Le mie dieci canzoni #0

Non è cosa facile scegliere dieci brani tra i migliaia di dischi ascoltati in oltre cinquant’anni.
Essendo una classifica suscettibile di variazione è da prendersi valida per il momento, magari domani è già cambiata.
I motivi che mi hanno spinto alla scelta sono tra i più disparati, dalla semplice struttura armonica e sonora al personale ricordo emozionale. Ci sono canzoni belle e quelle “pezzi di vita”. Le prime, affascinano perché danno i brividi per quei tre, quattro minuti mentre le ascolti, le seconde, quando le ascolti, fanno passare negli occhi spicchi del tuo tempo; sono flash di tanti ricordi.
Ad una prima analisi risultano tutte pubblicate nell’arco di tempo che va dal 1965 al 1987, nel ventennio dove ci furono le più grandi ‘rivoluzioni’ della musica moderna; dalla scoperta ma soprattutto all’esclamazione della musica rock che divenne popolare con l’avvento dei Beatles e della British invasion a metà anni sessanta, al suono introspettivo ed esortativo dei songwriter e gruppi dei primi anni settanta, passando per la cultura di rottura del Punk dei fine anni settanta e finire con il target ‘anni ottanta’ che vede la prima cinquina come un decadimento inevitabile dopo la ‘rivoluzione sonora del punk’ e un rialzarsi nella seconda cinquina con una serie di uscite discografiche di ottima fattura, alcune diventate dei veri capolavori.

Questi i dieci brani in ordine cronologico:

Like a Rolling Stone – Bob Dylan (1965)
Purple Haze – Jimi Hendrix (1967)
Sweet Thing – Van Morrison (1968)
We Have All the Time in the World – Louis Armstrong (1969)
Imagine – John Lennon (1971)
Thunder Road – Bruce Springsteen (1975)
Train in Vain – Tha Clash (1979)
There is a light that never goes out – The Smiths (1987)
Have A Little Faith – John Hiatt (1987)
Hallelujah – Jeff Buckley (1992)

Nel prossimo post #1: Like a Rolling Stone – Bob Dylan (1965)

Pentangle — Cruel Sister (1970)

Il folk” dissero un giorno Bert Jansch e John Renbourn “non ha bisogno degli amplificatori e l’unica elettricità che serve è quella che passa dalla terra ai piedi dei danzatori dei balli tradizionali”.
Cruel Sister fu una decisione sofferta ma inevitabile, rischiosa ma attraente, per questo disco i Pentangle portarono in studio delle chitarre elettriche, un’assoluta novità.
Punta di diamante del folk revival inglese, alternativi e al tempo stesso complementari ai Fairport Convention e agli Steeleye Span, i Pentangle si formano nel 1967.

Il quintetto (apposta chiamati Pentangle) di stampo classico, furono sin dall’inizio “condizionati” dalle diverse personalità dei vari componenti: i due citati chitarristi, Jansch e Renbourn, Danny Thompson, Terry Cox e la cantante Jacqui McShee… un impasto eterogeneo di forte impatto.
I Pentangle realizzarono diversi lavori cruciali, tutti frutto di una saggia e spontanea forma di contaminazione, dove l’istinto ha il soppravvento sul calcolo.
Cruel Sister, (tra gli ultimi fuochi della miglior stagione del folk revival inglese), ha il fascino del rigore della tradizione popolare, i brani sono tutti pescati nel repertorio tradizionale, la ricerca, la perizia musicale, la freschezza vocale ci regalano un capolavoro di grande valore.
Pur avvalendosi di forti innovazioni, il disco riesce a mantenere la forza di penetrazione dei dischi precedenti: “Sweet Child” o “Basket of Light” ma con un qualcosa in più. Tutti i musicisti sono al loro massimo e la ricerca e l’innovazione sono portate all’estremo. Il culmine si raggiunge con Jack Orion, 18 minuti di durata, (che occupa tutto il secondo lato del disco originale in vinile). Tutto il materiale è arrangiato con maestria, i brani sono interpretati con sopraffina duttilità strumentale. L’intreccio delle chitarre acustiche ed elettriche, la voce soave della McShee, creano un flusso sonoro e una scorrevolezza che rende questo ”Cruel Sister” un disco unico.

