La Bussola #38

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Sympathy For The Devil – Rolling Stones (1968)

La canzone “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, pubblicata nel 1968, ha contribuito a creare l’immagine “cattiva” della band, in contrapposizione a quella più “buona” dei Beatles. In realtà, il brano parla del male insito nelle azioni umane, non di un’adorazione del diavolo. Nel testo, il diavolo stesso introduce sé stesso, facendo un’analisi critica del male presente nella storia e nella vita quotidiana, ma la responsabilità dei mali del mondo è dell’uomo, non di Lucifero.
Il brano, originariamente intitolato “Devil is My Name”, presenta un ritmo che evolve dal samba a uno dei pezzi rock più classici. Il celebre coro “uh uuh” è stato aggiunto solo alla fine della registrazione, suggerito da Anita Pallenberg, allora fidanzata di Keith Richards. Anche Marianne Faithfull, un’altra figura vicina alla band, ha partecipato al coro.
“Sympathy for the Devil” è diventato un classico del rock, spesso interpretato come una riflessione sul male interno all’uomo piuttosto che un inno satanico. Ha segnato un momento chiave per la band, stabilendo la regola dell’eccesso e contribuendo a definire la loro immagine nel panorama musicale.

My Favorites Albums #7/100

Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)

[…] C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #17

17 – Il “Kraut Rock”

