Anthony Braxton (nato il 4 giugno 1945) è un compositore, sassofonista e teorico musicale statunitense, noto per la sua straordinaria versatilità e il suo contributo all’avanguardia jazz e alla musica sperimentale. Braxton ha esplorato una vasta gamma di strumenti a fiato, dal sassofono contralto al clarinetto basso, e ha sviluppato un linguaggio musicale altamente originale, spesso basato su notazioni grafiche e sistemi numerici. Il suo stile fonde elementi di free jazz, musica contemporanea e persino influenze classiche ed elettroniche. Tra i suoi lavori più celebri ci sono gli album For Alto (1971), uno dei primi dischi interamente per sassofono solo, e le sue monumentali Composition Series, che sfidano le convenzioni tradizionali della musica improvvisata e scritta. Ha collaborato con artisti come Derek Bailey, Roscoe Mitchell, Max Roach e molti altri. Oltre alla carriera di musicista, Braxton è anche un teorico influente, con scritti complessi sulla semiotica musicale e sulle strutture compositive. Ha avuto un impatto duraturo sulla musica d’avanguardia e continua a essere una figura centrale nella sperimentazione sonora.
Il revisionismo del punk. La reazione contro la reazione. London Calling rimette in discussione tutta la furiosa e scomposta ondata di ribellione del punk, dando spessore ad un sound dalle palesi difficoltà-limite. Lo stereotipo del punk con i suoi quattro accordi ripetitivi e spaccatimpani tutto urli, sputi e spilloni era già finito, in quanto più che un vero genere musicale era semplicemente un modo di sentire la musica. I Clash, che tra l’altro nel marasma erano tra i pochi a saper veramente suonare, si staccano da questo ordine di idee nichilistiche senza limiti ideologici umani e fisici e arrivano ad una dimensione artisticamente più valida.
I Clash diventano la faccia politicizzata dell’ondata punk. La scelta di compiere il prezzo imposto ai propri album: London Calling, doppio, esce a 5 sterline, lo stesso prezzo di un album singolo; l’anno dopo, Sandinista, triplo, uscirà a 5,99 è in realtà, la scelta più rivoluzionaria. Fino al 1982, la band non guadagnerà praticamente niente e rimane di fatto ostaggio della casa discografica… Ma è appunto lo stile che conta, e London Calling lo dimostra. Della furia del punk rimane poco. La rabbia non si arresta e non può essere arrestata, ma il messaggio ora viene per mezzo di un rock-soul elettrico e supertirato di qualità sofisticata. Inoltre i Clash sono anche gli unici sopravvissuti a penetrare nel vivo i problemi morali della società, ribellandosi ad essa e gridando giustizia, mentre l’industria discografica aveva operato un’abile divisione del movimento circoscrivendolo ad un pittoresco fatto di costume da consumare preferibilmente il sabato sera. Questo è un lavoro di grande rock and roll a 24 carati dal riff bruciante e dalla vigorosa componente “funk-oide”. London Calling rimane il rifugio granitico dagli invadenti e tecnologici colpi dell’after-punk. Un classico nato tale, una rarità assoluta nell’emisfero musicale.
Nel 1969, Ella Fitzgerald pubblicò Sunshine of Your Love, un album dal vivo registrato al Venetian Room del The Fairmont San Francisco. Registrato dal produttore musicale Norman Granz, l’album conteneva canzoni pop contemporanee che mostravano la capacità di Fitzgerald di trascendere gli standard jazz. Prendiamo, ad esempio, una versione di Hey Jude dei Beatles e Sunshine of Your Love dei Cream. Qui sotto si puo’ ascoltare come suonava l’originale (registrato nel 1967) nelle mani di Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton, e poi sperimentare la versione inaspettata di Ella qui sopra. È una bella giustapposizione.
La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante. Se prima coltivava passivamente la sua condizione di maledetto compiacendosi di questa immagine negativa ma affascinante, ora egli sente che il suo straordinario talento sta sprofondando negli abissi della sua sregolatezza. Così A Love Supreme diventa il tentativo estremo di esorcizzare la sua esistenza alla ricerca dell’Amore come motore del mondo individuando nell’uomo il soggetto-agente di questo sentimento a cui spetta il compito della salvezza. L’Africa ed il misticismo indiano sono le componenti di questa illuminazione e il suo sax percorre sentieri intrecciati da visioni cosmiche, da forme free mai raggiunte prima diventando la comunicazione della coscienza svincolata finalmente dal materialismo
Molti sono i gesti, i rituali che creano piacere alla nostra quotidianità. Prepararsi un caffè appena svegli al mattino, accarezzare il cane che dimostra la sua gioia nel vederti, scambiare dei pensieri con qualcuno cui si vuole bene, andare al mercato per vedere i colori delle bancherelle, comprare una piantina di basilico che sprigiona profumo d’estate, fare una passeggiata in mezzo al bosco… innumerevoli e diversificati sono i nostri gesti, le nostre passioni, a cui nessuno è dato giudicare. Per questo è importante cercare lagioia con passione instancabile. La gioia, tanto più profonda della felicità, la passione, tanto più nutriente dell’eccitazione.
