Ry Cooder — My name is Buddy (2007)

La pubblicazione di un album da parte di un musicista di grande spessore come Ry Cooder, crea sempre un certo “travaglio”. Si perché ormai il nostro Ry ci ha abituato, che ogni sua uscita discografica sia diversa dalla precedente e ogni volta ci svia verso nuove frontiere e quindi nuove visioni, nuove realtà, nuovi orizzonti sonori.Anche in questo caso non si smentisce e ci regala quest’opera di notevole valore, se non altro per il coraggio di intraprendere “sentieri” molto tortuosi, aspri e di difficile percorribilità.
E’ un buon disco questo, anche se, e già il “se” implica un non totale coinvolgimento dell’album, e questo è dato solo esclusivamente dalla musicalità, dalle onde sonore che il mio “sentire”, non riesce completamente a far sue. Ascolto dopo ascolto, riesco a cogliere le varie sfumature che il bravo Ry è riuscito ad imprimere, ma non riesco ancora per il momento a “sentire” quelle vibrazioni che si percepiscono solo a “pelle”.
Ci vorrà del tempo lo so, in fondo tutte le opere di grande pregio, non le assapori mai ai primi ascolti, ma unpo’ alla volta, sono questi i dischi che poi diventano di grande pregio.
Passiamo al disco.
Buddy è un gatto che con la sua valigia affronta un viaggio alle radici della musica nordamericana. In questo suo nuovo lavoro, Cooder immagina e racconta quello che gli occhi di questo felino vedono e sentono.
My name is buddy è un disco folk, basti pensare che nel disco compaiono: Paddy Moloney (Chieftains) e i fratelli Seeger. Sotto questa “etichetta” folk, c’è comunque un tessuto musicale che spazia tra: country, texmex e shuffle blues e gospel.
Per certi aspetti questa è la continuazione di chavez ravine (disco altalenante con momenti di grandissima musica e altri mediocri) ma in questo caso Ry prende in considerazione gli immigrati bianchi e le loro canzoni cantate quando si trovavano assieme nella loro quotidianità.
Siamo nell’America del ’29 la grande depressione, povertà, violenza, gente che perde lavoro, precariato, scioperi e tutto il malessere che possiamo immaginare.
My Name is Buddy è questo, la cronaca di una vita di lotta e sofferenza, di vicende sindacali, di sconosciuti eroi di tutti i giorni. Il disco tratta di canzoni che in America sono fortemente radicate nell’immaginario collettivo. Quasi tutti i pezzi dell’album sono dei traditional o direttamente ispirati da brani popolari: straordinarie canzoni di preghiera, di dolore, di protesta, di festa, alcuni, poi, sono veri e propri inni.
“Questi sono gli argomenti di cui hanno sempre cantato i poveri: morte, religione, famiglia, lavoro, vita quotidiana, “ma quelle canzoni erano il loro conforto morale“, risponde Cooder in una intervista.
Bisogna quindi rendere merito a Ry Cooder di aver avuto il coraggio di esprimere e sostenere pubblicamente queste idee. Quello di Ry Cooder in My Name Is Buddy, pur essendo un messaggio apertamente in difesa dei lavoratori e dei loro diritti sindacali va letto come un messaggio politico nel più ampio senso del termine.
Ed è questo il modo di far “politica” di Cooder, attraverso il recupero di testi e di suoni che appartenevano al mondo sindacale e operaio.
My name is Buddy” parla di tutto ciò, di quei problemi che poi alla fine sono gli stessi di oggi. Canzoni che con tre accordi raccontano la verità.

Arancio

Tramonto arancione su una Mestre di periferia. Nella passeggiata serale con Forte per un po’ di giorni non è stato difficile imbattersi con questo spettacolo della natura. Non so per quale effetto si verifichi questo fenomeno ma l’effetto visivo è strabiliante.

Notte

Notte,
regalami bei sogni pieni di ricordi,
dove il passato non lacrima ma gioisce.

Notte,
regalami bei riposi pieni di conforti,
dove l’abbandono non contrae ma rilassa.

