Venezia con basilica della salute

Visitare e fotografare Venezia è sempre un grande piacere. Questa è la basilica della madonna della salute.

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Phil Woods (all’anagrafe: Philip Wells Woods) è nato il 2 novembre del 1931. E’ stato uno dei più grandi sassofonisti jazz statunitensi, conosciuto per il suo stile energico, lirico e radicato nel bebop. Fu anche clarinettista, compositore, bandleader ed educatore. Wood iniziò a suonare il sassofono a 12 anni e successivamente il clarinetto alla prestigiosa Juilliard School di New York. Fu molto influenzato da Charlie Parker, Benny Carter e Johnny Hodges, tanto da essere soprannominato “New Bird” (nuovo Bird, in riferimento a Parker). Tra il 1968 e il 1972 visse in Francia, dove guidò l’ensemble European Rhythm Machine, con uno stile più sperimentale. Tornato negli Stati Uniti, formò un quintetto che rimase attivo per oltre 30 anni, registrando album acclamati come Musique du Bois (1974).
Phil Woods è noto anche per i suoi assoli in brani pop e rock, tra cui: “Just the Way You Are” di Billy Joel (1977), “Doctor Wu” degli Steely Dan (1975) e “Have a Good Time” di Paul Simon (1975) Il suo assolo nel brano di Billy Joel è uno dei più iconici nella storia del pop-jazz. Phil Woods ha incarnato lo spirito del jazz: sempre in evoluzione, sempre autentico.
A dieci anni dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi: o non l’ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni son tutte valide.
Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere in maniera orgiastica l’eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase: “E’ troppo tardi per fermarci ora”. Invece subito dopo la canzone si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in “Cyprus Avenue”, drasticamente diversa dalla versione originaria su “Astral Weeks”. I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso, sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono all’estate del 1973, praticamente l’unico anno di vita della formazione. Ad un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E’ un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c’è traccia del cantautore intimista e mistico; c’è un gigante che domina con carisma la platea e la band.
Hōshi, una locanda tradizionale giapponese a Komatsu, in Giappone, vanta il primato di essere il secondo hotel più antico del mondo e “la più antica azienda a conduzione familiare ancora in attività al mondo”. Costruita nel 718 d.C., Hōshi è gestita dalla stessa famiglia da 46 generazioni consecutive. Contatele. 46 generazioni.
Il Giappone è un paese dalle tradizioni profonde. E quando nasci in una famiglia che custodisce un’istituzione di 1.300 anni, ti ritrovi a lottare con problemi che la maggior parte di noi non può immaginare. Questo è particolarmente vero quando sei la figlia della famiglia Hōshi, una donna moderna che vuole liberarsi dalla tradizione. Eppure la storia e le forti aspettative familiari continuano a richiamarla.
La storia dell’Hōshi Ryokan è raccontata in modo toccante nel breve documentario qui sotto.
12 – Il rock blues di fine anni ’60
Non tutto quello che viene prodotto in America (e in Inghilterra) nella seconda metà degli anni ’60 ha necessariamente a che fare con il movimento psichedelico: su entrambe le coste dell’Atlantico il filone “apparentemente” più tradizionale del rock, quello che deriva più direttamente dalle matrici blues e rhythm’n’blues delle origini, è più florido che mai ed va arricchendosi di sfumature sempre nuove, in un costante processo di fusione ed ibridazione.
Proprio in tal senso opera il Blues Project di quell’Al Kooper che ha già contribuito, col suo organo, all’elettrificazione di Dylan: se già in “Projections” (1966) a pezzi più tradizionalmente blues-rock se ne affiancano altri influenzati da jazz e folk, la ricerca di Kooper prosegue poi in territorio pop con i Blood Sweat & Tears di “Child Is Father to the Man” (1968), dove il gioco all’eclettismo diviene ancora più spinto, in una sorprendente miscela di blues, soul, jazz e classica.
Più legati alla scena psichedelica di San Francisco i Big Brother & the Holding Company di “Cheap Thrills” (1968): l’interesse nei confronti del gruppo è in realtà legato alla figura della vocalist Janis Joplin, una delle più grandi cantanti rock di tutti i tempi, voce roca e lancinante ferita dall’alcool, tra i pochi interpreti bianchi a rendere in modo convincente la disperazione e la rabbia rassegnata che del blues costituiscono il cuore, cosa confermata anche dalla carriera solista, al culmine con lo splendido “Pearl” (1970).
Altrettanto convincenti nella loro rilettura del blues l’armonicista e la sua Blues Band, autori con “East-West” (1966) di una spericolata fusione tra blues, rock&roll, psichedelia, jazz e musica indiana e i Canned Heat, con un blues-rock pesantemente virato verso il boogie, direzione musicale dichiarata già nel titolo del secondo disco “ Boogie With Canned Heat” (1968).
