Mel Powell

Mel Powell, nato Melvin D. Epstein il 12 febbraio 1923 nel Bronx, New York, è stato un compositore statunitense vincitore del Premio Pulitzer e pioniere nell’educazione musicale. Iniziò come pianista jazz, diventando professionista già a 14 anni, suonando con bandleader come Benny Goodman e Glenn Miller durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo una carriera iniziale legata al jazz come pianista, compositore e arrangiatore, si dedicò alla musica classica, studiando composizione con Paul Hindemith a Yale e diventando un docente influente in prestigiose istituzioni come Mannes College, Queens College, Yale e California Institute of the Arts, dove fu il primo preside del dipartimento di musica.
Powell ha scritto composizioni importanti sia per il jazz che per la musica colta, ed è ricordato per aver trasformato la sua carriera da musicista jazz a compositore classico seriale di rilievo. È morto il 24 aprile 1998 a Sherman Oaks, Los Angeles. La sua carriera testimonia una fusione tra innovazione nel jazz e rigore accademico nella musica classica.

Bob Dylan: i suoi album #13

Planet Waves (1974)

Un disco fatto di corsa, pensando ad altro. Con almeno un acuto.

Se si eccettuano sporadiche occasioni, tipo la partecipazione nel 1969 al secondo festival di Wight e ospitate come quelle per il Concert For Bangladesh e il capodanno con la Band alla New York, Academy of Music nel 1972, dal 1966 al 1973 Dylan evita accuratamente i palcoscenici. Da un nuovo incontro con Robbie Robertson a Malibu, però, nasce l’idea di allestire un tour insieme alla Band. E si decide anche di registrare un nuovo Lp, ora che Dylan ha mollato la Columbia per passare alla Asylum. Così, l’artista compone nuovo materiale e con Robertson, Rick Danko, Levon Helm, Richard Manuel e Garth Hudson il 5 novembre del 1973 entra ai Village Recorder di Los Angeles. Produttore accreditato è Rob Fraboni ma in realtà a darsi da fare sono un po’ tutti: “Non c’era un vero produttore per l’album”, racconterà a «Recording Engineer/Producer Magazine» proprio Fraboni. “Ognuno faceva da produttore. Robbie era quello che dava un po’ la direzione, ma tutti avevano qualcosa da dire sulla musica ed erano interamente coinvolti”. La pratica viene sbrigata in quattro giorni con performance praticamente dal vivo (parti vocali comprese), poi il 14 c’è un nuovo appuntamento per incidere Dirge e un’altra versione di Forever Young (sobillato dalla giovane fidanzata di un amico, Dylan giudica la prima troppo sentimentale anche se Fraboni, che invece apprezza, lo convince a infilarle entrambe nell’Lp). Inizialmente, l’opera dovrebbe intitolarsi CEREMONIES OF THE HORSEMEN, da un verso di Love Minus Zero/No Limit di BRINGING IT ALL BACK HOME, ma alla fine si preferisce PLANET WAVES. E per la copertina a pensarci è lo stesso Dylan che, in stile Pablo Picasso, disegna tre figuri, un’ancora, un cuore e il simbolo della pace, e compone le scritte di “Moonglow” (bagliore lunare) e “Cast-Iron Songs & Torch Ballads” (canzoni di ferro duttile e ballate d’amore non corrisposto). Quando esce, il disco azzera la memoria del precedente DYLAN, costruito con un po’ di scarti e pubblicato per vendetta dalla Columbia, ma proprio grande non è. “Lo abbiamo fatto ed è finito prima che ce ne rendessimo conto”, spiegherà Robertson nel 1976 a «Crawdaddy».
“Siamo riusciti a fare molte cose bene in poco tempo. Ma è stato tutto così veloce ed eravamo più preoccupati per il tour e le altre cose che lo accompagnavano. Con tutte le decisioni che dovevamo prendere e tutti i come, i quando e i dove, il disco è davvero passato in secondo piano”. Il pezzo super famoso dell’opera è Forever Young, che Dylan ha scritto tempo prima dedicandolo al figlio maggiore
Jesse. La prima versione è dolce e dura quasi 5 minuti, l’altra, quella registrata il 14, è un veloce country rock sui tre minuti. L’autore parla direttamente al figlio, ma il testo è stato inteso anche come un suo invito a essere “per sempre giovani” a quegli adulti che, persa ormai l’innocenza nonché la speranza, non pensano più che il mondo possa essere cambiato. Dirge, ovvero “canto funebre”, è un altro dei momenti chiave: solo un piano ossessivo, la voce, la chitarra acustica e versi durissimi (“Mi odio perché ti amo e odio la debolezza che dimostro. Eri solo una faccia pitturata in un viaggio verso la via del suicidio”). Ma nel finale, il vicolo non è cieco: “Mi odio perché ti amo, ma sopravviverò”. On A Night Like This e Tough Mama girano bene e molto à la Band, Going Going Gone va di lusso in un blues che vaga nella notte, Hazel è una ballad che afferra nella sua misteriosa intimità. Un po’ di maniera, invece, You Angel You, Never Say Goodbye e Something There Is About You. Per la chiusura, c’è l’acustica Wedding Song, dedicata da Dylan alla moglie Sara che nel corso della registrazione va a sostituire Nobody ’Cept You, in origine prevista per la tracklist e recuperata solo nel 1991 per THE BOOTLEG SERIES VOLUMES 1-3. Quest’utima è una dichiarazione d’amore senza se e senza ma. Nella prima, invece, oltre all’amore c’è anche il timore. La tempesta è in arrivo.

