Van Morrison & The Chieftains — Irish Heartbeat (1988)

Se la matematica non è un’opinione e quindi uno più uno è uguale a due, così non è in musica. Infatti la somma musicale di due “colonne” come Morrison e i Chieftains dà senz’altro due, ma al quadrato.
Quando si ha in mano un disco come questo si ha in mano una pietra miliare della musica. E non sono queste, parole buttate a caso, tanto per acclamare un disco che mi piace, che mi ha dato e continua a darmi emozioni sempre profonde, ma è la realtà che si percepisce dopo averlo ascoltato, intensamente ascoltato.
Van, oltre ad essere uno dei più grandi autori dell’era rock, è anche uno dei pochi autori che ha cercato di esplorare nuove aree musicali e testuali.
L’album in questione è comunque qualcosa di diverso rispetto alle precedenti incisioni di Morrison: l’uomo ha già avvicinato la musica celtica, ha già suonato con gruppi irlandesi (vedi Moving Hearts), ma è la prima volta in assoluto, che divide la leadership di un suo lavoro con qualcun altro.
Il disco contiene dieci canzoni superbe, due originali di The Man, cioè “Irish Heartbeat” (da Inarticolate speech of the heart) e Celtic Ray (da Beautiful Vision), mentre le restanti otto canzoni sono dei tradizionali: “Star of the country down” “To mo chleamhnas decanta” “Raglan road” “She moved through the fair” “I’ll tell me ma” “Carrickfergus” “My lagan love” “Marie’s wedding”.
La capacità di far rivivere ricordi e sensazioni attraverso la melodia popolare è la straordinaria potenza dell’opera. Le ballate riescono a dipingere i paesaggi, e quindi le atmosfere, i sentimenti ed i ricordi, tanto cari all’irlandese. E se in età giovanile aveva più volte confermato il suo rifiuto verso le tradizioni del suo paese, con il volgere dell’età e della maturità, il richiamo della propria terra si è fatto molto più forte.
La scelta dei Chieftains per dar suono a queste sue esigenze musicali non è avvenuta a caso. I Chieftains rappresentano la vera tradizione irlandese e anche loro come Morrison non sono mai scesi a compromessi artistici e si sono mantenuti fedeli per anni ad un loro preciso credo musicale.
Capitanati dal piccolo grande Paddy Moloney, virtuoso delle cornamuse, proprio quest’anno (1988) celebrano il loro 25° anniversario. Sono i più longevi portavoci di una musica che è espressione autentica dei suoni e dei colori della loro terra.
Accostarsi ad un’opera come questa suscita un gran senso di sollievo. Perché è la prova che in una società in cui i valori di riferimento vanno sempre più impoverendosi (vedi l’imporsi di ciò che è effimero, passeggero, superficiale, senza anima né spessore) c’è ancora spazio per le certezze.
Il disco è suonato come meglio non si può, Morrison non si limita a donare la propria voce a queste composizioni ma le arricchisce di emozioni e sentimenti, canta questi motivi tradizionali irlandesi con stupefacente intensità e pathos.
Ascoltate il disco, lasciatevi andare, lasciatevi cullare dalle onde sonore e apritevi ai sentimenti, The Man conosce la strada per arrivare al cuore.

Rugiada

Una delle tantissime bellezze naturali è sicuramente la rugiada marcatamente visibile sulle foglie alla mattina quando il sole non ha ancora iniziato a scaldare. E’ un’immagine che regala emozione e che dimostra quanto la natura sia perfettamente creata in ogni suo minimo particolare.

