Laurie Anderson — Homeland (2010)

Laurie Anderson con i suoi 40 anni di carriera, mancava dalla scena musicale da un decennio. L’uscita di un nuovo disco da parte dei suoi fans, come il sottoscritto, era quindi molto attesa.

Per chi non conoscesse la sua musica e volendo catalogarla con dei generi, i tag: avanguardia e sperimentazione sono quelli più appropriati. Come sarà ovvio pensare, i suoi dischi quindi, non sono mai stati di facile ascolto ma, ascoltati diverse volte e soprattutto con un orecchio attento riescono a fare breccia anche agli ascoltatori più ostili. Anche questo suo ultimo “Homeland” rientra in questo “quadro”.

Per semplificare in breve le canzoni di Homeland possiamo dire che sono una sommatoria di: parole, suoni, testi, polemiche, poesie e riflessioni. L’opera è assai altalenante. Momenti di profonda arte sonora vengono affiancati a “parlati” di marcata noia. Le liriche affrontano temi sociali assai attuali e importanti come la politica e le problematiche relative ad una società consumistica. Proprio per questa complessità, dove i testi hanno la prerogativa sui suoni che, l’album non risulta di facile presa e, come è avvenuto in questi ultimi anni, le sue opere si orientano più verso a piecè teatrali che non a dischi musicali fine a se stessi.

Ben Webster: Maestro del “Mainstream”

Ben Webster, nato il 27 marzo 1909 a Kansas City, Missouri, è stato uno dei più grandi sassofonisti tenore della storia del jazz, noto per il suo suono caldo, lirico e allo stesso tempo potente. Era un maestro nel fondere la tecnica con una profonda espressività, e la sua capacità di passare da frasi dolci e melodiche a un tono aggressivo e graffiante lo ha reso una figura unica nel panorama jazzistico.
Iniziò la sua carriera musicale suonando il pianoforte, ma presto passò al sassofono, influenzato da artisti come Johnny Hodges e Coleman Hawkins, che fu uno dei suoi principali modelli. Il sassofono tenore di Webster si caratterizzava per il suo timbro caldo e il suo vibrato ricco, una combinazione che gli permise di esprimere una vasta gamma di emozioni, dal lirismo più dolce all’energia più vigorosa.
Dopo aver suonato con varie band locali a Kansas City, Webster iniziò a emergere sulla scena jazz negli anni ’30. Lavorò con diverse grandi orchestre, tra cui quelle di Bennie Moten, Andy Kirk e Fletcher Henderson, ma il suo vero successo arrivò quando si unì alla band di Duke Ellington nel 1940.
La sua collaborazione con Duke Ellington, una delle orchestre più celebri del jazz, fu cruciale per la carriera di Webster. Con Ellington, Webster trovò il contesto perfetto per il suo stile espressivo e per la sua abilità di interpretare ballate con un tocco inimitabile. Webster divenne presto uno dei solisti più apprezzati dell’orchestra, insieme ad altri grandi musicisti come Johnny Hodges e Cootie Williams.
Tra le sue performance più celebri durante il periodo con Ellington ci sono brani come “Cotton Tail”, dove il suo assolo bruciante divenne un classico, e le sue interpretazioni struggenti di ballate come “All Too Soon” e “Chelsea Bridge”, che mostrano la sua capacità di esprimere profonda malinconia attraverso il suo sassofono.
Tuttavia, Webster aveva un carattere difficile e litigioso, e la sua collaborazione con Ellington si interruppe nel 1943 a causa di tensioni personali.
Dopo aver lasciato l’orchestra di Ellington, Webster continuò a registrare e a esibirsi con varie formazioni. Negli anni ’50 e ’60, registrò album memorabili sia come leader che come sideman. Il suo stile si adattava particolarmente bene alle ballate, e uno dei suoi album più apprezzati è “Ben Webster Meets Oscar Peterson” (1959), in cui il suo sassofono tenore si fonde perfettamente con il pianoforte virtuoso di Peterson.
Webster era noto per la sua abilità di interpretare ballate romantiche con una profondità emotiva straordinaria, che lo rendeva uno dei migliori interpreti di brani lenti e riflessivi. Tuttavia, quando lo desiderava, poteva suonare con una grinta e una potenza impressionanti, soprattutto nei pezzi più swinganti.
Durante gli anni ‘60, Webster si trasferì in Europa, come fecero molti musicisti jazz americani dell’epoca, attratti dall’accoglienza più calorosa che ricevevano in Europa rispetto agli Stati Uniti. Visse a lungo in Danimarca, dove continuò a esibirsi e a registrare fino alla fine della sua vita.
Il suono di Ben Webster era unico nel suo genere: il suo vibrato ampio e il modo in cui utilizzava lo spazio e le pause nella musica contribuivano a creare un senso di profondità e di emozione nei suoi assoli. A differenza di molti altri sassofonisti, Webster era un maestro del “sussurro” musicale, capace di comunicare tanto con una nota dolce e sostenuta quanto con una frase esplosiva.
Webster è ricordato come uno dei “tre grandi” sassofonisti tenore del suo tempo, insieme a Coleman Hawkins e Lester Young. La sua influenza ha attraversato generazioni di musicisti, e il suo stile espressivo nelle ballate ha ispirato molti altri sassofonisti, tra cui John Coltrane e Sonny Rollins.
Ben Webster morì il 20 settembre 1973 a Copenaghen, Danimarca. La sua eredità musicale è immensa, e i suoi contributi al jazz, soprattutto nel modo di interpretare le ballate e nel suo approccio lirico al sassofono tenore, rimangono influenti ancora oggi. E’ stato uno dei grandi poeti del sassofono, capace di raccontare storie attraverso il suo strumento come pochi altri. La sua capacità di trasmettere emozioni profonde con semplicità e intensità lo ha reso un punto di riferimento nella storia del jazz.

