Tommy Ladnier

Il 4 giugno 1939 muore precocemente a New York il leggendario trombettista Tommy Ladnier, registrato all’anagrafe con il nome di Thomas James Ladnier.

Thomas James Ladnier (1900–1939) è stato uno dei trombettisti più influenti e rispettati della prima era del jazz. Spesso descritto come l’anello di congiunzione tra lo stile di King Oliver e quello di Louis Armstrong, Ladnier era celebre per il suo tono intenso, profondamente radicato nel blues, e per la sua straordinaria maestria nell’uso della sordina.
La carriera di Ladnier è stata caratterizzata da numerosi viaggi internazionali e collaborazioni con la “nobiltà” del jazz classico.
Nato vicino a New Orleans, ebbe come mentore il leggendario Bunk Johnson. Nel 1917 si trasferì a Chicago durante la “Grande Migrazione”, iniziando la sua carriera professionale. Negli anni ’20 divenne il trombettista preferito delle grandi cantanti blues. Registrò numerosi brani per la Paramount Records, accompagnando icone come Ma Rainey, Ida Cox e Alberta Hunter. Nel 1926 entrò a far parte dell’orchestra di Fletcher Henderson come solista principale, consolidando la sua fama di virtuoso dei brani “hot”. Fu un pioniere del jazz globale, suonando in Europa e persino in Russia con l’orchestra di Sam Wooding. Durante la Grande Depressione, la crisi del lavoro lo spinse ad aprire con l’amico fraterno Sidney Bechet la “Southern Tailor Shop” ad Harlem (1933–1934). Si dice che nel negozio si facessero più jam session che rammendi.
Ladnier non cercava il virtuosismo acrobatico di Armstrong, ma puntava tutto sull’emozione pura. Il soprannome “The Praying Cornet” derivava dalla sua capacità di far “parlare” lo strumento, imitando i lamenti e le preghiere della voce umana. Era insuperabile nell’uso di sordine diverse per creare effetti di “growl” (ringhio) e sfumature timbriche uniche. Dopo un periodo di oblio, fu “riscoperto” nel 1938 dal critico francese Hugues Panassié. Insieme incisero le celebri sessioni “Mezzrow-Ladnier”, pietre miliari del revival del New Orleans jazz.
Morì prematuramente a soli 39 anni a causa di un attacco cardiaco, proprio mentre la sua carriera stava vivendo una seconda giovinezza.

“Per me, Tommy Ladnier è stato il più grande interprete di blues di tutti i tempi.”
— Hugues Panassié

Stuart Franklin

Nato a Londra nel 1956, Stuart Franklin si laurea in fotografia al West Surrey College of Art and Design e consegue la laurea e il dottorato di ricerca in geografia all’Universita di Oxford.
Negli anni Ottanta lavora come corrispondente per l’agenzia Sygma a Parigi, prima di entrare in contatto con Magnum Photos di cui diventa membro nel 1989.
Vince il World Press Photo con la foto dell’uomo che, da solo, fronteggia i carri armati sulla Piazza Tienanmen di Pechino (1989), il premio Tom Hopkinson per il fotogiornalismo e il premio Christian Aid per la fotografia umanitaria per il suo lavoro sulla carestia del Sahel (1984-85).
Fin dagli anni Novanta collabora intensamente con il National Geographic Magazine, con lunghi reportage dedicati soprattutto agli aspetti sociali legati ai temi della natura e viaggiando tra America del Centro e del Sud, Cina, Sudest asiatico ed Europa, dove recentemente ha completato un lavoro sull’Unificazione Europea.
Ha pubblicato nel 1990 Tiananmen Square; nel 1999 || tempo degli alberi, un saggio fotografico che esamina la relazione esistente oggi tra società e natura. La città dinamica, il suo ultimo volume (2003), esamina l’evoluzione e la vita quotidiana delle città.
Attualmente Stuart Franklin sta lavorando a due nuovi progetti, sulla globalizzazione in Africa e sulla grande tradizione marinara inglese (Sea Fever uscirà in libreria in Gran Bretagna il 21 ottobre 2005).

