Appunti Corti #132 

La poesia è… tante cose. Non basterebbe la lunghezza di un post per scrivere tutti gli aggettivi che una poesia può avere, che una poesia può essere. Per brevità, sono pienamente consapevole che la poesia è tutto perché tutto può stare dentro in una poesia.
Personalmente amo la poesia che riesce ad arrivare alla parte più profonda, nella sensibilità che si nasconde per carattere o per paura.
Personalmente amo la poesia che arricchisce, che può rendere migliore qualche momento, che può essere spunto di riflessione su se stessi e sul mondo.
Personalmente amo la poesia che sa rendere la vita un posto migliore, più accogliente.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #20

20 – Dallo ska al reggae

Il reggae vive essenzialmente di due storie parallele, una giamaicana e una inglese: storie speculari ed invertite perché se in Giamaica nasce prima lo ska e poi, gradualmente, si arriva al reggae, in Inghilterra succede l’esatto contrario, poiché prima (aldilà di un’effimera moda ska sul finire dei ’60) si afferma il reggae di Bob Marley, poi, in un’ondata di revival, si riscopre lo ska, da cui l’equivoco, ancora molto diffuso, che lo ska venga dal reggae.
Per trovare un filo nell’intricata vicenda la cosa migliore è partire dalle origini; luogo e periodo: la Giamaica dei primi anni ’60, fresca d’indipendenza, che comincia a coniare una propria musica popolare, lo ska, appunto; la line-up tipica dello ska è uno strano abbinamento di strumenti elettrici tipici del rhythm’n’blues e fiati in parte legati alla tradizione jazz: sassofono, tromba e trombone; lo stile di musica è uno strano incrocio tra il jump blues ed il mento, musica tradizionale giamaicana altamente sincopata.
Fortemente influenzata dalla scena musicale americana, da cui provengono i 45 giri rhythm’n’blues suonati dai sound systems che animavano le feste del ghetto di Kingston: i giamaicani hanno una predilezione per le musiche con una forte componente boogie, come il jump blues e certo rhythm’n’blues degli inizi, appunto e quando questi suoni vengono abbandonati dalle band americane, i proprietari dei sound systems come Clement «Coxsone” Dodd e Duke Reid fanno una cosa molto logica: formano le proprie label e cominciano a registrare e produrre sul posto la musica che non viene più prodotta in America.
In breve tempo il suono comincia a farsi più personale e a fondere gli stili originari, il mento e rhythm’n’blues innanzi tutto; proprio da quest’incrocio nasce il caratteristico beat in levare che diviene segno caratteristico dello ska e di tutti i suoi derivati: suonare gli accordi in controbattuta era elemento stilistico tipico del mento ma è con la fusione col r’n’b, con la sua caratteristica enfasi sull’elemento ritmico, che si crea la miscela perfetta.
Le prime stelle dello ska sono Laurel Aitken, Prince Buster, Desmond Dekker (che con “The Israelites”, nel 1969, farà scoppiare nel Regno Unito una fugace moda dello ska), Toots & the Maytals, e i Wailers di Bunny Wailer, Pete Tosh e Bob Marley. Caso a parte è costituito dagli Skatalites, non solo esponenti di primo piano della scena ska originaria ma anche backing band fissa dello Studio One, seminale studio di registrazione di proprietà del già citato Coxsone Dodd.
La popolarità dello ska crolla bruscamente nell’estate del 1966: un’estate eccezionalmente calda convince gli interpreti ska a rallentare drasticamente i ritmi d’esecuzione: nasce così il rocksteady, versione rallentata dello ska, basso in primo piano e trombone rimpiazzato dal piano: se i Wailers si adattano facilmente al nuovo stile altri gruppi vengono rimpiazzati dalla nuova ondata di interpreti e gruppi, di cui fanno parte, tra gli altri, Heptones, Dominoes, Alton Ellis e Ken Boothe.
Rispetto allo ska il rocksteady è musicalmente più vicino al soul e al doo-wop, vantando una maggior cura per le armonie e le parti vocali e anteponendo in parte la melodia al ritmo; non solo: temi sociali e politici cominciano ben presto a fare capolino nei testi.
