Bob Dylan: i suoi album #17

Desire (1976)

A meno di un anno dal suo album più personale, Dylan rimette in spalla la chitarra ammazzafascisti di zio Woody.

“Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese”, il film pseudo-documentario inizia con le immagini di un gioco di prestigio. È un film (“Escamotage d’une dame chez Robert-Houdin”) di Georges Méliès, l’inventore della finzione cinematografica, che ha insegnato a tutti i registi la magia del montaggio. Poco dopo, si sente Dylan dire di non ricordare nulla del tour della Rolling Thunder Revue. “Non ricordo nulla della Rolling Thunder. È successo così tanto tempo fa che non ero nemmeno nato”. Si era già avvertito e ribadito: Dylan non ha mai detto la verità in vita sua. E quando l’ha detto, nessuno lo sapeva. Ma Dylan è pur sempre un essere umano, pur appartenendo a una specie diversa, e soffre anche lui. E Desire è solo un altro esempio di questa speciale umanità.

Desire, l’album di Bob Dylan del 1976, nacque dal leggendario tour documentato in due monumenti essenziali per i devoti di Dylan: The Bootleg Series Vol. 5 e Bob Dylan – The Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings . Attraverso questi due documenti, ascoltiamo la creazione e il perfezionamento di questo album. Dylan trovò un furgone, indossò un cappello e si dipinse il viso di bianco per cantare senza preavviso. Tutto ciò di cui aveva bisogno per questo tour era pronto. I musicisti che volevano unirsi erano benvenuti. E così tanti volevano farlo.

Desire è un album caratterizzato principalmente dalla talentuosa Scarlet Rivera, una violinista che attraversò la strada proprio al momento giusto. La leggenda narra che un giorno Dylan – quel tipo notoriamente eccentrico – fermò la macchina e chiese alla giovane Rivera in che ambiente si trovasse, e da lì nacque questa fruttuosa relazione. Questa storia è vera o falsa? Nessuno lo sa, ma che importanza ha quando il risultato di questa collaborazione è così straordinario?

La canzone d’apertura, “Hurricane”, suona come un pezzo teatrale pieno di dialoghi e indicazioni di scena, con il violino di Rivera sempre sul filo del rasoio, carico di drammaticità che si sposa con il vigore della voce di Dylan, che quasi torna ai suoi giorni da cantante folk con un messaggio politico da trasmettere. Ma la verità è che Dylan è più interessato a come racconta la storia di Ruben Carter che alla verità o alle conseguenze della sua composizione. C’è tanta finzione quanto verità nel testo, ma Dylan è guidato da una semplice massima: “Non lasciare che la verità rovini una bella storia”. E tutti ne beneficiamo.

“One More Cup of Coffee” è una canzone che attinge alla tradizione musicale gitana, incorporando un eccellente duetto con Emmylou Harris, ed è uno dei punti salienti di questo album (e lo stile canoro di Dylan in questo brano è stato ampiamente elogiato da Jack White in tutte le belle canzoni che ha fatto, lode a lui). “Isis” è stata la prima canzone composta per l’album e racconta la storia di un uomo che lascia la moglie per vivere avventure e cercare gloria, solo per tornare dalla sua amata. Sebbene sia un’eccellente registrazione, Dylan è davvero magnifico dal vivo quando la canta (guardate il “documentario” di Scorsese in cui Dylan, mentre canta “Isis”, stringe il pugno e intona i versi “She said, ‘you been gone’/ I said, ‘that’s only natural'” prima, in una smorfia di esasperazione, continua con i versi “She said, ‘you gonna stay?’/ I said, ‘if you want me, yeah!'”).

Ma ci sono anche versioni più deboli in questa raccolta. “Mozambique” si dice sia nata da un gioco per vedere quante parole Dylan e il suo partner di scrittura per questo album, Jacques Levy, riuscissero a far rimare con “-ique”, ed è piuttosto poco interessante. “Black Diamond Bay” è anch’essa una canzone meno memorabile, ma segue una delle canzoni miracolose di Dylan: “Sara”, forse la più autobiografica di tutte le sue composizioni.