Willy De Ville — Miracle (1987)

E’ un periodo di cambiamenti questo per De Ville che di nome fa Williams Borsos classe 1950, prima con il suo gruppo si faceva chiamare “Mink De Ville”, adesso si è messo da solo, e si fa chiamare Willy.
Il suo però non è un cambiamento solo di nome e quindi di facciata, ma anche musicale. Ha abbandonato il gruppo e quindi strumentalmente il sax e i fiati, aprendosi verso suoni e atmosfere latine, facendosi influenzare da Van Morrison, Lou Reed e Dire Straits.
I musicisti che accompagnano Willy in quest’avventura sonora sono di prim’ordine: Chet Atkins chitarrista e produttore di gente del calibro di Roy Orbison, i Chieftains, Ray Charles e niente meno di Elvis Presley, Jeff Porcaro batterista di grande classe, dai due Dire Straits, Guy Fletcher tastierista e Mark Knopfler chitarrista e in questo caso anche produttore.
Miracle è un gran bel disco, De Ville tuffandosi nelle sue sopraddette e predilette sonorità latine riesce ad esprimere il suo gran talento compositivo, dando il meglio di sé.
Nessuna delle dieci canzoni che compongono l’album, riesce ad abbassare la media di quest’ottimo disco. Il primo brano “Gun Control”, ci fa subito capire cosa intende per rock il nostro, regalandoci questa “sceneggiatura” cinematografica venata di soul. Subito dopo si passa a una delle perle assolute “Could You Would You” uno dei brani più belli ed intensi dei Them, gemma Morrisiana che il nostro gitano interpreta eccellentemente. “Heart and Soul” ci fa sentire il suono Messicano, è un brano dolce e intenso, interpretato magistralmente, con la sua splendida dolcezza diventerà un brano da antologia. I due brani successivi “Assassin of Love” e “Spanish Jack” sentono della presenza di Knopfler, quindi atmosfere Straits-iane: lente, introspettive e notturne. La canzone che dà titolo al disco “Miracle” è una ballata pianistica, sincopata e creativa ed anche quella più radiofonica. “Angel Eyes” è un altro splendido brano, Willy che è d’origine Portoricana, ci regala questo gioiello latino-caraibico emozionante da accapponare la pelle. Lenta e ancora una volta notturna è invece “Night Falls” brano che De Ville sa rendere denso e drammatico allo stesso tempo. “Southern Politician” è il brano in cui il produttore Mark fa sentire di più la sua presenza forse un po’ a scapito di DeVille, nonostante questo, la classe si fa sentire e non è acqua… Termina l’album “Storybook Love” ballata Devilliana per eccellenza (nomination al premio Oscar per “The Princess Bride” in Italia con il nome di “La Storia Fantastica”) sarà un brano che accompagnerà spesso Willy nei concerti dal vivo, grazie alla sua toccante ed equilibrata melodia.
Con questo brano finisce questo bellissimo album che riesce a regalare forti emozioni, cariche d’atmosfere, suoni e colori fortissimi, senza nessuna caduta di tono ma anzi pieno di idee e soprattutto di note.
Un altro disco che non sente il trascorrere del tempo, e come tutti i capolavori, con il passare degli anni, ad ogni suo ennesimo ascolto ci “rinnova” le cellule del nostro audio-encefalo.
Da inserire nella collezione dei nostri “Without time”.

Il cielo sopra di me

Amo fotografare il cielo, credo che ci siano poche spettacolari visioni che cambiano in continuazione come le nuvole. La pianura dove abito non regala certamente le stesse emozioni che regala la montagna ma a volte dopo un temporale anche le nuvole “padane” sono gentili e sanno offrire il meglio di loro.

Van Morrison — Astral Weeks (1968)