È evidente la funzione di congiunzione con il reggae, in cui questi elementi vengono accentuati e portati a maturazione: succede nei primi anni ’70, quando il suono rallenta ulteriormente, la religione Rasta assume un ruolo centrale nella musica e il cantante diviene una sorta di predicatore del culto di Jah. I dischi più importanti, usciti nel corso degli anni’70, sono in gran parte firmati da ex-wailers: Bunny Wailer con “Blackheart Man” (1976), Pete Tosh con “Legalize” (1976), ma soprattutto Bob Marley, per la prima volta senza i suoi due compari storici nel 1974 con “Natty Dread”, disco che lo porterà ad un successo stellare e a divenire la prima stella internazionale del reggae.
Figure centrali del reggae delle origini sono anche Burning Spear e Augustus Pablo, nei cui dischi la matrice reggae convive felicemente con un altro derivato del rocksteady: il dub, genere che rientra nella vasta categoria degli stili inventati dai produttori. Nel 1967 i produttori dei sound system cominciano a rimaneggiare, sovraincidere e remixare in studio i singoli rocksteady per farne versioni strumentali su cui i toasters (i dj giamaicani) parlano ed improvvisano nuove parti vocali: è la nascita del toasting, antenato del rap e antefatto del dancehall. Nel frattempo un ingegnere del suono, King Tubby che presto comincia a sperimentare con le tracce strumentali, utilizzando la console come un vero e proprio strumento ed esasperando riverberi ed echi: il dub, col suo suono cavernoso e sommerso, è nato.
Bisogna aspettare qualche anno comunque perché compaiano i primi dischi interamente dub, con l’uscita nel 1973 di “Blackboard Jungle Dub” dello stesso Tubby e di “Double Seven”, disco del 1974 era firmato dall’altro grande produttore dub: Lee “Scratch” Perry.
Anche in Inghilterra, dove 20 anni dopo sarà elemento-chiave per lo sviluppo del suono del trip-hop di Bristol, il dub attecchisce e la scena viene portata avanti e mantenuta viva durante gli anni’80 da artisti come Mad Professor ed AdrianSherwood.
Il merito va in gran parte ad un’etichetta che, fin dai tardi anni ’60 inizia a promuovere e distribuire la musica Giamaicana nel continente: si tratta della Island, label già dietro all’importazione dei primi singoli ska-rocksteady come “Al Capone” di Prince Buster e “The Israelites” di Desmond Dekker (responsabile della già citata moda passeggera dello ska di fine ‘60), promuovendo i dischi dei Wailers prima e di Bob Marley poi e diffondendo, in ultimo, appunto, i primi dischi dub.
Un’opera di divulgazione della musica giamaicana che attecchisce in modo formidabile sulle uggiose coste Inglesi: dalla scena dub autoctona ad invenzioni dei primi anni’90 come trip-hop e drum’n’bass, passando per il revival ska a cavallo tra ’70 ed ‘80, sono innumerevoli i frutti dati da quei primi seminali dischi.
Non che in Giamaica non succeda niente: all’inizio dei ‘70 si festeggiano i primi vagiti del dancehall, il toaster sempre più lanciato nel sovrapporre parole e melodie sulle note dei classici dello ska e del rocksteady, Techniques, Heptones, John Holt, Wailers e Dennis Brown tra i “campionamenti” più illustri. Curiosa l’origine del nome che, per gli infuocati toni utilizzati, sessisti, omofobi e violenti, spesso questi pezzi venivano censurati dalle radio e la pista da ballo (il dancehall) diveniva l’unico luogo in cui era possibile ascoltarli.
Il pioniere è U-roy: suo il primo singolo dancehall a salire in cima alle classifiche, nel 1970, quel “Wake the Town” costruito sulle note di “Girl I’ve Got a Date” di Alton Ellis; segue un’orda di discepoli, primi fra tutti Dennis AlCapone, I-Roy e soprattutto Big Youth, vale a dire colui che a metà anni ’70 spodesta dal trono di re del genere lo stesso U-roy, prima col geniale singolo del 1972 “S 90 Skank”, frutto dell’intuizione geniale del produttore Keith Hudson di portare una motocicletta in studio per poterne campionare il rombo, poi col disco “Screaming Target” (1973), una delle espressioni migliori di un suono che in Giamaica spopolerà per tutti gli anni’70.
Nei primi anni ’80 ritmi e melodie si fanno più orecchiabili e s’incomincia a parlare di rub-a-dub: parte una nuova trafila di personaggi di successo come Clint Eastwood, Dillinger e, soprattutto, Yellowman, probabilmente il cantante dancehall di maggior successo degli anni’80. Sempre negli anni’80, in particolare nel 1985, avviene una svolta decisiva, legata in gran parte ad un’intuizione di Wayne Smith: quella di sostituire una tastiera Casio al solito disco rocksteady/roots in “Under Me Sleng Teng”; l’intuizione fulminante fa immediatamente proseliti e segna la nascita del ragamuffin. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Herb Flemming