La Thunder Revue si è svolta mentre il matrimonio di Dylan con Sara Lownds stava andando in pezzi, e la sua presenza aleggia su questo album e su questo tour. La fine di quel contratto è già palesemente evidente nel magnifico e tragico Blood on the Tracks, il che rende ancora più strana l’inclusione di “Sara”, la straordinaria canzone d’amore che chiude Desire, nella tracklist di questo album. “Sara, oh Sara / Ninfa affascinante con freccia e arco / Sara, oh Sara / Non lasciarmi mai, non andare mai”, canta Dylan dopo una manciata di versi in cui spiega come sia stato responsabile dell’allontanamento della donna che è l’amore della sua vita. Alla fine del film di Scorsese, sentiamo Dylan dire: “Cosa resta di Rolling Thunder? Niente. Solo cenere”. Sta parlando del tour o del rapporto con la donna che amava? Cosa è vero, cosa è falso? Forse è solo un gioco di prestigio o un’interpretazione kabuki.

Cow Cow Davenport

Charles Edward “Cow Cow” Davenport (Anniston, Alabama, 23 aprile 1894 – Cleveland, Ohio, 3 dicembre 1955) è stato un pianista, cantante e intrattenitore statunitense, considerato uno dei pionieri del boogie-woogie e del piano blues nel primo Novecento. 

Nato in una famiglia numerosa, iniziò a studiare piano da giovanissimo, ma fu espulso da un seminario teologico per aver suonato ragtime durante un servizio religioso — una scelta che segnò il suo futuro musicale.  Negli anni ’20 si fece conoscere suonando nei circhi itineranti e negli spettacoli di vaudeville, accompagnando cantanti come Dora Carr e Ivy Smith e costruendo il suo stile che fondeva ritmi trascinanti e linee di basso marcate. 

Il suo brano più celebre, “Cow Cow Blues”, inciso negli anni ’20, divenne presto uno standard del genere e gli valse il soprannome di Cow Cow, ispirato alla simulazione del rumore del treno nel suo piano.  Oltre ad esibirsi come solista, Davenport lavorò anche come scout per la Vocalion Records, contribuendo alla scoperta e alla promozione di altri talenti. 

La sua carriera fu interrotta da un ictus nel 1938 che limitò la mobilità delle sue mani, ma grazie all’aiuto del pianista Art Hodes riuscì a riprendere alcune attività musicali.  Il successo del pezzo “Cow Cow Boogie” negli anni ’40, sebbene non scritto da lui, contribuì a riportare l’attenzione sul suo lavoro e sull’influenza che aveva avuto sulla rinascita del boogie-woogie

Cow Cow Davenport morì a Cleveland nel 1955 all’età di 61 anni. La sua eredità musicale — caratterizzata da energia ritmica, profondità blues e un ruolo chiave nella nascita di un linguaggio pianistico che influenzò generazioni di musicisti — lo ha reso una figura indimenticabile nella storia del blues e del jazz. 

Segnali #23

Suoni Il video a colori di Bob Dylan che suona “Mr. Tambourine Man” al Newport Folk Festival del 1964.
Fu al Newport Folk Festival del 1965 che Bob Dylan, con la sua celebre “svolta elettrica”, alienò alcuni seguaci della scena folk in cui era cresciuto, ma anche creando un precedente per il tipo di adattamento musicale rapido e mutevole che ha mantenuto fino agli ottant’anni. Al Newport Folk Festival del 1964, tuttavia, tutto questo era nel futuro. Eppure, anche allora, il giovane Dylan non si tirò indietro nel fare scelte controverse. Prendiamo, ad esempio, la scelta di suonare “Mr. Tambourine Man”, una canzone che – per quanto evocativa della metà degli anni Sessanta ascoltata oggi – difficilmente sarebbe stata abbastanza attuale da soddisfare le aspettative degli appassionati di folk che consideravano l’attualità della musica il suo principale punto di forza. Qui il filmato originale in bianco e nero.

Visioni – Il fotografo paesaggista Daniel Řeřicha: la luce dà vita alla fotografia.
Daniel Řeřicha è un fotografo attivo dal 2004. Grazie alla vicinanza dei Monti Metalliferi centrali della Boemia e della Svizzera boemo-sassone, è molto legato alla natura e ai viaggi. Lavora con una reflex digitale CANON e preferisce le lunghezze focali ampie, che danno l’opportunità di lavorare con il primo piano della foto esattamente secondo le sue idee. Si considera un fotografo paesaggista e fino a poco tempo fa il suo campo principale era la fotografia a colori. Ultimamente, tuttavia, ha iniziato a preferire sempre di più le immagini minimaliste in bianco e nero di paesaggi o architetture, che lo affascinano sempre di più. Su 1X e il suo sito.

