Patti Smith — Twelve (2007)

La nostra sessantunenne Patti Smith non sente i segni del tempo, e ci regala questo bel disco di cover.
E’ facile pensare che un disco di cover sia un disco di comodo, un’uscita obbligata da contratti discografici, il riempire un vuoto creativo, insomma tutto fuorché un’opera vera e propria. No, niente di tutto questo, questo è un disco puramente voluto e sentito dalla nostra.
Patti Smith ha sempre amato rifare brani di altri autori, nella sua carriera ne ha inciso abbastanza, con le canzoni degli altri riesce a dare il meglio di se, riesce a plasmarli come fossero opere sue.
Per il titolo del disco non ha passato notti insonni, si chiama Twelve, dodici, come il numero delle canzoni incise. Sull’interpretazione invece, l’ex sacerdotessa punk ha fatto molto, cercando di ricreare e far sue alcune perle della storia del rock.
Queste dodici canzoni ci accompagnano per un’ora di musica piacevole, molto godibile. Un cd che sono convinto confidenzierà parecchio con i cd-player delle nostre auto.
Nel complesso l’album si mantiene su standard molto buoni con dei brani di grande effetto, tra le quali il quartetto più riuscito di: helpless (Neil Young) grande ballata, gimme shelter ( Rolling Stones) grande passione e grande voce, changing of the guards (Bob Dylan) perfetta è la parola giusta, the boy in the bubble (Paul Simon) ottima, più dell’originale.
Altrettanto riuscite, sono: are you experiened? (Jimi Hendrix) manca la sua chitarra è chiaro, ma Patti ci mette la sua voce, everybody wants to rule the world (Tears for Fears) semplice pop-song che però la Smith riesce a renderla al meglio, within you without you (Beatles) per pareggiare il conto con i Rolling Stones, tra le meno riuscite, white rabbit (Jefferson Airplane) con la voce di Grace Slick, probabilmente la nostra ci perde, ma nonostante tutto la Patti riesce a creare una grande canzone, di forza, soul kitchen (Doors) questa come quella dei Beatles è tra le meno riuscite, e per concludere le ultime tre del disco: smells like teen spirit (Nirvana) una delle canzoni più famose degli anni novanta, che Patti riesce a personalizzare come meglio non poteva, molto bella, midnight rider (Allman Brothers) in originale era molto blues, in questo caso diventa più rochettara, pastime paradise (Stevie Wonder) non conosco l’originale, ma questa versione è comunque ben fatta.
Ecco, questa è Patti Smith, Twelve è un disco bello, intenso e godibile. Niente di eccezionale e di eclatante, solo una serie di canzoni riviste con passione e con cuore.

Taraxacum

Terzo e ultimo post con il Tarassaco come oggetto visivo.
Questa foto l’ho scattata nel parco di San Giuliano (Mestre – Venezia) a poche centinaia di metri da casa mia, dove poche settimane fa c’erano intere distese di ettari di Tarassaco. Questa pianta officinale chiamata anche Soffione o meglio ancora Dente di leone, grazie alle sue proprietà, può essere usata sia in cucina e sia in medicina.
Nella pagina di Wikipedia, leggendo i suoi utilizzi, viene spontaneo pensare che l’associazione con il Maiale non è per nulla inopportuna, visto che anche del Tarassaco non si butta via niente. 🙂

Io non so scrivere

Io non so scrivere, sto imparando a scrivere.
E’ sempre stato un mio grande desiderio scrivere ma, per una serie di “ma”, esclusivamente di mia responsabilità, non l’ho mai messo in pratica. Solo una quindicina di anni fa ho cominciato con la musica.
Grande appassionato, da oltre cinquant’anni, mi sono detto: “Perché non scrivere qualche recensione? Ascolto dischi da sempre, la musica è il mio interesse e piacere primario, desidero imparare a scrivere, quale occasione migliore?”
Con tutte le imperfezioni che un incompetente manifesta come errori grammaticali, ortografici e lessicali, cominciai, consapevole del fatto che ci mettevo il cuore e che l’unica cosa che a me interessava era trasmettere le sensazioni e le emozioni che un disco mi infondeva, al di la dell’inesperienza giornalistica che a me certamente faceva difetto.
Ho scritto qualche centinaio di recensioni e un po’ alla volta le sto riversando in questo neonato blog personale.
Da pochi mesi mi sono avventato nella composizione di qualche haiku e di qualche prosa, senza particolare ambizione poetica. Sono per me semplici pensieri articolati in forma, un modo come un altro per tener uno “scripta manent” in una “mens sana”.