Il 5 aprile 1898 nasce a Honolulu, nelle Hawaii, il trombonista Herb Flemming, registrato all’anagrafe con il nome di Niccolaiih El Michelle.
Herb Flemming è un musicista jazz noto per uno stile essenziale e profondamente radicato nella tradizione afroamericana, capace di dialogare con il linguaggio contemporaneo. Cresciuto musicalmente ascoltando i grandi maestri del jazz classico e moderno, ha sviluppato un approccio che unisce rigore formale e libertà espressiva, ponendo al centro l’improvvisazione come strumento narrativo.
Nel corso della sua carriera, Flemming si è distinto per una ricerca sonora attenta alle dinamiche del gruppo e alla qualità del fraseggio, privilegiando un jazz fatto di ascolto reciproco, spazi e tensioni sottili. Ha collaborato con numerosi musicisti della scena jazz, partecipando a festival, rassegne e sessioni live in cui il dialogo musicale diventa esperienza condivisa.
La sua musica rifugge l’eccesso virtuosistico per concentrarsi su atmosfera, ritmo e profondità emotiva, restituendo un jazz sobrio ma incisivo, capace di raccontare storie senza bisogno di parole. Oggi Herb Flemming è considerato una voce coerente e riconoscibile, apprezzata per autenticità e fedeltà allo spirito originario del jazz.

Le foto più belle del 2025

Le foto più belle del 2025 offrono uno sguardo essenziale e diretto sull’anno da pochi mesi trascorso. Attraverso immagini di attualità, cronaca, cultura e vita quotidiana, questa selezione racconta i momenti che hanno segnato il 2025: eventi storici, cambiamenti sociali, gesti simbolici e frammenti di normalità. Fotografie che documentano il presente e ne restituiscono la complessità, trasformando l’istante in testimonianza.

Il World Press Photo su Wired

Le foto dell’anno su Internazionale

Le migliori fotografie naturalistiche su National Geographic

Le migliori immagini su Independent

The top 100 photos The Associated Press

Bob Dylan: i suoi album #16

The Basement Tapes (1975)

Nello scantinato di una grande casa di campagna, con un gruppo di amici e un cane sdraiato sul pavimento, prende vita il primo disco lo-fi della storia.

Bob Dylan e la Band crearono musica nello stato di New York nel 1967, unendo il talento unico dei due musicisti alla rilassatezza tipica dell’ambiente idilliaco in cui si trovavano, per creare qualcosa di magico. Gran parte del mondo ascoltò questa musica prima di qualsiasi pubblicazione ufficiale tramite bootleg. Infine, nel 1975, i partecipanti ci diedero la loro versione ufficiale con l’uscita del doppio album “The Basement Tapes” .

Anche se quasi tutto il materiale registrato dalla Band e da Dylan in quel periodo è ora ufficialmente disponibile, la musica continua ad affascinare con un’aura di stranezza e mistero. Scopriamo come il bootleg più famoso del mondo è finalmente diventato ufficiale.

Nel 1967, Dylan si era completamente ripreso dall’incidente in moto dell’anno precedente e si trovava a Woodstock, New York. Invitò i suoi amici della Band (anche se non si chiamavano ancora così), che erano ancora sul suo libro paga dopo averlo accompagnato nei tour incendiari del 1965 e del ’66. Tre membri della Band (Richard Manuel, Garth Hudson e Rick Danko) si trasferirono in una casa che chiamarono “Big Pink” nella vicina West Saugerties. Robbie Robertson e Dylan si univano a loro ogni giorno per fare musica.

