Versiaku n°85
Di geometrie
Ripide vette i tetti
Stringono case!
Di geometrie
Ripide vette i tetti
Stringono case!
John Coltrane – A Love Supreme (1965)
La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante.
Un capolavoro assoluto di tutto l’universo musicale. [continua…]
Ascolta il disco
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Il processo creativo di Pablo Picasso in tempo reale: dei filmati rari mostrano mentre crea disegni di volti, tori e polli.
Pablo Picasso nacque poco prima dell’invenzione del cinema. Con inclinazioni diverse, avrebbe potuto diventare uno dei più audaci pionieri di quel mezzo. Invece, come sappiamo, padroneggiò e poi praticamente reinventò la pittura, una forma d’arte ben più antica. Detto questo, il cinema sembrò essere affascinato sia dall’opera di Picasso che dall’uomo stesso. Fece un cameo nel Testamento di Orfeo di Jean Cocteau nel 1960, pochi anni dopo aver interpretato il ruolo principale nel documentario Le Mystère Picasso di Henri-Georges Clouzot. La breve clip di quest’ultimo qui sotto mostra come Picasso potesse creare un volto espressivo con pochi tratti di penna.
Quando realizzò Le Mystère Picasso, Clouzot era già un affermato regista di film di genere elevato, avendo appena realizzato Le salaire de la peur ( Il salario della paura) e Les diaboliques (o Diabolique ), che si sarebbe rivelato una delle sue opere più significative.
Per gli spettatori che hanno seguito la sua carriera, potrebbe essere stata una sorpresa vederlo proseguire con un documentario su un pittore: un genio, certo, ma uno la cui opera era già sembrata familiare. Ma Clouzot si assunse il compito non di raccontare la storia di Les Demoiselles d’Avignon o di Tre Musicisti o di Guernica , ma di catturare Picasso (che conosceva fin dall’adolescenza) nell’atto di creare nuove opere d’arte – opere che non sarebbero mai state viste se non su pellicola.
In ogni caso, l’idea era questa; sebbene la maggior parte dei 20 dipinti e disegni creati appositamente per Le Mystère Picasso siano andati distrutti, alcuni non lo sono stati. Uno di questi sopravvissuti, un volto da pollo trasformato in diabolico che emerge in una delle sequenze più tese del film, è stato in realtà restaurato qualche anno fa per essere incluso nella mostra Picasso. Sapeva anche lavorare sul vetro, come dimostra la clip appena sopra tratta da Visit to Picasso, un cortometraggio documentario del 1949 del regista belga Paul Haesaerts. In esso dipinge – in meno di 30 secondi, con la telecamera che scorre appena oltre il vetro – l’immagine evocativa di un toro, a dimostrazione che, per quanto fosse pienamente accolto dal mondo francofono, rimaneva uno spagnolo.
La descrizione del sito La Rivista il Mulino è: L’Associazione di cultura e politica “il Mulino” è un’associazione privata, senza fini di lucro, costituita con atto pubblico il 27 febbraio 1965 dal gruppo dei redattori della rivista “il Mulino” per organizzare istituzionalmente il gruppo stesso.
L’articolo 2 dello Statuto indica la natura e le finalità dell’Associazione il Mulino: “Essa è formata da studiosi e intellettuali di formazione culturale e di attività professionale diversa, legati fra loro da un comune impegno civile e democratico. Essi sanno che la soluzione dei problemi sociali e politici del nostro tempo impegna in primo luogo le responsabilità delle autorità pubbliche e delle forze politiche organizzate; ma giudicano che in una democrazia pluralistica sia altresì importante il contributo di studio e di formazione che può essere portato alla società e all’opinione pubblica da parte di gruppi indipendenti. Essi perciò si costituiscono in associazione per perseguire in modo non episodico fini di studio, di formazione e orientamento dell’opinione pubblica, di impegno civile democratico”.
Ernie Henry è nato il 3 settembre del 1926 a Brooklyn in New York ed è morto il 29 dicembre del 1957 a New York. E’ stato un brillante sassofonista alto, il cui nome è spesso associato ai massimi vertici del bebop e dell’hard bop. All’età di 12 anni passa dal violino al sax alto, debuttando professionalmente nel 1947 con Tadd Dameron, al Famous Door di 52nd Street. Negli anni seguenti collabora con giganti del jazz come Fats Navarro, Max Roach, Dizzy Gillespie e nel 1950‑52 con Illinois Jacquet. Dopo un periodo di pausa, torna in grande stile nel 1956 con Thelonious Monk (Brilliant Corners) e ancora con Gillespie, Charles Mingus, Kenny Dorham, Wynton Kelly e altri.
Il suo suono univa l’influenza di Charlie Parker a una vena personale più “cruda” e aperta al modernismo, a tratti vicino all’avanguardia. Dopo un ritorno notevole, il suo stile venne ammirato da Eric Dolphy e si distinse soprattutto su Brilliant Corners, dove il suo solo su Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are è una performance memorabile.