Artefatti di Internet #54 – The Ultimate Showdown (2006)

Pubblicato il 22 dicembre 2005, The Ultimate Showdown of Ultimate Destiny è una canzone parodia e un video che hanno preso d’assalto Internet. Creato da Neil Cicierega con lo pseudonimo “Lemon Demon”, con animazione Flash di Shawn Vulliez, l’animazione mostra una fantastica battaglia lunga un secolo a Tokyo. Con un mix eclettico di icone della cultura pop reali e immaginarie, da Shaquille O’Neal a Batman, il video è stato visualizzato oltre 13 milioni di volte su Newgrounds.

Soprusi

Posto questo breve scritto di Astor Amanti tratto dal suo libro “Acid Lethal Fast”, in quanto mi sono ritrovato in toto in quello che esprime.

“Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo. Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, la sofferenza. C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.”

Sento il peso di questo mio “essere” in maniera tangibile e sempre più accentuato. Davanti anche alla minima situazione di sopruso verso un animale o un essere umano, vengo preso da un malessere ingestibile che mi obbliga a distogliere lo sguardo, la presenza, il pensiero. Può essere preso come un comportamento comodo e irresponsabile… in realtà, nel mio caso sarebbe da masochista, il dolore che sento penetrarmi è talmente forte da creare un grande disagio psichico-fisico.

Aretha Franklyn: Regina dell’R&B… e non solo

Aretha Franklin, nata il 25 marzo 1942 a Memphis, Tennessee, è stata una delle voci più potenti e influenti della storia della musica, conosciuta come la Regina del Soul. La sua carriera ha attraversato oltre cinque decenni, durante i quali ha lasciato un’impronta indelebile nel soul, R&B, gospel e pop. Dotata di una voce unica per potenza e profondità emotiva, ha saputo trasmettere messaggi di amore, lotta e emancipazione attraverso la sua musica.
Aretha Franklin crebbe in un ambiente profondamente legato alla musica e alla religione. Suo padre, il reverendo C.L. Franklin, era un predicatore famoso e la giovane Aretha imparò a cantare nel coro della chiesa battista dove suo padre era pastore, a Detroit. Già da bambina, mostrò un talento eccezionale per il canto e per il pianoforte.
A soli 18 anni, firmò il suo primo contratto discografico con la Columbia Records, ma i suoi primi lavori non riuscirono a catturare pienamente la sua essenza musicale. Solo quando passò alla Atlantic Records nel 1966, sotto la guida del produttore Jerry Wexler, la sua carriera esplose. Qui iniziò a fondere il gospel delle sue radici con il soul e l’R&B, creando un sound che sarebbe diventato leggendario.
Il vero successo arrivò nel 1967 con l’uscita del singolo “Respect”, una cover del brano di Otis Redding. La versione di Aretha Franklin trasformò il pezzo in un inno per i movimenti dei diritti civili e delle donne, incarnando il grido di lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione. Con “Respect”, Aretha conquistò il pubblico e ricevette i primi di una lunga serie di premi.
La sua capacità di esprimere emozioni profonde attraverso la voce, che oscillava tra il dolce e il graffiante, la rese una delle cantanti più rispettate e amate a livello globale. Ha vinto 18 Grammy Awards durante la sua carriera e ha venduto milioni di dischi in tutto il mondo.
Oltre alla sua straordinaria carriera musicale, Aretha Franklin fu una figura chiave nei movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti. Amica personale di Martin Luther King Jr., cantò spesso durante eventi legati alla causa e sostenne finanziariamente il movimento. Il suo canto e la sua immagine rappresentavano la forza e la resilienza della comunità afroamericana, soprattutto in un’epoca di grande divisione e ingiustizia razziale.
Nel corso della sua carriera, Aretha Franklin ricevette innumerevoli onorificenze. È stata la prima donna a essere inserita nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987, un riconoscimento che confermava la sua importanza nella storia della musica rock e soul. Ha cantato per tre presidenti degli Stati Uniti, inclusa la storica esibizione durante l’insediamento di Barack Obama nel 2009.
Negli ultimi anni, pur avendo ridotto le sue esibizioni dal vivo, Aretha ha continuato a essere una presenza venerata nella musica. Il suo ultimo album, “A Brand New Me” (2017), includeva nuovi arrangiamenti orchestrali di alcuni dei suoi più grandi successi.
Aretha Franklin morì il 16 agosto 2018 a Detroit a causa di un cancro al pancreas. La sua morte suscitò un’ondata di tributi da tutto il mondo, sottolineando quanto fosse amata non solo per la sua voce incredibile, ma anche per il suo impegno umano e sociale.
Aretha Franklin rimane una delle figure più importanti nella storia della musica. La sua capacità di trascendere generi, di usare la sua voce per parlare a generazioni diverse e di rappresentare le lotte per l’uguaglianza e i diritti civili l’ha resa un’icona universale. La sua musica continua a ispirare artisti di ogni genere, e la sua voce – autentica, potente e carica di emozioni – è eternamente scolpita nella storia della musica.