DintorniVirtual Window: la finestra digitale su i panorami mondiali.
Quasi duecento webcam dislocate in molte città e luoghi sparse nel mondo.
Le città come le viviamo oggi: viste attraverso schermi, mappe, immagini satellitari, social. La virtual vision riflette questo sguardo, dove l’esperienza urbana è già filtrata prima ancora dello scatto.

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars (2020)

Questo ultimo album, di Mary Chapin Carpenter, The Dirt and the Stars, registrato nel Real World Studio di Peter Gabriel, può sicuramente unirsi alla lista dei dischi del 2020 che funzionano perfettamente per la nostra comune crisi “mentale” dovuta ai fatti epidemici mondiali.

Il disco della Carpenter funziona particolarmente bene come balsamo calmante, con le sue parole di saggezza scelte con cura che si fanno strada verso di te attraverso una musica assolutamente priva di ansia.
Con un sacco di esperienza di vita e di carriera alle spalle: quindici dischi, quindici milioni di copie vendute, 5 Grammy Award, di cui ben quattro consecutivi, su un totale di 15 nomination, Mary Chapin Carpenter è adeguatamente attrezzata per dispensare lezioni di vita e, in un certo senso, è quello che fa in The Dirt and the Stars.

Infatti, questo album caldo e pieno di cuore, la vede spesso invocare l’idea del tempo che passa; e come quel tempo possa sia darti prospettiva e saggezza, sia confortarti dimostrando che non tutte le cose durano per sempre.

In generale, The Dirt and the Stars è un album di brani rilassanti, folkeggianti e scritti in modo eccellente. Le canzoni lente, i ritocchi ambientali, i spigoli rock, non appaiono sicuramente originali ma fanno di questo album fin al primo ascolto, un disco senza tempo, appartenente a qualsiasi epoca. 

L’attenzione è sulla voce della Carpenter e sulla strumentazione relativamente scarsa che crea un’atmosfera calda e avvolgente intorno a lei. Oltre alle sue canzoni che abbracciano i sentimenti e l’empatia per gli altri, ne include alcune che esplorano il potere della nostalgia. Qui, il concetto del tempo viene rivisitato non come strumento di apprendimento ma come forza potente. 

È un album nel complesso solido, uno di quei dischi che lasciano il segno, che probabilmente non saltano subito alle orecchie ma che con il tempo lascerà un’impressione memorabile nel cuore. Forse un giorno, in un futuro più luminoso, potremo tornare a questo album e ricordare come ci si sentiva ad ascoltarlo durante i mari torbidi del duemilaventi.

Tra i più belli di quest’anno.

My Favorites Albums #12/100

Michel Petrucciani – Solo Live (1997)

[…] Pur essendo chiaramente un virtuoso del suo strumento, il suo modo di suonare sembrava sempre riflettere tanto rispetto per il pubblico quanto per il suo talento. Nella sua essenza, la musica di Petrucciani è straordinariamente vivace, decisamente gioiosa, improvvisativamente aggressiva e, soprattutto, intesa a suscitare una risposta emotiva nell’ascoltatore.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Joe Romano

Joe Romano (Joseph S. Romano, 17 aprile 1932 – 26 novembre 2008) è stato un sassofonista jazz statunitense noto per il suo contributo alle grandi orchestre e alla scena jazz dal dopoguerra in poi. Nato a Rochester, New York, Romano cominciò presto a suonare clarinetto e sax (alto e tenore), sviluppando uno stile solido e fluido che lo portò rapidamente ad affermarsi come musicista richiesto nella scena jazz americana. 

Negli anni ’50 entrò nella band di Woody Herman (con cui suonò anche in tournée internazionali) e negli anni ’60 collaborò con artisti come Chuck Mangione, Sam Noto e Art Pepper. Fu anche sideman ricorrente negli album di Buddy Rich tra il 1968 e il 1974. 

Durante gli anni ’70 Romano continuò la sua carriera con musicisti come Les Brown, Louie Bellson, Chuck Israels e nella Thad Jones–Mel Lewis Orchestra. Negli anni ’80 fu attivo come musicista di session, lavorando in California con artisti e leader jazz quali Frank Capp e Nat Pierce. 

Lo stile di Romano era caratterizzato da un forte senso del groove e dalla versatilità nel passare tra big band e formazioni più piccole, mantenendo un linguaggio jazzistico profondamente radicato nello swing e nel bebop. 

