Andy Warhol

“Ma io, sono coperto? Devo guardarmi allo specchio per trovare qualche traccia. Lo sguardo senza interesse. La grazia diffratta… Il languore annoiato, il pallore sprecato… Il freak chic, lo stupore fondamentalmente passivo, la segreta conoscenza che ammalia…. La gioia di cinz, i tropismi rivelatori, la maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo. … L’ingenuità bambina, l’ingenuità al chewing-gum, il fascino che alligna nella disperazione, la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa, voyeuristica aura vagamente sinistra, la pallida e magica presenza di soffici parole, la pelle, le ossa. … La pallida pelle d’albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu… Le ginocchia nodose. La mappa delle cicatrici. Le lunghe braccia ossute, così bianche da sembrare candeggiate. Le mani interessanti. Gli occhi a spillo. Le orecchie a banana… Le labbra che tendono al grigio. Gli arruffati capelli bianco-argento, soffici e metallici. Le corde del collo in fuori intorno al grande pomo d’Adamo. C’è tutto, B. Nulla è andato perso. Io sono tutto ciò che dice il mio album.”

In questo magnifico autoritratto, presente nella Filosofia di Andy Warhol (1975), c’è tutto Warhol: la sua ingenuità e il suo cinismo, la timidezza e la freddezza, la vanità e l’autoironia. E c’è, soprattutto, la maschera. “A volte è così bello tornare a casa e togliersi il costume da Andy”, dirà nel 1984. Sostiene Henry Geldzahler, curatore di arte contemporanea al Metropolitan Museum e amico di Warhol dal 1960 alla morte: “C’erano almeno tre Andy Warhol, e confonderli ha portato a valutazioni della sua opera in apparenza contraddittorie“.

Timido e pieno di problemi di comunicazione nel’infanzia, nella sua vita Warhol “è riuscito a passare dal mutismo alla creazione di una rete di comunicazione universale” (Rauschenberg), e l’ha fatto costruendosi una maschera pubblica, dissociando l’intimità dall’apparenza: incarnando appieno, come sostiene Alberto Boatto (1995), la figura del dandy, ma “con questa differenza rispetto ai grandi modelli ottocenteschi: mentre il dandy ‘classico’ rifuggiva dalla volgarità, quello di oggi sa che essa è inevitabile. Allora il dandismo non si configurerà più come uno stile di fuga da quel mondo quotidiano giudicato incorreggibilmente volgare, ma come un modo per fare i conti con esso. Sarà un dandismo all’altezza della cultura di massa”. Ma con la mass culture siamo già alla Pop Art.

Asterisco *4

Sono la musica che ascolto, le immagini che vedo, i libri che leggo, i sentimenti che risvegliano, i pensieri cui inducono, l’amore che offro, la pazienza, il lavoro, gli scatti di nervi e il cibo che ingurgito…

Skateaway – Dire Straits (1980)

Era l’ottobre del 1980 quando Mark Knopler e i Dire Straits pubblicarono il terzo lavoro in studio della band, Making Movies. Dopo aver riscontrato un formidabile successo con i primi due LP del gruppo, Dire Straits (1979) e Communiqué (sempre del 1979).

Dopo aver dato il via alla campagna Making Movies con il singolo “Tunnel of Love” nell’ottobre 1980, i Dire Straits tornarono con il secondo singolo nel dicembre 1980: “Skateaway”. La canzone vede Knopler che parla di una bellissima donna che sfreccia per le strade trafficate della città su un paio di pattini a rotelle, ascolta la musica attraverso le cuffie mentre sfreccia nel traffico.

In Making Movies, “Skateaway” dura più di sei minuti. Per renderlo un po’ più radiofonico come singolo, la traccia è stata ridotta a meno di cinque minuti. La canzone ha fatto una solida corsa nelle classifiche, schiantandosi nella top 40 per raggiungere il numero 37 nel Regno Unito. Qui in America, il brano ha raggiunto la posizione numero 58 nella Billboard Hot 100. Al di là delle classifiche, tuttavia, il brano è diventato uno dei preferiti dai fan dei Dire Straits e ottiene ancora ampi consensi sulle radio rock classiche.

Appunti Corti #77

Il Censis ha da pochi giorni rilasciato il rapporto annuale 2024 sulla situazione sociale del Paese, esattamente il numero 58°.
Fra i vari dati, alcuni più di altri mi sono saltati agli occhi:
– Il 53,4% degli italiani non sa se il potere esecutivo spetti al Governo.
– Il 12,9% non sa calcolare 7×8.
– Il 35,1% crede che Eugenio Montale sia stato un Presidente del Consiglio.
– Il 36,4% crede che per essere italiani si debba essere cattolici.
– Il 15,3% ritiene che l’omosessualità sia una patologia genetica.
Se non fossero dei dati certificati da un’ente autorizzato e autorevole come il Censis, verrebbe da pensare che è opera di quei buontemponi di Lercio. Purtroppo invece è la pura verità, ed è questo il dramma.
Ma facciamo finta di vivere in un Paese normale.