Con i Ramones nasce il punk rock

Fumo, urla e grida caratterizzano un locale “difficile” come il Performance Studio di New York, uno dei covi della musica alternativa della città. Il 24 marzo 1974, accolti da ululati e fischi, si presentano sul palco quattro ragazzi di Forest Hill.
I Ramones sono stati una delle band più iconiche e influenti nella storia del punk rock. Sono spesso considerati i pionieri del genere punk, con il loro sound veloce, minimalista e grezzo che ha ridefinito la musica rock negli anni ’70 e ’80.
Nonostante i membri non fossero imparentati, tutti adottarono il cognome “Ramone” come parte della loro immagine di gruppo unito e ribelle.
I Ramones si sono distinti fin dagli inizi per il loro approccio semplice e diretto alla musica rock. Le loro canzoni erano brevi, veloci e caratterizzate da riff di chitarra essenziali, ritmi incalzanti e testi ironici e provocatori. Il loro stile era una reazione contro la musica rock progressiva e il pop elaborato che dominava il panorama musicale negli anni ’70.
Il loro album di debutto, “Ramones” (1976), fu un fulmine a ciel sereno. Brani come “Blitzkrieg Bop”, con il famoso ritornello “Hey! Ho! Let’s go!”, e “Judy Is a Punk” definirono immediatamente il suono del punk. Anche se il disco non ottenne un grande successo commerciale, divenne una pietra miliare per il genere.
Album successivi come “Leave Home” (1977), “Rocket to Russia” (1977) e “Road to Ruin” (1978) consolidarono la loro reputazione nel circuito underground e nel movimento punk. La band era nota per i suoi spettacoli dal vivo intensi, dove suonavano set velocissimi e spesso senza pause tra una canzone e l’altra.
Nonostante non abbiano mai raggiunto un successo commerciale di massa durante la loro carriera, i Ramones hanno avuto un’influenza enorme sulla musica rock e su numerosi gruppi punk successivi, come i Sex Pistols, The Clash e i Green Day. Hanno ridefinito l’estetica punk, sia nel suono che nell’immagine, con i loro jeans strappati, giubbotti di pelle e attitudine “fai-da-te”.
I loro testi spesso parlavano di temi semplici, come l’amore adolescenziale, la ribellione, o situazioni assurde, ma sempre con un’ironia tagliente. Canzoni come “I Wanna Be Sedated”, “Rockaway Beach”, e “Sheena Is a Punk Rocker” sono diventate inni per generazioni di fan del punk.
Nonostante i continui cambi di formazione (Tommy lasciò la band nel 1978 e fu sostituito da Marky Ramone), i Ramones continuarono a pubblicare album e a fare tournée per oltre due decenni. Tra i loro album più noti degli anni ’80 e ’90 ci sono “End of the Century” (1980), prodotto da Phil Spector, e “Too Tough to Die” (1984).
La band si sciolse definitivamente nel 1996 dopo l’ultimo concerto al Lollapalooza Festival. Negli anni successivi, purtroppo, molti membri originali sono scomparsi: Joey Ramone morì nel 2001, Dee Dee Ramone nel 2002, Johnny Ramone nel 2004 e Tommy Ramone nel 2014.
Nonostante le vendite relativamente modeste durante la loro carriera, i Ramones sono oggi considerati una delle band più importanti nella storia del rock. Sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2002 e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti postumi. Il loro impatto è ancora forte, e molte band punk e alternative continuano a citare i Ramones come una delle loro principali influenze.
La loro musica, semplice ma potentemente efficace, ha rappresentato una rivoluzione nella musica rock, dimostrando che non servivano grandi assoli o tecnicismi per creare qualcosa di autentico e duraturo.

