Little Richard: “principe” del Rock’n’Roll

Little Richard, il cui vero nome era Richard Wayne Penniman, è spesso chiamato il “principe” del Rock’n’Roll per il suo impatto rivoluzionario sulla musica e la cultura popolare negli anni ‘50 e ‘60. Nato il 5 dicembre 1932 a Macon, in Georgia, Little Richard è stato uno dei pionieri del Rock’n’Roll, contribuendo a definire il suono e lo stile del genere con la sua voce potente, il pianoforte esplosivo e una presenza scenica carismatica.
Richard è famoso per brani iconici come “Tutti Frutti”, “Long Tall Sally”, “Good Golly, Miss Molly” e “Lucille”. Queste canzoni, caratterizzate da un ritmo incalzante, testi energici e uno stile vocale unico, sono diventate pilastri del Rock’n’Roll. La sua capacità di fondere elementi del gospel, blues e rhythm and blues ha creato un suono nuovo e accattivante che ha influenzato innumerevoli artisti, dai Beatles a Elvis Presley.
Oltre alla sua musica, Little Richard era conosciuto per il suo stile eccentrico e audace. Con i suoi abiti sgargianti, il trucco vistoso e l’acconciatura caratteristica, sfidava le norme di genere e razza dell’epoca, diventando un’icona di ribellione e liberazione personale.
Little Richard non solo ha contribuito a rompere le barriere razziali nella musica, ma ha anche influenzato il modo in cui il Rock’n’Roll veniva percepito e accolto a livello globale. La sua musica è stata un ponte tra le comunità nere e bianche negli Stati Uniti, in un periodo di forti tensioni razziali.
Nonostante le sue lotte personali e i momenti in cui si è allontanato dalla scena musicale per dedicarsi alla religione, Little Richard è rimasto una figura fondamentale nella storia della musica. Il suo contributo al Rock’n’Roll gli è valso numerosi riconoscimenti e un posto d’onore nella Rock and Roll Hall of Fame.
In definitiva, Little Richard è stato un vero pioniere e “principe” del Rock’n’Roll, il cui impatto si sente ancora oggi nella musica moderna. La sua energia, il suo talento e la sua personalità larger-than-life lo rendono una leggenda indimenticabile del panorama musicale globale.

Appunti Corti #76

“Francesi col basco e italiani col cappuccio: due pesi, due misure”
C’è una strana legge non scritta che vige quando si parla di scioperi e manifestazioni. I francesi scendono in piazza? È chic. Li immaginiamo con il basco, un croissant in una mano e un cartello di protesta nell’altra. Romantici, eroici, degni di un romanzo di Victor Hugo. Si parla di rivoluzione, di popolo che lotta per i propri diritti. Applausi, condivisioni sui social, magari ci scappa pure una citazione da Sartre.
Gli italiani invece? Basta un treno cancellato o un volo in ritardo e parte la solfa: “Eh, ma questi scioperi non servono a niente!”, “Tanto non cambia nulla, perché bloccare proprio oggi?”. Nessun basco, nessun romanticismo: solo cappucci tirati su e bestemmie sussurrate in fila alla stazione.
Eppure, alla fine, il succo è lo stesso: si scende in piazza perché qualcosa non va. Ma guai a dirlo ad alta voce, perché da noi lo sciopero non fa mai figo. Fa solo arrabbiare chi ha un treno da prendere.
Forse dovremmo munirci anche noi di croissant e baguette per ottenere un po’ di quella solidarietà internazionale? O magari imparare dai francesi almeno una cosa: non scusarsi mai per aver alzato la voce.

Thelonious Monk

In quanto a stranezze, probabilmente nessuno ha mai superato Thelonious Monk, proverbiale caso di enigma vivente a cominciare dal primo nome, Thelonious, ereditato dal padre, e dal secondo, Sphere, del quale nessuno a ma appurato l’origine, né la reale esistenza anagrafica. Nato alla fine degli anni dieci (non c’è certezza nemmeno sulla data di nascita), Monk era già, all’inizio degli anni Quaranta, il pianista fisso del Minton’s di New York, il club scelto come laboratorio permanente dai “rivoluzionari” del bop. Monk si trovo cosi al centro del movimento che ha cambiato la storia del jazz, ma non ne fu affatto coinvolto. La musica era l’unico interesse della sua vita, ma l’attenzione era rivolta unicamente all’opera del suo ingegno. Prova ne è il fatto che Monk ha scritto gran parte del suo repertorio nei primi anni di attività, quando era praticamente ignorato. Con felice intuizione, è stato scritto che Monk sembrava rimanere fermo ad aspettare che il futuro lo raggiungesse e facesse capire agli altri la sua musica. Poi si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Nessuna storia del jazz escluderebbe il suo nome dai fondatori del be-bop, ma Thelonious in realtà ha più che altro garantito la sua presenza e, anche in termini stilistici, con i boppers voleva avere poco a che fare. D’altra parte le sue radici di strumentista affondano nella tradizione stride, quella dei rent parties, che sono stati la sua prima fonte di reddito. La tecnica pianistica di Monk era, secondo alcuni, piuttosto rudimentale. In effetti si trattava di un modo di suonare assolutamente fuori dalla norma, con le dita tese e non piegate secondo la prassi classica. Questo veniva considerato un limite tecnico grave: non va dimenticato però che, nonostante la sua indifferenza al mondo esterno, Monk, per quello che riguarda la musica, sapeva benissimo ciò che voleva. L’approccio alla tastiera con le dita rigide gli consentiva di ottenere quella sonorità inconfondibile, percussiva, che scaturiva proprio dal modo in cui venivano colpiti i tasti. Una tecnica messa a punto sul piccolo pianoforte del modesto appartamento del ghetto di San Juan Hill che ha abitato per tutta la vita, anche quando, ottenuti seppur tardivi riconoscimenti, aveva raggiunto una relativa agiatezza.
Per molti anni Monk ha avuto una vita difficile, ha lavorato per pochi dollari in locali di quart’ordine e dal 1951 al 1957 non ha lavorato affatto. Dal 1957 la sua stella inizia a brillare, quando con il suo quartetto (del quale hanno fatto parte anche Sonny Rollins, John Coltrane, Johnny Griffin e Charlie Rouse) propone il repertorio che lo ha portato a diventare un maestro, composto di brani come Round Midnight, Ruby My Dear, Straight No Chaser, Epistrophy, ai quali vanno aggiunti classici come Blue Monk, Well You Needn’t, o Misterioso. Monk diventa una star, suona in tutto il mondo e nel 1964 conquista addirittura la copertina di “Time”. La gloria lo accompagna sino alla fine del decennio, poi la discesa, la voglia di scomparire agli occhi del mondo, l’autoreclusione nella casa di San Juan Hill e quindi nel 1986, la scomparsa.