Notte,
regalami bei pensieri pieni di stimoli,
dove il sentimento non scarseggia ma strabocca.

Fabrizio De Andrè — Creuza De Mà (1984)

Prefazione — Disco considerato come uno dei massimi capolavori non solo della musica italiana, ma della musica tutta. Attribuire questo disco a De Andrè è un po’ limitativo visto che l’apporto musicale di Pagani è non solo determinante ma in egual misura direi anche “sonoramente marcante”. In questi trentasette anni dall’uscita del disco, ammetto di averlo ascoltato fino quasi alla nausea (che non mi è mai venuta), assaporandolo in ogni sua minima sfumatura, nei suoni e nei testi, cercando di cogliere il significato più profondo che i due musicisti hanno voluto esprimere. Proprio per questo l’articolo è più lungo e dettagliato.

Il disco — Un disco italiano ma non in italiano, anzi in genovese antico. L’album infatti nasce dall’incontro tra De Andrè e Mario Pagani, uno dei maggiori musicisti italiani. L’idea è stata quella di concepire un album “mediterraneo” nell’origine, andando a pescare in giro per il bacino del nostro mare gli strumenti che le civiltà dall’origine avevano tramandato.
La malinconia che mi avvolge, quando ascolto la voce di Fabrizio De Andrè, è ancora tanta. Malinconia e senso di vuoto. Creuza de ma è uno dei tanti bellissimi dischi incisi da De Andrè, potrei banalmente definirlo un capolavoro, se non mi fosse difficile, per non dire impossibile, stilare una classifica delle sue composizioni. Una cosa differenzia questa raccolta dalle altre opere di Fabrizio De Andrè: tutti i brani di questo disco sono stati scritti e cantati in genovese. Ma anche in questa veste, pur nella difficoltà della comprensione del dialetto per chi genovese non è, la poesia è intatta, la magia e l’incanto delle atmosfere che De Andrè riusciva a creare, immutati. Intanto la musica, linguaggio universale che parla direttamente al cuore; poi la voce calda e scandita di Fabrizio De Andrè, inconfondibile e bella, pur se non estesa, che culla l’ascoltatore. Infine la sua poeticità, la sua delicatezza e la sua sensibilità, la sua ironia, che si esprimono magistralmente anche con l’uso del dialetto.
CREUZA DE MA’ – Il brano omonimo apre il disco sulle note dell’assolo di gaita (un tipo di cornamusa) e poi si sviluppa quasi esclusivamente su un tappeto ritmico-melodico-percussivo e sulla voce di De André. Sono le percussioni a parlare principalmente, nella musica mediterranea come nella musica nero-africana. “La mulattiera di mare” del titolo, è un primo grande affresco della vita alle soglie dell’acqua salata e racconta l’amore, l’amicizia, la delinquenza, gli odori e i sapori. È il primo colpo di genio della poetica del genovese ed è un colpo che tramortisce. Il brano si conclude con i rumori e le voci del mercato del porto di Genova, registrati in presa diretta da quel che ricordo. Le voci dei mercanti si fondono con la musica del brano successivo, il capolavoro musicale del disco, per quanto mi riguarda.
JAMIN-A — Straordinaria canzone: fosse stato comprensibile direttamente, il testo di “Jamina” avrebbe subito le ire censorie, non ho alcun dubbio. Jamina non è una prostituta, è LA prostituta, un corpo bollente prima ancora che un essere umano, un corpo che De André descrive quasi senza parlare della persona: “Mi voglio divertire/nell’umido dolce/del miele del tuo alveare”. Jamina deve farsi guardare, non servono parole: “Dove c’è pelo c’è amore/sultana delle troie”. Il corpo femminile come alveo dell’insopprimibile voglia di soddisfacimento sessuale degli uomini, raccontato da De André, che sulle prostitute ha imbastito alcuni dei suoi massimi capolavori letterari in musica.Musicalmente, il brano è altrettanto straordinario. Ancora un timido tappeto percussivo iniziale sulla voce, ma poi sono gli strumenti orientali a sommergere il tutto con la loro melodia. In questo caso, deliziano i padiglioni auricolari l’oud e il bouzouki, strumenti a corda di origine araba il primo e greca il secondo. I contrappunti ritmici e le lontane suggestioni melodiche, fanno di “Jamin-a” uno straordinario viaggio, da commozione pura.