David Alan Harvey

Nato in California nel 1944, David Alan Harvey studia arte e si diploma in giornalismo all’Università del Missouri. Nel 1969 comincia a lavorare per il Topeka Capitol Journal di Kansas. Una speciale borsa di studio del Virginia Museum of Fine Arts lo incoraggia a sperimentare la fotografia a colori: comprende in questo modo come può tornare, fotografando, nella sua terra natale e lavorare in libertà. Il frutto di questo lavoro diventa uno slide-show in visione in vari musei. In seguito, torna al bianco e nero per realizzare un lavoro sulla comunità nera e il movimento dei diritto civili.
Nei primi anni Settanta Harvey si stabilisce a Washington e comincia a lavorare per il National Geographic: il suo primo reportage (1973) è su una piccola isola di pescatori al largo di Chesapeake.
Fotografo di staff per National Geographic dal 1978 al 1986, diventa poi freelance. Nel 1978 viene nominato “Fotografo dell’anno per le riviste” dall’associazone nazionale dei fotogiornalisti.
Associato di Magnum Photos nel 1993, diventa membro nel 1997.
Harvey passa mesi interi lavorando in giro per il mondo sui suoi reportage, soprattutto per National Geographic, su temi come la gioventù francese, il Muro di Berlino, la cultura Maya, il Vietnam, i Nativi Americani e Napoli. Ha realizzato oltre 30 diversi reportage e le sue immagini sono state pubblicate anche da altre importanti testate tra cui Life, The New York Times e Sports Illustrated. La sua speciale attrazione per il mondo latino e ispanico lo ha portato molte volte nel Mediterraneo e in America latina, soprattutto a Cuba.
Le fotografie di David Alan Harvey posseggono sempre un tono lirico e raccontano, molto spesso, di spettacolari ambientazioni. La sua fortuna come fotografo a colori nasce dalla sua capacità di sentire profondamente i soggetti che deve fotografare e dalla capacità di anticipare il momento decisivo e rivelatore.
Ha pubblicato The Mysterious Mayas (1977); America’s Atlantic Isles (1982); Cuba (1999); Divided Soul (2003).

Il sito di David Alan Harvey BurnReflex-mania

La Bussola #37

La descrizione del sito Lifegate è: promuovere un mondo giusto e sostenibile dove la circolarità è il futuro. Come nell’amicizia e nell’amore, prendere e restituire è alla base della relazione tra le persone, le imprese e il pianeta.

LifeGate nasce nel 2000 dall’esperienza della famiglia Roveda maturata negli anni Ottanta con Fattoria Scaldasole, la prima azienda a entrare in grande distribuzione con un prodotto biologico.
L’obiettivo è avere uno stile di vita sostenibile che abbraccia ogni ambito della vita quotidiana di ciascun individuo, mettendolo in relazione con il sistema di valori proprio e di ciò che gli sta intorno. È un approccio consapevole per ridefinire il progresso, tenendo conto degli indicatori ambientali, sociali ed economici.
LifeGate oggi è una società benefit, considerata il punto di riferimento della sostenibilità e conta su una community di oltre 5 milioni di persone interessate e appassionate ai temi legati alla sostenibilità.
Ogni giorno LifeGate lavora con passione e determinazione per mettere a disposizione informazioni, progetti e servizi coinvolgendo una rete sempre più ampia di persone, imprese, ong, istituzioni che vogliono impegnarsi attivamente al cambiamento per un futuro sostenibile.

