Urban graffito

E’ stato rinnovato il “solito” graffito che mediamente viene riverniciato ogni mezzo anno. Pochi colori, soprattutto marcati e scuri, fanno la loro comparsa da alcuni giorni nel solito posto che unisce il Bosco dell’Osellino del rione Pertini con le corti femminili di viale S.Marco.

John Hiatt — Bring the family (1987)

John Hiatt, uno dei migliori songwriter elettrici della scena rock americana con questo disco ha creato il suo capolavoro. Nel’85 la morte della moglie suicida e pochi mesi dopo, la morte della madre, porta Hiatt in una crisi profonda che lo allontana dalla musica portandolo alla dipendenza da alcol e droghe. Sembra che ormai la sua carriera sia finita. Per fortuna però esistono gli amici, esiste Ry Cooder che, gli sta vicino assistendolo e riportandolo un poco alla volta verso la musica. Disintossicato dall’alcool e trovata una nuova stabilità familiare, Hiatt ritorna negli studi di registrazione e in soli quattro giorni, incide Bring the Family.
L’album è la materializzazione musicale di questo momento di vita, della rinascita, della voglia di vivere dopo un periodo che lo ha visto in contatto diretto con la depressione, con il “buio”. Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo.
Registrato in presa diretta insieme ad un trio superlativo Nick Lowe, Jim Keltner e l’amico di sempre RY COODER, fa si che i brani di questo disco siano tesi e forti, un equilibrio perfetto di rabbia e serenità di dubbi e convinzioni.
Quest’opera mette in evidenza le capacità compositive e le notevoli doti vocali dell’artista, è un’opera di un musicista sensibile, ma teso ed arrabbiato, di un uomo che vuole esprimere al mondo la sua prima disperazione e la poi raggiunta tranquillità. Il disco ne acquista in feeling, forza e valore.
Il suono è un misto di rock, blues, soul e R&B, che si fondono nei dieci brani di scarna ed intensa bellezza. Le canzoni sono essenziali, nelle sofferte linee melodiche e cantate con intensità dalla voce nera che Hiatt possiede. Sono reali capolavori; iniziando con la splendida e struggente ballata “Have a little faith in me” per poi proseguire con: Thank you girl, Thing called love, Memphis in the meantime, Lipstick sunset, Tip of my toungue. Bring the Family è un disco che parla di amore, verso le persone, verso la natura, verso il mondo. E’ un disco perfetto: dieci canzoni di grandissimo spessore che sanno regalare emozioni genuine e dirette. Ry Cooder suona splendidamente ed Hiatt canta come non aveva mai fatto in precedenza. Se amate il rock americano non potete certamente farvi scappare questo meraviglioso disco.

Van Morrison — No guru, no method, no teacher (1986)

L’estate del 1986, vede la luce il ventunesimo album solista di Van Morrison, The Man. Il titolo è un vero e proprio “manifesto filosofico”: No guru, no method, no teacher, estratto dalle liriche della canzone “In the Garden”. The Man ha 41anni, quando incide questo album dalla pregevole copertina. La vocalità del vecchio leone è, come sempre, a grandi livelli: voce forte, calda, suggestionante, carica di purezza e di profondità. Le canzoni sono superbe, sgorgano naturalmente dagli strumenti e dalle corde vocali, una corrente emotiva che sa fondere in un insieme unico: la melodia, la poesia, il soul, il rock, la musica antichissima della tradizione celtica ed il jazz. L’originalità di Morrison è nel suo liberissimo modo di affrontar la musica, nel suo muoversi al di fuori di schemi prefissati e seguire soltanto le correnti del cuore, le emozioni di una poesia che riesce a farsi musica nella maniera più completa ed affascinante. Nonostante la tripla negazione del titolo, l’album è ancora rivolto a una entità suprema non riconoscibile o riconosciuta; Morrison compone alzando la testa verso il cielo, e molti non condivideranno, ma lui vanta ormai una lunga militanza nel “music-business”, e non ha mai creduto ai messaggi politici lanciati dai solchi di un disco.
Alla domanda sul significato nascosto del titolo Morrison risponde: “Beh, in una delle canzoni è citata questa frase dove io cerco di farti osservare un programma di meditazione trascendentale …Se tu ascolti la canzone attentamente fino al termine, raggiungerai una tranquillità cerebrale …Vorrei qui affermare per l’ennesima volta che io non faccio parte di nessuna organizzazione, che non ho nessun guru al mio servizio, ne insegnanti, ne metodi a cui sottostare, e tutto quello che affermo nel brano risponde a verità.”
L’album ebbe un notevole successo di critica grazie soprattutto all’omogeneità delle composizioni, dove ritroviamo i temi più cari e sentiti dell’irlandese; la nostalgia della sua terra e dell’infanzia, e la continua ricerca religiosa, con meno dogmi e aperta a nuove concezioni di fede, sempre basate sul naturalismo vitale, unica forza positiva e vera Musa dell’artista.
Nel disco regna un ottimismo inusuale, una rilassata gioia di vivere e una passionalità mai riscontrata prima. Come tutti gli album di Morrison, quest’opera è assimilabile appieno solo dopo ripetuti ascolti. La grandezza di quest’album è nella capacità di trasmettere la “sua” interiorità all’esterno e quindi di poterne godere della sua straordinaria bellezza. Infatti, la sua universalità e quella di unire corpo e mente, uomo e natura.
La sua completezza giova a chi l’ascolta. Ascoltatelo in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia, che siate tristi o allegri, per svegliarvi o per dormire, in qualsiasi caso e/o per qualsiasi uso ne farete, sarà sempre un ascolto utile. Come l’acqua quando si ha sete, come la luce quando è buio. Questa è la sua unicità.
Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica di questi ultimi trent’anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente ci capita di sentire. La sua arte, la sua musica, sono certamente destinate a non venir cancellate nel tempo, a non dover subire le ingiurie del tempo.
Capolavoro assoluto della saga Morrisoniana.