Sotto l’infelice definizione di kraut rock si trovano raggruppati gruppi diversissimi tra loro, ma accomunati dalla nazionalità tedesca e da una certa predisposizione a fusioni inedite di rock ed avanguardia (dal minimalismo di Riley all’avanguardia elettronica di Stockhausen) filtrate attraverso la tradizione musicale teutonica, da Wagner al cabaret di Brecht e Weill.
Come per il primo progressive inglese per molti di questi gruppi viene dalla psichedelia, dalle lunghe jam e dal bisogno di espandere la canzone oltre i limiti tradizionali, in termini di durata e struttura, ma anche in termini stilistici.
Un ulteriore elemento di similarità tra gli artisti tedeschi di questi anni sta nel pionieristico utilizzo di strumenti elettronici: sintetizzatori, sequencer e drum machine cominciano per la prima volta ad affiancare (e talvolta a sostituire) gli strumenti tradizionali del rock.
Elementi comuni rilevanti, ma spesso superficiali, se si considera che le scelte stilistiche e le atmosfere create da questi gruppi sono spesso antitetiche, dalla musica cosmica dei Tangerine Dream al proto synth pop dei Kraftwerk passando per l’avant-prog visionario dei Can.
Proprio questi ultimi sono tra i primi gruppi della scena ad emergere: avanti anni-luce rispetto ai contemporanei nell’esplorare le potenzialità dell’utilizzo di strumenti elettronici, nell’integrare il proprio avant-rock con tecniche di taglia-e-incolla, rumorismo, minimalismo, musica atonale ed aleatoria. Dall’esordio psichedelico di “Monster Movie” (1969) passando per capolavori come “Tago Mago” (1971) ed “Ege Bamyasi” (1972) fino ad arrivare a “Future Days” (1973) i Can disseminano così tanti spunti e idee che ci vorranno poi anni, se non decenni, per rielaborarli tutti: il post rock, il dream pop, tanta elettronica indie sono solo alcuni dei suoni che passano forzatamente di qui, tra i ritmi spezzati di “Vitamin C” e le armonie circolari di “Sing Swan Song”.
Diversissime le atmosfere che permeano i solchi di “Phallus Dei”, debutto del 1969 degli Amon Duul II: un suono psichedelico pervaso da un tetro spirito gotico, dalla furiosa jam dissonante di “Luzifers Ghilom” ai canti medievali che infestano “Henriette Krofenshwanz”, due episodi a caso di un disco sempre e comunque dominato da un’atmosfera raggelante che raggiunge l’apice con l’ultima traccia del disco, quella “Phallus dei” che gli da anche il titolo.
Sono simili le atmosfere che si respirano nell’esordio omonimo dei Faust (1971), che è però scaldato da sonorità diverse: altri grandi pionieri musicali dell’epoca, i Faust portano nel mondo del rock la musica concreta e il collage sonoro, in un susseguirsi caotico ed assurdo di rumori trovati, campioni rubati e suoni siderali. Più convenzionale sull’altro capolavoro, “IV” (1973), il gruppo costituisce un’altra dimostrazione del valore seminale della scena tedesca, precursore di sonorità che ritroveremo decenni dopo nel post rock e negli esperimenti più azzardati della cosiddetta IDM (Intelligent Dance Music).
Altrettanto seminali per tanta musica strumentale e ambientale a venire, dalla new age degli anni ’80 alla techno ambient di metà ’90 le derive sonore dei Tangerine Dream: le esplorazioni interstellari cominciano nel 1970 con l’esordio “Electronic Meditation” e trovano nelle jam di tastiera, flauto e percussioni di “Alpha Centauri” (1971) una prima, sfocata, definizione: musica cosmica (kosmische musik) fluttuante nel vuoto e apparentemente priva di una struttura che la tenga unita che raggiunge lo stato di trance con “Phaedra” (1974) per poi, durante gli anni ’80, omologarsi in parte al suono new age che aveva contribuito a creare.
Si torna bruscamente con i piedi per terra, schiantandosi contro i ritmi nevrotici della realtà urbana, con la musica dei Kraftwerk: primo gruppo ad utilizzare una drum machine in “Kraftwerk 2” (1971), il gruppo mostra qui le due anime, quella sperimentale e quella pop.
La lunga suite di “Klingklang” alterna, procedendo su un ritmo schizofrenico, musica concreta, classica, orientale, psichedelica: accanto a flauto, violino e tastiera fa la sua comparsa per la prima volta l’incedere marziale della batteria elettronica mentre la voce latita per tutto il disco, in un susseguirsi di pezzi astratti e circolari come “Wellelange” (ancora un’anticipazione del post rock) e collage sperimentali e umoristici come “Atem”.
Radicalmente differenti, ma ancor più seminali, i Kraftwerk di “Autobahn” (1974) che portano per la prima volta le sperimentazioni elettroniche tedesche in territorio pop, mettendo i ritmi meccanici della drum machine e le tastiere elettroniche al servizio di una musica di più facile consumo: un’intuizione folgorante che pone le basi per la nascita dell’electro e del synth pop e che anticipa le intuizioni della disco elettronica di Giorgio Moroder.
Da due ex-Kraftwerk, Michael Rother e Klaus Ginger vengono formati nel 1971 i “Neu!”, gruppo che brilla fin nell’omonimo esordio del 1972 e in “Neu!2” (1973): pattern melodici e ritmici circolari si inseguono ossessivamente, con sonorità che anticipano la new wave più avanguardista, il post rock più elettronico e lo space pop più obliquo, (ma anche per gli stessi Kraftwerk di Autobahn) e che tenderà a stemperarsi e ammorbidirsi nei dischi successivi.
Precursori e profeti della new age i Popol Vuh, con un suono ambientale e sacrale in cui compare per la prima volta la voce spiritata del moog: “In den Gärten Pharaos” (1971), disco composto di due lunghe suite della new age, oltre al suono dilatato e sospeso, anticipa anche l’utilizzo di mantra ritmici importati dall’oriente. Nel successivo “Hosianna Mantra” il gruppo abbandona gli strumenti elettronici in favore di quelli acustici spingendo ancora più in là l’integrazione tra oriente ed occidente, in un enigmatico incrocio tra messa cristiana e meditazione Buddista.
E’ impossibile tenere il conto dell’influenza esercitata da questi musicisti su tutta la musica futura, elettronica e non, tante sono le idee sviluppate in così pochi anni e nel giro di una manciata di dischi: influenze che sono state messe a frutto in contesti diversissimi e con modalità spesso contrastanti. Attraverso un uso pionieristico delle nuove tecnologie elettroniche ed una commistione visionaria con le avanguardie che fino allora erano rimaste quasi completamente slegate dalla realtà del rock (se per questi gruppi di rock si può ancora parlare), ma anche attraverso una contaminazione con una tradizione melodica come quella teutonica, completamente estranea rispetto alla cultura che aveva prodotto il rock, i gruppi del cosiddetto kraut rock hanno disseminato una quantità sterminata d’idee ed intuizioni: parte di quei semi, probabilmente, deve ancora maturare. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Come la penna a sfera BIC Cristal è diventata il prodotto di maggior successo della storia

Se volete ammirare un tour de force di tecnologia e design moderni, non c’è bisogno di visitare uno showroom della Silicon Valley. Basta tastare la scrivania per qualche istante e, prima o poi, ci metterete mano: la penna a sfera BIC Cristal, descritta nel video “Primal Space” qui sotto come “probabilmente il prodotto di maggior successo mai realizzato”. Non molto tempo dopo la sua introduzione nel 1950, la Cristal divenne onnipresente in tutto il mondo, quindi idealmente soddisfaceva le esigenze umane a un prezzo che sarebbe sembrato incredibilmente basso non molto tempo fa, per non parlare del XVII secolo, quando l’arte della scrittura richiedeva la padronanza della penna d’oca e del calamaio.

