The Dream Syndicate — Medicine show (1984)

Medicine show uscito nella primavera dell’84, è il miglior disco dei Syndicate.
Limate le asprezze degli esordi, senza intaccare per questo la rabbia e la determinazione, il gruppo atipico californiano crea un grande disco.
Il basso di Dave Provost, il piano di Tommy Zvoncheck, la chitarra di Karl Precoda, ma soprattutto la presenza di Steve Wynn, riescono a incidere (in parte live) il disco più completo della loro non fortunata carriera, un album chitarristico per eccellenza.
Non ci sono cadute di tono o brani minori, solo quattro perle “John Coltrane Stereo Blues”, “Still Holding On To You”, “Medicine Show”, “Merritville”, si elevano sulle altre ottime restanti “Daddy’s Girl”, “Burn”, “Armed With An Empty”,”Bullet With My Name On It”. Le chitarre forti, le sonorità lancinanti, gli strumenti che si sovrappongono sono l’apice creativo dell’album.
Che i Dream Syndicate siano degli anticipatori musicali, lo dimostra il fatto che l’album non risente degli oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, le sonorità sono ancora attuali, non sono per niente datate.
Questa formazione crea un grande rock grazie a Zvoncheck che nonostante bazzichi gruppi heavy metal porta un tocco alla Nicky Hopkins , a Precoda, solista imprevedibile creatore di guizzi fulminanti, e da Steve Wynn compositore e interprete che domina l’album, firmando brani con liriche crude e immagini suggestive.
Ci sono momenti di pura jam session, gli strumenti suonati con maestria, sembrano a volte prendere strade ognuna diversa dall’altra, quasi a voler cercare nuovi confini. Poi una volta iniziato questo percorso individuale e resosi conto del bisogno dell’altro si cercano di nuovo, si ritrovano, e ricominciano a ripercorrere la strada appena lasciata, come a ricordarsi che è l’unione che conta e da forza. Il personale e il collettivo trovano in questo disco il giusto spazio, per esprimersi singolarmente e pluralmente.
Quel loro dispensare ora emozioni forti e suoni lancinanti, ora attimi di dolcezza dosata da un pianoforte malinconico, fanno di loro un gruppo da non dimenticare.
Un disco con canzoni forti, fatte con uno spirito genuino.

Cielo minaccioso

Il cielo in primavera fa di questi scherzi.
In un tragitto nell’entroterra veneziano, mi ha particolarmente colpito questa distesa coltivata a colza.

Il cielo non prometteva certo bel tempo ma la sua maestosità era di una bellezza disarmante. Un misto di grigi, azzurri e bianchi da togliere il fiato.

Il connubio naturale tra terra e cielo, creavano un quadro da far gioire la vista e di conseguenza la mente.
Un’opera naturale da far felici anche i pittori impressionisti.

Gli spettacoli che la natura ci regala sono talmente belli da farci rimanere senza parole. In queste poche immagini ne abbiamo la conferma.

La storia siamo noi

La storia siamo noi
segnando ogni giorno
una riga che definita è.


La storia siamo noi
piegando la schiena in giù
con il cuore che sudato è.

La storia siamo noi
passando dall’inverno e verso
la primavera che nuova è.


La storia siamo noi
ricordando il ieri che c’era
e l’oggi che è.

La storia siamo noi
amando il rosso e il nero
e chi diverso da noi è.


La storia siamo noi
desiderando il bene tuo
che parte del nostro è.

Sidi Touré – Toubalbero (2018)

La musica è una delle principali risorse culturali del Mali. Risalendo a imperi tanto antichi come quello Mandingo, esiste una tradizione ricchissima di canti di lode. Queste canzoni di lode malinké o mandinghe sono dominio esclusivo dei griot (chiamati djeliw), musicisti ereditari, che sono allo stesso tempo genealologi e storici. Questa musica dei griot è sempre viva e cantata.
Ma la musica maliana è molto più variegata e nuovi stili sono apparsi. Per esempio, c’è la musica bambara che è più ritmica, il mali blues di Kar Kar, il blues songhai di Ali Farka Touré, Afel Bocoum e Sidi Touré, appunto.
Toubalbero, quarto album dell’artista blues malese, si allontana dal tono oscuro e introspettivo di “Alafia” del 2013, producendo un set elettrico, allegro e vivace.
La politica del Mali, la guerra civile che ha coinvolto la nazione africana durante le sessioni per l’album precedente non è più tangibilmente presente in questo lavoro, grazie a un accordo di pace firmato nel 2015, questo cambiamento può essere ascoltato nel vigore e nella vitalità di queste registrazioni.
Chiamato con il nome di un grande tamburo tradizionale usato per chiamare le persone nella sua regione natale di Gao, Toubalbero riunisce un gruppo di musicisti dinamico e decisamente più giovane per sostenere il veterano cantante/chitarrista, prestando uno scoppiettio di energia e festività alle sessioni.
Impiegando per la prima volta cumuli di suoni elettrici e amplificati, questo è il primo album veramente orientato alla musica di Touré dove si sente la band espandersi in groove complessi e pesanti su tracce infuocate come “Tchirey”, “Handaraïzo” e la dura “Kaoula”.
Registrate dal vivo su nastro nel corso di quattro giorni presso lo Studio Bogolan di Bamako e poi mixate dal vivo in uno studio di New York, le canzoni hanno un flusso vivace e una trama leggermente “overdrive”. La sezione ritmica Baba Traoré (basso) e Mamadou “Mandou” Kone (batteria) danno propulsione delle sessioni con muscoli e finezza. A completare la band è il vocalist Babou Diallo, che può essere ascoltato all’unisono, con grande armonia.
Tra i musicisti Songhaï, Sidi è il migliore, si mormora nell’area musicale africana.
Touré intreccia canzoni meravigliosamente strutturate, ognuna delle quali cattura un’istantanea di un singolo stile musicale Songhaï, dalle danze di takamba alle holley suonate in rituali di possessione al gao-gao giocato in momenti gioiosi come i matrimoni.

Solitario giallo

Nella mia solita passeggiata con Forte, una delle due quotidiane, su una panchina c’era questo ranuncolo appena reciso e quindi ancora con linfa vitale. Non era in questa posizione ma per un senso di gratitudine ho voluto “sistemarlo” per poi fotografarlo prima che appassisse e poi morisse.

Cambia

Cambia, in un attimo
E nel tuo viso scende pioggia

Cambia, in un attimo
E nei tuoi occhi sbocciano fiori

Cambia, in un attimo
E il tuo cuore brilla di gioia

Cambia, in un attimo
E la nostra vita cambia

Barena

La vegetazione lagunare non è molto ricca, per lo più sono una decina di specie quelle che la abitano (nel link vi sono scritte quali sono) ma in compenso sono molto originali e suggestive. La loro bellezza sta nel mimetizzarsi armoniosamente con il tutto intorno, come solo la natura sa fare.

Questa foto l’ho scattata a Punta Lunga, una striscia di terra artificialmente costruita per far posto al vicino all’aeroporto di Venezia Marco Polo, inaugurato nel 1961.

Ali Farka Toure & Ry Cooder — Talking Timbuktu (1994)

Un blues dal cuore della terra.
Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi, esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato. La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda. Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.