Joe Rushton

Joe Rushton, il cui nome completo era Joseph Augustine Rushton, Jr. (morto il 2 marzo 1964), è stato un sassofonista jazz americano specializzato nel sassofono basso. Nato a Evanston, Illinois, fu uno dei musicisti jazz più noti a dedicarsi al sassofono basso, strumento che iniziò a suonare stabilmente dal 1928. Prima di questo, suonava il clarinetto e tutti gli altri tipi standard di sassofono, e occasionalmente registrava anche con questi strumenti. Ha collaborato con numerose band e musicisti prestigiosi come Ted Weems, Jimmy McPartland, Bud Freeman, Floyd O’Brien, Benny Goodman (1942-43), Horace Heidt (1943-45) e la band Five Pennies di Red Nichols, con cui suonò fino ai primi anni ‘60. Ha inciso sei pezzi per la Jump Records tra il 1945 e il 1947, ma per il resto compare nei dischi come sideman. Joe Rushton morì a San Francisco all’età di 56 anni.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #18

18 – Hard Rock

Versione anfetaminizzata del blues-rock anni ’60, il passo più veloce, se non frenetico, la voce un urlo sgraziato che esaspera lo shouting dei vocalist rhythm’n’blues neri, i riff di chitarra distorta e sferragliante al centro della scena nei lunghi assoli chitarristici che diventano presto un topos del genere, l’hard rock fin da subito si impone come un antidoto popolare contro le spinte colte del progressive.
Si è soliti attribuire ai Led Zeppelin l’invenzione del genere, anche se questo in realtà è in parte falso: se è vero che col gruppo di Plant e Page che il genere viene definitivamente codificato e diventa il genere popolarmente più affermato per tutti gli anni ’70, capace di riempire arene e stadi e di far balzare gli LP dei gruppi hard rock (primi fra tutti gli stessi Led Zeppelin) in cima alle classifiche di vendita, contrapponendone allo stesso tempo la vena sanguigna e puramente fisica alle cerebrali, elitarie sperimentazioni del progressive è pur vero che, in forme molto simili, tale suono era già presente nei dischi di altri gruppi inglesi come Who, Cream e Blue Cheer.
Fin dall’esordio omonimo del 1969 in ogni caso, anche grazie alle radici musicali folk del vocalist Robert Plant, il gruppo impose una formula, quella del disco hard rock inframmezzato da ballate folk, che diventerà un luogo comune del genere: due esempi memorabili sono “Babe I’m Gonna Leave You” nell’esordio e “Stairway to Heaven” su “IV”, capolavoro del gruppo che vede una formazione ormai matura, in cui alla matrice blues si affiancano innumerevoli altre influenze e sfumature, dalla psichedelia folk di “When The Levee Breaks” al formidabile attacco di “Black Dog”.
Il successo commerciale (e artistico) dei Led Zeppelin genera un numero impressionante di epigoni sia in patria che oltreoceano: dall’hard-boogie in salsa pop degli Status Quo, ai Free di Paul Rodgers, con un hard rock solidamente piantato nelle radici Americane, (l’avventura musicale di Rodgers proseguirà poi nei Bad Company), dalla vena romantica dei Thin Lizzy, gruppo sottovalutato che viene ricordato più che altro per il singolo “The Boys Are Back in Town” agli Slade, precursori del glam-rock, fino ad arrivare a Humble Pie e Faces, due gruppi nati dalle ceneri degli mall Faces: i Faces, in particolare, capitanati da Rod Stewart, sono autori di un trascinante hard rock dai forti connotati rhythm’n’blues.