Fin dall’epoca dei Them Van passava ore ed ore, da solo o in compagnia, a cantare, comporre ed improvvisare con la chitarra. Improvvisava non solo le melodie, ma anche le parole sul momento. In questo modo cercava di tirar fuori dall’inconscio la materia prima delle sue composizioni. Le stesse avevano una struttura libera, senza la divisione fra strofa e ritornello. Da questa esperienza venne fuori il suo nuovo stile di cantare, che non spero di riuscire a descrivere. E’ necessario ascoltarlo. Le canzoni si dilatano, e a volte si fermano su una frase o una sola parola ripetuta una decina di volte. Nell’economia dello stream-of-consciousness questa ripetizione corrisponde alla mente che si perde dietro i suoi pensieri. Per molti ascoltatori la cosa assumerà un’altra dimensione: quelle sono parole magiche che, se ripetute, hanno il potere di guarire i dolori dell’anima. Le parole delle canzoni di Van assumono il loro pieno significato solo quando sono cantate da lui. Il come vengono pronunciate ne muta o rovescia il senso; il ripeterle tante volte ne scava a forza tutti i significati nascosti. Alla pratica della ripetizione si sovrappone poi un armamentario di tecniche vocali per aumentare la drammaticità dell’esecuzione.
Nelle prime registrazioni questo modo di cantare e di comporre non era venuto fuori perchè le vecchie case discografiche non glielo avevano permesso. Durante il 1968 Van, sempre disperatamente senza soldi, trova un ingaggio per 75 dollari a serata. Con quella cifra avrebbe dovuto pagare anche la band e le spese di taxi. Giocoforza egli si risolve a farsi accompagnare solo da un flautista ed un bassista. Questa soluzione si rivela l’ideale per mettere in evidenza l’espressività del suo canto e per mettere a punto il prossimo album. Le composizioni erano pronte da mesi se non da anni. Per motivi di budget la registrazione avvenne in due soli giorni. La tecnica preferita di registrazione di Van è quella di registrare contemporaneamente tutti gli strumenti, col minimo di sovraincisioni, come in una jam-session o in un disco dal vivo. D’altronde, se canti su di una base pre-registrata, come fai a ripetere un verso ad-libitum? Questa tradizione inizia da questo disco e non è andata mai smarrita. Gli arrangiamenti di Astral Weeks sono spesso semplicissimi, ma estremamente originali. Hanno affascinato una moltitudine di ascoltatori, ma Van non hai mai rifatto un album con lo stesso organico. Dobbiamo essere grati al produttore Lewis Merenstein, che impose i session-men di sua fiducia. Un critico ha malignato che Merenstein, per risparmiare, chiamava i jazzisti, cioè giente abituata a registrare col minimo di prove e quindi di spese. La caratteristica più saliente nel suono è l’intreccio fra le chitarre acustiche (Van spesso si limita a suonare gli accordi), e il contrabbasso di Richard Davis (il preferito di Stravinsky!). Uno strumento solista fà il controcanto: principalmente il flauto, altrove violino o chitarra, sassofono soprano nella conclusiva “Slim Slow Slider”. Un solo pezzo, “The Way Young Lovers Do”, presenta un riuscito arrangiamento per fiati. In tutto l’album l’accompagnamento è affidato ai violini, sovraincisi. Alla batterista c’è Connie Kay, membro del Modern Jazz Quartet nonchè session-man in una infinità di dischi. Dirà l’autore nel 1997, a proposito di Astral Weeks: “Ciò che mi sorprende è che sia entrato nella storia del rock. Non c’è assolutamente nulla in esso di rock. Ci puoi trovare il folk e la musica classica e un pizzico di blues. Se lo analizzi non ci trovi nulla di rock, e questo era proprio il motivo per cui lo feci. Ne avevo abbastanza. Volevo allontanarmi dalla roba dell’era psichdelica, quando la musica soul stava diventando plastica. Quello che feci fu ritirarmi da qualsiasi cosa che conoscevo e andai all’estremo”.
Le otto canzoni parlano di amore e di ricordi che ritornano in mente sotto forma di immagini scollegate. In questo Van ammette di essersi ispirato al lavoro di Dylan. I critici si sono sbizzarriti nel ricercare il significato di questi testi. In realtà ognuno è libero di trovarci quello che vuole. Si tratta di parole che uscivano da sole dall’ inconscio dell’autore e neanche lui sarebbe in grado di spiegarle. Di sicuro c’è una storia d’amore, a lungo inseguito, infine trovato e poi perso.