John Lennon, peace and love

A New York mancano dieci minuti alle undici di sera dell’8 dicembre 1980 quando John Lennon, insieme a Yoko Ono, la sua inseparabile compagna di lavoro e di vita, scende dal taxi che l’ha riportato davanti alla sua casa nel Dakota Building, dopo una giornata passata in studio di registrazione a lavorare al brano Walking on thin ice.

John Lennon è stato uno dei più celebri musicisti e cantautori del XX secolo, noto soprattutto come membro fondatore dei Beatles, una delle band più influenti nella storia della musica. Nato il 9 ottobre 1940 a Liverpool, in Inghilterra, Lennon è cresciuto in un contesto difficile, ma ha trovato nella musica un modo per esprimere se stesso.

Con i Beatles, Lennon ha co-scritto e cantato alcune delle canzoni più iconiche del gruppo, come “Imagine,” “Come Together,” e “Strawberry Fields Forever.” La sua scrittura era spesso caratterizzata da testi poetici e provocatori, e il suo stile musicale spaziava tra il rock’n’roll, il folk, e il pop. Oltre alla sua carriera con i Beatles, Lennon ha avuto una carriera solista di successo, con l’album “Imagine” come uno dei suoi lavori più conosciuti.

Lennon era anche noto per il suo attivismo politico e sociale, impegnandosi in cause per la pace e contro la guerra, specialmente durante la Guerra del Vietnam. La sua vita fu tragicamente interrotta l’8 dicembre 1980, quando fu assassinato da un fan mentalmente disturbato, Mark David Chapman, fuori dal suo appartamento a New York City.

Il suo impatto sulla musica e sulla cultura popolare rimane immenso, e Lennon continua ad essere ricordato come un’icona della pace e della creatività.

Storie libere

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Tom Waits: cantautore dalla voce vissuta

Oggi è il 7 dicembre, ed in questo giorno, nel 1949, a Pomona, Los Angeles, California, U.S.A., nasceva Tom Waits.
Tom Waits è un cantautore, compositore e attore statunitense noto per la sua voce unica e inconfondibile, spesso descritta come “vissuta” o “grattata”. La sua voce è il risultato di anni di interpretazioni intense, fumo di sigarette e un approccio al canto che mescola blues, jazz, rock e avanguardia.
La carriera di Waits è iniziata negli anni ‘70, e nel corso dei decenni è diventato una figura di culto nel panorama musicale. La sua musica è caratterizzata da testi poetici, spesso cupi e surreali, che raccontano storie di personaggi marginali e situazioni strane o malinconiche. L’atmosfera delle sue canzoni è spesso evocativa di mondi sotterranei, notti senza fine e paesaggi urbani decadenti.
Waits ha anche esplorato il teatro e il cinema, lavorando con registi come Jim Jarmusch e Francis Ford Coppola. La sua influenza si estende ben oltre la musica, lasciando un’impronta significativa nella cultura popolare e ispirando innumerevoli artisti in diversi campi.
In sintesi, Tom Waits è un artista poliedrico il cui contributo alla musica e all’arte è stato profondamente influenzato dalla sua voce “vissuta”, che è diventata il suo marchio di fabbrica e un simbolo del suo stile unico e inimitabile.

Invisibili

Nei giorni in cui le luminarie si accendono sulle vetrine del centro, nelle stazioni si sono attrezzati con dispositivi di vario genere per evitare la presenza dei senzatetto. Stretti nei loro sacchi a pelo, forse non erano ‘belli’ per chi ogni giorno salta sui treni in ritardo per correre a timbrare il cartellino. Li chiamano invisibili, ma invisibili per chi? Per noi privilegiati che vogliamo nasconderli e voltare gli occhi di fronte al fallimento della società. A nessuno importa di loro, basta non averli davanti mentre facciamo colazione al bar, entriamo al supermercato e aspettiamo il black friday. Ma se ci infastidiamo quando ci chiedono una moneta per perdersi in un vino scadente, forse il problema siamo noi. Scavalcati dalla nostra indifferenza, esistono ma non esistono. Eppure sono tanti, e quelli che conosco e ho conosciuto si portano dietro storie di ogni tipo. Timidi, riservati, arrabbiati, aggressivi, maleducati, romantici. Sono come noi, ma per scelta o per necessità restano invisibili perché troppo visibili. Liberi da ogni cosa, resistono ai margini di un mondo corrotto che li ha rifiutati o che hanno abbandonato. Forse ha ragione quella canzone che dice: “Lavorate voi, schiavi dei soldi, che non sentite la puzza della schiavitù / Con una carrozzella spingerò i miei guai, i cartoni e la vita lontano da voi”.