La triade “sacra” dell’hard-rock contempla però, accanto ai Led Zeppelin, due gruppi in particolare: Deep Purple e Black Sabbath. Eccessivi e a tratti assimilabili al progressive i primi, autori nel 1972 di uno dei dischi chiave dell’hard rock, quel “Machine Head” che in sé assomma gran parte dei vizi e delle virtù del genere: se il gruppo infatti spicca per il virtuosismo dei suoi componenti, primi fra tutti il chitarrista Ritchie Blackmore e il vocalist Ian Gillan, proprio nell’ostentazione continua di tali qualità, nei duelli tra la chitarra e l’organo, negli eccessi che diventano ancor più evidenti ascoltando i live del gruppo si intravedono quelli che diventeranno i limiti del genere.
Per molti versi stilisticamente agli antipodi rispetto ai Deep Purple si collocano i Black Sabbath: dove i primi puntano pesantemente sul virtuosismo tecnico, il gruppo di Ozzy Osbourne e Tony Iommi crea un’immagine gotica e orrorifica del gruppo e gli da una veste sonora adatta: un suono di basso amplificato e distorto e chitarre sature di fuzz parente di quello già ascoltato nei dischi di Blue Cheer (non a caso con i Black Sabbath principale influenza dei futuri gruppi stoner). Con “Paranoid” (1971) i Sabbath toccano probabilmente il punto più alto della propria produzione discografica, definendo da una parte un immaginario sonoro e visivo che servirà da spunto per innumerevoli band heavy metal (in particolare black-metal e doom-metal) e allo stesso tempo rilasciando vere e proprie bombe sonore come “Iron Man”, “War Pigs” e la title-track.
La risposta Americana all’ondata hard rock inglese non tarda ad arrivare: riappropriandosi di suoni che nel nuovo continente erano nati i gruppi d’oltreoceano riconducono il blues-rock pesante nei solchi della tradizione da cui proveniva, accentuando gli elementi rhythm’n’blues e boogie, come risulta evidente ascoltando i dischi di Grandfunk Railroad, Mountain e Bachman-Turner Overdrive.
La componente boogie è ancora più accentuata nei dischi di quel sottogenere dell’hard rock che prende il nome di Southern rock: Allman Brothers, ZZ Top e Lynyrd Skynyrd, tutti gruppi che provengono dal ultra-reazionario sud degli Stati Uniti, ne sono i principali esponenti.
I primi sono i più fantasiosi del gruppo, band da live più che da studio (il disco più famoso degli Allman è il celebre “Live At Fillmore East” del 1971), eredi dei Grateful Dead nelle lunghe jam live che li vedono fondere con disinvoltura blues, country e jazz, tendenti in studio a ripiegare su un hard-blues più tradizionale e sintetico.
Fermamente piantato nelle radici il boogie dei Texani ZZ Top, gruppo che serve il miglior mazzo di canzoni nel 1973 con “Tres Hombres” e quello dei Lynyrd Skynyrd di “Second Helping” (1974), l’album della celebre “Sweet Home Alabama”, prodotto (come l’esordio, d’altra parte) da quell’Al Kooper che con Blues Project e Blood, Sweat & Tears era stato, nella seconda metà degli anni ’60, tra i principali revivalisti del blues e tra i suoi più strenui innovatori: il cerchio, in qualche modo, si chiudeva. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Marilyn Silverstone

