Aprile

Aprile non consola.
Strappa via le ultime difese,
porta alla luce ciò che l’inverno
aveva solo nascosto.

È una lama tiepida
che incide senza fretta.
La terra si apre come un corpo stanco,
non per promessa
ma per necessità.

Ogni germoglio è una scelta dolorosa,
ogni fiore una sfida
al ricordo del gelo.
La pioggia non purifica:
insegna a restare.

Il sole non salva:
chiede coraggio.
Aprile è il mese in cui la vita
non torna migliore,
torna vera.

Atom Heart Mother – Pink Floyd (1970)

Un disco di frontiera, sospeso tra ambizione sinfonica e psichedelia pastorale. Atom Heart Mother è il momento in cui i Pink Floyd provano a uscire definitivamente dall’orbita di Syd Barrett, cercando una nuova identità collettiva — non ancora matura, ma già audace.
La lunga suite che apre l’album è un azzardo monumentale: rock e orchestra, fiati solenni, cori, temi che si rincorrono come nuvole lente. Non è sempre coesa, ma è visionaria, e soprattutto rivela una band che osa pensare in grande.
Atom Heart Mother è il loro quinto album, pubblicato nel 1970. Chi non ricorda la copertina del disco in vinile, la bellissima foto della mucca Lulubelle realizzata da Storm Thorgerson e dal suo studio Hipgnosis? Già quella copertina da sola meriterebbe un posto nella storia della cultura popolare del secolo scorso, ma ancor più lo merita la musica e in particolare la suite che dà il titolo all’album: Atom Heart Mother, appunto, 23 minuti e 41 secondi nei quali i Pink Floyd ci accompagnano in un viaggio clamoroso tra musica rock, avanguardia, musica classica, progressive, ricco di sorprese e di fascino.
Provate oggi ad ascoltare Atom Heart Mother, provate a tuffarvi nell’universo dei Pink Floyd, anzi nella parte più sorprendente, sperimentale, immaginifica della loro musica. Di certo, la musica di Atom Heart Mother non è semplice, ma l’album è sicuramente uno dei più importanti dell’avventura dei Floyd, spartiacque temporale dell’inizio del nuovo decennio, ma anche concettuale per quanto riguarda il modo di lavorare della band inglese e soprattutto di Roger Waters, che iniziava a prendere le redini del gruppo.


Herbie Haymer

L’11 aprile 1949 mentre sta tornando da una seduta in studio di registrazione muore in un incidente d’auto a Santa Monica, in California, il tenorsassofonista e clarinettista Herbie Haymer.

Herbie Haymer (al secolo Herbert Maximillum Haymer, Jersey City, New Jersey, nato il 24 luglio 1915) è stato un sassofonista jazz statunitense noto soprattutto per il suo contributo nelle grandi orchestre dell’era swing e per la sua presenza nella scena jazz degli anni ’30 e ’40.

Cresciuto nel New Jersey, iniziò a suonare il sassofono alto all’età di 15 anni, passando poi al tenore a 20 anni. Haymer si affermò rapidamente come solista e musicista di sezione nelle big band più rilevanti del periodo: suonò con gruppi guidati da Rudy Vallée e Charlie Barnet prima di entrare nelle orchestre di Red Norvo, Jimmy Dorsey, Woody Herman e Kay Kyser, tra gli altri nomi di rilievo del jazz e dello swing americano.

Dopo un periodo di servizio nella Marina degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, Haymer lavorò come session musician sulla West Coast, partecipando a registrazioni e collaborando con artisti come Red Nichols. Nel 1945 guidò il suo proprio quintetto in alcune incisioni che videro la partecipazione di musicisti di primo piano come Nat King Cole, Charlie Shavers, John Simmons e Buddy Rich; diversi di questi brani furono pubblicati in seguito dalla Keynote Records.

Lo stile di Haymer — raffinato, fluido e radicato nello swing — lo rese apprezzato tra i colleghi e gli appassionati dell’epoca, pur restando al di fuori della notorietà delle grandi stelle soliste del jazz. La sua carriera fu tragicamente interrotta nel 1949, quando morì in un incidente automobilistico a Santa Monica, poco dopo aver partecipato a una session di registrazione con Frank Sinatra.