Ry Cooder — The Prodigal Son (2018)

Dopo le sue due ultime produzioni del 2011 e 2012, non troppo entusiasmanti, Ry Cooder ritorna nella scena musicale con “The Prodigal Son” e questa volta convince.
A differenza dei sopra citati, marcatamente fusi con suoni folk, blues e roots, questo “Prodigal Son” lo riporta all’inizio della sua carriera quando registrava vecchi brani blues, gospel, folk e swing.
Co-prodotto con il figlio Joachim — che contribuisce anche alla batteria e alle percussioni — Cooder prende il controllo; suona chitarre, basso, banjo, mandolino e tastiere in un programma di otto cover e tre brani originali raffinati.
Prodigal Son è un disco fortemente legato alla musica religiosa, suonato e registrato da un non religioso. Cooder le considera canzoni gospel, proprio per il loro potere di trasmettere un messaggio diretto a chi le ascolta. La cosa più importante del gospel è di dare forza alla gente, di fare da collante tra ascoltatore ed esecutore.
Il disco si apre con una versione intima del brano gospel del 1950 di Pilgrim Travellers “Straight Street”. Con banjo e mandolino sostenuti dai suoi riempimenti di chitarra elettrica e il rullante di Joachim. Cooder non ha bisogno di testimoniare vocalmente, sono i testi e la sua chitarra a farlo. “Shrinking Man” è un brano originale pieno di metafora commovente, blues, country e “stomp”, consegnato in stile elettrico. L’originale “Gentrification” offre un suono “mordace” adornato con strati di chitarre acustiche ed elettriche suonate in stile hippy nigeriano con kalimba, campane e fischietti; i suoi testi umoristici sono pieni di verità. Le letture di Cooder di Blind Willie Johnson “Everybody ought to treat a stranger right” e “Nobody’s fault but mine” risuonano di convinzione e determinazione grintosa. L’inno di Alfred Reed “You Must Unload” include il defunto Robert Francis Commagere al basso e Aubrey Haynie al violino. La title track “Prodigal Son” è un brano tradizionale. Cooder lo “sporca” con un suono elettrico e country — completando l’omaggio alla leggenda del country Ralph Mooney che suona la chitarra elettrica. Il Banjo, mandolino e rullanti creano la cornice ideale per lo stridente “I’ll Be Rested When the Roll Is Called” di Blind Roosevelt Graves, mentre “Harbour of Love” di Carter Stanley è stato ricontestualizzato come una melodia delicatamente soul, pittorica, country-gospel. “Jesus and Woody” di Cooder è una tenera allegoria cantata dal punto di vista di un ex che chiede al leggendario cantante di sedersi e giocare per lui mentre riflette sul peccato, sul fascismo e sul sogno di un mondo migliore. Per finire il disco, Cooder ha un altro brano da consegnare nel tradizionale stomper ed è in “In His Care”, che ritmi incrociati e un pungente gospel incontrano le radici ribelli del rock and roll.
Gli undici brani che riempiono questo ultimo lavoro di Cooder ancora una volta riflettevano un passato musicale come illumina il presente storico. La sua dipendenza dal vangelo qui riflette il suo impegno per l’uguaglianza. “Prodigal Son” è ancora un altro atto intenzionale da parte di uno dei più grandi guardiani e fornitori della musica americana. Nella sua venatura, il piacere estetico e la volontà di giustizia dialogano e alla fine convincono il resto di noi ad agire.

Oro & Argento

Il titolo non rende onore alla foto, in realtà dal vivo questa pianta ha davvero dei colori argento e oro il che la rende particolarmente affascinante e signorile. Queste piante con questi colori danno il loro meglio di se proprio nel periodo freddo invernale.

Aquilone

L’odore dell’erba appena tagliata nei campi.
Il sole arancione avvisa che l’ora dei giochi sta per finire.

Sfiorati da una brezza primaverile.

Rincasare prima dei richiami materni.
Stoviglie in porcellana bianca e vino rosso.

Tutto sottile e delicato, quasi trasparente.

Lenzuola che profumano di pulito.
Il caffellatte ancora bollente attende.

Giovinezza aleggiata, come un aquilone.