SIDUN“ – Sidun” (Sidone) è il lamento di una madre palestinese per il proprio figlio morto, una ballata funebre che unisce il dialetto genovese al dramma mediorientale, in una comunione mediterranea di inenarrabile forza struggente. “Tumore dolce benigno/di tua madre”, canta De André, in un momento, il 1984, che doveva ancora vedere la nascita della prima “intifada”: “e ora grumo di sangue orecchie/e denti di latte”. Il lento dipanarsi del testo, accompagnato da uno strumento turco, lo shannaj, giunge sino a un punto quasi insostenibile a livello drammatico e di commozione, quando, sul finale, la musica sembra aprire uno scenario di speranza, proprio quando il testo conclude la sua narrazione del dramma di una madre. È a quel punto che la melodia si addolcisce, si arricchisce delle percussioni e si apre a una visione quasi solare per voce e strumenti. Devo ripetermi: un altro momento straordinario.
SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ – “Sinàn Capudàn Pascià” racconta una storia dell’epoca della Repubblica Marinara genovese, quando un marinaio ligure catturato durante uno scontro con la flotta turca, Cicala, diventò un Pascià turco con il nome del titolo, sembra per merito del suo aspetto gradevole e della sua giovane età. Lo scontro militare avvenne davanti alle coste tunisine ed è così che la musica si accosta alla cultura maghrebina e Kabil, mentre il testo punta moltissimo sull’ironia e lo sberleffo sarcastico (“La sfortuna è un cazzo/che vola intorno al sedere più vicino”). Il ritornello riprende un motivo popolare che si vuole usuale tra le genti tirreniche: “In mezzo al mare c’è un pesce tondo/che quando vede le brutte va a fondo/In mezzo al mare c’è un pesce palla/che quando vede le belle viene a galla”. Una canzone che, a dispetto del suo incedere fortemente percussivo, sembra cantata e suonata in punta di piedi.
‘A PITTIMA – La pittima è colui che si lamenta, che rompe le scatole per qualsiasi cosa. La traduzione del foglietto del cd, riporta il termine dal dialetto alla lingua italiana, anche dalle mie parti ha lo stesso significato: persona che si lamenta.In questo caso, la pittima è l’esattore che va in giro a chiedere i soldi dei prestiti lamentandosi di continuo della sua condizione, vista come meschina dalla gente. A livello musicale, è forse il brano meno interessante dell’album, senza guizzi particolari e caratterizzato dalla voce mesta e bassa di De André, in tono, in ogni caso, con il testo.
A DUMENEGA – Canzone sull’ipocrisia e sulla falsità, “A dumenega” racconta di un costume antico della Genova di un tempo, quando alle prostitute, relegate nei ghetti durante la settimana, alla domenica veniva concesso di passeggiare per la città. Con un linguaggio sboccatamente popolare, De André racconta degli scherni della gente “normale” verso le prostitute in libera uscita, le stesse che comandano sui sensi di quella gente durante la settimana. Il testo, spiace ripetersi, è straordinario per l’uso sopraffino dei termini volgari e delle rime, con un colpo di scena finale di squisita ironia, quando il portatore della croce nelle processioni, scorge tra le prostitute la propria moglie, “mestierante” per guadagnare il pane.Il brano ha il sapore medievale dell’ambientazione narrativa ed è stupendo.
DA ME RIVA – Conclusione affidata a una tenue ballata che riporta il filo narrativo nel porto di Genova, dove era iniziato. Il marinaio lascia ancora una volta la sua bella sulla riva e la pensa mentre anche lei sta sicuramente guardando il mare. Il ricordo è affidato a una foto: “La tua foto da ragazza/per poter baciare ancora Genova”. Un finale struggente e malinconico, triste come può esserlo la vita del marinaio sempre in partenza, sempre sulle onde del mare “un po’ più al largo del dolore”. In fondo, un’ode di De André alla propria città.
Che dire di più, ogni canzone suscita emozioni, belle, allegre, tristi. Ogni canzone è una poesia musicata. Ogni canzone è il cuore di Fabrizio De Andrè. Sorrisi e lacrime, come sempre. Sorrisi e lacrime, ancora oggi, nel ripensare al grande poeta che non c’è più.

