Forme

Odori che vanno oltre la reale
rappresentanza delle cose.
Colori vividissimi che,
come muschio,
avvolgono ogni forma
e brividi attorno alla musica,
in una percezione estrema
della realtà e rarefetta

analisi oggettiva.

Nick Cave & The Bad Seeds — The Good Son (1990)

Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”.
La sua discografia, sei album in otto anni, due eccezionali “The Firstborn is Dead” e “Kicking Against The Pricks” album di cover, bello e non ovvio, tre più che validi “From Her To Eternity”, “Your Funeral… My Trial” e “Tender Prey” e questo “Buon Figlio” targato 1990.
Il cambio di rotta è evidente, Cave abbandona i suoni spigolosi e irrequieti e intraprende la strada della melodia, dell’intimismo, della spiritualità.
La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Proprio per questo le vediamo una ad una.
Foi Na Cruz — Lenta ed inesorabile con ritornello in portoghese, splendido decadentismo sulle note di un amore che doveva essere e non è stato; non resta che sognare sulle magiche note di accompagnamento. Bellissima partenza.
The Good Son — Cori soul burrascosi, intervallati da distensioni di chitarre spiegate, per conferire estrema profondità, il basso ossessivo sembra estratto da una outtake di “From Here To Eternity” per via della sua carica emotiva ascendente. Un finale da lacrime.
The Weeping Son — Camminando lentamente e forse mestamente, a testa alta, orgogliosi della nostra sofferenza in un pomeriggio di fine inverno, le campane risuonano nell’aria scandendo il ritmo che scorre, non si può più tornare indietro e non resta che la disperazione, consapevole, suo malgrado testimone di uno spaccato di vita. Meravigliosa.
Sorrow Child — Forse il momento più bello, più significativo dell’intero lavoro, dove Cave esprime con perentoria capacità di immedesimazione la tristezza adolescenziale, fatta di lacrime e lamenti. Alta espressione di arte intesa in senso musicale. Unica.
Ship Song — Arduo trasportare l’animo trascinandolo per mano, Ship Song è in grado di farlo, con la voce da amico prima e da imbonitore poi; l’hammond in sottofondo è una caratteristica che conferisce maestosità all’evento. Bellissima.
The Hammer Song — Prosegue il viaggio nelle diverse interpretazioni di canzoni; il basso ridondante descrive una fuga attraverso gli alberi di una fitta radura; si procede con passi svelti guardandosi le spalle; via fino al fiume, sotto la pioggia, il momento è arrivato… Epica.
Lament — Ancora poesia e lacrime, anche stavolta però come nelle precedenti meste ballate, Nick Cave ci invita a guardare un po’ in là, ad asciugare gli occhi, l’aria e la luce cominciano a renderlo un tantino più ottimista. Visionaria.
The Witness Song — Un disimpegno, serio, alla sua maniera, energia condensata in pochi strumenti avvolgenti, nel modo più lirico possibile, senza tralasciare la drammaticità degli eventi. Essenziale.
Lucy — L’amore posseduto, desiderato e disperato fatto di pena e sofferenza; non ci resta che richiamarlo alla memoria, il “reprise” finale del pezzo con il piano di Roland Wolf, è un soave finale da mini-opera con harmo e piano in evidenza. Ottimo finale.

100 Brani Jazz #1

Prima selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Take Five di Dave Brubeck, So What di Miles Davis, Take The A Train di Duke Ellington, Round Midnight di Thelonious Monk, My Favorite Things e A Love Supreme di John Coltrane, All Blues di Miles Davis, Birdland dei Weather Report, The Girl From Ipanema di Stan Getz & Astrud Gilberto e Sing, Sing, Sing di Benny Goodman.

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Malware, spyware e ransomware #1/5

Cos’è il malware?
Malware è un termine generico che comprende tutti i tipi di software dannosi, inclusi virus, worm, trojan, ransomware e spyware. Questi programmi sono progettati per infettare e causare danni ai computer, rubare dati sensibili e/o assumere il controllo di un sistema.
Una volta che il malware riesce ad accedere a un sistema, non solo il dispositivo interessato è in pericolo, ma anche tutti gli altri dispositivi sulla stessa rete potrebbero essere a rischio.
Per semplicità, prendiamo come esempio un computer, ma è importante essere consapevoli del fatto che il malware può colpire tutti i tipi di dispositivi digitali, inclusi desktop, dispositivi mobili e altri dispositivi collegati a Internet.

Il malware può infettare un computer in diversi modi, anche tramite allegati e-mail, siti Web e download di software infetto. Ecco alcuni dei modi più comuni con cui il malware potrebbe infettare il tuo computer.

Pagine Web dannose o compromesse
Una pagina Web dannosa è una pagina Web progettata per infettare il computer con malware. Le pagine Web dannose vengono create da criminali informatici o possono essere il risultato della compromissione di un sito Web legittimo (altrimenti noto come attacco hacker). Le pagine Web dannose possono infettare il tuo computer con malware se le visiti, fai clic sui collegamenti o scarichi file da esse. Un modo comune con cui i criminali informatici inducono le loro vittime a visitare pagine Web dannose è l’invio di grandi quantità di e-mail fraudolente, comunemente chiamate e-mail di phishing.

Riconoscimento di pagine Web dannose
Il modo migliore per evitare di essere vittima di un’infezione è sapere come riconoscere una pagina Web dannosa. Esistono alcuni segnali rivelatori che una pagina Web potrebbe essere dannosa.