La Bussola #42

La descrizione del sito Formiche è: un progetto culturale ed editoriale fondato da Paolo Messa nel 2004. Nato come rivista cartacea, oggi l’arcipelago Formiche è composto da realtà diverse ma strettamente connesse fra loro: il mensile (disponibile anche in versione elettronica), la testata quotidiana on-line Formiche.net, le riviste specializzate Airpress e Healthcare Policy e il sito in inglese ed arabo Decode39.

Formiche vanta poi un nutrito programma di eventi nei diversi formati di convegni, webinair, seminari e tavole rotonde aperte al pubblico e a porte chiuse, che hanno un ruolo importante e riconosciuto nel dibattito pubblico.
Formiche è un progetto indipendente che non gode del finanziamento pubblico e non è organo di alcun partito o movimento politico.

Miles Davis – On the Corner (1972)

L’album di Miles Davis, On the Corner, ha cercato di conquistare i giovani fan del rock e del funk: inizialmente considerato un disastro, ora è considerato un capolavoro.

Miles Davis non pubblicò alcun album in studio dal 1973 fino alla metà del 1981. Per spiegare le ragioni di questa lacuna nella sua carriera discografica, i Milesologi possono indicare una varietà di fattori nella vita professionale e personale dell’uomo. Ma uno in particolare incombe: il fallimento del suo album del 1972 “On the Corner”. Davis non era noto per essersi dedicato a lungo a un solo stile jazz, per usare un eufemismo, ma le sessioni di “On the Corner” lo vedono quasi in rottura con il jazz stesso. Nel tentativo di riconquistare l’attenzione dei giovani ascoltatori neri, si lanciò in un mix di quello che in seguito descrisse come “Stockhausen più funk più Ornette Coleman”.

“Miles voleva i ragazzi a cui piaceva il rock”, scrive Colin Fleming di JazzTimes . “Quello era il target demo, un pubblico che corteggiava fin dai tempi di Bitches Brew degli anni ’70. Davis credeva nelle capacità di ascolto dei giovani, il che di solito è una cosa saggia da fare. Il mix apparentemente incongruo di esperienze e desideri musicali che ne risultò portò lui e una schiera di collaboratori – tra cui Herbie Hancock, John McLaughlin, Chick Corea e James Mtume – a creare ‘un baccano minimalista, incredibilmente groovy’.

Al momento della sua uscita, On the Corner fu deriso come un affronto al gusto, un insulto agli ascoltatori, una farsa perpetuata da un uomo che voleva spalmarti la faccia con qualcosa di estremamente sgradevole, solo perché pensava di poterlo fare. Eppure, ascoltandolo in quest’epoca si farebbe fatica a comprendere la fonte dell’offesa.

La cultura ha da tempo sdoganato l’esperimento sonoro contenuto in On the Corner, che è stato acclamato negli ultimi anni come l’album che ha contribuito alla nascita dell’hip-hop, del funk, del post-punk, dell’elettronica e di qualsiasi altra musica popolare con un ritmo ripetitivo.

Appunti Corti #132 

La poesia è… tante cose. Non basterebbe la lunghezza di un post per scrivere tutti gli aggettivi che una poesia può avere, che una poesia può essere. Per brevità, sono pienamente consapevole che la poesia è tutto perché tutto può stare dentro in una poesia.
Personalmente amo la poesia che riesce ad arrivare alla parte più profonda, nella sensibilità che si nasconde per carattere o per paura.
Personalmente amo la poesia che arricchisce, che può rendere migliore qualche momento, che può essere spunto di riflessione su se stessi e sul mondo.
Personalmente amo la poesia che sa rendere la vita un posto migliore, più accogliente.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #20