Superstition

Novembre del 1972, la trasmissione mitica era “Per voi giovani”, i conduttori erano: Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Massimo Villa e Riccardo Bertoncelli, dei veri, unici, insuperabili conduttori radiofonici ‘musicali’ (Un giorno scriverò di questo). Ero molto gggiovane e a differenza dei miei compagni di merende, ascoltavo anzi ‘mangiavo’ la radio… Quando fu trasmessa per la prima volta Superstition di Stevie Wonder fu un fulmine e ciel sereno.
E va bé, non scivolo nel nostalgico e vi invito ad ascoltarla suonata insieme ad un altro ‘mostro’ della musica rock chiamato Jeff Beck.

Artefatti di Internet #42 – Homestar Runner (2000)

Un’iconica serie animata in flash, Homestar Runner ha preso d’assalto Internet nei primi anni 2000, affascinando gli spettatori con il suo umorismo unico e personaggi memorabili. Creata da Mike e Matt Chapman (noto anche come The Brothers Chaps), la serie originariamente iniziò come una parodia di un libro per bambini. La popolarità del sito web è aumentata vertiginosamente con l’introduzione della serie “Strong Bad Email”, una funzionalità in cui il personaggio Strong Bad risponde alle e-mail dei fan. L’elemento interattivo colse il potenziale di Internet in quel momento e i segmenti divennero così popolari che alla fine furono pubblicati su DVD.

Homestar Runner è una serie di opere incentrate sul personaggio principale e consiste principalmente in cortometraggi animati, ma ci sono anche molti videogiochi e altri media. Personaggi principali di Homestar Runner e Strong Bad. Nonostante homestarrunner.com contenga molte serie diverse basate sui personaggi di Homestar Runner (come Strong Bad’s Mail o Marzipan’s Answering Machine), tutti i contenuti pubblicati sul sito sono considerati parte del Serie Homestar Runner.

Patriarcato, femminicidi e politica

C’è chi nega che il patriarcato esista ancora e chi sostiene che i femminicidi non rappresentino un’emergenza in Italia. Ma c’è un dato interessante: chi abbraccia queste posizioni vota quasi sempre a destra. Perché?

Negare il problema è una scelta politica.

Minimizzare il patriarcato e i femminicidi significa accettare lo status quo. È un modo per evitare di mettere in discussione le dinamiche di potere che regolano la società. E indovina chi guadagna da questo immobilismo? Le forze conservatrici.

Le destre tradizionali si fondano su valori legati all’ordine, alla famiglia “tradizionale” e a ruoli di genere rigidi. Riconoscere il patriarcato significherebbe ammettere che questi stessi valori alimentano le disuguaglianze. Un’ammissione che non conviene.

Ogni anno, i numeri parlano chiaro. I femminicidi sono una tragedia costante. Chi nega l’emergenza spesso lo fa per non affrontare il problema alla radice: il controllo e la violenza sistemica verso le donne. Ma affrontarlo richiederebbe cambiamenti profondi.

Non parlare di femminicidi come emergenza è già una presa di posizione. Sminuire il patriarcato vuol dire sostenere implicitamente una struttura di potere che opprime metà della popolazione. E la destra? Spesso è proprio lì che troviamo questa narrativa. Non si tratta solo di politica, ma di valori. Sostenere che il patriarcato non esista o che i femminicidi non siano un’emergenza non è un’opinione neutrale. È una scelta precisa. E questa scelta sembra, con poche eccezioni, andare a destra.

Blowin’ in the wind

Grazie a Blob ho visto per la prima volta Gian Maria Volonté recitare il testo tradotto della canzone di Bob Dylan “Blowin’ in the wind”. Il video del 1967 ha un prologo simpatico tra Volonté e Giorgio Gaber che hanno rispettivamente 34 e 28 anni.

“Blowin’ in the Wind” è una canzone scritta da Bob Dylan nel 1962. Fu pubblicata come singolo e inclusa nel suo album The Freewheelin’ Bob Dylan nel 1963. È stata descritta come una canzone di protesta e pone una serie di domande retoriche su pace, guerra e libertà. Il ritornello “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” è stato descritto come “impenetrabilmente ambiguo: o la risposta è così ovvia che ti è proprio in faccia, o la risposta è intangibile come il vento”.