Chubby Jackson, il bassista vagabondo e innovatore

Il 25 ottobre 1918 nasce a New York il contrabbassista Chubby Jackson, registrato all’anagrafe con il nome di Greg Stewart Jackson.
Chubby Jackson è noto soprattutto per il suo lavoro negli anni ’40 e ’50 come membro di big band e per la sua energia contagiosa sul palco.
Negli anni ’40, Jackson ha suonato con molte grandi orchestre dell’epoca, incluse quelle di Charlie Barnet e Woody Herman. Con quest’ultimo fece parte della celebre formazione chiamata “The First Herd”, che includeva anche musicisti innovativi come Stan Getz e Zoot Sims.
Era noto per il suo modo vigoroso di suonare il contrabbasso e per il suo stile “swing” molto vivace. Ha anche guidato alcune proprie formazioni e ha inciso dischi a suo nome.
Negli anni ’50 condusse anche programmi televisivi per bambini, tra cui The Chubby Jackson Show, combinando jazz e intrattenimento.

Sam Amidon – Salt River (2025)

Recensioni 2025

Amidon, originario del Vermont e residente a Londra, è un cercatore di melodie tradizionali, e non solo, reinterpretate attraverso il prisma del folk, del jazz e della musica classica, che sono il suo pane quotidiano. Prendiamo il pezzo forte dell’album, la tradizionale ballata appalachiana “Golden Willow Tree”. Amidon reinterpreta il canto marinaro come un brano da conservatorio contemporaneo, con un’interpretazione minimalista che è enigmaticamente feroce. Altrove, “I’m On My Journey Home” ripropone la canzone popolare del New England del XVIII secolo, attraverso le deliziose percussioni di Philippe Melanson e lo squisito sintetizzatore del produttore Sam Gendel. Le sue texture sono tanto meravigliose quanto sorprendenti. In effetti, in Salt River, l’inventiva abbonda. “Big Sky” di Lou Reed, l’inno rock che chiudeva “Ecstasy ” del 2000, è disteso sulla tela con un effetto sbalorditivo. Allo stesso modo, ricavano una ninna nanna in stile Sesame Street dalla sperimentale “Ask The Elephant” di Yoko Ono.
Roba fantastica.

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Tom Jones esegue “Long Time Gone” con Crosby, Stills, Nash & Young e lascia senza parole la band e il pubblico (1969)

Il crooner gallese Tom Jones fece un ritorno improbabile alla fine degli anni ’80, con una cover di “Kiss” di Prince con gli Art of Noise. Poi, a metà degli anni ’90, si presentò a Willy, il Principe di Bel Air, per cantare la hit di metà anni ’60 “It’s Not Unusual” per il suo super fan Carlton Banks. Fu un periodo di ritorni anni ’60 in tutto il mondo, ma la rinascita di Jones fu un po’ strana (sebbene perfettamente in linea con il personaggio). Tom Jones era stato una grande star tra la metà e la fine degli anni ’60, con un suo programma televisivo e una serie di successi internazionali. Ma Tom Jones non fu mai esattamente cool come, per esempio, Neil Young lo era nel 1969, l’anno in cui lui e Jimi Hendrix rubarono un camion per andare a Woodstock .

“Tom Jones e il suo spettacolo potrebbero essere stati visti come un po’ ‘semplici’ per gli standard delle rockstar di CSNY”, scrive Dangerous Minds, “ma quando il quartetto accettò di esibirsi nel settembre di quell’anno, poche settimane dopo il grande festival nella parte settentrionale dello stato di New York, si trasformò in un evento televisivo memorabile, con Jones che cantò come solista in “Long Time Gone” e lasciò senza parole il pubblico e la band.

“I potenti polmoni di quell’uomo ispirano tutti gli altri a tenere il passo, bisogna dirlo”, persino Young, la cui “espressione passa da disprezzo/’Cosa ci faccio qui?’ a ‘Questo cazzo ci spacca’ a metà del brano”.