Innanzitutto, bisogna prestare attenzione all’URL: un collegamento falso può sembrare strano e non assomigliare al dominio legittimo che pretende di impersonare. Altri esempi più sofisticati potrebbero contenere errori di ortografia di siti Web noti, quindi tieni sempre gli occhi aperti. I collegamenti di reindirizzamento sono forse i più efficaci tra i collegamenti dannosi, poiché si tratta di collegamenti che sembrano normali, ma reindirizzano a un altro sito. Puoi identificare un collegamento di reindirizzamento controllando la sua destinazione effettiva, utilizzando strumenti online.

In secondo luogo, una volta sulla pagina, potrebbe diventare ovvio che qualcosa non va, poiché potresti scoprire che ha poco o nessun contenuto. Altri indicatori di una pagina Web contraffatta sono errori grammaticali e di ortografia. Tuttavia, fai attenzione, poiché alcuni siti Web dannosi potrebbero sembrare quasi identici alle loro controparti legittime.

In terzo luogo, la pagina web può promuovere prodotti o servizi che sembrano troppo belli per essere veri. Anche i popup che appaiono frequentemente, a volte così tanto da rendere l’utilizzo della pagina un incubo, sono segnali che la pagina potrebbe essere dannosa.

Se incontri uno di questi segnali, è meglio uscire immediatamente dalla pagina. Per essere ancora più sicuro, puoi anche svuotare la cache ed eliminare i cookie del browser. (Continua)

Eric Dolphy

Nei Sessanta venne fuori una generazione interamente nuova di jazzisti oltraggiosi, perentori, sfacciatamente rivoluzionari, decisi a seguire mille strade diverse grazie alla liberazione operata dalla rottura del free jazz, che in un certo senso, al di là del suo specifico contenuto, funzionava come un invito a essere letteralmente liberi di scegliere qualsiasi strada. Come di fatto avvenne. Molti leader intrapresero percorsi originali e differenziati. Tra i primi ci fu Eric Dolphy, schivo, inquieto e nomade californiano di Los Angeles, emigrato prima a New York poi in Europa, come «one-man-band» disposto ai più avventurosi incontri con i musicisti più diversi, dagli immancabili «americani di passaggio» ai jazzmen scandinavi, olandesi e tedeschi, non sempre allo stesso suo livello. Gli anni più creativi di Dolphy non furono neanche cinque, dal I960 alla fine prematura. Troppo pochi per imporre definitivamente la sua straordinaria classe, ancora indecisa tra ordine e disordine, tra musica tonale e atonale, tra melodia e trasgressione, tra musica di gruppo e solitaria, proprio negli anni a cavallo tra l’hard bop e il free jazz. Il mite Eric prefigurò magnificamente e sostenne con lungimiranza tutto questo, brillando come uno dei fari più sfolgoranti del cambiamento. Il suo polistrumentismo, sviluppato poi fino alle estreme conseguenze dai jazzisti di Chicago, ha emancipato il sax alto, il clarinetto basso e il flauto, trasformati in voci autonome d’inaudita bellezza da lui riunite in un’unica, struggente personalità. Come flautista, rimane senz’altro il più raffinato di quegli anni con buona pace del più estroverso e funambolico Rahsaan Roland Kirk. Un fascino che rimase inalterato anche con gli altri strumenti, misurato in una fulminea ma intensa carriera divisa tra le imprese personali e quelle al servizio di eccellenti leader come Chico Hamilton, Oliver Nelson, George Russell, Max Roach, Charles Mingus, Ornette Coleman e John Coltrane.

Ian Curtis, il fragile cuore dei Joy Division

Il 18 maggio 1980, alla vigilia del primo tour statunitense della sua band, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, si impicca nella sua abitazione di Manchester. La crisi del suo matrimonio e, soprattutto, i primi chiari ed evidenti sintomi di un’epilessia progressiva hanno minato la sua voglia di vivere.
La sua eredità è legata alla sua lotta contro la depressione e l’epilessia, che ha influenzato profondamente il suo lavoro e la sua vita personale. La sua scrittura era metaforica e intimista, trattando temi come l’isolamento, la malattia e la morte. La sua voce divenne un simbolo dell’angoscia e dell’angoscia della generazione.
All’età di 23 anni, si suicidò legandosi delle corde attorno al collo. La sua morte colpì profondamente la band, che, con la sopravvivenza del bassista Peter Hook, dei fratelli Sumner e Gillespie, si trasformò in New Order.
Ian Curtis rimane un’icona dell’angoscia artistica e un simbolo di come la bellezza possa emergere dall’oscurità.

Resistiamo

Non arriverà con le camicie nere e con i manganelli, non arriverà con gli squadristi, arriverà con la propaganda, con lo svuotamento dei diritti, con l’utilizzo di decreti legge quando non necessari e quindi non costituzionali, arriverà con leggi che reprimono la protesta, che rafforzano il potere del governo, e non vorrei nemmeno chiamarlo fascismo questo nuovo attentato alle libertà e ai diritti, vorrei chiamarlo in un altro modo perché le persone spesso ridono se parlo di fascismo, e certo che ridono, perché pensano ai manganelli, mica ricordano la legge acerbo (che assegnava i due terzi dei seggi al partito che avesse ottenuto almeno il 25% dei suffragi alle elezioni), pensano ai brutali omicidi, mica alla legge n. 237 del 4 febbraio 1926 che introduceva il podestà nominato dal governo in sostituzione delle elezioni comunali, pensano alle camice nere in Tripolitania, mica alla soppressione dei sindacati e della libertà di stampa. Non tornerà per tramite della violenza, ma grazie alla disinformazione, all’indifferenza, al sospetto, alla rinuncia di diritti che riteniamo scontati, e finirà come sempre accade, che un nuovo nome gli sarà dato a conti fatti, ma nei fatti nulla cambia, stiamo sopprimendo la democrazia, e chi è al governo ci spinge per farlo. Non facciamolo, RESISTIAMO, proviamo a combattere, andiamo a votare.

La Bussola #12

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