Lo scopo apparente di queste registrazioni era quello di sfornare demo per la pubblicazione, che avrebbero permesso a Dylan di ricavare qualche spunto dalle registrazioni di altri suoi brani. Sebbene alcuni brani siano nati in questo modo (“This Wheel’s on Fire”, “The Mighty Quinn”, “You Ain’t Goin’ Nowhere”, per citarne alcuni che altri hanno ripreso poco dopo la loro pubblicazione), la maggior parte della musica che questi musicisti stavano producendo era troppo volutamente strana e oscura per essere trasformata in canzoni pop.

Mentre i nastri venivano passati a editori e amici, ne venivano fatte copie clandestinamente. Queste copie alla fine arrivavano ai negozi di dischi e ai venditori indipendenti, solitamente con il titolo ” Great White Wonder”. I bootleg divennero così diffusi che la musica venne addirittura recensita da importanti riviste come Rolling Stone, nonostante la qualità audio a volte fosse scadente e nessuno dei partecipanti ne avesse autorizzato la pubblicazione.

Facciamo un salto al 1975. L’anno precedente, Dylan e la Band avevano partecipato insieme a uno dei primi mega-tour della storia del rock. Era quindi giunto il momento di rispolverare le canzoni del ’67 e di dar loro una degna pubblicazione. Robertson esaminò ore e ore di registrazioni per prepararle a un doppio album. The Basement Tapes uscì nel giugno del 1975, con una copertina memorabile che vedeva Dylan, la Band e un’ampia varietà di personaggi.

Quando i fan che conoscevano il bootleg ascoltarono The Basement Tapes, notarono alcune differenze. La principale era che Robertson aveva incluso alcuni brani registrati dalla Band senza Dylan e separatamente dalle registrazioni di Big Pink. Questo gli permise di includere Levon Helm nel progetto, dato che Helm, che aveva lasciato brevemente la Band, non prese parte alle sessioni originali del Basement Tapes fino alla loro quasi conclusione.

Robertson aggiunse anche alcune sovraincisioni per ripulire la confusione delle registrazioni. Forse l’aspetto più controverso del suo processo è stata la selezione dei brani. Non incluse brani come “I’m Not There” e “Sign on the Cross”, che non erano registrati benissimo ma si distinguevano comunque per la loro straordinaria qualità.

Le perplessità sul processo decisionale di Robertson iniziano a svanire quando si mette in coda The Basement Tapes. Dylan sembra a suo agio come non lo è mai stato in nessun momento della sua carriera, mentre l’accompagnamento sobrio e genuino della Band si rivela la base giusta. E che serie di canzoni: dalle esilaranti e assurde (“Clothes Line Saga”, “Yea! Heavy and a Bottle of Bread”) alle straordinariamente belle e profonde (“Tears of Rage”, “Goin’ to Acapulco”). Anche se forse forzatamente inserite, le canzoni della Band come “Katie’s Been Gone” e “Ain’t No More Cane” si inseriscono perfettamente.

Nel novembre 2014, The Basement Tapes Complete è stato pubblicato come parte della serie Bootleg di Bob Dylan. Conteneva praticamente ogni singola bobina di nastro che Dylan e la Band avevano raccolto durante quel periodo indimenticabile. E sì, c’è un sacco di roba meravigliosa lì dentro che dovete assolutamente ascoltare se avete ascoltato solo i due dischi originali di Basement Tapes.

Detto questo, l’uscita del 1975 riassume magnificamente ciò che Dylan e la Band stavano facendo quando il resto del mondo non li stava guardando. I Basement Tapes riuscirono a risolvere il mistero e a perpetuarlo tutto in una volta, il che era tutto ciò che gli appassionati di musica avrebbero potuto sperare.

Sidi Touré – Afrik Toun Mé (2020)