Naturalmente, la scrittura in sé era di scarsa utilità a quei tempi per la maggioranza analfabeta dell’umanità. La situazione cominciò a cambiare con l’invenzione della penna stilografica, certamente più comoda della penna d’oca, ma comunque proibitiva anche per la maggior parte di coloro che sapevano leggere. Fu solo alla fine del XIX secolo, un’epoca esaltante dell’ingegno americano, che un inventore di nome John Loud inventò la prima penna a sfera.

Sebbene rozzo e poco pratico, il progetto di Loud piantò il seme tecnologico che sarebbe stato coltivato in seguito da altri, come Laszlo Biro, che comprese il vantaggio di utilizzare inchiostro a base di olio anziché il tradizionale inchiostro a base d’acqua, e il produttore francese Marcel Bich, che aveva accesso alla tecnologia che avrebbe potuto portare la penna a sfera alla sua forma finale.

Marcel Bich (la cui pronuncia straniera del cognome ha ispirato il marchio BIC) capì come utilizzare le macchine dell’orologeria svizzera per produrre in serie minuscole sfere di acciaio inossidabile secondo specifiche precise. Scelse di realizzare il resto della penna in plastica stampata, una tecnologia all’epoca innovativa. Il corpo trasparente della Cristal permetteva di vedere il livello dell’inchiostro in ogni momento e la sua forma esagonale impediva che rotolasse dalla scrivania. Il suo coperchio in polipropilene non si rompeva in caso di caduta e fungeva anche da clip. Quanto costò questa “rivoluzione” ante litteram quando fu lanciata sul mercato? L’equivalente di due dollari. Come prodotto industriale, la BIC Cristal non è mai stata superata per molti aspetti (ne sono state vendute oltre 100 miliardi fino ad oggi), nemmeno dai cellulari o tablet ultra-tecnologici su cui potresti leggere questo post. Tienilo a mente la prossima volta che ti troverai alle prese con una di queste, zigzagando avanti e indietro su una pagina nel tentativo di far uscire l’inchiostro che sei sicuro debba essere da qualche parte.

L’Archivio Luce

L’Archivio Luce è on line: la memoria d’Italia è a portata di clic.

Settantamila filmati in alta definizione, documentari e testimonianze storiche, nuovi video, 400mila fotografie, tesori d’archivio e attualità, un secolo di immaginario italiano in un clic. C’è tutta l’Italia con la sua storia, il cinema e la cultura, le arti, la politica e la cronaca, il costume e lo sport. I cinegiornali e la Settimana Incom, le prime elezioni politiche del 1948, l’alluvione a Firenze, il rapimento Moro, gli Oscar a Sophia Loren e a Federico Fellini.

Link all’ Archivio Luce

Walter Fuller

Walter “Rosetta” Fuller (15 febbraio 1910 – 20 aprile 2003) è stato un trombettista e cantante jazz americano originario di Dyersburg, Tennessee. Iniziò a suonare il mellofono da bambino, poi si specializzò nella tromba. Da adolescente suonò in spettacoli itineranti e negli anni ‘20 suonò con Sammy Stewart. Nel 1930 si trasferì a Chicago, collaborando con Irene Eadie e il suo gruppo, per poi legarsi a lungo all’orchestra di Earl Hines dal 1931 al 1937 e successivamente dal 1938 al 1940. Fu anche parte dell’ensemble di Horace Henderson.
Nel 1940 formò la propria band, esibendosi in locali come il Grand Terrace di Chicago e il Radio Room di Los Angeles. Tra i suoi musicisti collaboratori ci furono riconosciuti nomi come Gene Ammons e Omer Simeon. Fu soprannominato “Rosetta” grazie al suo canto nella registrazione della composizione “Rosetta” di Hines nel 1934, che divenne anche il tema della band. Oltre al contributo musicale, Fuller fu un pioniere nei diritti civili per i musicisti neri di San Diego, dove portò lo stile jazz di Chicago.
La sua carriera musicale durò diversi decenni e influenzò la scena jazz della Costa Ovest degli Stati Uniti.

Pere Ubu — The Tenement Year (1988)

A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio.
Ancora una volta un disco geniale.

Asterischi *49

Terrapiattisti. 2200 anni fa Eratostene con un cammello, un bastone e la matematica riuscì a calcolare la circonferenza della terra con un errore di 500km.
Oggi abbiamo i computer quantistici e i terrapiattisti e sono in aumento.