Segnali #14

Suoni – Paco de Lucia è un chitarrista spagnolo che ha trovato una via autentica dal mix di influenze di flamenco, musica classica e jazz. Nato ad Algeciras in Andalusia, fin da piccolo si appassiona al flamenco grazie al padre e al fratello chitarristi e a cinque anni si ritrova con una chitarra in mano. Si dedica totalmente allo studio dello strumento seguendo le indicazioni dei maestri Niño Ricardo e comincia a tenere concerti insieme al fratello Pepe con cui intraprende un primo tour in America.

Visioni – Fotografa freelance, Melissa Farlow collabora con National Geographic da oltre 15 anni. In precedenza è stata assunta nelle redazioni di diversi quotidiani. Mentre lavorava al Louisville Times, in Kentucky, assieme ad altri colleghi ha vinto il Premio Pulitzer per una serie di reportage sull’integrazione razziale nelle scuole. Inoltre, è stata in tre stati africani per realizzare un libro in cui ha raccontato il ruolo delle donne nelle diverse culture, e ha viaggiato in Cile, Perù e Messico per un altro libro sull’autostrada panamericana. I suoi scatti hanno vinto più volte il concorso Pictures of the Year e altri premi.

Dintorni – In California è Berkeley la prima città ad abolire gli allevamenti intensivi. La storica decisione è stata adottata attraverso un referendum cittadino che ha ottenuto il supporto del 60% degli elettori. Il provvedimento segue la chiusura dell’ultimo impianto di corse di cavalli, nel giugno di quest’anno, che ha rappresentato un passo importante verso questa decisione preceduta da lunghe campagne sostenute dalla comunità di Berkeley per la protezione del benessere degli animali impiegati nelle corse.

Appunti Corti #105

Ogni respiro ha i suoi dettagli, fatto di profumi, di pieghe, di gioie e dolori. Dettagli minuscoli a volte impercettibili a volte opprimenti.
Li stringo forte in un angolo della mente, un modo per catalogarli, estrarli ed ammirarli al momento del bisogno.
L’album è pieno di respiri. Catalogati in ordine sparso, uno per ogni emozione, gioia e sofferenza. Uno per ogni momento.

Lophae – Perfect Strangers (2025)

Con Perfect Strangers, Greg Sanders lancia una nuova band chiamata Lophae, con il chitarrista Tom Herbert al basso, Sam Rapley al sax tenore e Ben Brown alla batteria. L’interpretazione di Sanders del sound della band: “una specie di jazz moderno melodico, lirico e abbastanza accessibile, leggermente psichedelico, con qualche cenno alla ‘world music’“, non è imprecisa, ma non è tutta la storia. Con assoli in abbondanza, il jazz è sicuramente parte del mix, ma le otto tracce hanno poco in comune con il jazz tradizionale. I ritmi di Brown, il cui background include periodi con la leggenda dell’Ethio-Jazz Mulatu Astatke e il suo gruppo Waaju, e Herbert, un pilastro della scena jazz del Regno Unito, attingono più al funk, all’afrobeat, all’R&B e al soul che allo swing standard; Il commento di Sanders: “Potresti sentire echi di Bill Frisell, Blake Mills, Ebenezer Obey, Stan Getz, Joao Gilberto… e altri pezzi e cianfrusaglie” è confermato dal materiale, e chiunque sia affascinato dalla musica che Lionel Loueke ha creato troverà molto da apprezzare anche qui. Il sound di Lophae è, in una parola, fresco.

Il Buddambulo #23

Il Buddismo e la scelta della felicità #8/10

Mi vengono in mente molte analogie. Per esempio, l’ideogramma cinese che esprime il concetto di crisi rappresenta anche il concetto di opportunità. Vedere la situazione come una crisi implica un’immediata minaccia allo spirito. Vederla come un’opportunità ci fa sentire immediatamente motivati. La situazione resta esattamente la stessa ma l’atteggiamento verso di essa è radicalmente diverso; e l’atteggiamento, cioè la scelta, – afferma il Buddismo – governa il risultato.
È questa fondamentale trasformazione dell’atteggiamento che noi possiamo certamente attuare. I problemi restano gli stessi, ma la nostra sensazione di essere in grado di superarli cambia profondamente, e questo a sua volta significa che essi non sono più così minacciosi o fastidiosi, tanto che reagiamo coscientemente a essi in modo completamente diverso. I problemi che crediamo di poter superare tendiamo a chiamarli sfide, e questo cambio di nome non è per nulla superficiale, bensì, di fatto, ha un’immensa influenza sul nostro spirito. I problemi sono negativi e ci demoralizzano. Le sfide sono stimolanti e ci entusiasmano.
È di fondamentale importanza non confondere il tipo di reazione positiva di cui ho parlato finora con atteggiamenti come lo stoicismo o il fare la faccia dura di fronte alle cose, che significa sostanzialmente sopportare i problemi per l’arco della loro durata senza cercare di trasformarli. […]
Affrontare positivamente i problemi è una cosa radicalmente diversa. È sostanzialmente cercare di trasformare la situazione non tanto per sopportarla quanto per creare valore dalle difficoltà, per trasformare l’ansia potenziale in una sensazione più solida di benessere per noi e per coloro che sono coinvolti nella situazione.