Nata a Londra nel 1929, Marilyn Silverstone si diploma in Storia dell’Arte al Wellesley College (USA) e lavora poi come redattore per le riviste Art News, Industrial Design e Interiors negli anni Cinquanta. Diventa produttore associato e ricercatore per una serie di film, premiati con un Oscar, su artisti e pittori. Nel 1955 comincia a fotografare come professionista freelance con la Nancy Palmer Agency. I suoi reportage sono in Asia, Africa, Europa, America Centrale e Unione Sovietica.
Nel 1959 si trasferisce a Nuova Delhi dove vive e lavora fino al 1973.
Produce un libro, Ocean of Life: un viaggio di scoperta nel cuore di una cultura complessa e affascinante.
Nel 1964 si associa a Magnum Photos (membro effettivo nel 1967). Il film Kashmir in Winter, realizzato con le sue immagini, vince un premio al London Film Festival del 1971. Le sue foto appaiono nelle più importanti riviste: Newsweek, Life, Look, Vogue e National Geographic.
Nel 1977 la Silverstone è ordinata monaca buddista (due anni prima aveva scelto di essere “contributor” di Magnum). Vive in Nepal, in un monastero dove pratica la sua religione e si interessa alla vita e alla cultura, in via di sparizione, del Rajasthan e dei territori intrno all’Himalaya.
Il suo lavoro è stato in parte raccolto in una mostra e un libro collettivi realizzati da Magnum e dedicati ad alcune figure di donne fotografe: Magna Brava.
Nell’ottobre del 1999 muore nel monastero di Shechen, nei pressi di Kathmandu. Il suo fondo fotografico è custodito e amministrato da Magnum Photos sotto la direzione di James Fox, già responsabile della redazione di Magnum e ora curatore.
Bibliografia parziale: Bala: Child of India, Methuen & Co. (1962);
Gurkhas and Ghosts: The Story of a Boy, Methuen & Co. (1964);
Ocean of Life: Visions of India and the Himalayan Kingdoms, Aperture (1985); The Black Hat Dances, Dodd, Mead & Company (1987);
Magna Brava: Magnum’s Women Photographers (con Inge Morath,
Susan Meiselas, Martine Franck e Eve Amold, 1999).

Magnum PhotosFlickr Elle

My Favorites Albums #8/100

The Cure – Greatest Hits (2001)

Il “Greatest hits” dei Cure raccoglie il meglio di una carriera che dura ormai da 25 anni [ndr nel 2001]. La prima edizione di questo disco è pubblicata in versione limitata: la confezione contiene due CD, uno standard e l’altro con tutte le versioni dei brani contenuti nel primo in versione acustica. L’album presenta due inediti, tra cui il nuovo singolo intitolato “Cut here”.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Arte di strada – Google Arts & Culture

Il progetto Street Art di Google permette di scoprire le opere degli artisti di strada, conoscerne la storia, i luoghi e visualizzarne le esposizioni online. Un vero e proprio museo all’aria aperta con tanto di foto, descrizioni, video e interviste ai “pittori” che si sono cimentati in queste opere che rendono il paesaggio urbano una galleria d’arte.

Link al sito: Street Art

Bob Dylan: i suoi album #14

Before The Flood (1974)

Il primo live della sua carriera. Assieme agli amici della Band. E senza la Columbia

“Before the Flood” è un album dal vivo di Bob Dylan e della Band, pubblicato il 20 giugno 1974. Fu il primo album dal vivo di Dylan e documenta il loro tour americano congiunto del 1974, che segnò il ritorno di Dylan alle esibizioni dopo una pausa di otto anni. L’album raggiunse il terzo posto nella Billboard 200 e l’ottavo nella classifica degli album più popolari nel Regno Unito, ottenendo infine la certificazione di platino dalla Recording Industry Association of America.
L’album contiene principalmente registrazioni delle loro esibizioni al Los Angeles Forum di Inglewood, in California, il 13 e 14 febbraio 1974, ad eccezione di “Knockin’ on Heaven’s Door”, registrata il 30 gennaio 1974 al Madison Square Garden di New York. “Before the Flood” inoltre presenta versioni rivisitate e intense di classici di Dylan come “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”, “Like a Rolling Stone” e “All Along the Watchtower”, insieme a successi della Band come “The Night They Drove Old Dixie Down”. La tracklist dell’album riflette la struttura del tour, con set di Bob Dylan e della Band insieme, la Band da sola e un set acustico solista di Dylan. Dal punto di vista della critica, l’album ha ricevuto recensioni contrastanti. Robert Christgau della rivista Creem lo ha definito “il rock and roll più folle e potente mai registrato”, mentre Tom Nolan di Rolling Stone ha trovato l’enfasi vocale di Dylan e gli arrangiamenti della Band a volte goffi, pur riconoscendo il successo delle canzoni rivisitate. Lo stesso Dylan in seguito espresse una visione più sprezzante del tour, ritenendolo “insensato” e che lui e la Band stessero “recitando un ruolo”. Tuttavia, molti lo considerano un album dal vivo potente ed energico, che cattura l’energia grezza dell’arena rock.