Morì nel sonno a causa di un’overdose di eroina e problemi di salute, a soli 31 anni. Nonostante la carriera breve, la sua produzione musicale – tanto come sideman che come leader – è un patrimonio rilevante del jazz bebop e hard bop.
“Spero che questo album porti gioia, amore, pari opportunità, giustizia, pace, comprensione e unione al mondo”. Femi Kuti
A cinque anni da “No Place For My Dream”, e a quasi trenta dalla sua prima pubblicazione “No Cause for Allarm”, Femi Kuti pubblica il suo decimo lavoro “One People One World”, disco composto da dodici tracce.
Il figlio di Fela Kuti, leggenda e pioniere dell’Afrobeat, a differenza della rabbia giusta che ha ispirato quasi tutte le sue precedenti registrazioni, dove mischiava convinzioni combattive sulla libertà e sulla democrazia sociale, è tornato con un disco che genera un messaggio di speranza e riconciliazione.
Femi Kuti è il cuore e l’anima del moderno Afrobeat creato dal padre Fela. L’Afrobeat ha spinto diverse generazioni di musicisti a usare la musica in Nigeria e in tutto il mondo come arma per combattere a favore della giustizia e la libertà. Femi e il suo gruppo, Positive Force, sono in prima linea in questo movimento, espandendo continuamente il vocabolario della musica, aggiungendo note punk e hip-hop al suono, pur mantenendo queste radici tradizionali e il messaggio politico.
Registrato in gran parte a Lagos, in Nigeria, “One People, One World” vede Femi e i Positive Force, tornare alle radici africane della musica. Le note di reggae, highlife, soul, R & B e altri sapori africani, caraibici e afroamericani, compongono un grande mix sonoro, aggiungendo profondità e complessità agli arrangiamenti, senza disturbare il suono caratteristico di Femi:
“Quando ero piccolo, ascoltavo funk, highlife, jazz, canzoni folk, musica classica e composizioni di mio padre, quindi senti queste cose nella musica, ma tutto in questo album viene rigorosamente dal mio cuore e dalla mia anima. Come l’Africa stessa, Afrobeat ha infinite possibilità nella sua struttura. Mentre suoniamo dal vivo a Shrine, le canzoni si evolvono, assorbendo l’energia del pubblico. È come dipingere, con i colori cangianti e le tonalità dei ballerini che colorano la musica. Quando stiamo registrando in studio, si sentono tutte queste influenze e si muovono insieme.”
In questo disco, le radici del ritmo, nella sua forma rituale più ancestrale ed esoterica, affondano nel cuore del continente africano, ed è indubbio che dall’Africa si siano diffuse in tutti i continenti grazie alla presenza di figure carismatiche come Fela Kuti prima, rivoluzionario poli-strumentista nigeriano, che ha contribuito alla nascita di un vero e proprio genere, l’Afrobeat, e Femi Kuti poi, che, mischiando elementi della tradizione yoroba a sonorità più vicine al funk ed al jazz, tradizione del popolo africano, hanno saputo amplificare gli echi di quel battito primordiale.
Devo dirlo o rischio di scoppiare: provo un disgusto profondo verso certi personaggi che si pavoneggiano sui social come se sapessero tutto, mentre nella realtà sembrano inconsapevoli come insetti attratti dalla luce di una trappola.
Provo rabbia, lo ammetto, e mi sento anche in colpa per questo. Perché credo nella libertà, anche per chi la usa male o parla solo per impulso, senza pensiero. Eppure, ogni volta che li ascolto proclamare con arroganza la propria ignoranza, una parte di me vorrebbe scuoterli con forza, come se servisse a svegliarli.
Il peggio è che questi atteggiamenti non sono solo irritanti: sono pericolosi. Perché un regime non arriva più coi carri armati: basta l’indifferenza, la divisione, l’egoismo e la rabbia mal direzionata. E noi ci stiamo cadendo dentro, passo dopo passo, mentre loro ridono.
Il senso di colpa nasce proprio da qui: sapere che vanno difesi anche loro, anche se stanno contribuendo — inconsapevolmente — a distruggere lo spazio in cui quella stessa libertà può esistere.
Lowell “Dwight” Dickerson è nato il 26 dicembre 1944 a Los Angeles in California è un pianista e tastierista jazz, attivo dalle fine degli anni ’60. Cresciuto nella scena jazz di Los Angeles, ha suonato già alla fine degli anni ’60 con artisti come Bola Sete, Gene Ammons, Red Holloway e Tootie Heath. Tra i più collaborativi: Leroy Vinnegar, Bobby Hutcherson, Henry Franklin, Anita O’Day, Nick Brignola e diversi altri.
Dwight Dickerson trasita dal hard bop al soul jazz e al post‑bop, con influenze da McCoy Tyner, Horace Silver, Bud Powell, Kenny Barron con uno stile calibrato, melodico, con groove deciso e coloriture moderne.
Ha vissuto circa 10 anni a Dubai, lavorando in ambito accademico alla University of Dubai, poi tornato a New York dove ha aperto il Cassandra’s Jazz Club & Gallery ad Harlem, diventandone pianista residente.