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Alex Webb è nato a San Francisco, in California, nel 1952. Studia storia e letteratura al college e fotografia al Carpenter Center for the Visual Arts. Nel 1972 frequenta l’Apeiron Workshop e due anni dopo diventa fotografo professionista. Comincia subito a pubblicare su importanti testate, come The New York Times Magazine, Life, Geo, Stern e National Geographic. Nel 1974 si associa a Magnum Photos per poi, nel 1979, diventarne membro effettivo. Verso la metà degli anni Settanta realizza lunghi e accurati reportage nel Sud degli Stati Uniti, documentando, in bianco e nero, la vita delle piccole città. Il mondo dei tropici lo attrae, e a lungo Webb lavora nei Caraibi e in Messico componendo su questi Paesi un corpus di immagini a colori che arricchisce continuamente di nuove, sorprendenti foto. In seguito sono numerosi i viaggi nei Caraibi, in America Latina e Africa. Le sue immagini sono state raccolte in vari libri. L’ultimo lavoro, Crossings, del 2003, è dedicato alla vita e ai problemi di chi è costretto a oltrepassare per lavoro il confine USA-Messico. Alex Webb ha ricevuto vari riconoscimenti tra cui una borsa di studio dalla New York Foundation of the Arts nel 1986, un finanziamento dal National Endowment for the Arts nel 1990, il premio dell’Hasselblad Foundation nel 1998, il premio Leopold Godowsky per la fotografia a colori nel 1988 e la Leica Medal of Excellence nel 2000. Molte le sue mostre, collettive e personali, negli Stati Uniti e in Europa. Tra i vari musei che hanno ospitato le sue opere: il Walker Art Center, il Museum of Photographic Arts, The International Center of Photography, The High Museum of Art, the Southeast Museum of Photography e il Whitney Museum of American Art. Ha pubblicato Hot Light / Half-Made Worlds. Photographs from the Tropics (1986); Under a Grudging Sun. Photographs from Haiti Libéré 1986-1988 (1989); Fotografías. From the Tropics (1989); From the Sunshine State. Photographs of Florida (1996); Amazon. From the Floodplains to the Clouds (1997); Dislocations (1998-1999); Crossings. Photographs from the U.S. – Mexico Border (2003).
L’11 maggio 1938 nasce a Oakland Carla Bley, uno dei grandi talenti musicali femminili del Novecento. Il suo nome alla nascita è quello di Carla Borg. È suo padre, organista e maestro del coro in una chiesa di Oakland, che la spinge prestissimo a cantare e a imparare il pianoforte. Carla Bley è nota per le sue composizioni avanguardistiche, l’uso innovativo della big band, le sue trascrizioni jazz e il suo lavoro come leader di etichetta discografica. Bley inizia a suonare il piano da bambina e si avvicina al jazz negli anni ’50. La sua musica combina elementi di jazz, musica classica e sperimentale, spesso con arrangiamenti complessi e testi ironici. È particolarmente conosciuta per le sue composizioni per big band e orchestra. Ha collaborato con artisti come Charlie Haden, Michael Mantler e Steve Swallow (suo marito). Ha contribuito a progetti come “Liberation Music Orchestra”, che mescola jazz e musica politica. Nel 1971 fonda l’etichetta discografica Watt, che pubblica lavori di Jan Garbarek, John Zorn e altri. L’etichetta ha promosso la musica sperimentale e la musica jazz non commerciale. Bley è stata una pioniera nel ruolo della compositrice nello jazz, sfidando le norme di genere e i confini musicali. La sua musica è apprezzata per la sua originalità e profondità emotiva.
Si, ci vuole la musica. Tutti dovrebbero averne sempre le tasche piene. Dovrebbero esserci i bancomat delle note e non dei soldi. La scuola musicale e la sanità che opera ogni volta che un pentagramma si danneggia. Le strade dovrebbero essere musicali da costringerci ad avere sempre andature diverse cosi da ascoltare continuamente musica nuova. Penso alla musica di quando si cammina in due, uno accanto all’altro o quando si va in gruppo da qualche parte. Tutti dovrebbero avere in casa un salvanote di coccio al posto del salvadanaio, quello dove risparmiare le note che non hai usato. Pensate che bel concerto quando arriva il momento di tirare la martellata. Si, si, ci vuole la musica.