20 – Dallo ska al reggae

Il reggae vive essenzialmente di due storie parallele, una giamaicana e una inglese: storie speculari ed invertite perché se in Giamaica nasce prima lo ska e poi, gradualmente, si arriva al reggae, in Inghilterra succede l’esatto contrario, poiché prima (aldilà di un’effimera moda ska sul finire dei ’60) si afferma il reggae di Bob Marley, poi, in un’ondata di revival, si riscopre lo ska, da cui l’equivoco, ancora molto diffuso, che lo ska venga dal reggae.
Per trovare un filo nell’intricata vicenda la cosa migliore è partire dalle origini; luogo e periodo: la Giamaica dei primi anni ’60, fresca d’indipendenza, che comincia a coniare una propria musica popolare, lo ska, appunto; la line-up tipica dello ska è uno strano abbinamento di strumenti elettrici tipici del rhythm’n’blues e fiati in parte legati alla tradizione jazz: sassofono, tromba e trombone; lo stile di musica è uno strano incrocio tra il jump blues ed il mento, musica tradizionale giamaicana altamente sincopata.
Fortemente influenzata dalla scena musicale americana, da cui provengono i 45 giri rhythm’n’blues suonati dai sound systems che animavano le feste del ghetto di Kingston: i giamaicani hanno una predilezione per le musiche con una forte componente boogie, come il jump blues e certo rhythm’n’blues degli inizi, appunto e quando questi suoni vengono abbandonati dalle band americane, i proprietari dei sound systems come Clement «Coxsone” Dodd e Duke Reid fanno una cosa molto logica: formano le proprie label e cominciano a registrare e produrre sul posto la musica che non viene più prodotta in America.
In breve tempo il suono comincia a farsi più personale e a fondere gli stili originari, il mento e rhythm’n’blues innanzi tutto; proprio da quest’incrocio nasce il caratteristico beat in levare che diviene segno caratteristico dello ska e di tutti i suoi derivati: suonare gli accordi in controbattuta era elemento stilistico tipico del mento ma è con la fusione col r’n’b, con la sua caratteristica enfasi sull’elemento ritmico, che si crea la miscela perfetta.
Le prime stelle dello ska sono Laurel Aitken, Prince Buster, Desmond Dekker (che con “The Israelites”, nel 1969, farà scoppiare nel Regno Unito una fugace moda dello ska), Toots & the Maytals, e i Wailers di Bunny Wailer, Pete Tosh e Bob Marley. Caso a parte è costituito dagli Skatalites, non solo esponenti di primo piano della scena ska originaria ma anche backing band fissa dello Studio One, seminale studio di registrazione di proprietà del già citato Coxsone Dodd.
La popolarità dello ska crolla bruscamente nell’estate del 1966: un’estate eccezionalmente calda convince gli interpreti ska a rallentare drasticamente i ritmi d’esecuzione: nasce così il rocksteady, versione rallentata dello ska, basso in primo piano e trombone rimpiazzato dal piano: se i Wailers si adattano facilmente al nuovo stile altri gruppi vengono rimpiazzati dalla nuova ondata di interpreti e gruppi, di cui fanno parte, tra gli altri, Heptones, Dominoes, Alton Ellis e Ken Boothe.
Rispetto allo ska il rocksteady è musicalmente più vicino al soul e al doo-wop, vantando una maggior cura per le armonie e le parti vocali e anteponendo in parte la melodia al ritmo; non solo: temi sociali e politici cominciano ben presto a fare capolino nei testi.
È evidente la funzione di congiunzione con il reggae, in cui questi elementi vengono accentuati e portati a maturazione: succede nei primi anni ’70, quando il suono rallenta ulteriormente, la religione Rasta assume un ruolo centrale nella musica e il cantante diviene una sorta di predicatore del culto di Jah. I dischi più importanti, usciti nel corso degli anni’70, sono in gran parte firmati da ex-wailers: Bunny Wailer con “Blackheart Man” (1976), Pete Tosh con “Legalize” (1976), ma soprattutto Bob Marley, per la prima volta senza i suoi due compari storici nel 1974 con “Natty Dread”, disco che lo porterà ad un successo stellare e a divenire la prima stella internazionale del reggae.
Figure centrali del reggae delle origini sono anche Burning Spear e Augustus Pablo, nei cui dischi la matrice reggae convive felicemente con un altro derivato del rocksteady: il dub, genere che rientra nella vasta categoria degli stili inventati dai produttori. Nel 1967 i produttori dei sound system cominciano a rimaneggiare, sovraincidere e remixare in studio i singoli rocksteady per farne versioni strumentali su cui i toasters (i dj giamaicani) parlano ed improvvisano nuove parti vocali: è la nascita del toasting, antenato del rap e antefatto del dancehall. Nel frattempo un ingegnere del suono, King Tubby che presto comincia a sperimentare con le tracce strumentali, utilizzando la console come un vero e proprio strumento ed esasperando riverberi ed echi: il dub, col suo suono cavernoso e sommerso, è nato.
Bisogna aspettare qualche anno comunque perché compaiano i primi dischi interamente dub, con l’uscita nel 1973 di “Blackboard Jungle Dub” dello stesso Tubby e di “Double Seven”, disco del 1974 era firmato dall’altro grande produttore dub: Lee “Scratch” Perry.
Anche in Inghilterra, dove 20 anni dopo sarà elemento-chiave per lo sviluppo del suono del trip-hop di Bristol, il dub attecchisce e la scena viene portata avanti e mantenuta viva durante gli anni’80 da artisti come Mad Professor ed AdrianSherwood.
Il merito va in gran parte ad un’etichetta che, fin dai tardi anni ’60 inizia a promuovere e distribuire la musica Giamaicana nel continente: si tratta della Island, label già dietro all’importazione dei primi singoli ska-rocksteady come “Al Capone” di Prince Buster e “The Israelites” di Desmond Dekker (responsabile della già citata moda passeggera dello ska di fine ‘60), promuovendo i dischi dei Wailers prima e di Bob Marley poi e diffondendo, in ultimo, appunto, i primi dischi dub.
Un’opera di divulgazione della musica giamaicana che attecchisce in modo formidabile sulle uggiose coste Inglesi: dalla scena dub autoctona ad invenzioni dei primi anni’90 come trip-hop e drum’n’bass, passando per il revival ska a cavallo tra ’70 ed ‘80, sono innumerevoli i frutti dati da quei primi seminali dischi.
Non che in Giamaica non succeda niente: all’inizio dei ‘70 si festeggiano i primi vagiti del dancehall, il toaster sempre più lanciato nel sovrapporre parole e melodie sulle note dei classici dello ska e del rocksteady, Techniques, Heptones, John Holt, Wailers e Dennis Brown tra i “campionamenti” più illustri. Curiosa l’origine del nome che, per gli infuocati toni utilizzati, sessisti, omofobi e violenti, spesso questi pezzi venivano censurati dalle radio e la pista da ballo (il dancehall) diveniva l’unico luogo in cui era possibile ascoltarli.
Il pioniere è U-roy: suo il primo singolo dancehall a salire in cima alle classifiche, nel 1970, quel “Wake the Town” costruito sulle note di “Girl I’ve Got a Date” di Alton Ellis; segue un’orda di discepoli, primi fra tutti Dennis AlCapone, I-Roy e soprattutto Big Youth, vale a dire colui che a metà anni ’70 spodesta dal trono di re del genere lo stesso U-roy, prima col geniale singolo del 1972 “S 90 Skank”, frutto dell’intuizione geniale del produttore Keith Hudson di portare una motocicletta in studio per poterne campionare il rombo, poi col disco “Screaming Target” (1973), una delle espressioni migliori di un suono che in Giamaica spopolerà per tutti gli anni’70.
Nei primi anni ’80 ritmi e melodie si fanno più orecchiabili e s’incomincia a parlare di rub-a-dub: parte una nuova trafila di personaggi di successo come Clint Eastwood, Dillinger e, soprattutto, Yellowman, probabilmente il cantante dancehall di maggior successo degli anni’80. Sempre negli anni’80, in particolare nel 1985, avviene una svolta decisiva, legata in gran parte ad un’intuizione di Wayne Smith: quella di sostituire una tastiera Casio al solito disco rocksteady/roots in “Under Me Sleng Teng”; l’intuizione fulminante fa immediatamente proseliti e segna la nascita del ragamuffin. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Herb Flemming