La radice blues si intreccia invece con operazioni di riscoperta filologica di oscuri suoni tradizionali, americani e non, nei dischi di Taj Mahal e Ry Cooder, fino al 1967 una coppia sotto la sigla di Rising Sons, poi con le rispettive carriere soliste: folk caraibico, jazz, gospel, R&B, zydeco tra i generi studiati e suonati dal primo, tex-mex, musica hawaiana, dixieland e vaudeville alcuni dei generi esplorati dal secondo.
La tradizione blues-rock prosegue ovviamente anche in Inghilterra, dove alla Blues Incorporated di Alexis Corner si affianca un’altra “scuola”: sono i Bluesbreakers di John Mayall dove si fanno le ossa, tra gli altri, Eric Clapton, Mick Taylor e Peter Green. Il primo andrà a formare (con Jack Bruce e Ginger Baker) i Cream, primo power trio della storia (chitarra+basso+batteria), che introdurrà nel blues lunghe improvvisazioni tipiche del jazz raggiungendo il capolavoro assoluto con “Disraeli Gears” (1967), il secondo entrerà nei Rolling Stones, mentre il terzo fonderà i Fleetwood Mac che, partiti come gruppo tradizionale di blues-rock cominciano a virare, già con “English Rose” (1969), verso lidi più pop. A dire il vero prima di suonare nei Bluesbreakers, Clapton si era già messo in mostra nelle file degli Yardbirds: prenderà il suo posto Jimmy Page: di quel che succede dopo, in particolare, quando nel 1968, rimasto solo, Page fonderà i nuovi Yardbirds, futuri Led Zeppelin, se ne parlerà più tardi… (Continua…)
(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)
Il 29 ottobre 2004 torna nei negozi italiani di dischi Un biglietto del tram degli Stormy Six, (mia recensione) uno dei dischi storici della musica italiana degli anni Settanta.
In Un biglietto del tram gli Stormy Six mettono in poesia l’epopea della resistenza, dalla battaglia di Stalingrado agli scioperi del 1944, dallo sbarco degli angloamericani in Sicilia allo sbandamento dell’esercito italiano dopo l’8 settembre, ai fucilati di Piazzale Loreto, alla lotta di liberazione contro il nazifascismo. Sul piano musicale esprimono un magistrale equilibrio tra ricerca espressiva “colta” e tradizione popolare dando ampio spazio alle parti strumentali e non facendosi catturare dai luoghi comuni pop-rock. Le storie sono raccontate con gusto e slancio popolare ricollegando senza retorica presente e storia, epica e quotidiano. Riascoltarli nella versione originale è un’emozione che fa bene al cuore e alla mente.
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La piccola orchestra pop radunata intorno al talento di Stuart Murdoch sembra ora possedere quel quid in più che occorre per affrancarsi dal ruolo di oscuro oggetto di culto nel quale era stata consacrata dai primi due splendidi album – Tigermilk e If You’re Feeling Sinister – e da una manciata di ottimi ep. I brani sono qui di livello pari – anche se appena più calibrati e meno folk – a quelli delle opere citate, ma le coloriture orchestrali, a metà strada tra Gainsbourg e i Love, con i timidi cenni di bossanova e con il curioso esperimento lounge-jazz di A Space Boy Dream firmato dal bassista Stuart David, aprono nuovi orizzonti. Per molti è l’album della scoperta: i neofiti possono contare sulla penna di Murdoch, che intarsia racconti in miniatura sospesi tra malinconia e ironia e intriganti come non se ne vedevano dai tempi degli Smiths, e su un gruppo che sa fare della semplicità (melodica e armonica) un’arma micidiale. Lo testimoniano l’irresistibile Sleep The Clock Around, spruzzata di tenue vernice elettronica, la title-track ballabile e naïf, la vaporosa Ease Your Feet In The Sea. Uno splendido pop d’altri tempi incastonato nel presente.
Recensioni 2025
Scarecrow II, il seguito dell’album di debutto dei The Telephone Numbers del 2021; The Ballad of Doug, sembra aver bilanciato con successo la bellezza inarrestabile dell’album con un tocco di grinta musicale. In questo contesto, il jangle alla Byrds di “Goodbye Rock n Roll” e “Falling Dream” è avvolto da una cornice indie-folk o demi-roots che ne esalta la grazia distintiva. Nel frattempo, “Be Right Down”, “Pulling Punchlines” e “Telephone Numbers Theme” mantengono il loro marchio di fabbrica melodico incorporando un tocco di college rock dei primi R.E.M. o dei Miracle Legion, dando vita a un sound che aggiunge una nuova dolcezza alla loro estetica. Nonostante questo nuovo slancio, i The Telephone Numbers offriranno sempre un ricco fascino guitar pop come naturale conseguenza del loro DNA musicale. Scarecrow II offre ancora questi momenti in abbondanza, con il delicato e jangle guitar pop che ricorda i Big Star. Nel loro album migliore, i Telephone Numbers intorbidano perfettamente le acque meravigliosamente stridenti con un effetto davvero sorprendente…