Il Sito – Magnum Photos – Artsy

Little Richard – Here’s Little Richard (1957)

Richard Wayne Penniman è incasinato e tormentato come il rock’n’roll. Ha 12 fratelli e sorelle e suo padre viene assassinato quando lui ha 20 anni. Non ha un soldo, e quel poco che guadagna lo spende in lezioni di pianoforte. Lo chiamano Little, ma è alto un metro e ottanta. Ha imparato a cantare in chiesa e a fare spettacolo dai venditori ambulanti che arrivano in città, a Macon, Georgia, pieno Sud degli Stati Uniti. E’ spirituale e carnale, religiosissimo e volgare, canta sconcezze indirizzate a donne che sanno come divertirsi e divertire, ma da come si trucca tutti capiscono che gli piacciono piú che altro gli uomini. Con i fratelli, fa musica da sempre. A 19 anni vince un concorso con la Rca, ma prima che accada qualcosa trascorrono altri quattro anni. Ora è con la Specialty, e in particolare con il produttore Bumps Blackwell, una piccola celebrità in quel momento, l’uomo che ha lanciato le Carriere di Ray Charles e di Quincy Jones. Non è che Blackwell ci capisca granché, di questo bizzarro pianista di night che dice di aver imparato a suonare il piano da Esquerita (da cui deve aver preso anche il gusto per il trucco e le parrucche) e che in un attimo passa dal sussurro all’urlo. Pensa che sia possibile lanciarlo come bluesman e lo porta a New Orleans per registrare un album. Tra un’incisione e l’altra, racconterà per sempre la mitologia rock’n’roll, in studio Richard improvvisa una specie di scioglilingua che decanta le virtù del posteriore femminile (femminile?), forse di tutti i posteriori femminili, forse di uno in particolare. Blackwell ferma tutto e gli chiede di registrare ciò che ha appena cantato, censurandolo un po’ e quindi rendendolo ancora più incomprensibile. Nasce così Tutti Frutti, il primo hit rock’n’roll che si affida esclusivamente al suono, e al ritmo, per comunicare il proprio significato. Il primo che non ha bisogno di parole. In quello stesso 1955, e poi lungo tutto il 1956, Little Richard registra altri due grandi successi, Long Tall Sally e Jenny Jenny, che appaiono con una manciata di turbo-boogie-woogie nel suo primo (e forse ultimo) album davvero memorabile. Per lui comincia quel rapporto tormentato tra musica e fede, con sensi di colpa nell’uno e nell’altro senso, che lo spingerà ad abbandonare il rock’n’roll per la predicazione, con infiniti ritorni. Comincia il rock’n’roll, insomma, che sarà sempre spirituale e carnale come Little Richard.


Appunti Corti #135

La vendetta degli umani contro la Natura, quando essa non è addomesticabile, è aberrante vergognosa ed inaccettabile. Molti umani, ormai lontani anni luce dalla sapienza contadina, ritengono che la Natura possa, anzi debba, essere piegata al proprio stile di vita innaturale.

Ormai piegati ed asserviti possiamo senza ribellarci accettare di tutto: guerra, povertà, ingiustizie, crudeltà, indifferenza…
Per interessi economici e finanziari, sono distorti e distrutti irrimediabilmente gli attuali equilibri naturali, ci vorranno chissà quanti decenni perché si ricompongano. Noi non lo vedremo. Forse i pronipoti, se ancora qualche umano resisterà a questa distruzione.

My Favorites Albums #14/100

Miles Davis – Kind of Blue (1959)

[…] Con il passare degli anni, Kind Of Blue è diventato non solo tra i dischi più venduti di tutti i tempi in ambito jazz, ma uno dei momenti musicali più importanti dell’intera cultura del ‘900. Non impauritevi dei tecnicismi e che sia solo musica “suonata” (sebbene moltissimi abbiano poi dato testi a queste musiche) e lasciatevi trasportare dal suono elegante, puro e dolcissimo di questo disco: anche chi non ha mai ascoltato un disco jazz ne resterà rapito, ci scommetto.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Dick Hafer