Il 5 aprile 1898 nasce a Honolulu, nelle Hawaii, il trombonista Herb Flemming, registrato all’anagrafe con il nome di Niccolaiih El Michelle.
Herb Flemming è un musicista jazz noto per uno stile essenziale e profondamente radicato nella tradizione afroamericana, capace di dialogare con il linguaggio contemporaneo. Cresciuto musicalmente ascoltando i grandi maestri del jazz classico e moderno, ha sviluppato un approccio che unisce rigore formale e libertà espressiva, ponendo al centro l’improvvisazione come strumento narrativo.
Nel corso della sua carriera, Flemming si è distinto per una ricerca sonora attenta alle dinamiche del gruppo e alla qualità del fraseggio, privilegiando un jazz fatto di ascolto reciproco, spazi e tensioni sottili. Ha collaborato con numerosi musicisti della scena jazz, partecipando a festival, rassegne e sessioni live in cui il dialogo musicale diventa esperienza condivisa.
La sua musica rifugge l’eccesso virtuosistico per concentrarsi su atmosfera, ritmo e profondità emotiva, restituendo un jazz sobrio ma incisivo, capace di raccontare storie senza bisogno di parole. Oggi Herb Flemming è considerato una voce coerente e riconoscibile, apprezzata per autenticità e fedeltà allo spirito originario del jazz.