di Animaliberaction

Artefatti di Internet #18 – PizzaNet (1994)

Lanciato da PizzaHut nel 1994, PizzaNet è stato il primo sito web di consegna di pizza online ed era disponibile solo per chi si trovava nell’area di Santa Cruz. È stato responsabile di uno dei primi acquisti online sul web: una grande pizza con peperoni e funghi, con formaggio extra. Nonostante abbia fatto un cameo nel film di Sandra Bullock del 1995 The Net, PizzaNet è cresciuta lentamente. Dopo che i clienti avevano ordinato cibo e bevande sul posto, il Pizza Hut più vicino li confermava comunque telefonicamente, portando il LA Times a soprannominare l’idea come “mezza cotta”.

Se vivevi a Santa Cruz nel 1994 potevi sederti al computer, aprire il tuo browser preferito e poi andare avanti e ordinare una pizza online.
PizzaNet è stato un esperimento lanciato nei primi anni ’90, un modo per Pizza Hut di testare il terreno e vedere se questa cosa del World Wide Web avesse una reale possibilità per il futuro. È stato proposto da un proprietario di Pizza Hut particolarmente ambizioso a Santa Cruz e sviluppato da alcune persone in un negozio di sviluppo noto come Santa Cruz Operation (SCO).
Trattandosi di una sorta di prova, il sito stesso è stato mantenuto piuttosto semplice. Eppure era pieno di possibilità. Qualsiasi utente del web può andare online, visitare pizza.net, compilare un modulo che include la scelta della pizza, l’indirizzo e il numero di telefono e, in un attimo, ricevere una pizza direttamente a casa sua. Il web potrebbe non essere stato progettato esattamente per questo scopo, ma ciò non gli ha impedito di essere davvero incredibile. (continua)