Le canzoni, nel 90 per cento dei casi, e in tutto il mondo, sono canzoni d’amore. Il che vuol dire che ogni situazione amorosa è stata raccontata, illustrata, interpretata, sviscerata, analizzata da autori in ogni dove e in ogni epoca. Le canzoni d’amore, quindi, possono avere milioni di forme diverse, essere appassionate e tristi, stupide e semplici, complesse e avvincenti, possono essere ballate in maniera lenta o scatenata, o ascoltate da soli al buio. Ma tutte devono avere una caratteristica irrinunciabile, devono sembrare o essere, possibilmente, vere, perché noi ci si possa in quelle canzoni ritrovare, riconoscere, perché possano essere un modo per condividere una gioia, una passione, anche una difficoltà o una sofferenza. Francesco Guccini di canzoni d’amore non ne ha scritte tante in realtà, ma quando l’ha fatto la verità è stata sovrana assoluta. Del resto, è così in tutto il canzoniere di Francesco Guccini, uno dei più importanti autori della nostra storia musicale, è così perché anche quando la sua fantasia prende il sopravvento, anche quando le sue storie diventano fantatiche o addirittura misteriose, è difficile non lasciarsi rapire dal racconto e crederci. Guccini ci ha anche raccontato di sé, dei suoi amori, e lo ha fatto sempre in maniera particolare, non ovvia, evitando ovviamente la classica rima baciata “sole-cuore-amore”, ma provando a esplorare lati del sentimento amoroso che la nostra canzone ha illuminato poco. Come nel caso di Vedi cara. È un brano del 1970, presente in Due anni dopo, secondo album di Guccini, ed è scritto come se l’amata a cui la canzone è diretta se realmente davanti a lui, come se non si trattasse di una canzone ma di un discorso fatto a quella che all’epoca non era ancora moglie, Roberta Baccilieri, che sposerà l’anno seguente. È una canzone bellissima e strana, che non ha un vero ritornello ma ben ventidue strofe in cui il cantautore prova a spiegare le difficoltà che in quel momento attraversava.
Il 9 gennaio 2007, Steve Jobs presentò l’iPhone come un “iPod widescreen”, un “telefono rivoluzionario” e un “comunicatore Internet rivoluzionario”. Sebbene la folla non sembrasse così entusiasta della parte del comunicatore Internet, finì per diventare di gran lunga la caratteristica più rivoluzionaria: il dispositivo avrebbe rimodellato Internet. Forzò una riprogettazione delle interfacce Web per renderle reattive e minimaliste. Flash iniziò una lenta morte perché non era supportato. I social media divennero mobile-first e onnicomprensivi. Un’era di Internet era finita e ne iniziò una nuova. (Fine)
Con questo 58esimo post finiscono gli “Artefatti di Internet”, ovvero i momenti più importanti dell’internet dai suoi albori fino al duemilasette.
[…] Se continuiamo a considerare problemi e difficoltà come una sfida che minaccia la pace e la serenità interiori, per definizione la pace e la serenità interiori continueranno a essere messe in pericolo. In un certo senso ci incanaliamo in un ciclo di causa ed effetto che si autoalimenta, rinforzando quello che si può definire un processo di autocondizionamento. Ne siamo profondamente influenzati da bambini, osservando i nostri genitori reagire alle difficoltà e ai problemi in un solo modo, ossia negativamente. E dato che i problemi inevitabilmente si ripresentano, anche la reazione negativa si ripropone. Forgiamo nella nostra mente questo legame più o meno inscindibile fra i problemi e l’ansia e lo stress ai quali li abbiamo sempre associati. Diventa così il modus vivendi universale, nostro e delle persone attorno a noi, tanto che non pensiamo mai di metterlo in discussione. Anzi, lo accettiamo come l’unica realtà. È concepibile che vi sia un’altra realtà?
Di nuovo, il Buddismo ci presenta un insolito paradosso: invece di reagire ai problemi con negatività e ansia è assolutamente possibile considerarli in maniera molto diversa. Come ci siamo insistentemente allenati a vederli negativamente, così possiamo allenarci a vederli positivamente. Il Buddismo in sostanza afferma che dobbiamo afferrare l’immenso potere che risiede nella nostra libertà di scelta. Possiamo decidere come reagire. È una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria. Se possediamo quest’abilità intellettuale e spirituale, possiamo determinare di vedere le sfide e i problemi non come inevitabilmente dolorosi e ansiogeni, ma positivamente come un’opportunità. Di fatto, direste voi, sono l’unica opportunità che abbiamo per sviluppare la resilienza, la fiducia in noi stessi, l’ottimismo e la capacità di affrontare le cose in generale. […] Non a caso il Buddismo è stato in un certo senso creato dalla percezione che la vita sia difficile, e che il nostro compito sia quello di trarre la nostra felicità proprio da quelle difficoltà. Dobbiamo solo andare d’accordo con questo approccio. Così, al centro del Buddismo troviamo questa fondamentale intuizione, ossia che il modo in cui scegliamo di reagire a tali difficoltà governa completamente, anzi determina, il tipo di vita che possiamo costruirci. […] Dobbiamo acquisire una serie di capacità volte a costruirci una vita nuova. Dobbiamo imparare a guardare ai problemi e ai dolori in modo diverso. A prova della sua validità, questo approccio buddista è diventato la forza motrice di uno dei più validi metodi moderni adottati dagli psicologi per il trattamento dell’ansia e della depressione. Come sostiene uno dei principali esponenti di questo metodo, è stato rilevato che è possibile trasformare l’esperienza di una persona semplicemente modificando il modo in cui questa persona vede o presta attenzione alla sua stessa esperienza. (Continua)
Abituati al rumore assordante della città, al vociferare continuo nelle vie, nei negozi, negli uffici, al parlare per riempire i momenti in convivialità e condivisione, ci dimentichiamo molto spesso dell’importanza del silenzio. Eppure il silenzio è un’altra forma di linguaggio, quella più intima e vera. Solo nel silenzio i filtri scompaiono, i pensieri sono nudi e senza condizionamenti. Il silenzio è il miglior compagno, il nostro vero e sincero amico a cui possiamo confidare tutto anche quello che facciamo fatica dire a noi stessi.