Lifegate è anche una interessantissima Radio On Air

My Favorites Albums #6/100

Santana & McLaughlin – Love Devotion Surrender (1973)

[…] Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo.
Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo. In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio). [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Otis Redding

L’uomo, il personaggio. l’artista che meglio incarnava il “sogno” della Stax fu Otis Redding. Cantante di insuperabile fascino e dal talento esorbitante, Redding fu il personaggio fondamentale di quegli anni, capace di superare nettamente le barriere che ancora delimitavano i campi di interesse del pubblico bianco e di quello nero. I suoi primi singoli sono del 1962 e già colpiscono per precisione e sentimento; il primo album, Pain in My Heart, del 1964, raccoglie tanto le sue radici quanto le sue passioni: Sam Cooke, Little Richard, Ben E. King, e serve a calibrare meglio il tono e lo stile, giusto in tempo per mettere a segno, tra il 1964 e il 1965, brani come Respect, I’ve Been Loving You loo Long e un nuovo album con Steve Cropper e i Bar-Kays. Il successo arrivo prima con un singolo, la cover di My Girl, poi con un album, Otis Blue, del 1966, di sicuro uno dei pù grandi dischi soul di tutti i tempi. Redding si accorse della rivoluzione del beat, incise, traducendola in lingua soul, la Satisfaction dei Rolling Stones, gettò tutto se stesso sulla strada di una musica che pur restando rigorosamente e orgogliosamente nera era in grado di attraversare l’universo del pop e del rock con una leggerezza e una sicurezza straordinarie. Con Otis Redding Dictionary of Soul, del 1967, il musicista raggiunse il suo meglio, inanellando brani come Try a Little Tenderness e Fa fa fa fa fa (Sad Song) e puntando dritto verso il nuovo pubblico del soul e del rock. La sua leggendaria performance al festival rock di Monterey segnò simbolicamente questo passaggio. In quel concerto cantò ancora il pezzo degli Stones, ovvero Satisfaction, chiudendo in fondo un cerchio che si era aperto proprio con l’avvento del rock’n’roll.
Di piú, Otis Redding fu il cantante che meglio riuscí a sintetizzare la tradizione piú profonda del canto nero con la nuova sensibilità e il gusto della rivoluzionaria generazione dei Sessanta, come dimostrò con il suo ultimo capolavoro (Sittin’ on) The Dock of the Bay, inciso poco prima di morire, a ventisei anni. Nel 1968 la Stax sciolse il suo accordo di distribuzione con la Atlantic: Otis Redding era scomparso con i Bar-Kays in un incidente aereo e la storia dell’etichetta cambiò avviandosi verso il tramonto.

Lucinda Williams – World’s Gone Wrong (2026)

Recensioni 2026

World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia. 

La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità.

Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.

Ascolta il disco

Inverno

Il freddo avvolge il mondo lento,
foglie cadute, ricordo spento.
Sotto un cielo di nuvole grigie,
si cela il silenzio degli orizzonti.
I rami si stendono affamati,
di luce ormai assopita, senza colori.
Ma il cuore dell’inverno è caldo.
Il vento canta tra rami spogli.
Il silenzio avvolge la terra addormentata.
Ogni respiro diventa cristallo,
nell’aria fresca, un magico abbraccio.

Bob Marley

Robert Nesta Marley, detto Bob Marley è nato il 6 febbraio 1945. E’ stato un cantautore, chitarrista e attivista giamaicano. Considerato il più popolare artista di musica reggae della storia, è una delle figure musicali più influenti del XX secolo e un simbolo della lotta per la giustizia sociale e l’uguaglianza. Bob Marley si convertì al rastafarianesimo nel 1966 e più tardi al cristianesimo ortodosso etiope.
Ha inciso numerosi album con il gruppo The Wailers, spaziando dal reggae allo ska e rocksteady. Alcuni dei suoi album più celebri sono “Natty Dread”, “Rastaman Vibration”, “Exodus” e “Uprising”. I suoi testi affrontano temi come uguaglianza, rispetto, religiosità e liberazione mentale, come in “Redemption Song”. Marley divenne noto anche per la sua capacità di usare la musica come mezzo per la pace, cantando anche dopo un tentato attentato politico nel 1976.
La sua salute declinò a causa di un melanoma, diagnosticato nell’alluce, che progressivamente lo portò alla morte nel 1981. Marley rimane una leggenda della musica e un’icona culturale globale.