Coleman fu un sassofonista sui generis. Quando apparve sulla scena, alla fine degli anni Cinquanta, fu oggetto di diffidenza, persino di scherno, se non altro perché si presentava sul palco con un sassofono di plastica, cosa che per un jazzista sembrava poco meno che un insulto. Ispirato dal lavoro di Charlie Parker, Coleman iniziò a suonare il sax alto a quattordici anni e poi il tenore, mettendosi alla prova con formazioni rhythm’n’blues come quelle di Red Connors e Pee Wee Crayton, ma il suo stile originale e la ricerca di nuove sonorità lo portarono in rotta di collisione sia con i leader sia con il pubblico. Fu a Los Angeles che Coleman trovò i giusti compagni d’avventura, musicisti che come lui volevano sperimentare il nuovo. Conobbe Don Cherry, Charles Moffett, Ed Blackwell, Charlie Haden, Billy Higgins, ma fu solo nel 1958 che mise a fuoco le proprie idee e organizzò un gruppo stabile di musicisti per suonare la propria musica. Suonò quindi con Paul Bley, si iscrisse con Cherry alla Lenox School of jazz e, insieme al suo gruppo, nel 1959 approdò finalmente a New York, al Five Spot. Dopo alcune prove di incisione in formazione ridotta, spigolose e geniali improvvisazioni che lasciavano intuire un lessico totalmente rinnovato, Coleman ritenne che fosse giunto il momento adatto per dare vita a un esperimento fondamentale. Siamo nel 1960, data ovviamente non solo fatidica, ma anche simbolica riguardo al cambiamento d’epoca. Coleman riuní in studio un’anomala formazione di otto musicisti, strutturata come un doppio quartetto, con due batteristi, due contrabbassisti e quattro fiati, tra cui il grandissimo Eric Dolphy, e propose come indicazione di lavoro la libera improvvisazione di tutti i musicisti, legati da una non restrittiva fluttuazione ritmica in qualche modo riconoscibile. Il resto era affidato all’estro del momento, senza temi prefissati. Ne venne fuori una interminabile session di quaranta minuti, che occupava senza soluzione di continuità ambedue le facciate del disco, simile a uno «stream of consciousness», con un evidente e provocatorio senso di libertà totale. In copertina Coleman decise di mettere un quadro di Jackson Pollock, trovando affinità di linguaggio con l’astrattismo informale della pittura contemporanea. Curiosamente, poco tempo prima, Bill Evans, nel commentare le sessions di Kind of Blue, altro disco in qualche modo elevato a rango di manifesto, aveva paragonato il metodo di improvvisazione a quello dei pittori tradizionali giapponesi. Il disco fece scalpore, rimase oggetto di discussione per anni nel mondo del jazz, una specie di spartiacque che provocò per la prima volta, in maniera così dichiarata, una profonda spaccatura tra gli appassionati e tra gli studiosi. Non c’erano mezzi termini. O lo si accettava o lo si rifiutava con vigore.
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Benny Goodman (30 maggio 1909 – 13 giugno 1986) è stato un clarinettista e bandleader americano, celebrato come “Re del Swing” per la sua influenza nello sviluppo e nella diffusione del jazz swing negli anni ’30 e ’40. Nato a Chicago, Goodman ha iniziato a suonare professionalmente a 12 anni, affinando le sue abilità tecniche e l’impegno per la perfezione. Il suo trio (1935–1938) e successivamente la sua big band (1935–1946) sono diventati icone, trasformando il jazz da un fenomeno di nicchia a un fenomeno culturale mainstream. Goodman è stato pioniere nel jazz di alto livello, fondendo swing con un’eleganza orchestrale. La sua interpretazione di “Sing, Sing, Sing” (1937), registrata con la sua band, è diventata iconica, evidenziando la sua energia dinamica e la sua leadership. Ha anche aperto la strada alla fusione del jazz con la musica classica, suonando concerti con orchestre sinfoniche e promuovendo i compositori jazz. Un aspetto significativo della sua carriera è stata la formazione della prima band jazz integrata, che includeva artisti come Teddy Wilson, Lionel Hampton e Gene Krupa. Questo atto progressista ha sfidato le norme di segregazione dell’epoca, contribuendo a cambiare le percezioni sociali della musica jazz. Il suo concerto del 1938 al Carnegie Hall è stato uno dei primi concerti di jazz a registrare un sold-out, segnando un momento storico per il genere. Anche dopo aver smesso di suonare con la sua band, Goodman ha continuato a esibirsi e registrare fino alla morte, mantenendo il suo amore per la musica.
Se continuiamo a considerare la politica una cosa sporca, infettiva e contagiosa, lasciamo spazio a coloro che della politica fanno una professione, al fine esclusivo di perseguire il proprio utile e, così facendo, spianiamo la strada ai disonesti. A loro piace vincere facile e noi non facciamo niente per impedirglielo, salvo piangerci addosso e raccontarci che siamo noi quelli bravi, buoni ed onesti, quando invece siamo gli indifferenti.