Fiori di ortiche

Nella solita passeggiata quotidiana con Forte, mi sono imbattuto con la visone di questi semplicissimi fiori bianchi.
Non è proprio facile, almeno per me, vedere i fiori delle ortiche, di solito nei cespugli si vede solo il fogliame e si cerca di non andarci proprio vicino onde evitare le sostanze urticanti che rilasciano se urtate, procurando pizzicore.

Deep Purple – Made in Japan (1972)

Mai su un disco dal vivo sono state scritte così tante parole d’elogio. Anch’io allora, per non essere da meno, spenderò qualche frase. D’altronde se in questi quasi cinquant’anni dalla sua uscita se ne parla ancora un motivo ci sarà. Made in Japan, definito a ragione l’album-manifesto dell’hard rock è il ritratto in movimento di una band dalle qualità tecniche eccezionali, sospesa fra barocchismo classicheggiante (Jon Lord), le urla lancinanti di Ian Gillan (in assoluto, il vocalist più potente di tutti i tempi, non solo nell’ambito specifico) e le supersoniche scale cromatiche di Ritchie Blackmore. Questa formazione vive il suo massimo splendore proprio in questi anni, dal vivo le loro esibizioni sono travolgenti e questo Made in Japan ne è la prova. I sette brani che compongono il disco sono stati registrati il 15, 16 e 17 agosto 1972 ad Osaka e Tokyo, in Giappone. Sono canzoni che predilogono il blues e le sue trasfigurazioni, lunghe jam in cui, a turno, ciascuno strumento dice la sua. Le note dell’hammond di Jon Lord apre il disco con Highway Star ed è già gran suono. Il pubblico comincia subito a scaldarsi. Child In Time placa un po’ gli animi, ma è ancora musica struggente. Gillan ha dell’incredibile, la sua voce passa dal dolce all’energico con una disinvoltura unica. Il gruppo lo segue con maestria per dodici minuti di estremo piacere sonoro. E’ il turno della famosissima Smoke On The Water, Blackmore la esegue magistralmente. Avrà per sempre il “rimorso” di aver fatto “cominciare” a suonare la chitarra a milioni di ragazzini a discapito di altri strumenti. Arriviamo al quarto brano che chiude la seconda facciata del primo disco, The Mule. Qui ha la meglio il batterista Paice, che con la sua tecnica riuscirà in un assolo tra i più noti di tutti i tempi. Strange Kind Of Woman è il classico esempio dell’unione voce Gillan e chitarra Blackmore, un intreccio incredibilmente unico, meglio non si può’. Altra bravura tecnica con Lazy, dove anche il più settico dei virtuosismi non può che rimanere affascinato da cotanta bravura. Non si poteva chiudere meglio questo doppio capolavoro live con Space Truckin’. Venti minuti di pura interpretazione tecnica ma non solo. In questo brano, infatti, è riassunto l’intero album, dove traspare al di là della bravura strumentale anche la voglia di comunicare sensazioni, phatos e profondità sonora.La bellezza di quest’opera sta nel differenziarsi dalle versioni in studio, i brani infatti, hanno poco in comune e respirano di un’aria estremamente creativa. Questo è il “marchio ”Deep Purple” che riservano soprattutto nelle loro scorribande sui palcoscenici di metà mondo.
Il manierismo musicale incombe, l’heavy metal è dietro l’angolo. Ma questa è un’altra storia… 

Pasqua duemilaventuno

Nella mia ormai classica passeggiata quotidiana per far muovere Forte, il nostro cane meticcio di quasi un anno, non potevo non fotografare questo gruppo di fiori spontaneamente cresciuti in un campo incolto.
La stragrande maggioranza delle mie foto ritraggono la natura, soprattutto i suoi particolari e in special modo i fiori, le foglie e tutto quello che mi colpisce nei suoi primi piani, nei suoi dettagli, aspetti che molte volte l’occhio umano tralascia per una visione più ampia e generica. Per avere un’idea basta vedere il mio Photoblog dove ad ogni foto c’è una breve e personalissima descrizione.