Ancora più strano di questa combinazione è il fatto che Young abbia accettato di farlo. Era diventato notoriamente avverso alla televisione, tanto da aver persino rifiutato il Tonight Show con Johnny Carson e aver citato il suo odio per la TV come ragione per aver lasciato i Buffalo Springfield due anni prima. Sebbene potesse essere stato travolto dal momento, in seguito se ne pentì, come raccontò il suo manager di lunga data Eliot Roberts al biografo Jimmy McDonough: “Neil disse: ‘Lo show di Tom Jones! Cosa ti ha preso? È quella merda’. Diceva sempre ‘quella merda’. Crosby aveva questa erbaccia di sventura… Neil non me l’ha mai perdonato. Mi ha preso in giro per questo per moltissimo, moltissimo tempo. Anni.”

“Era molto apprezzato”, dice Roberts, “vendette un sacco di dischi, ma a posteriori era imbarazzante”. Young probabilmente non avrebbe dovuto preoccuparsi. Erbaccia del disastro o no, non sembrava danneggiare la sua credibilità quanto il suo sconcertante (sebbene rivalutato dalla critica) disco New Wave del 1982, Trans. Jones se l’è cavata benissimo, reinventandosi negli anni ’80 e ’90 con autoparodie bonarie, per poi tornare a essere una vera pop star.
Non è più apparso con Neil Young.

Asterisco *45

Oggi una bella bimba nera mi sorride al parco, e mi sento grato verso di lei che continuerà la vita anche dopo di me, e verso chi mi ha educato in modo da non provare odio o paura verso di lei o la sua famiglia, perché se quella bambina crescerà nella mia città mentre io invecchio, uniti dai diritti, dai doveri e dal patto costituente di una medesima società, noi saremo la stessa etnia senza invasione né colonizzazione.

Clare Fischer, il pianista che mescola jazz e classica

Il 22 ottobre 1928 a Durand, nel Michigan, nasce il pianista, organista, compositore e arrangiatore Clare Fischer. Pianista e direttore d’orchestra statunitense, noto per la sua versatilità e per l’abilità nel fondere jazz, musica classica, ritmi latini e brasiliani. La sua carriera, durata oltre sei decenni, ha influenzato profondamente il panorama musicale internazionale.
Nato a Durand, Michigan, Fischer si laureò in composizione alla Michigan State University. Negli anni ‘50, divenne pianista e arrangiatore per il gruppo vocale The Hi-Lo’s, esperienza che influenzò profondamente il suo stile armonico. Negli anni ’60, collaborò con artisti come Donald Byrd e Dizzy Gillespie, e si distinse per le sue registrazioni di jazz latino e bossa nova, tra cui il brano “Morning”, considerato un classico del Latin Jazz.
Negli anni ‘70, fondò il gruppo “Salsa Picante”, con cui vinse un Grammy Award nel 1981 per l’album 2+2. Parallelamente, intraprese una carriera come arrangiatore per artisti pop e R&B, collaborando con Prince, Paul McCartney, Michael Jackson, Chaka Khan e molti altri.
Fischer era noto per la sua capacità di integrare elementi di jazz, musica classica e ritmi latini. Le sue composizioni, come “Pensativa” e “Morning”, sono diventate standard del jazz. Il suo lavoro ha influenzato numerosi musicisti, tra cui Herbie Hancock, che lo ha citato come una delle sue principali influenze armoniche.
Durante la sua carriera, Fischer ricevette undici nomination ai Grammy Awards, vincendone due: uno nel 1981 per l’album 2+2 e uno postumo nel 2013 per Music for Strings, Percussion and the Rest

Vento nel Vento – Lucio Battisti (1972)