Angolo di laguna

Come già descritto in un post precedente, questa è una piccola aerea di laguna veneziana e precisamente una striscia di terra chiamata “Punta Lunga”.
Da questa posizione non è difficile vedere il campanile di San Marco a Venezia anzi in linea d’aria dista a pochi chilometri.

The Dream Syndicate — Medicine show (1984)

Medicine show uscito nella primavera dell’84, è il miglior disco dei Syndicate.
Limate le asprezze degli esordi, senza intaccare per questo la rabbia e la determinazione, il gruppo atipico californiano crea un grande disco.
Il basso di Dave Provost, il piano di Tommy Zvoncheck, la chitarra di Karl Precoda, ma soprattutto la presenza di Steve Wynn, riescono a incidere (in parte live) il disco più completo della loro non fortunata carriera, un album chitarristico per eccellenza.
Non ci sono cadute di tono o brani minori, solo quattro perle “John Coltrane Stereo Blues”, “Still Holding On To You”, “Medicine Show”, “Merritville”, si elevano sulle altre ottime restanti “Daddy’s Girl”, “Burn”, “Armed With An Empty”,”Bullet With My Name On It”. Le chitarre forti, le sonorità lancinanti, gli strumenti che si sovrappongono sono l’apice creativo dell’album.
Che i Dream Syndicate siano degli anticipatori musicali, lo dimostra il fatto che l’album non risente degli oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, le sonorità sono ancora attuali, non sono per niente datate.
Questa formazione crea un grande rock grazie a Zvoncheck che nonostante bazzichi gruppi heavy metal porta un tocco alla Nicky Hopkins , a Precoda, solista imprevedibile creatore di guizzi fulminanti, e da Steve Wynn compositore e interprete che domina l’album, firmando brani con liriche crude e immagini suggestive.
Ci sono momenti di pura jam session, gli strumenti suonati con maestria, sembrano a volte prendere strade ognuna diversa dall’altra, quasi a voler cercare nuovi confini. Poi una volta iniziato questo percorso individuale e resosi conto del bisogno dell’altro si cercano di nuovo, si ritrovano, e ricominciano a ripercorrere la strada appena lasciata, come a ricordarsi che è l’unione che conta e da forza. Il personale e il collettivo trovano in questo disco il giusto spazio, per esprimersi singolarmente e pluralmente.
Quel loro dispensare ora emozioni forti e suoni lancinanti, ora attimi di dolcezza dosata da un pianoforte malinconico, fanno di loro un gruppo da non dimenticare.
Un disco con canzoni forti, fatte con uno spirito genuino.

Cielo minaccioso

Il cielo in primavera fa di questi scherzi.
In un tragitto nell’entroterra veneziano, mi ha particolarmente colpito questa distesa coltivata a colza.

Il cielo non prometteva certo bel tempo ma la sua maestosità era di una bellezza disarmante. Un misto di grigi, azzurri e bianchi da togliere il fiato.

Il connubio naturale tra terra e cielo, creavano un quadro da far gioire la vista e di conseguenza la mente.
Un’opera naturale da far felici anche i pittori impressionisti.

Gli spettacoli che la natura ci regala sono talmente belli da farci rimanere senza parole. In queste poche immagini ne abbiamo la conferma.

La storia siamo noi

La storia siamo noi
segnando ogni giorno
una riga che definita è.


La storia siamo noi
piegando la schiena in giù
con il cuore che sudato è.

La storia siamo noi
passando dall’inverno e verso
la primavera che nuova è.


La storia siamo noi
ricordando il ieri che c’era
e l’oggi che è.

La storia siamo noi
amando il rosso e il nero
e chi diverso da noi è.


La storia siamo noi
desiderando il bene tuo
che parte del nostro è.