Il 29 maggio 1927 nasce a Wyomissing, in Pennsylvania, John Richard Hafer, più conosciuto come Dick Hafer, sassofonista, flautista e gran suonatore di strumenti ad ancia è noto per il suo lavoro con importanti big band dalla fine degli anni ’40 in poi.​
Hafer iniziò a suonare il clarinetto all’età di sette anni, prima di passare al sax tenore al liceo. Il suo debutto professionale avvenne con l’orchestra di Charlie Barnet nel 1949, seguito da collaborazioni con Claude Thornhill (1949-1950), Woody Herman (1951-1955) e altri come Tex Beneke e Bobby Hackett.
Si esibì e registrò con Benny Goodman (1962), Lionel Hampton, Elliot Lawrence (1958-1960) e Charles Mingus (album del 1963). Collaborò anche con coristi come Peggy Lee, Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Tony Bennett, e contribuì al lavoro in studio a Broadway e alla Merv Griffin Show Band dopo essersi trasferito a Los Angeles nel 1974.
Negli anni ’90 pubblicò due album da leader: ” In a Sentimental Mood” e “Prez Impressions ” (un tributo a Lester Young). Hafer è scomparso il 15 dicembre 2012, all’età di 85 anni, ricordato per il suo stile fluido, influenzato da Lester Young, nelle esibizioni con le big band.

I migliori album jazz #79

79: Metropole Orkest feat. John Scofield – 54 (2010)

L’arrangiatore americano Vince Mendoza, vincitore di sei Grammy, è famoso per le sue collaborazioni con artisti pop e rock (Björk, Joni Mitchell), ma ha anche lavorato con artisti jazz. Alla guida della formidabile Metropole Orkest olandese, nel 2010 Mendoza ha invitato il chitarrista jazz-rock statunitense Scofield come ospite a 54, che ha presentato sette adattamenti widescreen di brani tratti dal catalogo di Scofield e due brani originali. Il contrasto tra le aspre e grintose linee di chitarra di Scofield e i dettagli puntinisti delle orchestrazioni di Mendoza offre una giustapposizione di toni e texture di una drammaticità emozionante. I momenti salienti del set includono l’apertura sinfonica repressa, “Carlos”, che oscilla tra tensione e risoluzione, e “Out Of The City”, che emana un’atmosfera da swing metropolitano. Una scintillante interpretazione contemporanea della big band e uno dei più grandi album jazz di tutti i tempi.

Ascolta il disco

The Byrds

I Byrds sono stati una delle band più influenti degli anni Sessanta, ponte ideale tra il folk e il rock elettrico, tra la tradizione americana e la psichedelia nascente. Formatisi a Los Angeles nel 1964, con Roger McGuinn, Gene Clark, David Crosby, Chris Hillman e Michael Clarke, hanno cambiato il suono del decennio.
Il loro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile: la Rickenbacker a 12 corde di McGuinn, dal timbro cristallino e tintinnante, che crea quell’effetto “jingle-jangle” diventato iconico. Con la cover di “Mr. Tambourine Man” (1965), portano Bob Dylan nelle classifiche pop e danno forma al folk rock elettrico.

Album come Mr. Tambourine Man e Turn! Turn! Turn! definiscono un’estetica: armonie vocali luminose, testi poetici, arrangiamenti ariosi. Ma i Byrds non restano fermi. Con Fifth Dimension (1966) e soprattutto The Notorious Byrd Brothers (1968) esplorano territori psichedelici, sperimentando con effetti sonori e strutture più complesse.

Poi la svolta decisiva: con l’arrivo di Gram Parsons nasce Sweetheart of the Rodeo (1968), disco seminale del country rock. È un ritorno alle radici americane che influenzerà Eagles, Flying Burrito Brothers e gran parte della scena californiana degli anni Settanta.
La loro storia è segnata da tensioni interne e cambi di formazione, ma l’impatto resta enorme. I Byrds hanno saputo fondere tradizione e modernità, elettricità e introspezione. Un gruppo che ha aperto strade: al folk rock, alla psichedelia, al country rock.
Un suono limpido, ma rivoluzionario.