Quattro mesi dopo…

Sono trascorsi ormai quattro mesi e mi ritrovo ancora delle “cartucce” da sparare su questo blog. Queste foto infatti (ma anche le prossime che posterò) sono state scattate in Valgardena nel mese di luglio.

E’ un piacere ritornare su questi paesaggi incredibilmente ampi, “vistosi”, carichi di verde e azzurro da riempire tutto il bagaglio del ricordo che porterò ancora per molto, molto tempo.

Willie Nelson & Wynton Marsalis — Two Men with the Blues (2008)

Chi conosce le caratteristiche musicali di questi due musicisti; Willie Nelson e Wynton Marsalis, sa che, sono due dei più grandi musicisti nel loro settore. L’uscita di questo album ha suscitato a molti la domanda: “Che improbabile disco possono incidere due persone così diverse musicalmente parlando”, la risposta è semplice: la loro comune passione e amore per il blues e il jazz ’standard’.

Willie Nelson countryman e Wynton Marsalis jazzman, si incontrano per due serate, il 12 e 13 gennaio 2007, al Jazz Lincoln Center di New York ed eseguono due concerti splendidi.

Il paese, l’uomo semplice di campagna (W. Nelson) incontra la città, l’uomo colto metropolitano (W. Marsalis), titolano i critici musicali nelle loro testate giornalistiche. E se questa è la realtà della loro vita quotidiana, l’altra realtà è che ne esce fuori un disco bello, unico, godibile.

L’abbinamento, Willie (voce) e Mickey Raphael (armonica) e la band di Marsalis (tromba e voce), Walter Blanding (sassofono), Dan Nimmer (piano), Carlos Henriquez (basso) e Ali Jackson (batteria) danno come risultato un disco carico di blues, dove la gioia di suonare traspare straordinariamente.

Two Men with the Blues inizia con uno swing classico del jazz standard “Bright Lights Big City” per poi passare a “Night Life” un bellissimo blues lento. “Caledonia” è il primo brano blues/jazzato e la famosa “Stardust”, un classico del repertorio di Nelson, non fa rimpiangere la versione originale di Gershwin. Il brano “Basin Street Blues”, reso celebre da Louis Armstrong, sommano altri cinque minuti di straordinaria musica prima di passare ad un altro capolavoro del repertorio classico che è “Georgia on My Mind”. Il settimo brano “Rainy Day Blues” un po’ come il terzo brano, è una canzone blues/jazzata ed è il brano dove la bravura dei strumentisti è evidente. “My Bucket ‘s Got A Hole in It” è un classico jazz standard che si avvia verso la chiusura del disco con la penultima canzone che è “Ain’t Nobody’s Business”, cantata anche da Billie Holiday e poi “ That’s All” altro classico immancabile, che chiude concerto e disco.

“Due uomini con il Blues” non è solo una performance live di blues e jazz standard, ma è il risultato sonoro che dimostra quanto sia grande la passione per la musica, di questi due straordinari uomini e musicisti.

Erbe e sassi

Quello che mi fa specie e ne sono pienamente consapevole è che a molti queste foto non diranno assolutamente nulla, non riusciranno a spiegarsi il motivo del perché dovrebbero piacere.

Lo posso capire, davvero. Non sono particolarmente originali e, come detto sopra, a molti risulteranno insignificanti.

Sono d’accordo sull’originalità ma un po’ di emozione c’è, non dite di no.

Keith Jarrett

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Il triplo disco in vinile “The Koln Concert”, mi fu regalato da un carissimo amico per i miei diciotto anni. Siamo nel settantasette e gli echi d’oltralpe del Punk cominciano a farsi sentire. Jarrett è sulla scena musicale dal ’67 e ha già all’attivo oltre dieci album.