Come il venerato connazionale Salif Keita, il musicista maliano Sidi Touré condivide la particolarità di discendere da una stirpe reale in una famiglia che lo ha poi rinnegato. Nato a Gao, nella regione di Singhai nel nord del Mali, per inciso anche la casa del defunto Ali Farka Touré, (nessuna parentela), situato tra il fiume Niger e il deserto del Sahara, è un paio di centinaia di miglia a est di Timbuktu e la regione dei nomadi Tuareg di fama “desert blues”, un suono che può essere immediatamente riconosciuto nella sua musica. 
Prima della sua carriera solista, ha diretto The Songhaï Stars di Goa e nel 1984, quando ha vinto il concorso per il miglior cantante alla Biennale nazionale del Mali, un risultato ripetuto due anni dopo.
Anche se immerso nella tradizione musicale del Mali settentrionale, il suo lavoro ha avuto una predominante influenza blues e rock che gli è valso un seguito entusiasta non solo nel suo paese d’origine, ma anche altrove, tra cui Nord America ed Europa. 
Mentre la sua precedente uscita del 2018, Toubalbero, ha visto un cambiamento radicale verso un approccio elettroacustico, Afrik Toun Mé, vede un ritorno all’acustica pura e essenziale delle registrazioni precedenti, in particolare quella del suo primo disco del 2011 Sahel Folk, un album di sessioni informali registrato con gli amici a casa di sua sorella. 
Come per Sahel Folk, l’obiettivo di questa registrazione non è una performance musicale, ma è la conseguenza che crea, la conseguenza del piacere che può essere condiviso da musicisti che si incontrano in studio per dialogare musicalmente, la gioia di divertirsi e l’orgoglio di suonare musica con le sue radici che affondano profondamente nella cultura maliana e nella cultura Songhaï.
Le otto canzoni risultanti di Afrik Toun Mé, che si traduce come ‘Africa Must Unite’ sono sparse, ma alla fine coinvolgenti, cose di grande bellezza, che “mescolano parabole e racconti di ispirazione che onorano il coraggio e la resilienza di fronte a prove e tragedie”. Le note fornite danno dai brevi indizi sul contenuto lirico, ma la barriera linguistica, (per coloro che non hanno dimestichezza con la lingua Songhaï), non è vista come problematica. I sentimenti e le emozioni che emana la stessa musica e i suoni creati, trasmettono più che adeguatamente significato. 
Il calore della musica, (caratterizzato dalla scala pentatonica a cinque note che designa la secolare tradizione Songhaï), viene espresso in uno stile di esecuzione che è simultaneamente sia pizzicato che strimpellato, con un risultato inebriante di melodia e ritmo, doppiamente efficace quando le due chitarre suonano l’una con l’altra. 

Segnali #22

SuoniRadio Popolare è stata fondata nel 1976, sotto la direzione di Piero Scaramucci. Secondo la sua dichiarazione d’intenti, la radio “è un’emittente indipendente, imperniata su una cooperativa formata da lavoratori e collaboratori, con la partecipazione di rappresentanti di forze politiche e sindacali che storicamente hanno sostenuto l’esperienza”. Un tratto caratteristico della radio è dato dalla presenza di una trasmissione chiamata Microfono aperto. L’idea di aprire i microfoni liberamente agli ascoltatori senza alcuna forma di censura risale agli anni ’70. Tale idea si è dimostrata vincente, tanto da esser poi

VisioniGerd Ludwig: vita & foto disparate – Veterano di National Geographic, Ludwig ha realizzato reportage sui temi più disparati: dalla riunificazione della Germania ai fratelli Grimm. Nato nel 1947 ad Alsfeld in Germania, Ludwig abbandona gli studi universitari per viaggiare tra la Scandinavia e l’America del Nord mantenendosi con lavori saltuari come muratore, mozzo, giardiniere e lavapiatti. Tornato in Germania, si dedica per cinque anni allo studio della fotografia, seguendo contemporaneamente i corsi di design fotografico all’università della città, dove si laureerà nel 1972. L’anno successivo darà vita, insieme ad altri colleghi, alla VISUM, prima agenzia tedesca gestita interamente da fotografi. Nel 1984 si trasferisce a New York, dove prosegue la sua attività di fotografo per le più famose riviste internazionali. Agli inizi degli anni Novanta comincia a collaborare con National Geographic. Ludwig ha vinto numerosi premi tra cui un World Press Photo nel 1990.

Dintorni Archivio ‘900 è un archivio storico digitale. Vuole aiutare a capire il contesto storico e politico in cui si vive e sul quale si tenta di agire. La distrazione con cui le giovani generazioni scavalcano la storia anche recente del nostro Paese è emblematica certo di una superficialità ma anche di un disagio: quello di una storia amara e violenta, difficile da raccontare in un tempo in cui molti hanno perso il gusto di raccontarla.
Da qui parte l’avventura mediatica di Archivio ‘900, un portale web dedicato alla storia del ‘900 appunto, con una piccola pretesa: far crescere il web fino a renderlo uno strumento tecnologicamente avanzato, un veicolo autentico di cultura, impegno civile e sociale.