Susan Meiselas

USA. New York CIty. 1978. Little Italy.

Nata a Baltimora, Maryland, USA, nel 1948, Susan Meiselas ottiene nel 1971 il suo Master in Pedagogia ad Harvard. Nello stesso anno diventa assistente di Frederick Wiseman per la realizzazione del documentario Basic Training. Negli anni 1972-1974 anima una serie di workshop per insegnanti e ragazzi nel quartiere di South Bronx, a New York. Con l’aiuto di borse di studio, soprattutto delle Art Commissions del Sud Carolina e Mississippi, realizza programmi educativi sulla fotografia nelle scuole delle aree rurali. La trasmissione di idee e griglie interpretative della realtà, storia orale e documentazione fotografica, sono gli argomenti intorno a cui ruotano i suoi diversi progetti. Nascono in questo modo Leam to See, realizzato come consulente per la Polaroid e A Photographic Genealogy.
Nel 1976 entra a Magnum Photos grazie al suo lavoro sulle “Carival Strippers”. In seguito parte per il Nicaragua dove arriva poco prima che le ostilità scoppino tra i sandinisti e la Guardia Nacional di Somoza. Con coraggio e partecipazione documenta le varie fasi dell’insurrezione e le sue immagini le valgono la Medaglia d’oro intitolata a Robert Capa per “‘incredibile coraggio e la documentazione”. L’America Centrale resterà per molti anni uno dei centri nevralgici della sua vita e del suo lavoro. Nel 1982 riceve il premio Leica of Excellence, come miglior fotogiornalista dell’anno. Nel 1992 ottiene il MacArthur Fellowship e nel 1994 il premio dell’Hasselblad Foundation.
Ha pubblicato sulle principali riviste internazionali e le sue foto sono state raccolte in una serie di mostre presentate in tutto il mondo. Ha firmato come autrice e come curatrice i volumi Leam to See (1975), Carnival Strippers (1976 – riedito recentemente), Nicaragua (1981), El Salvador: The Work of 30 Photographers (1983), Chile from Within (1981), Kurdistan. In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2002), Encounters with the Dani (2003). Ha co-diretto due film documentan: Living at Risk: The Story of a Nicaraguan Family (1986) e Pictures from a Revolution (1991) con Richard P. Rogers e Alfred Guzzetti.

Il SitoInternational Center of PhotographyMagnum Photos

Johnny Guarnieri, l’italoamericano che suona come un nero

Il 23 marzo 1917 nasce a New York, il pianista Johnny Guarnieri, considerato dal critico francese Panassié uno dei pochi jazzmen bianchi capaci di assimilare il linguaggio dei neri.
Johnny Guarnieri è stato un pianista jazz e stride statunitense di origine italiana. La sua carriera è stata segnata da collaborazioni con importanti artisti del jazz e da un’innovativa fusione di stili musicali.
Infanzia e Formazione: Guarnieri nacque a New York da una famiglia di origine italiana. Studiò al City College of New York e iniziò la sua carriera musicale come pianista in orchestre da ballo.
Nel 1937 entrò a far parte dell’orchestra di George Hall, e successivamente suonò con Benny Goodman nel 1939 e con Artie Shaw nel 1940. Con Shaw, fu anche il primo a registrare jazz al clavicembalo con il gruppo Gramercy Five.
Negli anni ’40, Guarnieri lavorò come sideman per artisti come Charlie Christian e Ben Webster. Formò il suo gruppo, i “Johnny Guarnieri Swing Men”, e registrò per la Savoy Records. Nel 1949 collaborò con June Christy per un album intitolato June Christy & The Johnny Guarnieri Quintet.
Ultimi Anni e Insegnamento: Negli anni ’70, Guarnieri si dedicò all’insegnamento del jazz e fondò la Taz Jazz Records, su cui pubblicò diverse registrazioni. Continuò a suonare fino agli anni ’80, registrando album come Johnny Guarnieri Plays Duke Ellington su un pianoforte Bösendorfer.
Guarnieri è noto per il suo stile eclettico, che combina elementi di jazz con influenze classiche, come le opere di Scarlatti e Beethoven. La sua capacità di fondere diversi stili musicali lo ha reso un pioniere nel campo del jazz.