Jarrett è un pianista impeccabile, vero teorico del tocco e del suono. Nel jazz vero e proprio ha lavorato in periodi diversi, negli anni settanta con il quartetto americano con D. Redman, C. Haden e P. Motian, poi con Jan Garbarek, e dal 1983 nello splendido trio con G. Peacock e J. Dejohnette, ancora oggi in attività. Ma la leggenda di Jarrett è cresciuta soprattutto per la sua attività solista, dove il jazz è solo una parte del tutto. L’inizio è con ‘Facing You’, del 1972, da allora in poi realizza dischi e concerti in perfetta solitudine, nei quali alterna composizioni, riletture e fantastiche improvvisazioni, in una “formula” che ha convinto e coinvolto un pubblico forte e appassionato, spesso malinconico, indubbiamente romantico, ma soprattutto dall’intensità magica con la quale egli riesce a rendere l’ascoltatore partecipe dell’atto della sua creazione, improvvisata in un’atmosfera di profonda sospensione. Il culmine del successo arriva con l’album doppio “The Koln Concert”, realizzato nel 1975, uno dei dischi più venduti di tutta la storia del jazz, gioiello sonoro magnificamente rappresentativo di queste lunghe improvvisazioni introspettive, legate da un flusso ininterrotto nel quale nuclei di idee si trasformano in altri in un incessante racconto del pensiero.

Ry Cooder — I, Flathead (2008)

“In un mondo in cui è difficile mantenere la soglia dell’attenzione oltre i tre minuti di un videoclip o di una news, pensare in termini di trilogia è già un atto coraggioso, estremo e ammirevole”. Marco Denti

Nonostante la sua non più tenera età, Ry Cooder è di nuovo in corsa per lanciarsi in una nuova avventura. La sua missione è: ‘salvare quel che resta della musica tradizionale, il gioiello più prezioso della pietra verde’ (Indiana Jones). Un gioiello che però sta rapidamente svanendo assieme ai suoni, ai modi di dire e di vivere delle comunità di cui è stata, e in certi casi è tutt’ora espressione.

Non a caso la fama di questo eclettico chitarrista e compositore californiano resta legata a memorabili riscoperte come quella dei nonnetti cubani del “Buena Vista Social Club” o come l’album “Talking Timbuctu”, favoloso compendio della tradizione maliana, rappresentata dal grande bluesman Alì Fraka Tourè.
Negli ultimi anni Cooder è tornato ad esplorare le tradizioni musicali legate alla natìa california, prima con “Chavez Ravine” (2005), poi con “My Name Is Buddy” (2007) e ora con “I, Flathead”, lavoro che conclude la trilogia californiana.

“Più che suonare dal vivo, quello che ancora mi stimola ad andare avanti, a 61 anni, è il piacere di fare i dischi, ascoltare un disco è un po’ come leggere un libro: un’esperienza totale.” Ry Cooder

I, Flathead è un viaggio in una california a metà del 20° secolo, i soggetti sono gli stessi nei due dischi precedentemente pubblicati: strade lunghe asfaltate e a volte polverose, taverne e nightclub, auto potenti e sole cuocente, alcol e donne quando si trovano. Un viaggio nella California multietnica alla ricerca di un sogno. I suoni sono fatti di country e di rock’n’roll e quelli di una terra di confine, mariachi ed echi cubani.
Flathead conclude “il cerchio” senza particolari scosse. My Name is Buddy resta il fulcro centrale di questa trilogia mentre Chavez Ravine e quest’ultimo rimangono per certi versi i due satelliti complementari. Chavez esplora complesse sonorità da renderlo a tratti di un’estrema bellezza e Flathead che impressiona per la varietà di soluzioni ritmiche, riassumendo come è giusto che sia le caratteristiche dei due dischi precedenti.
Tre dischi che raccontano di un’America passata, probabilmente forse solo esaltata, ma che sempre America è.

Fiori e sassi

Vedere come dei fiori nascono in mezzo a delle pietre, dei sassi, dei massi, su dei grammi di terra che a volte neanche si vede, è una cosa grande.

Ci fa capire quanto poco basta a volte per “vivere e crescere”. Aria, sole, un po’ di pioggia e tutto in due grammi di terra.

Nel bosco

L’aria profuma di freddo e di muschio benefico.
La luce penetra impastata con aria umida.
Il suono danza solitario in un silenzio religioso.

Consumando un’attesa che è concreta, tangibile.
Riposa in un letargo che è evidente, palpabile.
In attesa di un rinnovamento che verrà, visibile.