“Vento nel vento”, come tutti i brani del primo Lucio Battisti è stata scritta insieme a Mogol, e fa parte dell’album Il mio canto libero. È un brano intenso, poetico, malinconico e profondamente introspettivo.
“Vento nel vento” parla della perdita di un amore, o più precisamente del vuoto emotivo lasciato da una relazione finita. È un brano sulla disillusione, sul sentirsi travolti da qualcosa che non si riesce a controllare, proprio come il vento. La voce narrante racconta la sua fragilità, la confusione, e la mancanza di senso che prova dopo essere stato lasciato.
Simbolicamente il vento è usato come simbolo della fugacità, dell’instabilità e dell’assenza di controllo. Tutto passa, tutto vola via, come il vento. Anche i sentimenti più profondi possono disperdersi.
La musica è malinconica ma intensa, con una struttura che cresce lentamente, seguendo l’evoluzione emotiva del testo. La voce di Battisti è carica di dolore trattenuto, rendendo ancora più potente il messaggio.
“Vento nel vento” è un brano sulla vulnerabilità emotiva che segue la fine di un amore. Parla del sentirsi vuoti, soli e sopraffatti, in balia delle emozioni. Una delle espressioni più poetiche e dolorose del Battisti più introspettivo.
Il compianto Ernesto Assante considera questo brano come una delle canzoni italiane più belle mai scritte, una struggente ballata che parla di un amore che salva un uomo, annulla la solitudine, fa scomparire le paure, le sofferenze e spinge verso una rinascita.
Difficile non restare emozionati, difficilissimo non cogliere il perfetto bilanciamento tra passato e presente, la modernità dello stile di Battisti portata in una dimensione melodica apparentemente tradizionale, esaltata dalla parte orchestrale.

Bob Dylan: i suoi album #6

Highway 61 Revisited (1965)

Viaggio con direzione ignota
Dylan è stanco di suonare canzoni che non vorrebbe suonare. Poi scrive “un lungo pezzo di vomito” e tutto cambia.

“Highway 61 Revisited” è il sesto album in studio di Bob Dylan, pubblicato nell’agosto del 1965, pochi mesi dopo Bringing It All Back Home. È considerato uno dei suoi capolavori assoluti e uno degli album più influenti della storia del rock. Diversamente dal suo predecessore che aveva un lato acustico, questo album è interamente dominato da strumenti elettrici, segnando la definitiva transizione di Dylan dal folk al rock. La produzione è cruda e diretta e le registrazioni, avvenute a New York, catturano l’energia istintiva delle performance dal vivo.
“Highway 61” è una strada storica americana che attraversa il sud degli Stati Uniti, simbolo di fuga, trasformazione e tradizione blues (è anche chiamata la “Blues Highway”). Dylan stesso è cresciuto vicino a questa strada, nel Minnesota.
Questo album consolidò Dylan come poeta del rock, influenzando artisti come The Beatles, The Rolling Stones, e tutta la generazione del rock psichedelico. È stato inserito in numerose classifiche tra i migliori album di tutti i tempi (Rolling Stone lo ha spesso messo nella top 10).
E’ difficile dire se si tratti del più bel disco di Dylan. Di sicuro è quello più importante, più completo, un manifesto visionario, una boa intorno alla quale è girato il vento di tutto il mondo del rock alla metà esatta del decennio d’oro della musica popolare, il 1965.
Il disco è un racconto irripetibile di visioni che raffigurano l’altra America, quella della strada, dei vicoli bui e malfamati, dei sogni infranti e dei viaggi. La svolta elettrica già iniziata precedentemente, raggiunge la maturazione con questo album, gemme come “Like a rolling stone” (una, se non la, canzone più bella di tutti i tempi), Desolation row e Ballad of a thin man, riempiono di fremiti anche gli animi più insensibili alle sonorità rock. I testi sono veri propri intuizioni poetiche. In questo disco Dylan riesce a coniugare vibrazioni elettriche, ritmo, istinto di fuga, con un’alta e ambiziosa densità letteraria. La forza devastante di questa “sintesi” deriva dalla sua ricchezza di linguaggio, figlio della grande tradizione americana, sia quella dei poeti Whitman e Ginsberg, sia dei menestrelli folk come Woody Guthrie.
Highway 61 Revisited è stato un disco “boa”; la musica popolare sta svolgendo il ruolo profondo e sublime della poesia, Dylan porta il rock al rango della grande letteratura, e si rivolge efficacemente allo stesso tempo a milioni di persone.
Uno schiaffo di incomparabile bellezza.