Appunti Corti #130

Molte volte penso al passato e agli errori fatti.
Gli errori, come dicono gli psicologi e i saggi, non fanno solo male ma sono anche un’opportunità. Per questo non vanno demonizzati ma accettati come ingredienti necessari, e spesso preziosi, di ogni esperienza. Gli errori permettono infatti di sperimentare, di esplorare le varie possibilità, fino a individuare la decisione migliore.
La verità è che non siamo mai pronti né abbastanza sicuri di nulla. Si prova, si sbaglia, si soffre e si spera di crescere.
Alla mia non più tenera età, non posso che confermare questa tesi.
Gli errori sono serviti, servono, sono esperienze. Se ne prende atto, gli si accetta.
La vita richiede molta pratica.

Memphis Slim

Memphis Slim, è stato un pianista, cantante e compositore di blues di grande influenza. Iniziò la sua carriera negli anni ‘30 suonando nelle sale da ballo e nei locali di gioco d’azzardo della zona di Memphis, per poi trasferirsi a Chicago nel 1939 dove collaborò con importanti musicisti come Big Bill Broonzy. Seguendo il consiglio di Broonzy, sviluppò uno stile personale potente e riconoscibile, caratterizzato da una voce vigorosa e un tocco deciso al pianoforte.
Negli anni ’40 e ’50 Memphis Slim guidò diverse band, tra cui “The House Rockers”, e compose brani classici come “Everyday I Have the Blues”, “Rockin’ the House”, e “Mother Earth”. La sua musica spaziava dal jump blues al Chicago blues e fu molto influente per generazioni di musicisti. Nel 1962 si trasferì definitivamente a Parigi, dove continuò a registrare e esibirsi fino alla sua morte, avvenuta il 24 febbraio 1988. Memphis Slim è considerato uno dei giganti del blues, apprezzato per la sua prolificità, il carisma e la capacità di adattarsi a varie epoche musicali.

John Mayall with Eric Clapton — The Bluesbreakers (1966)

Erano trascorse a malapena un paio di settimane dalla separazione con gli Yardbirds che John Mayall ingaggia Eric Clapton con i Bluesbreakers (aprile 1965). Il gruppo comprendeva, allora, John McVie al basso e Hughie Flint alla batteria. Furono proprio i Bluesbreakers a portare dentro il british blues una briosità tecnica ed un virtuosismo sconosciuto prima.
Dal vivo diventarono una autentica attrazione, ed a proposito di Clapton, non era inconsueto sentire nei concerti qualche fan gridare a Mayall: “give a God solo!”
Il produttore Mike Vernon riuscì però a combinare la prima session di quella favolosa line-up solamente nel luglio del ‘66.
E nell’agosto, quando il disco era pronto, Clapton non faceva già più parte del gruppo.
“John Mayall with Eric Clapton” è un album seminale nel vero senso della parola. Esso rappresenta una piccola rivoluzione nel mondo del rock.
La musica suonata era uno dei primi grandi e straordinari incontri tra il blues ed il rock: i Bluesbrakers portarono avanti con coerenza la lezione di Alexis Korner e Cyril Davies, elettrificando il blues urbano dei vari Elmore James e Jimmy Reed, ed adattandolo al linguaggio ed allo stile del rock britannico.
Mayall sfoggia composizioni proprie ed interpreta alcune cover.
Per gli aspetti più propriamente blues non c’è niente di meglio di “Ramblin on my mind” di Robert Johnson e di “Have you heard” che ci offre un significativo esempio di chitarra bluesy.
Alcuni brani si avvalgono anche degli arrangiamenti di una sezione di fiati, ma è comunque sempre la chitarra a strabiliare: tenera e violenta nello stesso tempo, toccante e miracolosa, essa andava codificando il proprio ruolo all’interno di un gruppo rock. E ciò per esclusivo merito di Clapton.