Joni Mitchell — Blue (1971)

Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne, grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai, ascoltai Blue, da quella volta non la persi più di vista.
Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick-up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare.
Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente.
Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in un taccuino di viaggio sulla poesia e sulla quotidianità che sta attorno a lei.
Mai, come in questo album, Joni riesce a fondere la sua vera grande passione (la pittura) e il suo talento naturale (la musica) diventando un’unica e inimitabile arte. Tanto che, per la prima volta, non ha bisogno di usare un suo dipinto per illustrare la copertina dell’album.
Musicalmente, i brani sono arrangiati in modo scarno ma raffinato, chitarra acustica e pianoforte sono quasi sempre l’unico accompagnamento sonoro alla sua melodiosa voce, voce che a volte è fragile, appena percettibile e subito un secondo dopo forte e squillante, ma pronta a gettarsi a capofitto in vocalizzi straordinariamente dolci e sofferti. Le soluzioni ritmiche non sono mai scontate e, planando su un pop dolce e sottile, regalano passaggi deliziosi.Blue è un disco magico, è una creazione poetica è un disco da consumare.

Cielo Terra

Il Parco di San Giuliano sa offrire belle visioni. Oltre alla veduta della laguna con Venezia nello sfondo, a sud, nel lato opposto a nord, la visione è altrettanto interessante. Il verde degli alberi in fondo, il giallo o più esattamente “oro vecchio” dei campi non coltivati, sommati a un cielo carico di nuvole basse, creano un panorama emozionante.

Lucinda Williams — West (2007)

Settanta minuti su settanta senza nessuna caduta, la Williams ha fatto tredici! Tredici pezzi uno più bello dell’altro, senza noia, senza discontinuità. Un disco suggestivo, profondo.
West, nono album della rock-writer di Lake Charles che questa volta sceglie Hal Wilner come coproduttore (Elvis Costello, Lou Reed, Bill Frisell) e una serie di musicisti famosi, dall’eclettico Bill Frisell al superprofessionale Jim Keltner (batterista), dal bassista di Dylan Tony Garnier al Jayhawk Gary Louris senza contare il fido chitarrista Doug Petibone e gente sconosciuta ma brava come il violinista Jemmy Scheinmann e il tastierista Rob Burger entrambi fondamentali nel creare un suono più “orizzontale” e meglio arrangiato.
Il disco sembra possedere una struttura circolare come se l’artista passasse attraverso una metamorfosi. Inizia lento e quasi assonnato, le liriche sono introspettive, alcune come Mama You Sweet e Fancy Funeral evocative e tristi poi ad un certo punto, enfatizzata da un violino che è una morsa al cuore la Williams si ritrova a chiedersi Where Is My Love? e in questa compassionevole richiesta d’aiuto c’è uno dei temi del disco ovvero dov’è finito l’amore dopo tante perdite e tanto lutto. West nasce difatti dalla disillusione di un amore andato a rotoli, una relazione importante finita e dal dolore della morte della madre. Eventi cupi che sono stati metabolizzati dall’artista in un lavoro che qualcuno potrebbe definire catartico se non addirittura liberatorio. Brani come Fancy Funeral, Everything Has Changed, Learning How To Live e Mama You Sweet prendono spunto dagli eventi successi nella vita della Williams ma non si compiacciono del proprio dolore, riescono a mettere perfino ironia e un certo sarcasmo nella loro drammaticità, sono spesso ballate gentili che nella loro complessità emotiva trasmettono forza, senso della vita. Poi a cominciare da Come On il disco prende una piega più esplicita e il lavoro di Hal Willner fa sentire il suo peso.
È un susseguirsi di grandi emozioni e grande musica, Come On sa di Positively 4th Street, Rescue ruota attorno alla voce addolorata della Williams, ad un contrabbasso che pulsa come una vena e a suoni che escono dalla notte più profonda e scura, What If è roba divina che non si può commentare, Wrap My Head Around If è nelle sue sincopate cadenze ritmiche la traccia più sperimentale del disco con la chitarra eclettica di Bill Frisell a dettare pause e dinamiche. Chiudono un disco molto lungo (69 minuti) Words, ballata la cui fisarmonica evoca la natia Louisiana e West, brano che nella sua innocente e forse un po’ ironica esortazione di andare a ovest per “vedere come bello potrebbe essere vivere e amarsi” completa la metamorfosi iniziata con la domanda Are You Alright? primo brano di un disco che se non è un capolavoro poco ci manca.
Anche se i testi introspettivi parlano di “perdite”, perdita di un amore, perdita della madre, perdita di affetti, la Williams non si perde d’animo, i suoi brani diventano un canto liberatorio e fa trasparire anche su delle liriche tristi e drammatiche, un suono emotivo carico di forza, di ottimismo e di speranza.
Quest’opera musicale è un susseguirsi di grandi ballate cariche di grandi emozioni, di grande musica. Ascoltare per credere.