Tempo

Tempo per piangere
Tempo per ridere

Tempo in salute
Tempo in malattia

Tempo per gli altri
Tempo per te


Tempo con la pioggia
Tempo con il sole

Tempo per l’astio
Tempo per l’amore


Tempo di pianto
Tempo di gioia


Tempo per la morte
Tempo per la vita

Los Lobos — La pistola y el corazon (1988)

Raggiunto l’apice del successo commerciale grazie al film e alla canzone “La Bamba” sommato ad un stile musicale personalissimo, il gruppo senza sfruttare l’onda commerciale che li ha resi famosi in tutto il mondo, si lancia coraggiosamente in un’impresa senza precedenti. Un disco totalmente acustico, con sette brani tradizionali e due originali composti da loro. Un album suonato per il puro piacere di esprimersi con la musica che rispecchia decisamente le loro origini, la loro provenienza etnica.
I Los Lobos erano dei musicisti “chicani” che si guadagnavano da vivere suonando musica tradizionale messicana nelle sagre paesane. E’ giusto ricordare che la cultura e la musica messicana è composta da vari “filoni”, tra questi i due più importanti sono: le canzoni chiamate “il corrido”, che riportano avvenimenti di cronaca, fatti leggendari, tragedie ed eventi salienti e i canti “mariachis” che generalmente accompagnavano le feste nuziali indossando i costumi messicani.
Tornando al loro disco, bisogna dire che si tratta di un lavoro serio ed intenso, suonato con il cuore, puramente folk, per avere un’idea basta sentire gli strumenti usati: fisarmonica, violino, chitarre acustiche e voci, più quelli tipicamente messicani; la “vihuela”, il “guitarron”, la “huapanguera” e il “bajo”. Il resto lo fanno le canzoni, canzoni che sono tutte di origini popolari, calde ed allegre, tristi e malinconiche, cariche di poesia e di storia, alcune sono estremamente effervescenti e travolgenti, ti entrano nella pelle senza lasciarti indifferente, ti trascinano in sensazioni gioiose, ti portano in giri di danza festosi, alcune poi, sono talmente profonde che addirittura riescono a commuoverti.
Nella prima facciata dell’”LP”, almeno tre canzoni delle cinque che la compongono, sono delle perle; “Guacamaya”, “Quisiera” e “Estoy”. Nella seconda facciata, la quaterna che vi è incisa, è decisamente perfetta, senza nessuna sbavatura, El Gusto”, “Que”, “Nadie”; “Mi Sufrir”, “El Canelo” e “La Pistola y el Corazón”, sono degli autentici gioielli. Gioielli che bisogna “indossare” per viverli appieno, compiutamente, senza esitazioni.
Questa è musica, sono suoni che trasmettono la semplicità, la spontaneità, “l’essere” di un popolo caldo e profondo, ricco di tradizioni vivaci e passionali. Sono canzoni e sono danze che si tramandano di generazione in generazione, rimanendo inalterate nello spirito e nella loro bellezza, rimanendo pure nella loro storia e nella loro poesia.
I Los Lobos pur non essendo nati in Messico (sono infatti Americani) con questo disco dimostrano di amare le proprie origini, le proprie radici, e sfidando il “business” discografico affrontando una prova difficile. Suonano solo per il gusto, il piacere e se vogliamo anche per diritto e dovere, di far conoscere la propria cultura, la propria storia, la propria musica. Quella musica che ha reso importanti: il Messico, i “mariachis” e anche loro.
E’ grazie a questo genere di dischi e ai musicisti che li propongono, che la storia di un popolo cresce, si rinnova, ma anche e soprattutto si ricorda. La Pistola Y El Corazón, anche per questo, diventa un’opera d’arte, un pezzo della cultura messicana, è un atto d’amore che non passa inosservato.

Osellino

Il canale dell’Osellino, è stato realizzato nel 1507 dalla Repubblica della Serenissima. Deviazione del fiume Marzenego, inizia il suo percorso nel centro di Mestre (VE) e sfocia dopo 13,5 Km a fianco del Parco di San Giuliano. E’ utilizzato non solo come “parcheggio” per le barche ma soprattutto come via di accesso alla laguna veneziana.