Morì nel 2008 a Rochester all’età di 76 anni per un cancro ai polmoni, lasciando un’eredità di registrazioni e performance che testimoniano la sua lunga presenza nella storia del jazz americano. 

Feedboard

Questa piattaforma innovativa consente agli utenti di integrare perfettamente più feed e presentarli in colonne ben organizzate, offrendo una panoramica completa e approfondita dei vari flussi di informazioni.
In sostanza, la funzionalità di Feedboard ruota attorno al fornire agli utenti una visione completa del loro panorama di contenuti digitali. Consentendo l’aggregazione di feed su diverse piattaforme, gli utenti possono creare una dashboard personalizzata in base ai loro interessi e preferenze. Questo approccio personalizzato non solo migliora l’esperienza utente, ma facilita anche un consumo efficiente delle informazioni, riunendo tutto sotto un unico tetto virtuale.

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Jefferson Airplane

La «famiglia» dei Jefferson si formò nel 1965, sull’onda del folk revival, in un locale chiamato Matrix, gestito da Marty Balin, il fondatore della band. Esordirono il 13 agosto 1965, e pochi mesi dopo erano già in scena al Longshoreman’s Hall con Allen Ginsberg, i Charlatans e i Marbles per la «Festa della nuova età». Era l’inizio del successo, ma soprattutto di un percorso artistico che partendo dal folk acustico arrivò alla psichedelia, al rock «acido», alle ballate libertarie e impegnate, a una ricerca musicale collettiva che portò pian piano la band ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni dei maggiori talenti della Bay Area.
La primissima formazione, siamo nel 1965, era composta da: il cantante Marty Balin, cresciuto nei circoli folk di New York, il chitarrista Paul Kantner di San Francisco, il chitarrista e batterista canadese Skip Spence, l’altro chitarrista folk Jorma Kaukonen, figlio di un diplomatico finlandese, e due suoi amici, la cantante Signe Anderson e il bassista Jack Casady. Dopo il primo album la Anderson e Spence lasciarono il gruppo e furono rimpiazzati dal batterista Spencer Dryden e, soprattutto, da Grace Slick. La sua voce era duttile, capace di spaziare dai toni morbidi e suadenti a interpretazioni potenti e aggressive. Grace si circondava di un alone da maliziosa bad girl e alimentava il proprio fascino rilasciando interviste al vetriolo in cui utilizzava un linguaggio diretto e osceno.
Preceduto da due grandi singoli, Somebody to Love e White Rabbit (diventato uno dei pezzi-simbolo della musica lisergica), venne pubblicato Surrealistic Pillow, album che era una sincera emanazione dello stile di vita della band. Droga e amore, in un’accezione radicalmente libertaria, erano le coordinate entro cui si disegnava uno scenario dove influenze blues e jazz si fondevano con suoni allucinati, ma anche con ritorni repentini alla dolcezza del folk-rock. Da quel momento la Slick sviluppò una vocalità flessibile e carismatica, la sezione ritmica era raffinata e mai ripetitiva, la chitarra di Jorma Kaukonen ancorava al blues anche gli assolo piú «spaziali», le canzoni, alla cui definizione contribuivano tutti i membri del gruppo, avevano una struttura molto libera, figlia dell’esperienza lisergica. After Bathing at Baxter’s, Crown of Creation (I968) e Bless Its Pointed Little Head (1969), portarono il gruppo ai vertici delle classifiche, senza che ci fosse stato il piú piccolo cedimento commerciale.
Il metodo di conduzione del gruppo assomigliava a quelle forme di autogoverno dei collettivi sperimentate nel mondo giovanile, e questa totale specularità tra arte e vita fu confermata, nel 1970, da Volunteers, nel quale il vecchio patriottismo, l’attaccamento ai valori fondamentali della nazione americana, erano completamente rigenerati alla luce della rivoluzione di quegli anni: una vera e propria chiamata alle armi che col senno di poi suona come il canto del cigno del movimento. Il disco vide la partecipazione di musicisti d’eccezione, come il pianista Nicky Hopkins, Jerry Garcia dei Dead e David Crosby, il quale donò ai Jefferson la canzone Wooden Ships, brano ricco di significati. La parte più significativa della storia del gruppo è tutta in questa fine decennio; successivamente vi saranno scissioni (gli Hot Tuna di Kaukonen e Casady), cambi di organico e di nome (da Airplane a Starship), notevoli problemi di alcol e droga per Kantner e la Slick, il mesto «atterraggio».