Il Buddismo non è in nessun modo una forma di evasione per trovare un qualche rifugio meditativo interiore lontano dai ritmi frenetici, dal chiasso e dalla costante complessità della vita moderna, anche se spesso questo risulta essere un comune stereotipo circa la sua natura. Il Buddismo, invece, è soprattutto incentrato sulla sfida, la sfida nei confronti degli atteggiamenti e dei comportamenti che non ci conducono a risultati positivi. Certo, è molto più facile continuare a detestare i problemi e reagire a essi istintivamente, e cioè negativamente, mentre ribaltare schemi di pensiero e i di comportamento che abbiamo costruito, implementato e integrato per anni nella nostra vita è una delle cose più difficili che esista: noi siamo esattamente questi schemi di pensiero e di comportamento. E cambiare quello che siamo è di fatto una grossa sfida.
Avviarsi a raggiungere quel cambiamento è sostanzialmente la funzione della pratica buddista quotidiana. In un certo senso potete considerarlo come un programma di allenamento senza termine mirato a trasformare tali schemi di pensiero e di comportamento. L’obiettivo è quello di costruire un senso di ottimismo, fiducia in noi stessi e benessere così forte e radicato da non poter essere abbattuto dalle difficoltà, dai problemi e dalle i crisi emotive e materiali che tutti affrontiamo. Questo è il cambiamento nell’atteggiamento che vogliamo raggiungere. Ma non possiamo limitarci a pensare a come arrivarci, […] dobbiamo agire, dobbiamo apprendere una nuova abilità. (Continua)

Forme

Odori che vanno oltre la reale
rappresentanza delle cose.
Colori vividissimi che,
come muschio,
avvolgono ogni forma
e brividi attorno alla musica,
in una percezione estrema
della realtà e rarefetta

analisi oggettiva.

Nick Cave & The Bad Seeds — The Good Son (1990)

Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”.
La sua discografia, sei album in otto anni, due eccezionali “The Firstborn is Dead” e “Kicking Against The Pricks” album di cover, bello e non ovvio, tre più che validi “From Her To Eternity”, “Your Funeral… My Trial” e “Tender Prey” e questo “Buon Figlio” targato 1990.
Il cambio di rotta è evidente, Cave abbandona i suoni spigolosi e irrequieti e intraprende la strada della melodia, dell’intimismo, della spiritualità.
La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Proprio per questo le vediamo una ad una.
Foi Na Cruz — Lenta ed inesorabile con ritornello in portoghese, splendido decadentismo sulle note di un amore che doveva essere e non è stato; non resta che sognare sulle magiche note di accompagnamento. Bellissima partenza.
The Good Son — Cori soul burrascosi, intervallati da distensioni di chitarre spiegate, per conferire estrema profondità, il basso ossessivo sembra estratto da una outtake di “From Here To Eternity” per via della sua carica emotiva ascendente. Un finale da lacrime.
The Weeping Son — Camminando lentamente e forse mestamente, a testa alta, orgogliosi della nostra sofferenza in un pomeriggio di fine inverno, le campane risuonano nell’aria scandendo il ritmo che scorre, non si può più tornare indietro e non resta che la disperazione, consapevole, suo malgrado testimone di uno spaccato di vita. Meravigliosa.
Sorrow Child — Forse il momento più bello, più significativo dell’intero lavoro, dove Cave esprime con perentoria capacità di immedesimazione la tristezza adolescenziale, fatta di lacrime e lamenti. Alta espressione di arte intesa in senso musicale. Unica.
Ship Song — Arduo trasportare l’animo trascinandolo per mano, Ship Song è in grado di farlo, con la voce da amico prima e da imbonitore poi; l’hammond in sottofondo è una caratteristica che conferisce maestosità all’evento. Bellissima.
The Hammer Song — Prosegue il viaggio nelle diverse interpretazioni di canzoni; il basso ridondante descrive una fuga attraverso gli alberi di una fitta radura; si procede con passi svelti guardandosi le spalle; via fino al fiume, sotto la pioggia, il momento è arrivato… Epica.
Lament — Ancora poesia e lacrime, anche stavolta però come nelle precedenti meste ballate, Nick Cave ci invita a guardare un po’ in là, ad asciugare gli occhi, l’aria e la luce cominciano a renderlo un tantino più ottimista. Visionaria.
The Witness Song — Un disimpegno, serio, alla sua maniera, energia condensata in pochi strumenti avvolgenti, nel modo più lirico possibile, senza tralasciare la drammaticità degli eventi. Essenziale.
Lucy — L’amore posseduto, desiderato e disperato fatto di pena e sofferenza; non ci resta che richiamarlo alla memoria, il “reprise” finale del pezzo con il piano di Roland Wolf, è un soave finale da mini-opera con harmo e piano in evidenza. Ottimo finale.

100 Brani Jazz #1

Prima selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Take Five di Dave Brubeck, So What di Miles Davis, Take The A Train di Duke Ellington, Round Midnight di Thelonious Monk, My Favorite Things e A Love Supreme di John Coltrane, All Blues di Miles Davis, Birdland dei Weather Report, The Girl From Ipanema di Stan Getz & Astrud Gilberto e Sing, Sing, Sing di Benny Goodman.

Ascolta su Radioscalo

Malware, spyware e ransomware #1/5

Cos’è il malware?
Malware è un termine generico che comprende tutti i tipi di software dannosi, inclusi virus, worm, trojan, ransomware e spyware. Questi programmi sono progettati per infettare e causare danni ai computer, rubare dati sensibili e/o assumere il controllo di un sistema.
Una volta che il malware riesce ad accedere a un sistema, non solo il dispositivo interessato è in pericolo, ma anche tutti gli altri dispositivi sulla stessa rete potrebbero essere a rischio.
Per semplicità, prendiamo come esempio un computer, ma è importante essere consapevoli del fatto che il malware può colpire tutti i tipi di dispositivi digitali, inclusi desktop, dispositivi mobili e altri dispositivi collegati a Internet.

Il malware può infettare un computer in diversi modi, anche tramite allegati e-mail, siti Web e download di software infetto. Ecco alcuni dei modi più comuni con cui il malware potrebbe infettare il tuo computer.

Pagine Web dannose o compromesse
Una pagina Web dannosa è una pagina Web progettata per infettare il computer con malware. Le pagine Web dannose vengono create da criminali informatici o possono essere il risultato della compromissione di un sito Web legittimo (altrimenti noto come attacco hacker). Le pagine Web dannose possono infettare il tuo computer con malware se le visiti, fai clic sui collegamenti o scarichi file da esse. Un modo comune con cui i criminali informatici inducono le loro vittime a visitare pagine Web dannose è l’invio di grandi quantità di e-mail fraudolente, comunemente chiamate e-mail di phishing.

Riconoscimento di pagine Web dannose
Il modo migliore per evitare di essere vittima di un’infezione è sapere come riconoscere una pagina Web dannosa. Esistono alcuni segnali rivelatori che una pagina Web potrebbe essere dannosa.

Innanzitutto, bisogna prestare attenzione all’URL: un collegamento falso può sembrare strano e non assomigliare al dominio legittimo che pretende di impersonare. Altri esempi più sofisticati potrebbero contenere errori di ortografia di siti Web noti, quindi tieni sempre gli occhi aperti. I collegamenti di reindirizzamento sono forse i più efficaci tra i collegamenti dannosi, poiché si tratta di collegamenti che sembrano normali, ma reindirizzano a un altro sito. Puoi identificare un collegamento di reindirizzamento controllando la sua destinazione effettiva, utilizzando strumenti online.

In secondo luogo, una volta sulla pagina, potrebbe diventare ovvio che qualcosa non va, poiché potresti scoprire che ha poco o nessun contenuto. Altri indicatori di una pagina Web contraffatta sono errori grammaticali e di ortografia. Tuttavia, fai attenzione, poiché alcuni siti Web dannosi potrebbero sembrare quasi identici alle loro controparti legittime.

In terzo luogo, la pagina web può promuovere prodotti o servizi che sembrano troppo belli per essere veri. Anche i popup che appaiono frequentemente, a volte così tanto da rendere l’utilizzo della pagina un incubo, sono segnali che la pagina potrebbe essere dannosa.

Se incontri uno di questi segnali, è meglio uscire immediatamente dalla pagina. Per essere ancora più sicuro, puoi anche svuotare la cache ed eliminare i cookie del browser. (Continua)